Pausa blog

Ciao amici.

Metto il blog in pausa per un po’.

Non riesco a cavare niente di buono da questo periodo merdoso e non mi va di intasare il blog con piagnistei: mi annoia la sola idea.

Magari sarà una pausa brevissima perché domani mi verrà l’ispirazione o chessò io, ma al momento vedo tutto nero.

Non sarò presente neppure nei vostri blog, mi riprometto di recuperare i vostri articoli quando sarò più in vena di farlo.

Vi lascio questa chicca per l’estate, dato che le frantumano tutti con la prova costume:

10488204_824003897666772_4271856681655063826_n

Foto da qui

A presto!

V.

 

Lista

tumblr_static_tumblr_static_6d36wsqtzxoowocg8gwkwgs4o_640

Foto da qui

Dato il tono lugubre e il contenuto a dir poco sconfortante dell’ultimo post ho deciso di scriverne uno “positivo”, prendendo in parola i vostri commenti dove si discorreva di godere delle piccole cose e così via.

Mi preme (sperando di non fare cosa sgradita) citare due post che mi hanno ispirata: Battito di Mela Sbacata e Gratitudine di Polvere di Stelle.

Faccio questa lista principalmente perché non mi va che come primo/ultimo post ci sia quello precedente, non lo so, non mi va e basta.

A dirvela tutta sarà un post sottotono rispetto ad altri, ma le cose che seguono mi hanno davvero risollevato l’umore.

Lista:

  • Birretta e patatine post lavoro.
  • Ho ballato reggae a una sagra assieme a una mia cara amica, anche se ovviamente io non so ballare.
  • Il gruppo che suonava (cover) reggae ha suonato una canzone di Caparezza e un brano hip hop che adoro: Jump Around.
  • Ho visto mia cugina ballare al suo saggio.
  • Ho riso assieme a mio cugino.
  • Ho visto un campo di girasoli.
  • Un’altra mia cugina (dico altra non per meno importanza, ma per distinguerle) ha fatto bella figura al lavoro. (Dove lavoro io, s’intende).
  • Ho donato plasma, così mio padre è contento.
  • Ho comprato una canottiera con dei fiori disegnati sopra.
  • Ho cantato a squarciagola: canto meglio di come ballo.
  • Ho riso fino alle lacrime.
  • Ho visto un bel ragazzo con un sorriso gentile e lui ha visto me.
  • Ho già iniziato a leggere un nuovo libro: “Parigi è sempre una buona idea”. In realtà non è un libro pazzesco, ma c’è di peggio.

Ascoltando:

Life is a waterfall…

swimming through the void

we hear the word

we lose ourselves but we find it all…

When you free your eyes: eternal prize.

rabbia

Mio cugino ha 17 anni, studia chimica ed è un ballerino.

Mi ha scelto qualche anno fa come “madrina” per la sua cresima. Anche se io in chiesa non ci metto quasi mai piede, salvo grandi occasioni in cui sono obbligata a farlo.

Gli voglio sinceramente un bene dell’anima.

Mia cugina ha la mia età: 25. Fa la pasticcera in una gelateria e balla, pure lei.

Lei ogni giorno si alza per andare in un posto di lavoro merdoso, dove è costretta a  chiedere e pretendere che gli straordinari gli vengano retribuiti e così via.

I miei cugini hanno perso il padre quasi 10 anni fa. Ricordo quella notte come se fosse ieri. Sono molto legata ai miei cugini e a mia zia.

L’anno dopo o poco prima mia zia si è presa il cancro. Ma è guarita.

La mia famiglia ha subito un lutto dietro l’altro: mio zio, mio nonno e poi il suicidio di mia nonna.

In quegli anni io non mi sentivo triste per quelle perdite, salvo per mio zio. Ma ero più triste per i miei cugini e per mia zia. O per come stava reagendo mia madre.

Ho cominciato a soffrire di disturbi psicosomatici che non mi metto ad illustrare. Ho cominciato a sentirmi depressa, vuoi perché l’adolescenza è un periodo faticoso, vuoi perché avevo già la mia dose di paranoie. Quei disturbi mi costringevano a sudare freddo anche per le cose più banali.

Non sono mai guarita da quei disturbi, da quelle paranoie. Ma si vive, come tutti si va avanti. Perché sono convinta che tutti soffrono, per un motivo o per l’altro.

Ci sono stati poi anni di semi serenità nella mia famiglia. Nessun dramma, qualche successo. Nuove vite.

E ora di nuovo la ricaduta.

Mia zia ha di nuovo il cancro. Gli ha preso l’intestino. Metastasi.

Tutto per un “semplice” mal di pancia.

Quello che mi chiedo è, che ne sarà dei miei cugini? Che ne sarà di mia madre?

Sono stanca di vedere le persone soffrire. Stanca di questo dolore.

Vi è mai capitato di andare a dormire e di sperare di non rialzarvi, il mattino dopo?

Perché affrontare la vita è difficile. Io non ho paura di morire. Io ho paura di vivere.

Ho paura di perdere le persone che mi sono più care. Ho paura di vedere la sofferenza negli occhi di chi resta.

Non scrivo qui per ottenere solidarietà, anche se sono la prima a dire che mi dispiace quando leggo i vostri post in cui vi sfogate per le vostre giornate o le vostre perdite. So che certe parole creano imbarazzo, disagio e che non si sa cosa dire. Sono la prima a non saper consolare gli altri.

Sono qui solo per dire che non credo che si potrà mai essere felici. Non credo alle persone che dicono di stare bene. Non credo a chi è sempre circondato da tanti amici. Non credo a chi dice che un giorno finalmente si starà bene. Credo che la vita sia merdosa, più o meno per tutti.

In fin dei conti si vive per morire.

Io non credo più in nulla.

Vi chiedo scusa se possano suonare spaventose queste parole, se non saprete che dire. Ma la verità è che sono sfinita e che ho smesso di credere che domani andrà meglio e che passerà.

Io veramente non credo più a un gran cazzo di niente.

Vaffanculo sabato

Ho le ovaie in giostra, ho il ciclo, la lacrima facile, sono incazzata, mi sento sola, vorrei ammazzare qualcuno, vorrei abbracciare qualcun altro, vorrei chiudermi in camera e rileggermi per intero tutta la saga di Harry Potter, piccola nota: il primo libro l’ho prestato e quindi giù madonne, stasera lavoro, domani ci sono scolaresche al ristorante e già mi viene male, non ho ancora fatto il primo bagno, ieri volevo bermi una birra e non ci sono riuscita, odio mangiare l’insalata, ieri mi è riuscita una golosa torta al cioccolato: ero felice, la torta l’ho fatta seguendo una ricetta di una bambina di 10 anni, vorrei sedermi ed essere servita e riverita ed essere gentile con i camerieri e sorseggiare un calice di vino bianco ghiacciato in una località balneare, vorrei un panino con la cotoletta, voglio una camicia nuova, vorrei gridare, sono stufa della gente che racconta i suoi problemi, mi sembrano problemi del cazzo, sono stufa di non riuscire a sfogarmi con chi conosco, vorrei leggerezza, vorrei che la mano non mi tremasse quando sono tesa e sto tenendo in bilico dei piatti (due per la precisione, più di due non ne porto: per mano), vorrei essere meno aggressiva, da quando lavoro odio i fine settimana, vorrei andare al centro commerciale, voglio un nuovo telefono, vorrei andarmene in viaggio, ma non so dove, va bene qualsiasi posto che non ho mai visto, voglio dire che anche io soffro, che sto male, voglio che Caparezza suoni anche in Friuli, voglio, voglio, voglio. Vorrei essere meno egoista, vorrei sentire meno, voglio che mia zia stia meglio e presto. Voglio ubriacarmi senza stare male il giorno dopo, voglio qualcuno con cui andare a mangiare cibo etnico, voglio spendere soldi in cose frivole, voglio finire di leggere Opinioni di un Clown, voglio vergognarmi di meno e agire di più, voglio avere di più, essere di più. Cosa voglio?

Oggi mi accontenterei di questo:

19023297_219939725180140_1796590778965322458_o

Buon sabato del cazzo.

Un libro per…

tumblr_static_tumblr_static__640

C’era una volta un periodo fiacco, fiacchissimo. Dallo sguardo fiacco e dai capelli fiacchi.

Un periodo in cui tornavo a casa, andavo a letto e dormivo subito. Sul comodino una pila di libri variegati: qualche classico e un paio di romanzi di qualche anno fa.

Ma io ero fiacca e sul comodino oltre alla polvere si accumulavano libri.

Questi periodi di magra vanno e vengono. Certe volte odio leggere. La gente che dice che ama leggere mi annoia terribilmente.

Cosa significa?

Che ti piace leggere tutto? Le etichette? Le ricette? I tomi di fisica? I Promessi Sposi? Il giornale? La rivista di gossip?

Ti piace leggere tra le righe? Sopra le righe?

Quelli che con tono solenne assicurano il prossimo che loro amano leggere li detesto.

Come se nella vita uno potesse avere certezze simili.

Ci sono periodi in cui leggere mi fa schifo.

Da bambina mia madre mi costrinse a leggere “La casa sull’albero” di Bianca Pitzorno.

Dio, detestavo quel libro. Ancora oggi, dopo anni, non ricordo di cosa parlasse. Sicuramente di una tizia che voleva vivere su un albero o cretinate del genere.

Io quel libro non l’ho mai letto. Lo sfogliavo, in preda all’agonia.

Poi in quello stesso periodo mi capitò tra le mani (beh, fu un regalo) “Ascolta il mio cuore”, sempre di Bianca Pitzorno.

Ho letto quel libro tutto d’un fiato. In quel momento se mi aveste chiesto “ti piace leggere?” vi avrei risposto di sì. Che mi piaceva leggere; quel libro.

Perché “La casa sull’albero” non mi piaceva leggerlo affatto.

Ci fu poi un periodo in cui leggere nuovi libri mi atterriva.

Rileggevo e basta, certa di cosa vi avrei trovato dentro. Solo parole che già conoscevo.

E poi mi capitò di leggere Norwegian Wood di Haruki Murakami. Mi prese benissimo quel libro; anche se poi ho provato a leggerne altri, suoi e no, non fanno per me. Ma quel libro sì, eccome se faceva per me.

Perché io della lettura mi innamoro e mi disinnamoro alla velocità della luce.

Ieri sera invece ho finito di leggere un romanzo che Romolo Giacani del blog Viaggi Ermeneutici consigliò parecchio tempo fa: Non c’è niente che non va, almeno credo di Maddie Dawson.

Provando un’immediata simpatia per il titolo decisi di acquistarlo, ma solo due settimane fa ho cominciato a leggerlo.

È uno di quei libri leggeri che ogni tanto fanno bene all’umore. Che poi libro leggero non significa libro scritto coi piedi, sia chiaro.

Tornavo a casa e sorridevo all’idea di immergermi in una lettura rilassante, ero felice. Felice che ci fosse un libro leggero ad attendermi. Un libro che non mi sarei dovuta sforzare di capire: si è lasciato leggere come niente.

Terminare quel libro è stata una piccola vittoria, di questo periodo fiacco, fiacchissimo. Dove francamente non mi sta riuscendo nulla.

Mi sono sentita contenta, come non mi sentivo da tempo.

Certo, non è stato faticoso, anzi. Ma io non dedico il mio tempo a gente che mi annoia, figuriamoci a libri che mi annoiano.

Sapere che a casa c’era un libro ad attendermi, che mi avrebbe raccontato le paturnie degli altri mi ha reso felice.

Ci sono periodi in cui detesto leggere. Mi pesa. Periodi in cui la presunzione degli altri che dicono con aria saputella “ahhhh, io amo leggere” mi fa passare la voglia.

Poi ci sono periodi in cui leggo un libro che la voglia me la fa tornare. Di avere un nuovo libro della buonanotte ad aspettarmi, un libro come chiusa di una giornata brutta, un libro per mettere a tacere i mostri, per addormentarsi pensando ai problemi di personaggi fittizi.

Un libro per stare bene, che si occupi di me quella ventina di minuti prima di chiudere gli occhi.

Un libro che mi dia pace, almeno venti minuti al giorno.

Peli e riflessioni

gambe-perfette-consigli-allenamento-restare-in-forma

Uguale…

Mentre facevo la doccia e intanto mi passavo il rasoio lady sulle gambe, che non fai in tempo a finire una gamba e cominciare a depilare l’altra che i peli sono già ricresciuti… Che poi si sa, quando una donna decide di levarsi i peli significa che… Ah, no. Questa stronzata del taglio nuovo, vita nuova, vale per i capelli.  Anche perché i peli una è costretta a togliersi spesso, si sa che la società non perdona.

Per la cronaca: ho tagliato pure i capelli.

Dicevo, mentre mi depilavo canticchiando motivetti estivi, come se fossi una di quelle fastidiose persone che non aspettano altro che arrivi l’estate per sentirsi felice e tutto quanto. Ma per cortesia. Io odio l’estate. Gente mezza nuda, appiccicaticcia, finire il turno e arrivare alle sagre quando i musicisti sono già andati a dormire e le friggitrici sono già state nettate.

Dai su, l’estate è per mentecatti. E per i giovani.

Insomma, quest’estate farò una stagione ridotta, ecco tutto.

A luglio o giù di lì, comincio a lavorare sul serio. Con un contratto vero. In un ufficio (dove ho fatto il tirocinio nel 2015) con l’aria condizionata, la macchinetta del caffè nei sotterranei, gente over 50 e cose di questo genere.

tumblr_nzi776RzlP1ugwk9uo1_1280

Niente più clienti rompicoglioni da deridere assieme alle colleghe. Niente più birretta dopo il turno di lavoro seduta sul bancone. Niente più se finiamo presto andiamo a bere una roba? 

Cambierà tutto. La mia vita cambierà e non so se in peggio o in meglio. Beh, stipendio corposo a parte.

Il fatto è che non avrei dovuto dirlo, perché non è ancora una cosa super certa. Però non ho resistito. L’ho già detto a un’amica. Che l’ha detto a un’altra amica. E via così…

E stamani dal medico mi sono uscite le parole di bocca prima che potessi accorgermene. Ehm, mentre parlavo con la pettegola del paese.

Ma ciao cara V. Complimenti per la laurea. Tutto bene? E adesso che fai?

Merda. Ma chi ha voglia di dire alla pettegola del paese che dopo 5 anni di università stai ancora a servire calamari fritti?

E così, prima che lei cominciasse a parlarmi del suo figlio prodigio (è effettivamente un prodigio) ho sparato tutte le mie cartucce, incapace di trattenere un sorrisetto piuttosto soddisfatto.

Nel caso in cui sta cosa non andasse in porto emigrerò e ciao.

Che poi a me piacciono le scene in cui la gente cambia ufficio. E hanno i portapenne, le foto del figlio, le scartoffie. E infilano tutta la vita d’ufficio in una scatola e se ne vanno altrove.

Io non ho niente. Non è che posso presentarmi lì con la polo puzzolente arancione del ristorante, infilata in uno scatolone, come segno della mia vita lavorativa passata.

Non so, mi pare poco pertinente, ecco.

Comunque me la sto facendo sotto dalla paura, questo è quanto.

 

Prom

prom

A quanto pare questa sera si terrà la cosiddetta “cena di matura”. Ossia, la cena dei maturandi. L’ultima cena prima della vita vera. Che fa quasi schifo quanto il liceo, sappiatelo. Forse un po’ meno. Giusto un pizzichino. Ma non pensate che diventerete grandi così di colpo. No. Sarete disoccupati o lavorerete a nero, che è la stessa cosa. Perderete altri cinque anni della vostra (inutile) esistenza a studiare ancora e ancora e ancora. E poi? Beh, poi comincia la vita vera. Ma non era già iniziata? Più o meno. Sinceramente io alla fase vita vera non ci sono ancora arrivata. Ma sono quasi certa che farà schifo quanto il liceo e l’università. Forse un po’ meno. Giusto un pizzichino.

Ma non sono certo qui per continuare ad incoraggiarvi, bensì per ricordare la mia fantastica cena di matura. Quando avevo diciannove anni ed ero giovane. Frequentavo il liceo linguistico con una nutrita schiera di “dame” ed era, beh… L’inferno. Ma ora che sono passati parecchi anni, che sono ormai donna di mondo e di esperienza, sto cominciando a superare quel trauma.

Ah, la cena di matura… La nostra classe si credeva la migliore di tutte, di conseguenza bisognava seguire scrupolosamente un dress code. Banditi shorts e canotte: roba da sciattone dell’istituto professionale. Noi liceali dovevamo mantenere un certo decoro e consegnare al mondo un’immagine che rasentasse come minimo la perfezione. Questo valeva anche per i “diciottesimi”. Molte delle mie compagne recapitavano a mano gli inviti, le aristocratiche invece li facevano consegnare da un lacchè o dalla filippina. I diciottesimi si festeggiavano all’interno di sontuosi alberghi con un menu deciso dal papa in persona. Consigliato l’abito scuro.

Noi figlie di operai – cresciute a pane raffermo e a suon di “Bella ciao” – ci limitavamo ad un semplice sms inoltrato a tutta la classe con luogo e ora della festa. Quattro pasticcini presi al discount e vodka a volontà nel locale a ingresso libero del paesino. Mica pizza e fichi.

Ma, dicevo: la mia cena di matura. Ricordo che pregai mia madre di aiutarmi a cercare un abito per la grande soirée. La commessa mi propose un abito da ggiovani verde petrolio, che donava terribilmente al mio favoloso incarnato. D’altra parte a me dona qualsiasi cosa, ma non sono certo qui per fare troppo la modesta. Mia madre mi fece pure i boccoli ai capelli. Sfoggiai inoltre uno smalto rosso fuoco. In pratica somigliavo sempre più a una prostituta messicana coi capelli alla Bollywood; ma che dico? Io sono sempre stata un sacco bon ton.

La mia classe – reduce dell’esperienza americana di qualche anno prima – sembrava pronta per il prom.

La cena si consumò in un ristorante di lusso e la serata proseguì in una discoteca molto in voga della zona. Che era presa d’assalto da moltissimi altri maturandi, tra i quali quelli poco raccomandabili e comunisti dell’istituto d’arte, assolutamente mal visto dalla nostra scuola di belle presenze. Ovviamente all’istituto d’arte ci andava la mia migliore amica. Insieme ci prendemmo una sbronza colossale, rubammo una bottiglia , anzi tecnicamente la rubò la mia amica e io le feci da spalla, così ci beccarono dopo mezzo secondo (quello fu il mio primo e ultimo atto criminale, fatta eccezione per il furto di un pacchetto di  Morositas all’asilo) e finimmo nelle stanze della tortura della discoteca. O forse erano dei semplici uffici. Qualcosa del genere.

Io continuavo a ridere, dopodiché convinta che sarei finita in galera cominciai a piangere. Risultato? Mascara ovunque.

Fu una serata pazzesca, da quel che ricordo. La mattina era previsto il rientro nella città che ospitava la scuola per maltrattare quelli delle classi inferiori (ehm, della scuola dico). Io ero talmente distrutta che anziché imbrattare gli sbarbatelli con uova e farina presi la prima corriera che passava e tornai a casa a farmi una bella dormita.

La cena di matura è un’esperienza che ti rimane nel cuore. Un’esperienza che vi cambia la vita, letteralmente.

Vi sto scrivendo dalla cella della discoteca, tra qualche anno dovrei finire di scontare la mia (ingiusta) pena.

Uno show al femminile: Facciamo che io ero

taglioAlta_001-131

Sono anni che mi chiedo “quando si decidono ad affidare un programma tutto suo a Virginia Raffaele”?

Dopo averla vista a teatro e in brevi sketch in televisione, ho cominciato a chiedermi perché nessuno le concedesse più spazio. Certo, la gente è abituata al peggio e ha ormai il cervello lobotomizzato, ma alzare un po’ il livello non può certo nuocere a qualcuno.

Virginia Raffaele come spesso mi piace ricordare è l’unica e inimitabile degna erede di sua signoria Paola Cortellesi.

A ogni modo, finalmente la Rai ha esaudito il mio desiderio. Finalmente un programma di qualità in tv. Perché a dirvela tutta, io in televisione non guardo praticamente più nulla. L’accendo e mi piglia il vuoto esistenziale. La tristezza. Solo gente che litiga, che urla o che piange. E a me francamente non interessa un granché, così spengo.

E invece ecco che Rai 2 decide di mandare in onda uno show tutto (o quasi) al femminile e non popolato  dalle solite starlette senza arte né parte, bensì condotto dalla comica del momento che riesce a calarsi nei panni di qualsiasi donna. Da Anna Oxa a Donatella Versace, passando per Bianca Berlinguer a Fiorella Mannoia e tante altre. Personaggi vecchi e personaggi nuovi. Cambio d’abito, di trucco, di atteggiamento e postura. E puff… Virginia Raffaele si trasforma in tutte le donne.

Dalla camminata sbilenca e “sensuale” alla Belen, alle “performance” dell’artista Marina Abramović, la Raffale sembra non sbagliarne una.

Assieme a Fabio De Luigi che le fa da spalla (entrambi i comici provengono dalla “scuola” di Mai Dire) la Raffaele conduce il programma impersonando vecchi e nuovi personaggi e quando toglie la maschera e impersona, beh… Se stessa, riesce comunque a stupire per la sua recitazione impeccabile.

La parodia che più ho apprezzato è stata quella della scrittrice Michela Murgia, “celebre” per aver stroncato l’ultimo libro di Fabio Volo. Quella che invece mi ha un po’ stancata è quella di Belen, personaggio  ormai visto e stravisto.

Ho apprezzato inoltre la presenza di Sabrina Ferilli, (“vittima” di una recente parodia della comica) che, ospite del programma è stata volentieri al gioco sfoggiando una bella dose di autoironia. Cosa non del tutto scontata, visti i numerosi “vips” che si sono infuriati per essere stati oggetto delle parodie della Raffaele.

Molto intenso il monologo sulla paura, dove la comica sottolinea la stupidità dell’omofobia. “Ancora si ha la testa e si ha lo spirito e si trovano le energie per aver paura di chi vuole amarsi semplicemente come gli pare?” (…) “Forse fra tutte le paure questa è la più stupida. No? Dicono tutti così…”.

Siccome ci tengo a diffondere quel poco di buono che c’è in tv, vi lascio il link del monologo della prima puntata.

 

2,40 € di mancia

Ieri fantasticavo su cosa avrei potuto fare coi 2 euro e 40 centesimi di mancia che ho ricevuto, frutto di una domenica alquanto impegnativa.

Frutto di domande come: sei colombiana?

No.

Guarda che mica solo le italiane sono belle ragazze, sai? Anche le colombiane.

Guardi, non lo metto in dubbio, ma…

Sono proprio belle.

Ok.

Pensavo beh… Potrei comprarmici un paio di caramelle sfuse, un quadernino, un viaggio alle Hawaii…

Sparecchiavo e intanto mi beavo di quel ricco bottino. Insomma, ero una ragazza spensierata, una ragazza come tante, che ha sogni nel cassetto e robe del genere.

Poi oggi mi è successa una cosa a dir poco traumatica. Stavo dietro al banco del ristorante e preparavo i caffè per una decina di operai che lo aspettavano appoggiati al banco, chiacchierando fra loro.

A una certa mentre servivo i caffè canticchiando come Julie Andrews…

When the dog bites
When the bee stings
When I’m feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don’t feel so baaaad…

dfd0593cb1eba58a6fede6050fe1f143

Ecco arrivare il Bulldog inglese della figlia della titolare: un cane infoiato e tutto muscoli. Mi sbarra la strada e si appiccica alla mia gamba, dandoci dentro come un forsennato.

Io, donna di innata eleganza e gran portamento, cerco di scrollarmelo di dosso… Ma provate voi a dire di no a un maledettissimo Bulldog.

Intanto, mentre gli operai partivano con i cori da stadio incitando la bestia di Satana che non mollava la presa, tenevo in bilico i caffè, sperando di morire in quel momento, risucchiata dal pavimento.

Simulando indifferenza chiedevo lei lo voleva corretto, sì?

Ah, quel cane sa il fatto suo. Un fenomeno.

Il mio lunedì è iniziato davvero in un modo favoloso.

Con quei 2 euro e 40 di mancia andrò a comprarmi un kg di dignità.

evita

Bestia di Satana.

Cookies da V: ricetta di Mela

WP_20170516_15_08_44_Pro (2)

Qualche personalità di spicco che sfoglia il mio blog con noncuranza sgranocchiando i miei cookies.

In un’uggiosa giornata di maggio scrissi un post sui miei cookies mal riusciti e la mia carissima amica di blog (niente, non riesco a schiodarmi da sto “amici di blog”) Mela Sbacata venne in mio soccorso con una favolosa ricetta dei suoi cookies.

Voglio dunque ringraziarla perché i biscotti sono venuti buonissimi: burrosi e dolci al punto giusto, ma non stucchevoli. Poi io amo qualsiasi biscotto a base di burro, una volta sostituii il burro con l’olio di semi… E mi sentii persa.

Mela quando parla di cucina scrive cose come questa (Lo zen e l’arte di preparar biscotti). Insomma, è un piacere leggerla pure quando ti spiega il procedimento di una ricetta.

Comunque mi chiedevo perché a me riesca tutto male, esteticamente. Mi auguro non mi venga mai in mente di fare un bambin. Nel caso in cui venga male pure lui, beh: lo cospargerò di zucchero a velo.

Ma bando alle ciance…  Vi presento i miei (brutti), ma buoni cookies, ma ora, intendiamoci: i cookies di loro sono brutti. Volete dirmi che i cookies che vende Starbucks sono più belli dei miei? Non rispondete.

Grazie Mela!!!

18552853_1488436221213804_2101263987_o