Femminismi di oggi: “Limbo – L’industria del salvataggio”

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Di recente ho letto Limbo – L’industria del salvataggio , romanzo scritto dall’autrice del blog Abbatto i muri (Eretica Withebread).

È la storia di Erèsia – una donna arrestata durante una manifestazione – e stuprata durante la perquisizione da tre agenti della polizia.

Per la rabbia la protagonista registra un video – messaggio in cui rivela la violenza subita, convinta di suscitare indignazione e di creare uno scandalo, volto a smascherare i tre agenti.

Tuttavia tre soldatesse della cosiddetta “industria del salvataggio”, chiamata “Save the Women” che si occupa della violenza sulle donne interrogano Erèsia sull’accaduto.

Save the Women invita la protagonista a denunciare la violenza nella loro sede e lei accetta, convinta che troverà comprensione e giustizia.

Da quel momento per la protagonista inizierà l’incubo, una sorta di  processo “kafkiano”, dove la legge non è dalla parte del cittadino e dove nessuno può difendersi e far valere le proprie ragioni e i propri diritti.

Erèsia si ritrova prigioniera senza aver commesso alcun crimine e scoprirà di non essere l’unica. Che fine fanno i prigionieri? In cosa consiste la loro condanna? Ma soprattutto perché sono stati condannati? Di chi può fidarsi la protagonista? Riuscirà ad evadere dal “carcere”?

Il libro sottolinea tutta l’ipocrisia di un certo tipo di femminismo in chiave romanzata (consiglio di leggere anche la prefazione al libro): il fatto che una donna sia realizzata solo quando è madre, la presunta superiorità della donna, la condanna della prostituzione e dell’industria del porno, il divieto di cambiare sesso e di portare il velo poiché ritenuto denigratorio e lesivo della libertà della donna e così via.

Le donne non devono “vendere” il proprio corpo, non sono pertanto libere di disporne come meglio credono. E questo lo stabiliscono altre donne. E gli uomini?

Gli uomini sembrano colpevoli a prescindere. Colpevoli se pagano una prostituta in cambio di una prestazione sessuale. Colpevoli anche senza prove. A meno che non si tratti di agenti pagati profumatamente, ovvio.

Save the Women parla esclusivamente di femminicidi ad opera di uomini. Non menziona mai casi di violenza commessi da altre donne. Tuttavia gli uomini carcerati non subiscono alcuna rieducazione.

Erèsia è una donna che sostiene la parità dei sessi e non la prevaricazione. Lotta affinché donne e uomini possano esprimere liberamente la propria sessualità e rimane incredula di fronte a ogni tipo di discriminazione: sessuale e razziale che sia.

Il romanzo è decisamente scorrevole, mi è piaciuto il modo in cui l’autrice smaschera le assurdità di alcuni tipi di femminismo (oggi molto in voga) sostenendo quella che dovrebbe essere l’uguaglianza (ossia avere pari diritti) tra i sessi e il diritto di servirsi del proprio corpo come meglio crediamo.

Io penso che molte donne non abbiano ben chiara questa uguaglianza e questa libertà, perciò quando mi imbatto in persone che ragionano in modo normale e non in termini medioevali provo sempre gratitudine e un certo sollievo.

Una buona ragione per laurearsi

Una buona ragione per laurearsi è che puoi comprare vestiti nuovi senza sentirti in colpa.

Certo, se avete dietro a voi anni di lezioni di medicina, probabilmente è anche un’ottima opportunità per iniziare salvare delle vite, ma se fate sbobba umanistica probabilmente sarete voi a finire sul lettino d’ospedale (o dello psichiatra) a interrogarvi su quella scelta infelice.

Ecco, PERCHÉ???

Maaaaa, bando alle ciance. Questo sarà un giorno ricco di gioia, di colori, di festa!

Considerando che tutto l’anno indosso abiti sciatti questa è un’ottima occasione per sfoggiare capi raffinati, eleganti, barocchi e… Già.

Perché secondo voi il giorno della laurea, in cui ci sarà tutto il creato ad assistere, in cui ti proclamano dottore davanti alla qualsiasi mentre stai per vomitare o inciampare o morire (se ti va bene), si ha anche voglia di indossare vestiti scomodi ed eleganti, certo.

Siccome questo è un noto fashion blog voglio dare qualche consiglio alle giovani (o non più giovani) pulzelle che devono vestirsi per la laurea.

Recatevi in un negozietto di fiducia, dove le commesse non sono obbligate a tormentarvi affinché voi compriate pure le loro madri, ma sapranno comunque indirizzarvi, se ne avrete bisogno.

Andateci con vestiti comodi da sfilare, non come me, che avevo pure le calze sotto, nonostante ci fossero già 20 gradi all’ombra.

Dopo avervi proposto gonne corte e aderenti (no guardi, come accettato, tanto al 110 e lode non ci arrivo manco per grazia divina, figuriamoci per due cosce)… Dopo aver tentato di rifilarvi quei fottuti pantaloni “a palazzo” che vanno tanto di moda in questi tempi (per altro già durissimi, non servono anche quei pantaloni merdosi a funestarvi la giornata)…

Insomma, la commessa dopo qualche tentativo vi lancerà un’occhiata scettica, chiedendosi tra sé e sé perché abbiate rifiutato qualsiasi capo di tendenza…

I vostri occhi per un attimo si illumineranno, adocchierete quella gonna lunga che andate a stalkerare su internet ogni due secondi, che quasi quasi la comprereste così, su due piedi.

La commessa finalmente vi lancerà uno sguardo di approvazione…

Ma la gonna è argentata.

“Ehm, ce l’avete anche in nero?”.

E il suo sguardo si incupisce di botto.

A ogni modo.

Provatela, prima. La gonna.

Io l’ho provata. E no, non faceva per me.

Davvero, pensavo che sarei stata da Dio, invece tutti i miei sogni sono andati in frantumi…

Dunque, abbandonate quel guizzo di vita e autostima che vi ha per un attimo sorprese e andate sul classico.

Puntate sulla banalità. Sul cliché.

Con la banalità NON si sbaglia mai.

Si va sul sicuro.

Camicia bianca. Pantaloni neri. Giacca nera.

Dovrebbe trattarsi di un look maschile dal tocco sexy.

Ovviamente solo se avete due bocce davanti.

In caso contrario (tipo il mio) sarà solo un look maschile. E per niente sexy.

Conciate così per l’occasione probabilmente vi scambieranno per la maître di sala, sorprendendosi che non giriate lungo i corridoi dell’università munite di vassoio argentato con in bilico i flûte colmi di champagne per gli invitati…

Mi scusi, quella che ha in mano è la lista dei vini?

“No guardi, è la mia tesi…”

O magari vi scambieranno per dei pinguini.

O per Charlie Chaplin.

Ecco perché mi sento di darvi un altro prezioso consiglio: evitate cravatta e bombetta.

Bene!

Spero che i miei pazzeschi consigli possano tornarvi utili.

In caso contrario: vestitevi un po’ come cazzo vi pare!

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Come ti vedi tu…                                                                                           Come ti vedono gli altri…

Seduta

Ho il culo poggiato su questa sedia in pelle, morbida e confortevole.

Mi sento la camicia madida, non oso accertarmi se le ascelle siano chiazzate.

Vorrei rimettermi il giubbotto che ho poggiato sulla sedia per coprire tutto, ma qualcosa mi blocca.

Sono un po’ nervoso.

Do un’occhiata alle tendine a pois delle finestre, che obbrobrio.

I medici, qualsiasi sia la loro specializzazione, dovrebbero avere studi freddi e asettici, senza fronzoli.

La dottoressa ha l’aria gentile, non lo so cosa sia un’aria gentile, ha un’aria rassicurante, ecco. Tuttavia il mio sguardo cade inevitabile sulla fessura tra i seni, questa dottoressa ha un’età, credo sia sulla cinquantina d’anni, ma se li porta proprio bene.

Ha un seno grosso, costretto in una camicia turchese, un colore che mi dà il voltastomaco che le concedo, data l’abbondanza.

Chissà come devono essere quelle tette libere da  quella costrizione.

La dottoressa è in realtà la mia psicologa.

Ho trent’anni e ho una psicologa o psicoterapeuta, o quella cosa lì.

Mi fa delle domande per inquadrarmi meglio, mi chieda cosa ne penso di lei, dottoressa.

Sorride gentilmente, gentile, gentile. Chi sa cosa significa essere gentili.

Ha l’aria disponibile. Ma non sessualmente disponibile, eppure…

Non è magra e se le braccia fossero scoperte risulterebbero probabilmente flaccide, tipiche di quella età da menopausa.

Mi concentro di nuovo su quella invitante fessura, poi penso che sia meglio pensare alle sue braccia non proprio sode, dato che mi trovo a una “seduta” e non al bar.

Dannate convenzioni sociali che mi fanno sentire un povero pervertito.

Eppure sono solo un uomo con il cazzo che funziona.

Rispondo alle sue domande, mi piace parlare e dire che di mio non sono un chiacchierone.

In quel posto mi sento logorroico.

La dottoressa sorride, annuisce, prende appunti.

Che stia recitando?

Dopotutto è il suo lavoro, è pagata per ascoltarmi, il che mi sembra un lusso che tutti dovrebbero concedersi una volta nella vita.

Quanta gente non ci ascolta per davvero, quanta gente non ascoltiamo per davvero.

Lei è obbligata ad ascoltare le puttanate che dico, mi scappa un sorriso e lei a sua volta sorride incoraggiante.

In realtà non invento nulla.

Di solito invento con gli amici, ma perché mentire quando pago per essere ascoltato?

La dottoressa si piega in avanti per appuntare qualcosa sul foglio…

Di nuovo il mio sguardo casca lì.

Cristo.

Sono ossessionato dal sesso.

Vedo il sesso ovunque.

Farei sesso con metà delle donne che incontro, se loro fossero consenzienti.

Ma non è possibile.

Perché prima c’è il rituale fottuto del corteggiamento.

C’è quella che non la dà perché non vuole sembrare facile e allora ci si struscia per un po’, scambio di saliva, neppure una misera sega mi concede e così ritorno a casa coi testicoli in fiamme.

Mi chiedo ma se hai voglia quanto me perché non osi farlo.

Che società del cazzo.

Siamo tutti ossessionati dal sesso perché ne facciamo troppo poco.

Ho avuto una ex che ho amato davvero, ma i primi mesi amavo solo il suo corpo.

Ci accoppiavamo ogni volta che ne avevamo l’occasione.

Non è mica così facile trovare il tempo e il luogo per accoppiarsi.

Ci sarebbe l’auto ma la mia ex ha sempre paura che arrivi qualcuno e poi è scomoda se non si è dei ragazzini.

Andiamo in aperta campagna, amore.

No, perché poi qualche malintenzionato ci sfascia l’auto e succede qualcosa di brutto.

Andiamo a casa mia.

Ci sono i tuoi.

Non ci sentono, c’è la tv.

Fare sesso sembra l’atto più naturale di questo mondo ma in realtà non è così.

La mia ex non veniva mai con la sola penetrazione.

Temeva che fosse un problema unicamente suo, poi ne ha parlato con le amiche e ha scoperto che a tutte succedeva così.

La fanno tutti facile con questo sesso, ma in realtà non è così facile.

Io e la mia ex quando non avevamo posti dove fare sesso, o l’amore, ecco, perché per fare sesso in questa società deve esserci l’amore, altrimenti non ci si concede.

Mettici poi che le donne non vengono manco quando amano…

Dicevo, quando non avevamo posti dove fare sesso avevamo sempre voglia, lei mi stuzzicava di continuo… E lo facevamo spesso, tutto sommato.

Poi siamo andati a convivere: potevamo fare sesso continuamente e al sicuro ma lei ha perso tutto il desiderio.

Dottoressa, non le sembra paradossale?

Vorrei chiederle se alla sua età lei faccia ancora del sesso.

Ma di certo non posso.

Perché siamo così ossessionati dal sesso?

Perché in fin dei conti ci impediscono di farlo.

Nei luoghi pubblici è vietato. In auto è “pericoloso”. A casa dei tuoi no, perché potrebbero scoprirci. Anche se lo sanno. Ma immagina l’imbarazzo.

L’imbarazzo ci sta facendo marcire, ci fa invecchiare infelici, Cristo.

Questo infimo pudore che ci fa vergognare di ogni fottuta cosa.

Perché non posso liberare i miei istinti senza ovviamente nuocere a qualcuno, ma solo per trarne del salutare beneficio?

Da quando ci sono tutte queste regole non so più come comportarmi.

Mi comporto in modo innaturale.

Recito.

Fisso una donna e vorrei dirle che la sto immaginando nuda mentre tiene il mio cazzo in bocca.

Ma non posso, mi denuncerebbe come minimo.

Si scandalizzerebbe.

La verità ormai ci scandalizza.

Non siamo più abituati a dire quello che pensiamo.

Dottoressa, mi sento un prigioniero, un carcerato.

Eppure sono libero, tutto sommato, sono un uomo libero.

Ma perché sento come delle catene che mi tengono coi piedi saldi per terra?

Dottoressa, sono ossessionato dal sesso.

Non mi fraintenda.

Mi piace anche l’amore.

Non sono un animale eppure vorrei esserlo, eppure nella mia testa lo sono.

Questi tabù rendono tutto più eccitante, ma alla lunga stancano.

Sono fiacco.

Ho trent’anni e ho paura di dimostrarne il doppio.

Se potessi uscire di casa ed essere libero e vedere persone libere.

Allora mi sentirei meglio, credo.

Invece reprimo.

Dottoressa, sono ossessionato dal sesso ma anche dalla libertà.

Sono ossessionato dal giudizio degli altri, questa è la mia prigione, credo.

È un po’ la prigione di tutti.

Queste regole, questi giudizi mi hanno fatto diventare un povero carcerato.

E ora sono qui, seduto davanti a lei, le fisso le tette e vorrei dirle che sembrano belle, ma che ha anche un bel sorriso. Eppure non sarebbe modo.

Sto zitto e rispondo alle sue domande.

In fin dei conti, sono solo un povero carcerato libero.

Ricercata (2)

stupore

Visto che oggi è una giornata uggiosa, cupa, triste, da tagliarsi le vene… Vi voglio deliziare con i nuovi termini di ricerca che hanno fatto capitare dei poveri internauti nel mio fantastico blog…

Questa volta sono decisamente pazzeschi!

Qui trovate i primissimi termini di ricerca che mi hanno dato le prime soddisfazioni

2016:

un pezzo di sicilia

persona dotata di intelligenza sociale 

papiro laurea gemelle

pippi calzelunghe

odio i sequel

perché trovo stupido il matrimonio

favole truculente

il venerdì di repubblica le ragazze italiane e la sessualità

sono lunghi gli anni del liceo

mi piace la minchia (mbè…)

e inizia la stagione del non so cosa mettermi

cosa si deve chiedere a trieste per avere un caffe

cani più educati dei bambini

sei bona e un complimento

2017:

tizio che a forza di masturbarsi si è innamorato della propria mano (l’agghindava e tutto (Si tratta del film “E morì con un felafel in mano” che ho già consigliato).

un pugno di sale you tube

frasi stereotipate prese da internet

masturbazione pudica (mi chiedo dove tu sia solito/a masturbarti di solito)

la pace di sensi

e mori con un felafel in mano dialogo masturbazione mano 

blog sogni di merda (è un piacere!)

capodanno rovinato dalla mia ex (questo è il mio ex, sicuro)

Non mi ritengo responsabile dei vostri errori di ortografia, accenti mancati, autoerotismo pudico o sfacciato che sia, contenuti espliciti presenti nel mio blog tipo “pippi calzelunghe”, di cani più educati e pelosi dei vostri figli, se il mio blog vi fa fare incubi, se dite a una donna che è “bona” e quella vi molla uno schiaffone, se a Trieste vi prendono a manganellate perché sbagliate a ordinare un caffè (lo so, è un’esperienza terrificante)…

Ma in tutto questo voglio essere “d’aiuto” a chi intende concedersi una pausa caffè a Trieste:

Un caffè a Trieste può generare profonde crisi esistenziali

Vi racconto la mia esperienza formativa

C’è chi si fa l’anno all’Estero, chi va in Erasmus, chi in miniera, chi fa il servizio militare, chi si prende l’anno sabbatico, chi non riesce manco a prendersi un minuto, sabbatico… (Ma il cielo è seeeempre più bluuu)…

Insomma, le esperienze – per così dire – formative sono molte.

Io invece ho portato l’apparecchio.

Solitamente l’apparecchio lo si porta in quegli anni in cui si è già abbondantemente brutti, tipo intorno ai 12 – 13 anni e quindi i genitori guardano i propri figli con aria compassionevole e pensano “tanto, più brutti di così”… Insomma, peggio con peggio.

I miei devono invece aver pensato di non voler ulteriormente aggravare la disastrosa situazione della me dodicenne – tredicenne, dato che già a quell’epoca ero in piena crisi esistenziale.

Così ho potuto vivere la mia pubertà e adolescenza con spensieratezza, nonostante il dentone arrogante facesse capolino in tutte le foto, nonostante fossi orrida, nonostante il mio “migliore” amico dell’epoca (le medie) per cui io provavo un sincero sentimento se la “facesse” con la mia migliore amica, e poi pure con quell’altra… Dicendomi, vedrai, a 20 anni sarai una bella ragazza ma per ora preferisco le tue amiche. MUORI MALE.

Insomma, dicevo, con spensieratezza…

Comunque, all’età di 21 anni decisi che era giunta l’ora di sistemare quel dente bastardo.

Sa signorina, dovrà portare l’apparecchio fisso per almeno due anni perché in età adulta è tutto molto più complesso eccetera eccetera…

Scusi, ha detto adulta?

Sì, lei essendo adulta…

A 21 anni si è adolescenti, lo sanno tutti.

Ma si sa, i dentisti meglio non contraddirli…

Così accettai, tuttavia non si trattava di mettere solo un apparecchio, bensì 2… Perché two is meglio che uan.

Uno nell’arcata inferiore e uno in quella superiore, tanto per non fare discriminazioni.

Così dai 21 anni ai 23 circa ho sfoggiato ben due apparecchi e non di quelli fighetti in ceramica, no no, quelli classici, vistosi, imbarazzanti.

Quelli tipo questo.

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Già.

Ora. Immaginate di essere in quelli che dovrebbero essere il fior fior degli anni. Quelli in cui siete finalmente sbocciate. Tranne le tette, quelle no, quelle si sono nascoste chissà dove… Ma! Avete finalmente un aspetto gradevole, anni a piangere per la vostra bruttezza esteriore… Ora potrete finalmente piangere solo per quella interiore. Insomma, non siete più dei mostri, non in apparenza perlomeno…

E poi arriva l’apparecchio a rovinarvi la festa.

Così indossate un abito un po’ succinto, andate alla serata piuttosto convinte, sorseggiate il vostro cocktail con aria sensuale e navigata, un tizio carino si avvicina… Voi sorridet…

Oh, merda.

Il tizio abbagliato dal riflesso dell’apparecchio si ferma un attimo.

“Scusa ma porti l’apparecchio?”

“Ehm, sì.”

“Ma sopra e sotto?”

Sopra, sotto? Cosa? Non stiamo parlando di quello che penso io, no?

“Sì, sopra e sotto.”

“Caspita.”

“Eh, già.”

Complimenti.”

No aspetta, complimenti per cosa?

Ora.

Non lo so se fosse un aspirante dentista o un normalissimo feticista di apparecchi…

Tuttavia scelse di flirtare proprio con me e non mi disse manco che a “20” anni sarei diventata una bella donna ma che per il momento preferiva le mie amiche.

Anche se ora che ci penso… Le mie amiche quella sera erano tutte accompagnate dal fidanzato.

Nella corsia dei bravissimi

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Come ripeto spesso non sono portata per lo sport.

A scuola in realtà è capitato (inspiegabilmente) di finire nelle squadre di udite – udite: Palla Tamburello.

Mai sentito parlare di questo sport?

Si tratta un non – sport che scimmiotta il tennis con dei tamburelli al posto delle racchette e delle palline da tennis più leggere.

Uno sport di squadra, così non si doveva manco correre per recuperare la pallina perché tanto il campo era occupato dai giocatori, ecco spiegato perché ero nella squadra.

A scuola giocavo anche a pallavolo (nelle ore di educazione fisica), questo perché la maggior parte faceva ginnastica artistica o danza o altre attività del demonio simili, di conseguenza io che avevo praticato (male) la pallavolo rimanevo l’ultima spiaggia per completare la squadra… Ah, che bei ricordi.

Pensate che una volta mi è perfino venuta voglia di andare a correre… Ero al secondo anno della triennale, a Trieste.

Mi ero lasciata trascinare da questa moda della corsa, a Trieste sono un po’ feticisti della corsa, organizzano pure la corsa colorata, dove corri e ti spruzzano addosso colori e tu per questo motivo dovresti sentirti felice e piena di vita o assurdità del genere…

A ogni modo ero proprio presa bene, volevo assolutamente andare a correre… Mi vestii come una che deve andare a correre, presi giustamente l’autobus, perché voglio dire… Già avrei dovuto correre, un minimo di riposo seduta comoda per raggiungere il posto (Barcola) me lo meritavo.

Arrivai a destinazione già stanca e provai a correre…

Oh, sembra scontato, sembra una cosa come quella di andare in bicicletta… Una volta che impari poi ci riesci sempre o com’era il detto. Beh, non era certo la prima volta che correvo in vita mia… Da bambina correvo con gli altri bambini, no?

Dopo due minuti di corsetta iniziai a non sentirmi più le gambe, tant’è che un signore di mezza età mi superò correndo… Smisi di correre e proseguii camminando, vergognandomi come una ladra.

Fu l’ultima volta che provai a correre.

Detto ciò, come ben sapete sto andando a nuoto da qualche settimana, ormai.

Oggi ho trovato una corsia tutta per me, le altre erano occupate da maschi che, detto fra noi, stavano lì a cazzeggiare e basta…

Io nuotavo tranquilla e rilassata, deridendoli tra me e me, visto che erano dei mollaccioni… Mi sentivo una diva, cazzo.

Una diva piena di energie e forza d’animo, l’unica che nuotava senza fermarsi dieci minuti dopo ogni vasca (come me il primo giorno, ehm ehm).

A una certa ecco che arriva un tizio tutto preso bene, con non so che robe per nuotare, che si mette a fare stretching a bordo vasca. Il Filippo Magnini de noantri.

Stava lì e non entrava in acqua, continuava coi suoi esercizietti da fighetto, beh da agonista sarebbe più corretto dire ma tanto chi lo conosce…

Pff, ho pensato, tutta scena la sua.

Oh, non ho fatto in tempo a maledirlo che questo si è tuffato e mi avrà superata tipo quattrocento volte…

Intanto io proseguivo le mie vasche con aria concentratissima e indifferente, mentre in realtà facevo una bracciata e pensavo… Domani carbonara. Un’altra bracciata e… Sarà avanzato qualche Lindt a casa?

Mentre io terminavo la mia vasca questo ne aveva già fatte altre due.

Oh, non si fermava manco mezzo minuto, virata, taaac, due bracciate, virata e così via…

Dopo un po’ ne arriva un altro, questo meno gasato, ma comunque super veloce…

In pratica non hanno fatto altro che superarmi e a na certa ho pensato… Fanculo, per la prima volta sono nella corsia dei bravissimi!

Chissenefrega se non sono una di loro per davvero, l’importante è apparire.

Tuttavia, la ciliegina sulla torta è stata che, finite le mie vasche, faccio per andarmene orgogliosa e soddisfatta della mia nuotata e mi accorgo che Tizio Magnini esce dalla vasca per raggiungere il gruppetto di agonisti pronti per la loro lezione…

In pratica per lui si è trattato di una sgambata e via.

Mentre per me è l’allenamento di una settimana intera, avoja a rassodare…

Desperate housewife – tesista

Premetto che adoravo il telefilm “Desperate Housewives”, nonostante io sia una pessima casalinga, mi faceva troppo ridere quel telefilm, vedere gli altri fare le faccende e sfornare figli mentre io me ne stavo seduta comoda a ingozzarmi di pop corn… Beh, era una gran soddisfazione.

A ogni modo, in attesa che giunga marzo (inoltrato), mese più schifido di febbraio (se possibile) e che riprenda il lavoro al ristorante (piango) sto dedicando anima e “corpo” alla tesi.

Va beh, che cazzata che ho detto.

In realtà non studiando medicina, né ingegneria, né fisica, francamente non mi sento di poter dire di aver versato sudore e lacrime, oddio sudore magari nella sessione estiva sì, lacrime, beh, non per l’università.

Certo, non è stata una passeggiata ma manco una cosa così impossibile… Ovviamente lo dico perché ieri ho scritto le conclusioni della tesi.

E quindi sono quasi, ma quasi una donna libera.

Tuttavia mi sto altamente rompendo le ovaie… Nel paniere.

Più precisamente nella terrina.

Perché sì, la mia condizione di studentessa ormai non più in crisi per gli esami ma solo in crisi esistenziale mi spinge ad avere sempre fame.

Sono come quegli adolescenti che crescono e si strafogano sempre di cibo… Solo che io non sono più adolescente.

Quest’anno dunque o meglio negli ultimi mesi ho iniziato a pensare che non (spero) vivrò per sempre sotto l’ala materna… Volendo un sacco di bene a mia madre non posso resistere altri dieci anni sottostando al suo regime nazy che impone a chiunque sia seduto a tavola di chiedere il permesso per alzarsi e cose del genere, insomma.

Poi, essendo io una donna parecchio emancipata, fino all’anno scorso dicevo ma che cazzo me ne frega se non so cucinare, tanto il mio ragazzo è bravissimo, cucinerà lui quando andremo a vivere insieme…

Sì, ciao.

Per anni mi sono (quasi) sempre limitata all’essenziale per la sopravvivenza.

Ma ora gente, ora è nato in me qualcosa… Uno spirito creativo che, grazie alla lettura di blogZ culinari, di post culinari e la visione di programmi di cucina (va beh, questa è una mia vecchia ossessione)… Insomma, grazie a tutti questi stimoli, ho deciso di sperimentare piatti (ossia di copiare papale papale le ricette altrui) in modo tale che quando andrò a vivere SOLA COME UN CANE (con un cane, spero, almeno una gioia, porca puttana) potrò godermi dei gustosi manicaretti, vantandomene pure… Sono in programma il pollo alla birra (stasera) e un modo per far mangiare i legumi ai bambini… Cioè a me, che li schifo. Le polpette di ceci, i felafel o come azzo vi pare.

E ora, guardate qua… Con questi biscottini e biscottoni (che è la solita fottuta frolla che faccio sempre, trita e ritrita) ma shh…

Con questi biscotti potete chiudere l’internet.

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Ovviamente non riprendo i biscotti dall’alto, mostrando così le forme decisamente poco armoniose (inspiegabile sta cosa, visto che ho usato gli stampini) o la delicatezza con cui ho schiaffato sopra il cioccolato fuso.

Giudico dunque sono

Poco fa ho letto l’unica cosa sensata riguardo la vicenda del sedicenne morto suicida a Lavagna e la potete trovare qui, l’articolo si intitola Mamme degeneri e altre catastrofi: sulla madre del sedicenne suicida.

Ho letto anche altre riflessioni su quel figlio suicidatosi perché (prendete con le pinze questo perché) la madre ha chiamato la Finanza dopo aver trovato droga leggera che gli apparteneva.

Quello che più mi ha turbata di questa faccenda, perché i suicidi mi turbano più degli omicidi quasi, indipendentemente dall’età della vittima, sono state alcune delle riflessioni partorite da “psicologi” improvvisati, profondi conoscitori della gioventù di oggi… Ah ah.

La maggior parte di queste grande menti ha accusato la donna di essere una cattiva madre, di essersi scandalizzata per un po’ di fumo… Poi ci sono stati i soliti fricchettoni “comunisti” che hanno accusato addirittura la Finanza e che hanno detto che è assurdo che nel 2017 la gente ancora rompa le palle per le canne.

Insomma, la colpa sarebbe in primis della madre, la quale non avrebbe saputo capire il figlio… Perché si sa, il mondo è pieno di genitori modello, che conoscono tutte le turbe e paturnie dei loro pargoli, che sanno tutto quello che i figli fanno e non fanno, le loro paure e debolezze… Io non sono madre ma sinceramente non ci vuole un genio o un genitore per capire la stronzata colossale che si cela dietro a quella sentenza pungente “non ha saputo capire il figlio”. Ma non perché non sia vera, bensì perché nessuno può capire a fondo un altro essere umano.

La gente poi si è scatenata (fortunatamente poca gente) quando ha scoperto che il figlio era stato adottato, dunque si trattava di una madre non “naturale”.

Ah, quanto ci piace parlare di cosa sia o non sia naturale, al giorno d’oggi.

Qualcuno è addirittura giunto alla conclusione che quel figlio non fosse stato capito proprio perché adottato…

Tralasciando quest’aspetto che mi preme meno, vorrei concentrarmi su quella canna.

Ma noi davvero abbiamo gli strumenti per giudicare questa madre e questo figlio?

Davvero possiamo ridurre tutto a un “lei era una madre cagacazzi che non lasciava fumare il figlio in santa pace?”.

Mi viene la pelle d’oca.

E sapete una cosa?

Tutti o quasi hanno dato contro a queste parole della madre:  “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi”.

Io sono d’accordo con lei.

Non lo so cosa ci sia dietro alla loro storia e non lo voglio manco sapere, non conosco il dolore di quella famiglia, ci sono persone che soffrono e semplicemente non lo dicono, si portano macigni dentro e alla fine vengono schiacciati.

Ma credo che quando manca dialogo in una famiglia, quando i figli sono viziati, fanno ciò che vogliono perché “tanto sono ragazzi”… Beh, quei figli sono spesso dei deboli.

Così come accade per i figli delle cosiddette “madri chiocce”… Questo per dire che nessun genitore è perfetto, nessun figlio è perfetto, nessuna persona è perfetta.

In tanti hanno detto che la canna non porta all’eroina.

Certo, ma nel mezzo ci sono tante sfumature.

E vi assicuro che conosco persone a me care che dalla canna all’eroina non ci sono arrivate. Ma alla ketamina, agli acidi e ad altre droghe non certo leggere ci sono arrivati eccome.

Non sto dicendo che per forza di cose uno finisca drogato, sul marciapiede, sia chiaro. Ci sono persone che si realizzano lo stesso, ci mancherebbe.

Persone che si fumano le canne e vanno tranquillamente avanti con la loro vita.

Ma non biasimo una madre per essersi preoccupata che il figlio si fumasse le canne.

Ma soprattutto non lo possiamo sapere se fosse tutta lì la questione.

Giorni fa è morto un trentenne (se non ricordo male) qui in Friuli, suicida. La sua lettera d’addio ha fatto il giro della nazione. Quasi tutti si sono soffermati su quel “precario”, quella mancanza di lavoro che fa perdere le speranze, la voglia.

Ma quella lettera parlava d’altro, non solo di lavoro. Parlava di insensibilità, difficoltà a trovare l’amore. Di tutta una serie di mancanze, non solo lavorative, ma affettive.

Ma ecco che riduciamo tutto a una sola causa. Perché fa comodo, fa più clamore.

Precariato, il fumo.

Sarà, ma – sebbene io non lo possa sapere – secondo me c’è sempre altro e noi non siamo nessuno per puntare il dito contro ai genitori.

Nelle parole che ho letto, non tutte, fortunatamente, era un continuo incolpare la madre per essersi preoccupata delle canne che il figlio si faceva.

A me non interessa riflettere sul gesto di questa madre che ha chiamato la Finanza.

Mi interessa capire la presunzione di chi attacca questa donna, la sicurezza che la colpa fosse sua, la cattiveria nell’etichettarla come una pessima madre…

Noi invece siamo sempre tutte brave persone, sedute comode, davanti al pc… Ci vedete? Leggiamo, commentiamo, giudichiamo e siamo sempre migliori degli altri e prendiamo sempre le decisioni migliori degli altri… E ovviamente, al posto di questi cattivi genitori, ci saremmo comportati in modo esemplare.

 

Un tè con Leprotto

 

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(Cappellaio Matto, Alice & Leprotto Bisestile da qui)

Oggi ho preso il tè con Leprotto bisestile (Lepre Marzolina che “essendo maggio non sarà così pazza: almeno non come quando era marzo”)…

Un metodo per scacciarsi di dosso la famosa, imminente e rompiballe primavera è quello di passeggiare due ore buone alla ricerca del Leprotto, trovarlo in fondo alla vigna, fargli un cenno da lontano per non spaventarlo… E invitarlo a prendere il tè.

Ci sono poi i caprioli, notate le impronte degli zoccoletti sul terreno fangoso… Viste?

I caprioli sono davvero affascinanti e parecchio distratti, attraversano  la strada in fila indiana, il capofila li guida lontano dal vociare umano, loro sono timorosi e detestano le nostre chiacchiere frivole, non perdono tempo ad ascoltarle.

In casa io e il Leprotto (che è ben più frivolo del capriolo) prendiamo il tè, perché anche se Leprotto ha un nome primaverile detesta la stagione quanto me, così consumiamo tè bollente al posto del gelato al pistacchio della gelateria appiccicata al Discount, che se lo avvistate da lontano vi sembrerà una grande fabbrica verniciata di rosso arancio.

No, no. Noi preferiamo prendere il tè: bollente, zuccherato e con il limone.

Spalmiamo burro e marmellata sulle fette biscottate e all’improvviso ritorniamo bambini. O meglio: lui torna cucciolo, io bambina.

Inzuppiamo le fette biscottate che non si sfaldano mica, il profumo del burro preannuncia un sapore delizioso e irresistibile.

Di domenica, da bambina, facevo sempre colazione con burro e marmellata. Fette biscottate affogate nel latte tiepido: si spezzavano sempre, finivano sul fondo se non facevo in tempo a salvarle con il cucchiaino e diventavano poi poltiglia.

Ora siamo adulti e prestiamo più attenzione alla consistenza delle fette biscottate.

Il Leprotto Bisestile pare soddisfatto di questa merenda dal sapor invernal – primaverile, anche se per lui la parola primavera è tabù.

Ha detto che sebbene gli piaccia correre per i campi, seminare i cani che lo rincorrono, (per lui è un modo come un altro per sgranchirsi le zampe, mi ha confessato)… Dice che da quando è spuntato il sole non ha mai un attimo di pace. Leprotto è un tipo solitario. Sperava di farsi una bella vacanza tra la stagione di caccia che non gli ha dato tregua e l’estate… E invece, no…

Allora si concede un buon tè caldo, nostalgico del freddo, del silenzio, dell’infanzia.

Leprotto tira su con il naso, su quegli occhietti spiritati sempre spalancati passa rapido un velo di malinconia che lascia subito il posto a una canzoncina allegra…

Brindiamo tutti insieme con un altro po’ di tè… 

 

 

 

 

 

 

Malsana aria di primavera

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Palloncini che si accasciano nel bosco. 

Febbraio è un mese corto che mi dà una noia incredibile.

La gente inizia ad uscire di casa, mette il naso fuori dopo l’ozio invernale, non si è presa il disturbo di vedere come l’inverno conserva la natura, come tutto è nudo e quasi primitivo. C’è un accenno di calore, la gente ha voglia di vivere, di stare fuori…

Così io perdo tutta l’intimità dell’inverno, quando di solito sono l’unica a starsene fuori con le bestie, ora dovrò iniziare a stare attenta a chi c’è, agli altri cani, alle persone felici che vanno in bicicletta o che fanno lunghe passeggiate come se l’unica stagione al mondo fosse la primavera.

La gente vive solo quando è primavera. Posta foto, si trastulla all’idea dei primi fiori che spuntano… Io i fiori li detesto. Preferisco la vita rigogliosa dell’estate, i frutti maturi e pieni, l’esplosione di colori… Non amo i colori tenui, quelle vie di mezzo, quell’incertezza e timidezza della primavera che tenta di sbocciare. La detesto. Preferisco l’inverno cupo e solitario, starmene arrotolata nelle coperte, tremare per il gelo mentre sono fuori, essere l’unica a calpestare certi sentieri, a scivolare quasi sul terreno ghiacciato… E ora dovrò rassegnarmi all’idea di condividere tutto questo, fino a quando l’estate terrà nuovamente tutti tappati in casa, i bambini grassi che leccano gelati davanti alla tv, con l’aria gelida del condizionatore che li rincoglionisce… Estate e inverno, quelle sì che sono stagioni come si deve.

La primavera mi dà la nausea. Solo problemi, solo attesa, dovrò fare di nuovo la stagione? Mi laureo a breve, se tutto va bene e poi? Poi cosa?

Una nuova vita o la stessa di prima?

Un’altra estate al ristorante a servire croccanti e dorate fritture a gente col segno del costume tornata dal mare, contenta, felice, allegra… Odore di crema solare, anche se il mare non è poi così vicino. Servire succosa carne grigliata a chi invece, nonostante sia seduto, servito e riverito non si prende neppure la briga di dire grazie?

Non mi va, eppure sento che pure quest’estate sarà così. Oppure troverò finalmente un’occupazione vera? Utopia… O sarà un altro tirocinio non pagato? Ansia…

Chi lo sa.

Laurearsi a primavera, che schifo. Tutte quelle ragazze coi vestitini dai toni accesi e briosi, che manco ai Prom americani… Mi fanno ridere.

Sarà di nuovo il mio turno, corona d’alloro in testa, i miei con le lacrime agli occhi, la famiglia numerosissima con gli occhi pieni di amore… Mia cugina che alla mia prima laurea allattava sua figlia per tenerla buona mentre io discutevo la tesi… E ora quella bimba cammina. Sarò felice? Sì, sarò felice di averli lì intorno, festosi e rumorosi… E le amiche, l’alcol, il cibo. Ne ho voglia? Quest’anno non molto, ma tanto si farà lo stesso… Una nuova festa, sorrisi sinceri ma incerti, l’ombra di un futuro nero che incombe, demoni stupidi che mi mangiano viva e mi paralizzano, eppure o si combatte o si muore… Ho paura…

Tra poco sbucano di nuovo i fiorellini, di nuovo la gente si riversa tra i campi, sulle strade, nei boschi…

Resto in attesa, l’incertezza mi tiene compagnia.