Lavori in corso

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Domani devo andare alla riunione cantieri.

Cazzo stai a dì? Ti sei bevuta il cervello? Ho forse sbagliato blog?

Vi chiederete voi. O forse penserete “e chi cazzo te l’ha chiesto?”.

Ecco. Ma io, la vostra blogger di (in)successo che voglio dire, non è che sono i numeri a fare la blogger, no? La blogger al massimo i numeri li dà. E dopo questa: basta. Io morivo dalla voglia di dirlo a qualcuno. Non c’è cosa più interessante al mondo.

Non avete sempre sognato di dirlo? “Cosa fai domani?”. Domani vado alla riunione cantieri.

No make up. No collezione autunno inverno 2017. No politica. No musica. No glamour.

Questo non è Vanity Fair.

Voglio dire, io non lavoro per Vanity Fair, anche se lo so, tutti ne avevate un vago sospetto, ahimè, del tutto infondato.

Io, al lavoro, devo scrivere anche di cantieri. Non vi dico come, né dove, perché la privacy è SACROSANTA, anche se non esiste.

Domani dunque andrò alla riunione cantieri. In pratica farò un’entrata plateale in una sala con il tavolone di vetro piena di uomini (di una certa età, non sbarbini, perciò non surriscaldatevi) con il mio quadernazzo con la copertina azzurro fluo sottobraccio. E una volta lì tutti si gireranno con gli occhi colmi di stupore e mi diranno “per me un macchiato, per me liscio, per me un cappuccino ristretto corretto latte tiepido con spolveratina di cacao delle Ande” e io per una frazione di secondo penserò che tutto sia normale (dato il mio rispettabilissimo background) e sul mio vistoso quaderno comincerò ad annotare le ordinazioni maaaaaaaa, un momento: io non sono la cameriera.

E giù risate.

Prenderò posto nell’angolo più remoto della sala e ascolterò i loro discorsi sui lavori annuendo e assumendo un’espressione vissutissima annotando cose come: V cuore qualcuno. O la lista della spesa. O le 10 cose da fare prima di morire o dopo la riunione cantieri.

Ma dai, siamo seri. Cazzo vuoi che capisca di cantieri? Anche se presto dovrò capirci qualcosa, visto che i comunicati li scrivo io.

Sarà certamente spassosissimo. Sto anche pensando di indossare un caschetto giallo antinfortunistico per l’occasione.

 

 

 

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“Una chiave”

In un periodo in cui non ho veramente un cazzo da dire, lascio qui un pezzo di una canzone per chi capita nel blog per caso e per chi, invece, lo segue. Non lo so, ci ho trovato una sorta di conforto, è una di quelle canzoni o di quelle cose in cui dici “mi ci rispecchio, mi ci vedo, la sento mia”, solo che certe cose si fa fatica a dirle e quindi se a raccontarle è qualcun altro tanto meglio.

La canzone è “Una chiave” di Caparezza, anche a chi non piace ma magari sta un po’ di merda consiglio di leggerne almeno il testo.

Metto le frasi che più mi sono piaciute:

Ti riconosco dai capelli, crespi come cipressi

Da come cammini, come ti vesti

Dagli occhi spalancati come i libri di fumetti che leggi

Da come pensi che hai più difetti che pregi

Dall’invisibile che indossi tutte le mattine

Le spalle curve per il peso delle aspettative

Come le portassi nelle buste della spesa all’Iper

È dalla timidezza che non ti nasconde

Perché hai il velo corto da come diventi rosso

E ti ripari dall’imbarazzo che sta piovendo addosso

Con un sorriso che allarghi come un ombrello rotto

Potessi abbattere lo schermo degli anni

Ti donerei l’inconsistenza dello scherno degli altri

So che siamo tanto presenti quanto distanti

So bene come ti senti e so quanto ti sbagli, credimi

No! Non è vero!

Che non sei capace, che non c’è una chiave

Sguardo basso, cerchi il motivo per un altro passo

Ma dietro c’è l’uncino e davanti lo squalo bianco

E ti fai solitario quando tutti fanno branco

Ti senti libero ma intanto ti stai ancorando

Chi dice che il mondo è meraviglioso

Non ha visto quello che ti stai creando per restarci

Rimani zitto, niente pareri

Il tuo soffitto: stelle e pianeti

A capofitto nel tuo limbo in preda ai pensieri

Procedi nel tuo labirinto senza pareti

Potessi apparirti come uno spettro lo farei adesso

Ma ti spaventerei perché sarei lo spettro di me stesso

E mi diresti “guarda, tutto a posto

Da quel che vedo invece, tu l’opposto

No! Non è vero!

Che non sei capace, che non c’è una chiave…

“V” aggiorno

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(Foto da qui)

Ultimamente parlerei solo del mio lavoro. Quindi è una bella fortuna che io non abbia una gran vita sociale, così non ammorbo nessuno.

Anche perché le mie giornate iniziano presto e finiscono altrettanto presto. Alle 22 sono già kaput. Figuriamoci se ho voglia di vivere o di fare cose di quel genere.

L’unica cosa che faccio, solo perché devo, è portare le bestie a sgranchirsi, ammirare la loro gioia di vivere e fare quattro passi nel verde umidiccio della pianura padana.

C’è chi fa sport, va in palestra, se la spassa dopo l’orario di ufficio. Esseri immondi, proprio. Come cazzo fanno?

Io mi guardo qualche battaglia sanguinolenta su Netflix e poi ciao. Spengo la luce e dormo sognando il pc dell’ufficio e le cose che ho da fare.

Perché adesso ci sono dei termini da rispettare, tipo che bisogna scrivere tot cose entro un certa data. Ma capite che fino a ieri la mia unica “scadenza” era servire la birra al cliente prima che arrivassero i calamari? Insomma, non stavo certo con l’acqua al culo. O si dice alla gola?

Avevo in mente un sacco di post divertenti da scrivere per parlarvi di quanto sono stanca, delle pause caffè, di me che imbarazzata faccio domande per scrivere l’articolo e così via. Ma ogni volta che mi vengono in mente le cose o sono in doccia o sto camminando in campagna oppure me le sono sognate e quando mi metto al pc, al mio di pc, la mente si svuota e si rifiuta di collaborare.

Alle 22 io ho il cervello in pappa. Quindi questo è l’unico aggiornamento non richiesto che sono riuscita a fare.

La cosa figa è che era esattamente quello che avrei voluto fare nella vita. Ufficio, tazzona con la scritta “papà sei il mio campione”; beh, più o meno, ecco.

La seconda cosa mi sembra ovviamente impossibile, anche se al giorno d’oggi niente è più così ovvio. Comunque, se come ogni anno non sapete cosa regalarmi a Natale mi accontento di una tazza con scritto “V sei la mia campionessa”.

Grazie.

 

Correre

Corre sotto la pioggia, colano i residui del trucco della notte prima, appena trascorsa, bocca impastata dalla birra della sera, gocce nere sotto agli occhi, acqua che scorre e copre i rumori nella testa, dolcemente le voci cattive si quietano, il fango se le porta via. Vorrebbe fare l’angelo in mezzo a quel fango, distendersi mentre la pioggia travolge, sentire solo quella cadere, restare lì, cuore che pulsa, il mondo si ferma. Protesta, perché questo mondo non le calza bene. Protesta per le malelingue, protesta nella sua stanza, al riparo. Legge un po’ di questo e un po’ di quello e un po’ di niente. Non vive al massimo, mediocri sensazioni, mediocri i discorsi, brevi attimi d’intensità che rischiarano, poi di nuovo cala la notte, si nasconde, il buio protegge i pensieri. Che cosa le resta se non correre? Se sta bene lei, stanno bene tutti. Se i suoi cari sono al caldo, va tutto bene. Fissa le miserie, ci passa davanti, che cosa fare? Chi corre più veloce? Si stringe il cuore, scende una lacrima, ma domani sarà uguale, la miseria c’è sempre, i suoi cari sono sereni? E allora si vive. Ma protesta. Perché è ingiusto questo mondo che picchia duro. Ci passa davanti, guarda il mondo, si scompone. Che fare, se non correre più veloce? Che fare, se non rientrare in casa, una doccia calda, il ticchettio di una tastiera arrabbiata, dice la sua, nessuno ascolta, dice la sua, torna a dormire, domani è un altro giorno, si corre di nuovo, per poi tornare allo stesso punto. Protesta contro lo sfruttamento, ma lei ha un posto sicuro, protesta contro chi offende, ma lei viene offesa e chi la difende? Non le resta che correre. Ma chi va più veloce? Guarda il tizio che chiede l’elemosina, le dà un euro, domani ce ne sarà un altro, morsi della fame, lei un pasto caldo ce l’ha ogni giorno. Allora non le resta che correre, passarci davanti e correre più veloce.

L’ispirazione per scrivere le parole qui sopra m’è venuta ascoltando il pezzo che vi metto qui sotto. La mia non vuole essere propaganda né apologia, figuriamoci. Mi è piaciuto molto il brano e ho voluto fare un confronto tra “noi” e chi, invece, come “Martino”, lottava sul serio per stravolgere le cose. Noi invece dalle cose ci facciamo travolgere, ce ne lamentiamo e forse, ci accomodiamo, senza muovere un dito. Il rapper, autore della canzone, me l’ha consigliato una cara amica : )

Alcuni versi del testo di “Martino e il ciliegio” di Murubutu.

“E Martino che da bimbo s’era fatto guerriero
Guardò il cielo che da azzurro s’era fatto nero

Martino sale in cima al ciliegio dopo il lavoro e la scuola
Là sopra legge di tutto: Conrad, Fröbel, Spinoza.

Martino combatte finché non s’imbatte nella sbarre dal carcere
Dal gabbio scrive due righe a casa, lì a casa lo piangono
Anche là è cambiato tanto solo il ciliegio è un incanto…

Martino in azione si espone, viene colpito all’addome laddove
Sente prima il rumore poi il bruciore del piombo nel cuore
La vista s’incrina tra i lampi, rivede i suoi campi e la cascina
Tra i tanti sente ancora sua madre: -Martino svegliati è mattina!-
L’umore di brina si fonde all’odore di sangue e sudore
Poi le sirene, un bagliore: Martino muore in poche ore
Sono poche persone a seguire il feretro: la famiglia, il pastore e
Sui volti di alcuni non è per la morte il dolore maggiore
La sua campagna si contorce mentre ne vede passare il corpo
Sembra pensare -io ti ho cresciuto forte e tu torni da morto!-
Là dove è sepolto ogni tomba si scalda d’un sole accanito
E là Martino riposa protetto dall’ombra del suo ciliegio fiorito

Come un brivido, come un brivido, sentì un brivido
Ora Martino è libero, davvero libero mai…”

 

 

 

impressioni di…

Perdersi tra l’erba alta e umida, calpestare cuori e ballare con sconosciuti, lasciare che ti feriscano e non dire niente, postare una foto riuscita male, mettere i jeans che ti fanno sembrare le cosce sode, dimenticarsi di spalmare la crema sulle braccia e trovarsi con due prugne secche al posto dei gomiti, ammorbidire le labbra con del burro cacao, fissare la bustina di una tisana ai frutti rossi che intacca pian piano la purezza dell’acqua, tremare di freddo in estate, profumare un giorno di Chanel, un giorno di Bottega Verde, dire di sì per far contenta un’amica, rinunciare, aver paura, essere frivole, riempirsi di cose inutili, sentirsi vuote, piangere da soli, come cani, leggere libri fatti di immagini forti che ti penetrano nelle narici, avere nostalgia, avere voglia, andare a dormire presto, cercare scuse, sentirsi inutili, troppo spesso, imparare a rispondere, anche male, ubriacarsi per divertirsi, per perdere innocenza, per uscire dal guscio, soffrire per dei commenti cattivi, consolare, riempirsi di cancelleria, avere i vestiti pieni di peli di cane, distendersi sul pavimento, sentire il pianto che sale su, ingoiare le lacrime, sorridere per non farsi affossare, ribattere, soffiare come gatti, rizzare il pelo per la paura e stare sulla difensiva, mangiare una pizza saporita, togliere le pellicine dalle dita, appoggiare i brutti pensieri sulla sedia, uscire, respirare l’aria, guardare i cani correre, sorridere…

“Il mio pensiero vola e va, ho quasi paura che si perda…”

Impressioni di settembre e non solo.

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Intensità

Scrivere qualcosa ultimamente è faticoso.

Mi viene facile quando sono giù di morale e in questo momento non lo sono (yuppi!).

Il fatto è che io al lavoro scrivo. Sto facendo quello per cui ho “studiato”, anche se l’università (perlomeno la specialistica) non mi ha specializzata in un emerito cazzo, sia chiaro. Però diciamo che l’idea era quella di starsene seduta, caffè o tazza di tè, quadernotto corposo, post it (ho un feticismo per la cancelleria), computer e tastiera. E scrivere.

Certo, mica scrivo quello che mi pare e piace. Però c’è un – seppur ristretto – margine di creatività.

Essere pagati per scrivere. Non per scrivere libri, non per descrivere il mio stato  d’animo, sia chiaro. Però è già qualcosa, quel margine creativo, una sorta di respiro in mezzo ai comunicati sul traffico (che sto chiaramente imparando a scrivere, ovvio) o a quelli sugli incidenti.

Insomma, la mia capa è la capa dell’ufficio stampa di un’azienda. Embè, un po’ me la dovevo tirare, no?

Chiuso il capitolo “ufficio” ieri si è riaperto brevemente quello “ristorante”. Siccome c’era un gruppo che suonava mi hanno chiesto di tornarci per dare una mano. E ci sono andata.

È stato bello. Il dopo serata, dico.

L’informalità. Birra e cocktail a fiumi. Musica. Ballare, bere, ballare, gridare.

Il primo briciolo di spensieratezza di quest’estate.

Non mi sentivo così giovane da tempo. Giuro.

La mia più cara amica e collega (anche lei lì in via del tutto eccezionale) ha detto “siamo a casa”.

Ed era vero. Eravamo a casa, a nostro agio, non vestivamo alcun ruolo, ci siamo tutti limitati ad essere noi stessi, senza paura.

Ho vissuto questa settimana con un’intensità di cui non mi credevo capace.

E ne sono felice.

“V come vulcano
e mille altre cose
come la volontà di camminare vicino al fuoco
e capire se è vero questo cuore che pulsa…

Come il volume che 
si alza e contiene il mare 
e capire se vale scottarsi davvero 
o non fare sul serio 
corro di notte 
i lampioni le stelle 
c’è il bar dell’indiano 
profuma di te 
rido più forte 
mi perdo nell’alba
sei in tutte le cose 
e in tutte le cose 
esplode…”

 

 

Giochi d’infanzia

Oggi voglio deprimervi e introdurre il post con una citazione che sicuramente è già comparsa in questo blog, teatro di sfiga e mestizia: “ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era.”

La citazione è tratta dal film “Il sorpasso”, che vi consiglio, fra parentesi.

E ora… Ringrazio Zeus che a sua volta ha ringraziato Romolo per la nomina nel tag dei giochi d’infanzia.

Iniziamo senza tante spiegazioni:

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Le mitiche sBarbies!

Bionde, filiformi e ricche.

Le sbarbine erano creature ignobili con la pancia piatta e i vestiti che costavano più dei tuoi.

C’era la sbarbatella bionda, la vera e pura Barbie che guardava tutte le altre (perfino quelle che avevano come unica colpa l’essere castane) dall’alto in basso. Era ricca sfondata, soprattutto la seconda temo, dato che non faceva un cazzo dalla mattina alla sera e aveva inspiegabilmente tutti i comfort di sto mondo, tipo la cabina armadio e cose altrettanto vergognose.

Le Barbie di altre razze non erano degne compari e venivano considerate delle nullità.

Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono.

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L’Action man!!!

L’Action man col cane era l’antenato dei punkabbestia dei nostri giorni.

Era uno scavezzacollo che accoppava bambini tra una sessione di pesi e una tirata di cocaina.

Io da piccola avevo un debole per i tamarri e mi rifiutavo categoricamente di far riprodurre le mie Barbie (che erano Barbie ghetto, dato che qualcuna di loro era nera) con quel pesce lesso di Ken, che girava con la polo Ralph Lauren e il capello gellato.

Action Man + cane faceva bagnare l’intero vicinato, Ken compreso.

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Gli animaletti Kinder!

Quelli sì che erano giochi pazzeschi.

Tra amori incestuosi e accoppiamenti tra specie diverse…

Li adoravo.

Io e la mia migliore amica disseminavamo il pavimento di animaletti, creando famiglie e interi quartieri e facendo indigestione di ovetti Kinder.

Ah, che meraviglia.

Migliori-Palloni-da-Pallavolo-Marche-Prezzi-Opinioni

Fin da subito mi sono rivelata una sportiva accanita…

Sto scherzando, ovviamente.

Tuttavia si giocava spesso a pallavolo, utilizzando il portone come rete e distruggendo le rose di metà vicinato, rischiando denunce e percosse.

Ovviamente ci sarebbero altri mille giochi, ma staremmo qui fino a domani.

Invito a partecipare i seguenti bloggerZ:

alemarcotti

Sephiroth

Stardust

Bloom (Di punto in Bianca)

Hadley

 

Festeggiamenti

Uao.

Sono sopravvissuta – quasi indenne – al primo giorno di lavoro in ufficio!

Dico “indenne” perché alzarsi alle 6 del mattino non era nella mia routine da tempo. E sì, ditelo pure “beata te che non facevi alzatacce” e c’avete ragione, c’avete.

Mi sono alzata in realtà alle 6 e 30, facendo una colazione che avrebbe dovuto saziarmi fino le 12 e 45, ma alle 10 del mattino il mio stomaco già reclamava – a gran voce – cibo.

Ovviamente la mia borsa, come dicono le mie amiche è come quelle delle bulimiche (lo so, non si scherza sulle malattie, ma oh, l’han detto loro). In qualsiasi mia borsa c’è del cibo, aggiungete il fatto che peso 54 kg (circa) e le battute si sprecano.

Così ho mangiucchiato biscotti secchi (e tristi) alle 10 e 30, cercando di placare i borbottii del mio stomaco: vile traditor.

Avevo il mio badge, la mia scrivania, la mia sedia (comodissima) e anche una discreta dose di dignità che ero riuscita ad infilare di straforo stamani, tra un cambio di pantaloni e l’altro.

Tuttavia non ho ancora la mia postazione pc, di conseguenza mi sono girata i pollici a inizio giornata, bevendo tra l’altro ben due caffè.

Io l’azienda già la conoscevo, dato che ci ho fatto il tirocinio due estati fa. E sapete, due anni fa esatti aprii anche questo blog.

Sembra l’altro ieri che vi offrivo tramezzini al tonno e salatini stantii per festeggiare il primo anno di questo blog fantasmagorico ed ora eccomi qui, di nuovo nella stessa azienda e ancora tra queste pagine (?) a tediarvi/ deliziarvi con i miei super post sulla fase premestruale, sulle disavventure al ristorante e oggi su questa vecchia, ma nuova avventura.

Non saprei che aggiungere, a parte il fatto che dover timbrare e calcolare le ore è qualcosa che richiede una concentrazione non indifferente, soprattutto per chi, come me, non sa contare.

Ah quasi dimenticavo: lì ci sono delle birre immaginarie, se qualcuno di voi sa tramutare l’acqua in vino e si chiama Gesù qui è il benvenuto.

Con affetto, V!

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L’odore del mare.

Abbiamo portato mia zia al mare.

Ha detto che voleva vederlo almeno una volta, quest’estate.

Era stanca, ma decisa.

Sono passati pochi giorni da quando ho scritto il post sui ricordi delle estati precedenti e ieri di botto tutto è tornato a galla, era di nuovo estate, come si deve.

Mi sono sentita una bambina.

Mi sono sentita a casa.

Sono tornata a casa come un fulmine dal lavoro, ho infilato il mio vecchio costume, anche se ne ho comprato uno nuovo, però non so.

Due macchine, noi cugini e gli zii e i miei genitori.

E via a Lignano sull’unico pezzetto di spiaggia libera che è ci è stato lasciato.

Ti abbiamo portato uno sdraio per stare comoda, un ombrellone nonostante il sole non picchiasse affatto alle cinque del pomeriggio.

Sapete, qui in Friuli c’è stata una mezza devastazione qualche giorno fa. Ha rinfrescato parecchio, ma ha fatto più danni che altro.

Ci siamo fatti il bagno, tu no, ma eri felice, credo, con i tuoi figli, assieme alle tue sorelle.

Sorridevi.

Non ho provato neppure un briciolo di tristezza. Vederti rilassata mi ha fatta sentire in pace con il mondo.

Starmene lì come quando eravamo tutti piccoli mi ha riempita.

Da quant’è che non si andava in spiaggia in così tanti?

A una certa un’altra zia ha proposto di andare a mangiare il galletto: speziato, succulento.

In una di quelle catene che sfornano galletti a non finire, che c’è solo quello nel menu.

Abbiamo ordinato due caraffe di birra – bionda e rossa – e ci siamo scambiati confidenze spolpando i polletti piccanti.

Non c’eravamo tutti, ma eravamo comunque in tanti.

Sentivo l’odore dell’infanzia misto a quello del mare.

Sentivo le emozioni, come i bambini.

Come tutte le cose belle poi è finita, anche troppo presto.

Ma penso che nella paura ci siamo portati tutti a casa un ricordo del mare diverso, questa volta.

Tutti con lo stesso significato, lo lasciamo da parte, pronti a tirarlo fuori nei momenti più bui.

Che cos’è questa se non una misera pagina di diario scritta in fretta e furia?

Non ci ho messo grandi sensazioni, ma voglio che rimanga qui: indelebile.

Sento l’odore del mare, sento che sorridi, sento che stare vicini è la cosa giusta da fare.

Sento che quel mare è pronto a darci conforto quando lo cercheremo.

E mentre spero che ritorneremo di nuovo, che ci saranno altri mille giorni così ti dedico queste righe che non sono certo le migliori che ho scritto, ma per una volta non c’è rabbia, non c’è odio, non c’è ironia, c’è solo serenità e calore e io ti dedico questa foto e ti dedico soprattutto l’odore del mare.

“Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso” – Rainer Maria Rilke.

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Foci del Tagliamento, Lignano.

 

 

Music Wizard (215)

Buon quasi ferragosto a chi non lo festeggia, come me. Oggi non ho alcuna voglia di pensare né tanto meno di scrivere, perciò eccovi un post di Zeus che ho apprezzato molto. Buona lettura!

Music For Travelers

Ci stiamo avvicinando alle vacanze.
Sono vicino a chi, stoico e irriducibile (= costretto), dovrà aspettare ancora molte settimane o, di ferie, proprio non ne vedrà. Se le ha già fatte, ovvio, il mio supporto morale non esiste perché la sua quota di “fanculo al lavoro” l’ha già avuta.
Cosa provo in questo momento?
Non saprei dirlo a parole, penso un misto di sfinimento e incazzatura. Perché, da me, queste due componenti vanno mano nella mano. Certo, ti dicono “sorridi che la vita ti sorride”, ma se io, come diceva il buon Renton nel suo monologo 2.0 sul “scegli la vita”, di questo presente non mi fido?
Per chi non l’avesse a meno, vi rimetto il monologo, così potete sciacquarvi le orecchie.

Ecco qua, direi che questo riassume molto del mio pensiero corrente. Mi piace nascondermi dietro anche quel vago senso di ipocrisia che contraddistingue il mettere questo scegli…

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