Bye Bye

Ciao a tutti.

Scrivo per avvisare (ma forse si era già capito) che non aggiornerò più questo spazio. Non lo so se rimarrà aperto o se lo chiuderò, magari in futuro ne aprirò un altro, boh. Non ho più piacere ad aggiornarlo, non passo ormai da tempo nei vostri blog. I periodi qui  (inteso come vita) sono di alti e bassi, prima il top che mi teneva lontana da qui, poi il down che continua a tenermi lontana; è stato comunque piacevole e interessante leggervi, “vedervi” leggere, commentare. Ci sono state persone davvero particolari, in senso positivo, a cui auguro ogni bene. Quindi, di nuovo, statemi bene.

V.

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lei

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Non si era lavata i capelli, quella sera. Aveva esitato un attimo, si era infilata sotto la doccia, il microfono dal getto bollente che arrossava la pelle dove colpiva, ma non le andava proprio di perdere tempo, lo shampoo, il balsamo e poi il phon, no, quella sera aveva lasciato perdere. Profumava, però. Si era guardata allo specchio, nuda. La pelle liscia, ma in certi punti non era per niente tonica, qualche piccola macchia scura sul viso, di quelle che sembrano eterne ma poi svaniscono, come sono venute. I seni sodi, alti, non certo generosi. Era bella? Per qualcuno lo era stata. Ma come parlava? Sembrava avesse chissà quale età, invece era così giovane, così acerba, ancora. Perché si sentiva tutti quegli anni addosso, certe volte, così provata per quei pochi sorsi di vita, trangugiati velocemente, e poi puff, una giovane donna che cominciava a vivere. Aveva arrancato fino a quel momento, si era nascosta, era stata goffa. Lo era ancora, ma la vita le aveva dato uno spintone, l’aveva fatta cadere, le aveva fatto anche male, ma di ferite non ce n’erano, nessuno le aveva viste. Eppure lei aveva sanguinato. Ma poi eccole, le prime occasioni per rialzarsi, per darsi un tono, per ridere di gusto e smettere di piangere rintanata in camera, come una reietta, una vittima era stata, di se stessa, soprattutto. Si fissava allo specchio, malumori, entusiasmo, sorrisi, smorfie, i capelli che forse raccolti non sarebbero sembrati poi così sporchi, non lo erano mica, in fin dei conti. Era una sua impressione, un suo giudizio. Se si sentiva bene, poteva conquistare davvero il mondo, o almeno una briciola. Stava davvero bene? Sorrideva di più, pensava di meno. Ecco la fregatura, quel tormento continuo, quei pensieri cattivi dentro alla testa, i suoi giudizi, prima di quelli degli altri. Le insicurezze, groppi in gola, stomaco attorcigliato, aveva solo bisogno di una tregua: da se stessa. Uscire da un ruolo rigido ed entrare nella parte di un’altra donna, perché no? O forse era sempre lei, ma non ricordava. Fosse stato per lei, l’avrebbe fatta volentieri a pezzi, quel groviglio di nervi tesi, quel cuore che si chiudeva a riccio, nascondere quella parte infantile, quel passato che era solo ieri, in fin dei conti. Lo specchio appannato restituiva solo contorni e per una volta sarebbero bastati, tutte le paranoie, tutto quello scavare dentro, quel cercare risposte, avrebbe lasciato tutto a casa. Con un dito aveva ridisegnato il suo volto sul vetro, per guardarsi in faccia prima di uscire. Quell’espressione che si era ritrovata non sembrava appartenerle, così abituata alla malinconia, neppure si riconosceva. Ma in fin dei conti era sempre lei.

 

Post Natale

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Oggi è una doppia domenica, ossia una domenica con doppio carico di tristezza, depressione, svogliatezza, irritabilità e drammaticità!

Questo perché è il 7 gennaio, un giorno notoriamente merdoso. Il fatto è che io sono una di quelle che soffre molto quel periodo post natalizio, il post feste, il post cenette, il post regali di Natale. A casa mia non abbiamo ancora tolto gli addobbi, più che altro per pigrizia esistenziale, non per protesta o per fare gli anticonformisti. Quando avrò casa mia, cioè tra una cinquantina d’anni, lascerò gli addobbi di Natale in casa tutto l’anno, ma forse non avrò manco voglia di addobbarla, la “mia” casa.

Fatto sta che, nonostante non abbia fatto comunque lunghe vacanze, nonostante sia rientrata al lavoro già la scorsa settimana oggi mi sento addosso un macigno allucinante. Non mi va proprio di lasciarmi alle spalle il Natale, le decorazioni e compagnia; le feste sono volate via come niente e ora comincia il periodo più merdoso dell’anno, quello in cui sta per arrivare la primavera, quello col mese più corto che a me sembra lungherrimo, quello dove ci si sente fiacchi da morire, si vorrebbe andare in letargo come le bestie e invece ci si alza la mattina e si fanno le solite dannate cose, tipo trascinarsi in ufficio col morale a terra e sperare che la giornata passi in fretta, il tutto fino a Pasqua, che è una festa di merda che fa schifo a tutti. Voglio dire, chi cazzo addobba la casa per Pasqua, superati gli otto anni di età? Eh.

Devo ammettere che non la sto prendendo bene, questa domenica, mi pesa più di tutte le altre messe assieme, forse perché questo periodo natalizio è stato particolarmente bello e positivo, ho fatto tante cose, sono stata qua e là, ho ficcato il naso fuori dalla porta di casa e via dicendo.

Insomma, io non vedo l’ora che arrivi Natale, SUL SERIO.

 

Ultime dal 2017

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Alla fine, festeggerò la fine di questo mirabolante 2017 con un aperitivo lungo assieme a qualche amica, niente di che. Io francamente sarei andata volentieri al cinema, a vedere il cartone del Toro.

Detto ciò, come chiusa di questo anno intenso, pazzesco, oserei dire SOPORIFERO, vi propongo i termini di ricerca del 2017, che è un bel pezzo che non li piazzo in prima pagina.

Nel 2017 ecco cosa chiedevano a Dottor Google gli utenti più scatenati del web (e Google giustamente li indirizzava al mio fantastico blog, pensate che culo).

cane che fa pipi a bruxelles – del viaggio a Bruxelles mi sono vantata a gennaio
una bella persona non finirà mai di emozionarti – grazie, lo penso anche io di me stessa
clienti di merda – a iosa
praga cannabis cioccolata – mi sono fatta la stessa domanda!
ti auguro mille giorni sempre così – valli ad augurare a qualcun altro
ti auguro di rialzarti – questo è sicuramente una query (termini informatici ad minchiam) post festiva
dal film la vita di adele,scena di sesso lesbo – un film di merda
cane che fa pipi sulla valigia – ah!
apparecchio ai dentri in erasmus – quanto ti CAPISCRO
ti auguro serenità – altrettanta
pensieri sfusi confusi di una sfigata wordpress – fa sempre piacere sentirselo dire
città belga con staue di bambini e cane che fanno la pipì – forse cercavi Bruxelles
vita di adele scena aletto – aridaje
quelle con la d maiuscola che non festeggiano l 8 marzo 
lorelai nelle nuove puntate e’ ingrassata – 
io voglio film due mafiosi il film è bianco – chiedilo a babbo Natal
“è primavera io questa stagione la preferisco o no alle altre perché – chissà se hai trovato qui gli spunti giusti!
inguaggio arancia meccanica malcico trucca
little free library nonsprecare
la vita di adele blog – ho già detto che sto film fa cagare?
“odia blu adelet – ecco, forse si è capito
le coscie la figha il cullo di fiorella mannoia – non riuscirò più a guardare la Mannoia con gli stessi occhi di prima
“adelecose – tra poco parte il bestemmione
parlare masturbazione amiche – impossibile, noi donne non ci masturbiamo

Ebbene, l’anno si conclude con una mast… No, scusate, l’anno si conclude così, fra angoscianti termini di ricerca e boh, la speranza che i prossimi siano ancora peggiori?

Non vi auguro assolutamente nulla, perché resto fedele alla mia antipatia post natalizia!

 

Anno nuovo, vita vecchia

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L’anno scorso, in questo periodo stavo lamentandomi del Capodanno. Quest’anno ho deciso di fare come se non ci fosse, come se non esistesse proprio un trentun dicembre a cui rendere conto. La mia più cara amica aveva perfino paura a invitarmi a una festicciola a casa di amici (suoi), mi è quasi dispiaciuto, fossi una persona normale probabilmente farei faville a Capodanno. Morale della favola? Tutona di pile o di quelle in acrilico acetato, stufona che ti fa sudare, cani adoranti ai piedi che ti fanno schizzare l’autostima a mille con quegli occhioni da “sei mejo te” e terrina di pop corn. Magari un mini spumante, come quelle cose per single che al supermercato non si trovano manco per il cazzo o così m’hanno detto. Spero nei classici Disney anche quest’anno e vaffanculo. In compenso il Natale, anziché sentirlo meno, lo sento sempre di più. Che è strano, perché passo la vita a pensare che la vita faccia schifo, ma poi a dicembre sono peggio di Michael Bublé. Mi do una spolverata e torno su piazza, con maglioni natalizi agghiaccianti, carte regalo e una buona carola per tutti. Ho addirittura comprato un set da tre cd da mandare in loop, domani, venticinque dicembre. Non di Bublé. Delle canzoni taroccate natalizie per deliziare i commensali. Tutto è pronto per domani, grazie a mia madre. Io ho pensato ai tovagliolini con l’omino di Pan di Zenzero; ho pure ricevuto dei tovagliolini rosa shocking con la scritta dorata Merry Xmas per dare un tocco glam al tavolone. Insomma, io mi sento fortunata, da questo punto di vista. Che dire? Buone feste, statemi bene.

Santa Claus is coming to town… He sees when you are sleeping, he knows when you’re awake, he knows if you been good or bad, so be good for goodness sake!

V, in collaborazione con Michael Bublè.

Potpourri borghese

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foto da qui

Mentre consultavo attentamente il menu della mensa in ufficio, voglio dire documenti di lavoro di vitale importanza, pensavo a questo periodo di alti e bassi, che dura da una vita, ma si trattava di ieri, che era venerdì ed avevo compiuto ventisei anni il giorno prima, la sera sono venuti tutti i parenti, cugini, cuginetti e zii, mi hanno fatto dei regali semplici ma belli, che semplice a volte ha connotazioni negative, no, ma io lo intendo come genuino, ecco. Una cuffia di lana calda, perché a me piacciono da morire le cuffie, ho una sorta di feticismo latente per i copricapi, temo, una camicia bianca a pois con un cravattino da studentessa ripetente abbinato, che a me piacciono molto le camicie, anche se non ho mai ripetuto l’anno a scuola, una torta triplo cioccolato, dei cioccolatini, due libri che avevano proprio l’aria di essere appena usciti da una libreria, a me i libri che sembrano vecchi non piacciono, li voglio nuovi di pacca, che siano magari un pochino fotogenici, una borsina di plastica per metterci dentro le merendine, dicevo: ho compiuto ventisei anni, tra poco è Natale, ho un buon lavoro, ho. Mi è stato chiesto “ma tu non vuoi dei figli?”, ho risposto di no, che io voglio diventare ricca. Che poi è la verità. Sono una borghese, sono mediamente viziata, mi piacciono gli agi e mi sono sempre immaginata come una donna di bell’aspetto e con una carriera di tutto rispetto. Che posso farci? Mentirei se dicessi il contrario. Mi piacciono gli addobbi di Natale, lo dico ogni fottuto anno, la mia collega la pensa così, come me e quindi addobberemo il nostro ufficio, prima che arrivi quella depressione che ti rode l’anima subito dopo Natale, che Natale non è ancora passato ma ti ritrovi gli scarti dei regali sul tavolone di legno, le briciole, i piatti da lavare, le risate come echi. Ho letto dei libri, uno ve lo consiglio, ma ne parlerò meglio altrove, è Non lasciarmi di Ishiguro, è uno di quei libri che leggi e poi non hai voglia di leggere altro, perché mica tutti i libri sono belli. Ho pianto, di recente, perché una persona buona che però non conoscevo bene si è buttata da un viadotto, mi ha fatto male, era un collega gentile che mi ha aiutata i primi giorni al lavoro con i comunicati dei cantieri, è morto così, spiaccicato a terra, ma in fin dei conti tra poco è Natale e io dimenticherò. In fin dei conti va così, alti e bassi. Ho infilato un maglione caldo, l’ha cucito mia madre anni fa, è lungo, copre perfino il sedere, sono uscita, in cerca di aria gelida, i miei cani, le solite cose, una routine che scalda, come le compere natalizie, vuoti riempiti per qualche momento, piedi freddi, in fin dei conti va così: alti e bassi.

novembre

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Guidare con il piovischio che imbratta i vetri, un salto al bosco, ascoltare le foglie che cadono, sembrano più forti dei tuoni in tutto quel silenzio, alberi che si spogliano impudici. Le prime luci di Natale, noi da bambini dentro auto caldissime, la conta degli alberi addobbati per passare il tempo, l’odore del cloro in piscina, le quattro del pomeriggio quando fa già buio, il fuoco acceso che spossa. Una macelleria bianca e immacolata, la carne esposta, rosea e striata di rosso, l’odore delicato di quando è cruda, corridoi con bestie appese, il macellaio che affetta rude. Gente di paese che parla dialetto fitto, anziani che si ripetono. Centri commerciali colmi di gente, comprare per noia cose inutili, i caffè che si svuotano e si riempiono di continuo, due cioccolate calde per sciogliere nodi, una fitta di piacere per una carezza. Tagliolini al radicchio e speck dentro a un piatto bianco, risate forti e sincere, stralci di vite sempre uguali, picchi di depressione quando è domenica. Sguardi insistenti che imbarazzano, occhi buoni e mani sui fianchi per confortare. Avvertire mancanze, un’amica che si allontana sempre di più, sparire per un po’ dalla circolazione, sentirsi soli in un bagno, lacrime che sgorgano quando si raggiunge il culmine, trovare soluzioni momentanee per rialzarsi. Vento che taglia le orecchie, sognare che l’indomani andrà meglio, fremere pensando all’amore caldo di cui siamo in cerca. Non avere il coraggio di iniziare un nuovo libro, pensare all’ultimo che si è letto, tenersi stretti quei personaggi di carta e cercarli nella realtà. Non sentirsi all’altezza, non avere idee buone, soffrire in un angolo, ricevere un complimento che lusinga. Scoprire di piacere, ma non alle persone giuste, scoppiare a ridere per la pungente ironia, non cogliere mai l’attimo, pretendere la bellezza, senza accontentarsi, circondarsi di gesti buoni, sedersi e aspettare, il mondo che fila veloce, io che lo guardo correre.

 

Happy birthday Mr President

 

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“Ciao V, vieni a vedere questo video mirabolante”.

Scatto, come una lepre inseguita da un cane, anzi dal mio cane ed entro nell’ufficio della mia capa.

“Obbedisco”.

Il video non carica (per la cronaca, si trattava di una diretta con il presidente dell’azienda e altri pezzi grossi) di conseguenza la mia capa mi chiede gentilmente di provare a caricarlo dal mio pc, decisamente più obsoleto del suo, ma a quanto pare più prestante in quanto a connessione.

E che ci vuole per far partire un video?

Clicco con mani esperte, come la migliore delle informatiche e taaaaac: il video parte.

Me ne compiaccio e avviso la mia capa che il video nel mio pc si riesce a vedere, incapace di nascondere un certo compiacimento.

“Ottimo V, ottimo lavoro, sei la migliore delle informatiche, ti meriti una laurea in ingegneria elettronica ad honorem”.

“Ma si figuri, per così poco, basterà un aumento di stipendio”.

A una certa mentre sono comodamente seduta alla mia scrivania entrano nel mio ufficio la mia capa, il presidente dell’azienda e un altro pezzo grosso.

Strabuzzo gli occhi, guardando se c’è una torta gigante da qualche parte nella quale infilarmi ed uscire a sorpresa cantando “Happy birthday Mr President”.

In fin dei conti la mia chioma bionda può trarre in inganno anche l’occhio più esperto.

“Ecco, vediamo il video dal tuo pc, V”.

Porca troia. Guardo la scrivania che è praticamente la dispensa di casa mia: pacchetto di Tuc aperto, briciole ovunque, schiacciatine, frutta secca, una tazza con la bustina di tè dentro.

C’è inoltre il mio telefonino con l’applicazione che simula il rumore della pioggia a tutto spiano. Spengo con studiata nonchalance l’applicazione e mi concentro sul monitor.

“Fai partire il video, V”.

Okay, ce la posso fare. Che cosa avevo schiacciato prima? Ah sì, il tasto play.

Il video parte e prego Dio che non saltino fuori le solite pubblicità imbarazzanti della Durex o degli assorbenti che mettono le ali o della pornostar che ti dice “ciao, vivo a pochi chilometri da te, chattiamo?”.

Per fortuna fila tutto liscio, mi tolgo la parrucca bionda, le protesi alle zinne e il rossetto rosso… Ah no scusate, ero entrata troppo nella parte.

Happy Halloween.

 

Lavori in corso

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Domani devo andare alla riunione cantieri.

Cazzo stai a dì? Ti sei bevuta il cervello? Ho forse sbagliato blog?

Vi chiederete voi. O forse penserete “e chi cazzo te l’ha chiesto?”.

Ecco. Ma io, la vostra blogger di (in)successo che voglio dire, non è che sono i numeri a fare la blogger, no? La blogger al massimo i numeri li dà. E dopo questa: basta. Io morivo dalla voglia di dirlo a qualcuno. Non c’è cosa più interessante al mondo.

Non avete sempre sognato di dirlo? “Cosa fai domani?”. Domani vado alla riunione cantieri.

No make up. No collezione autunno inverno 2017. No politica. No musica. No glamour.

Questo non è Vanity Fair.

Voglio dire, io non lavoro per Vanity Fair, anche se lo so, tutti ne avevate un vago sospetto, ahimè, del tutto infondato.

Io, al lavoro, devo scrivere anche di cantieri. Non vi dico come, né dove, perché la privacy è SACROSANTA, anche se non esiste.

Domani dunque andrò alla riunione cantieri. In pratica farò un’entrata plateale in una sala con il tavolone di vetro piena di uomini (di una certa età, non sbarbini, perciò non surriscaldatevi) con il mio quadernazzo con la copertina azzurro fluo sottobraccio. E una volta lì tutti si gireranno con gli occhi colmi di stupore e mi diranno “per me un macchiato, per me liscio, per me un cappuccino ristretto corretto latte tiepido con spolveratina di cacao delle Ande” e io per una frazione di secondo penserò che tutto sia normale (dato il mio rispettabilissimo background) e sul mio vistoso quaderno comincerò ad annotare le ordinazioni maaaaaaaa, un momento: io non sono la cameriera.

E giù risate.

Prenderò posto nell’angolo più remoto della sala e ascolterò i loro discorsi sui lavori annuendo e assumendo un’espressione vissutissima annotando cose come: V cuore qualcuno. O la lista della spesa. O le 10 cose da fare prima di morire o dopo la riunione cantieri.

Ma dai, siamo seri. Cazzo vuoi che capisca di cantieri? Anche se presto dovrò capirci qualcosa, visto che i comunicati li scrivo io.

Sarà certamente spassosissimo. Sto anche pensando di indossare un caschetto giallo antinfortunistico per l’occasione.

 

 

 

“V” aggiorno

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(Foto da qui)

Ultimamente parlerei solo del mio lavoro. Quindi è una bella fortuna che io non abbia una gran vita sociale, così non ammorbo nessuno.

Anche perché le mie giornate iniziano presto e finiscono altrettanto presto. Alle 22 sono già kaput. Figuriamoci se ho voglia di vivere o di fare cose di quel genere.

L’unica cosa che faccio, solo perché devo, è portare le bestie a sgranchirsi, ammirare la loro gioia di vivere e fare quattro passi nel verde umidiccio della pianura padana.

C’è chi fa sport, va in palestra, se la spassa dopo l’orario di ufficio. Esseri immondi, proprio. Come cazzo fanno?

Io mi guardo qualche battaglia sanguinolenta su Netflix e poi ciao. Spengo la luce e dormo sognando il pc dell’ufficio e le cose che ho da fare.

Perché adesso ci sono dei termini da rispettare, tipo che bisogna scrivere tot cose entro un certa data. Ma capite che fino a ieri la mia unica “scadenza” era servire la birra al cliente prima che arrivassero i calamari? Insomma, non stavo certo con l’acqua al culo. O si dice alla gola?

Avevo in mente un sacco di post divertenti da scrivere per parlarvi di quanto sono stanca, delle pause caffè, di me che imbarazzata faccio domande per scrivere l’articolo e così via. Ma ogni volta che mi vengono in mente le cose o sono in doccia o sto camminando in campagna oppure me le sono sognate e quando mi metto al pc, al mio di pc, la mente si svuota e si rifiuta di collaborare.

Alle 22 io ho il cervello in pappa. Quindi questo è l’unico aggiornamento non richiesto che sono riuscita a fare.

La cosa figa è che era esattamente quello che avrei voluto fare nella vita. Ufficio, tazzona con la scritta “papà sei il mio campione”; beh, più o meno, ecco.

La seconda cosa mi sembra ovviamente impossibile, anche se al giorno d’oggi niente è più così ovvio. Comunque, se come ogni anno non sapete cosa regalarmi a Natale mi accontento di una tazza con scritto “V sei la mia campionessa”.

Grazie.