Confidenze

Sinceramente lavorare durante le feste non mi disturba più di tanto, io detesto le grigliate in campagna, le tovaglie bianche di carta che se qualcuno rovescia l’acqua o il vino quelle si disintegrano.

Non ho mai avuto una grande compagnia di amici, perché non mi ci trovo buttata in mezzo alla gente, dover trovare un viso amichevole e tutti quei convenevoli per sopravvivere.

Detesto mangiare a terra, magari sopra a un asciugamano nel mezzo di un bel prato,  che poi si riempie di briciole e qualcuno ci poggia il culo sopra.

Detesto il pane molle che ti rifilano alle sagre.

Non mi interessa fare festa a Pasquetta, il 1 maggio o a Ferragosto.

Non me ne frega un cazzo.

Tanto la gente non si rilassa manco quando è in ferie. Rompe i coglioni uguale.

Vengono al ristorante, ti urlano dietro e tu sei lì, con la faccia da cogliona, sei più intelligente di loro, ma mica gliene frega a quelli, tu sei pagata per servirli.

Quelli pensano che sei una stupida o che dormi in piedi, magari. Che non sei abbastanza sveglia. Chi lo sa. Che ne sanno, in fin dei conti?

Sono pagata per servirli.

Ho una pila di libri sul comodino, ho cominciato a leggerli tutti e li ho lasciati lì, per ora.

Non mi riesce concentrarmi, prestare attenzione. Ho mal di testa e di stomaco. Tutto mi pesa, anche sfogliare un libro.

Mi hanno chiesto se per caso sono triste, perché al lavoro non ho mangiato un granché.

Hai lo stomaco chiuso?

Mi sento emotivamente poco disponibile, non presto la minima attenzione a ciò che la gente mi racconta e non provo neppure un briciolo di empatia quando si confidano.

L’unico brivido di piacere di questo periodo è stato utilizzare il buono di Amazon che ho ricevuto per la laurea.

Mi ci sono comprata un paio di Vans e una felpa sportiva con la zip.

Non avevo bisogno di scarpe nuove e neppure di felpe nuove.

Mi restano ancora dei soldi di quel buono e intendo comprare un regalo per mia madre che è in ferie e che ha deciso di tirare a lucido la casa come si deve.

Mi deprime, mi deprime il tempo pessimo, lei che pulisce, io che ascolto il titolare assegnarci i turni.

Sabato sei libera?

Sì sono libera. Sì vengo io.

Domenica sei libera?

Sì, va bene, sì sono libera.

Ah lunedì ci siete tutte, eh.

Sì, ci siamo.

Mi deprime non avere voglia.

Quando sei infelice la gente è terribilmente solidale, quasi si fa il tifo per l’infelicità altrui.

Io sono una strega cattiva, certe volte.

Ultimamente sono una strega malinconica, più che cattiva, una strega diciamo un po’ annoiata.

Io lo so che tutti hanno i loro problemi, eppure non faccio che pensare ai miei. Penso che siano più fastidiosi degli altri, che ingombrino di più, che io soffro di più.

Tutti soffriamo, ma io un po’ di più.

Alle undici di sera ho già sonno e sono felice di andarmene a letto, così da non pensare a un cazzo, dormire e lasciar correre, attutire il peso sullo stomaco, addormentarlo e poi ricominciare tutto daccapo il giorno dopo.

Nient’altro che polvere

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Foto dal web.

Indosso da giorni lo stesso vestito nero.

Ci sono stampati dei fiori, credo siano papaveri.

L’ho trovato dentro a un gigantesco cassonetto giallo, assieme ad altri vestiti: tutti meravigliosi. Sapevano di sogni, di benessere. Quei fiori dal colore deciso mi davano speranza e conforto.

A me è toccato quel vestito. L’ho indossato con fierezza. Non voglio più separarmene.

Quei vestiti li ha portati un’associazione umanitaria, me l’ha detto mia mamma.

Questo abito lascia scoperte le mie gambe sottili ed abbronzate, ai piedi ho dei sandaletti marroni.

Io e mia madre siamo sedute dentro a un bus. I sedili sono logori, consumati. C’è tanta gente dentro a questo bus, il caldo soffoca, la polvere ci fa tossire.

Stringo tra le braccia il mio gatto rossiccio che non smette di tremare. Anche io tremo.

Non so cosa stia succedendo di preciso. So che stiamo fuggendo dagli spari, dalle bombe, ma non so perché vogliano farci del male. Non conosco i volti di chi vuole farci del male. Ma sembra che a loro non piacciano i nostri, di volti.

Continuano a cacciarci, ci stanano come conigli. Ma io non conosco la ragione del loro odio, eppure mi sento un coniglio, voglio solo fuggire lontano.

Il volto di mia madre è semi nascosto dal velo, così come le sue emozioni. Ma io le intravedo lo stesso. Osservo le sue sopracciglia folte e scure. Riesco a scorgere le sue lacrime. Reprimo un brivido.

Dentro al bus sale altra gente: donne e bambini.

Accarezzo il pelo del mio gatto, cerco di infondergli una sicurezza che non riesco a provare.

La mia mano trema, che ne sarà di noi?

Vorrei che questo maledetto bus si decidesse a partire, riesco a malapena a respirare.

Dove ci porteranno?

Lontano da tutta questa polvere?

Non chiedo molto. Solo di dormire in pace, per una notte.

La porta del bus è ancora aperta. Non sale più nessuno.

All’improvviso sento un forte boato, in lontananza. Tutti gridiamo. Il mio gatto rizza il pelo e mi sfugge dalle mani. Sobbalzo e faccio per alzarmi. Mia madre mi spinge giù, a sedere. La mia schiena sbatte con violenza contro al sedile: ho il cuore in gola. Il mio gatto è uscito dal bus, appiccico il naso al finestrino. Voglio scendere, rincorrerlo, difenderlo.

L’autista ha chiuso la porta.

Il bus parte.

Guardo il mio gatto correre sempre più lontano, perdersi tra il rosso della terra e il fumo della polvere. Ho gli occhi pieni di lacrime.

Un altro boato, questa volta sembra più vicino. Il bus continua ad avanzare, inizio a piangere e a gridare. Ma in mezzo alla paura di tutte queste persone le mie urla sono sorde. Così come le mie preghiere che ho recitato in questi giorni: sono andate perdute.

Non mi è rimasto più nulla.

Le ruote del bus scivolano sulla terra arida, sollevando questa maledetta polvere.

Mia madre mi stringe forte. Ho le mani sudate, le strofino sul vestito per asciugarle.

E poi l’ennesimo boato, questa volta però è l’ultimo.

Non sentirò più quei rumori forti, d’ora in poi.

Non sentirò più nulla.

Non è rimasto più nulla.

Di me non resta quasi nulla… Se non polvere, nient’altro che polvere.

L’idea per scrivere queste righe nasce da un servizio, credo del Tg1 (ma non ricordo con esattezza) di poco tempo fa (2017). Non riesco a ritrovare quel servizio, ricordo la ripresa di questa ragazzina con in grembo un gatto, dentro a un bus, credo in Siria o comunque in una zona di guerra.

Il cliente di merda

Memorie di una cameriera “perbene”, reduce di una Pasqua e Pasquetta lavorative.

Il cliente di merda ha solitamente dei gusti di merda.

Ti chiede infatti un “caffè americano”, nonostante si trovi in un paesino sperduto del Friuli.

Per cortesia, mi annacqui un po’ quel corposo espresso con dell’acqua, grazie…

Si guardi un attimo intorno, vede per caso grattacieli?

Il cliente di merda ha gusti molto decisi: un caffè ristretto, non troppo bollente, macchiato freddo senza latte e “con un goccio di sangue di una vergine”, grazie.

Guardi, se vuole ci sputo anche dentro molto volentieri.

Il cliente di merda non è molto sicuro di sé. Arriva con l’aria incerta e sperduta di un cucciolo abbandonato al suo destino. “Mi scusi, qui si mangia?“.

No, abbiamo allestito l’edificio a mò di ristorante, perché ci girava così.

Il cliente di merda si siede al tavolo che non è ancora stato sparecchiato, costringendoti a fare la contorsionista per prepararglielo di nuovo.

Il cliente di merda è vegano, ma viene al ristorante dove il piatto tipico è la grigliata di carne.

Il cliente di merda insulta i camerieri se il cibo non è ancora pronto, mentre tu sei in piedi da 8 ore a stomaco vuoto.

Il cliente di merda arriva alle 9 di sera e si porta appresso altre 25 persone.

Il cliente di merda legge il menu e ti chiede se il tartufo bianco sia quello di Alba.

Signore, quella è la lista dei dolci.

Il cliente di merda si crede un benefattore d’altri tempi: ti lascia i dieci centesimi di resto come mancia “tienteli per te, prenditi un caffè” e ti sorride, come se avesse fatto la più nobile delle azioni.

Certo, mi ci pago anche la retta dell’università, grazie.

Il cliente di merda ordina la stessa cosa a 5 camerieri diversi.

Il cliente di merda viene a insegnarti come preparare le bevande, in quali bicchieri servirle e quanto intende pagarle.

Il cliente di merda ci prova spudoratamente, ma con eleganza e originalità: non te l’ha mai detto nessuno che hai dei bellissimi occhi?

Il cliente di merda ti ferma quando hai in bilico i piatti e ti ordina una ventina di cose diverse… Ma poi un briciolo di umanità lo pervade e ti rassicura con un “tranquilla, fai con calma”…

Grazie per la comprensione.

Il cliente di merda non sa mai chi sta trattando di merda. Che magari la cameriera a cui sta sbraitando addosso sta studiando legge o medicina e sarà il suo futuro medico o avvocato. Ma soprattutto non è consapevole che i piatti li portiamo noi e che quel che succede in cucina… Resta in cucina.

Rimango dell’idea che molta gente dovrebbe farsi almeno una stagione di lavoro in un bar, al ristorante, al chioschetto della spiaggia… Magari si renderebbe conto che in passato è stato anche lui un cliente di merda.

Essere adulti

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Che cosa significa “essere adulti”?

  • Significa seguire finalmente una alimentazione sana.

Ehm, io ci ho provato a seguirla, davvero. Per qualche mese non ho zuccherato bevande, ho comprato noci e noccioline da sbriciolare su un’insalata condita con un filo di olio biologico della Lidl.

Non ho più mangiato merendine e ho limitato addirittura la cioccolata. Non perché dovessi dimagrire, ma perché volevo depurarmi e sentirmi sana.

Ho comprato farina e sbobba integrale.

Ho bevuto solo acqua, facendo parecchio l’altezzosa a tavola, snobbando le bibite gassate e arricciando il naso, della serie “io? quella robbba lì? GIAMMAI”.

Tuttavia a una certa ho cominciato a sentirmi vagamente depressa. Più del solito, intendo.

Poi è arrivato il periodo della quaresima. E la mia casa si è riempita di dolci. Di cioccolata. Di Coca Cola. Di caramelle alla liquirizia e alla menta. Di confetti al cioccolato.

Le mie endorfine hanno fatto i salti mortali per la gioia e così onoro la santa Pasqua abbuffandomi di ogni ben di Dio.

(Scusami Jesus).

Proseguiamo, essere adulti:

  • Significa non comprare più uova di Pasqua.

Avete naturalmente fallito quel punto?

Pure io.

  • Se siete degli ingordi e avete comprato non UNO, bensì DUE uova di Pasqua: essere adulti significa non scartarle prima di domenica.

Okay. Ho fallito pure quel punto lì. Ho già divorato le due uova di Pasqua, da sola. Però a mia discolpa posso dire che a Pasqua lavoro, perciò non avrò il tempo di scartare uova di Pasqua. Quindi quel punto non vale.

  • Essere adulti significa passare davanti al banco frigo del supermercato, non notare assolutamente i nuovi Kinder Pingui al caramello, tirare dritto e dirigersi verso il reparto delle fette biscottate con aria sicura di sé: spalle dritte, petto in fuori e passo spedito.
  • Essere adulti significa bere caffè latte a colazione e non più latte col Nesquik.
  • Essere adulti significa accettare che ci chiamino “signora” e non fingere di non aver sentito.

Ma io dico. Mi lasciate in pace almeno fino ai 45 anni? Sono una ragazzina, santo cielo.

  • Essere adulti significa ignorare le repliche di The O.C. su La5. Ignorate, andate avanti con la vostra vita. Cazzo, non siamo mica nel 2004.

Californiaaaaa, Californiaaaaaaa, here we comeeeeeeeeeeeee…

Non ce la faccio, troppi ricordi.

Questa cosa vale per qualsiasi telefilm della vostra adolescenza. Lo so che si è adolescenti mentalmente disturbati per tutta la vita, ma The O.C.? Fatemi il piacere.

  • Essere adulti significa utilizzare Firefox come browser e non più Chrome.

Giuro che questa è la cosa più adulta che io abbia fatto in vita mia. Mi sento terribilmente matura.

E comunque ricordate che:

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Scuse, sempre scuse

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(Dal film Leon)

Scusate l’assenza, non tanto dal mio blog (anche perché, chi cazzo mi credo di essere?), manco fossi mancata mesi.

Cioè, scusarsi per l’assenza fa molto presuntuoso, del tipo che siete convinti che i vostri articoli siano di vitale importanza o assurdità del genere.

Quindi, anche se in fondo anche io sono convinta che i miei articoli siano qualcosa di magico, mi limito a scusarmi per l’assenza dai vostri altrettanto mirabolanti blogZ.

Oggi è la giornata del “mettere a posto”, del “riordinare” i miei precedenti due anni di università. Inoltre c’è il cambio di stagione, quindi via i maglioni infeltriti dentro alle scatole e largo ai frizzantissimi abiti primaverili in viscosa, che dopo due secondi che li indossi hai già le ascelle pezzate.

L’ho già detto che la primavera è una stagione di merda?

Recentemente mi sono laureata e per tutto il tempo dei festeggiamenti ho provato – e continuo a provare – una terribile sensazione di angoscia.

Mi interrogo sul motivo di questa angoscia: di che cosa ho paura? Cosa temo?

Pensavo che dopo la discussione quell’ansia mi avrebbe lasciata, invece no…

Ho paura per il futuro? Ho paura di non trovare un lavoro decente?

Ho forse paura di essere venuta male nelle foto di laurea?

Che i miei capelli fossero fuori posto?

Che i miei calzini fossero troppo vistosi?

Che non riuscirò a digerire il pranzo di ieri?

Non lo so.

Ci ho riflettuto a lungo.

Ho guardato l’ammasso di fogli e di libri, i mucchietti di “scartoffie” sparsi qua e là, gli evidenziatori che ti fanno sembrare una seria…

Poi poco fa ho aperto la casella di posta elettronica universitaria e ho letto la mail che mi era arrivata:

“Le comunichiamo cara e stimata blogger V che la sua carriera universitaria si è conclusa con una discreta ma non ottima votazione, che si sarebbe potuta impegnare di più, che come sempre non ha ottenuto il massimo perché ha il culo che pesa come una casa, eccetera eccetera” – Con affetto, stima e profonda ammirazione: l’Università degli studi di Verona.

Mi sono tremate le ginocchia.

Conclusa?

E ora?

E adesso?

Adesso non ho più niente da studiare, nessuna tesi da ripassare, nessun esame da preparare.

Perché non provo sollievo?

Tormentandomi una ciocca di capelli con aria seducente e finta concentrazione ho riflettuto a lungo.

E poi finalmente ho capito. Ho capito che cosa mi angosciava.

E ADESSO? CHE CAZZO DI SCUSE INVENTERÒ QUANDO NON HO VOGLIA DI USCIRE???

blu distante

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Spiaggia, oggi. Con le scarpe poco prima del mare.

Camminiamo distanti: io e mio padre.

Siamo su questa spiaggia semi deserta, oggi: una giornata di aprile, ventosa. Un sole che non scalda molto.

Ma a me non interessa.

Non mi interessa che sia aprile. Che sia primavera. Che ci sarà l’estate. Non mi interessa sapere che oggi è una giornata a me dedicata, io sono un bambino.

Io e mio padre camminiamo sulla sabbia. Mi sono tolto le scarpe e le ho lasciate a terra. Mio padre le ha raccolte, le tiene in mano lui.

Lo guardo. Distante.

Camminiamo, distanti.

Non ci sfioriamo neppure, ma so che devo stare con lui, non posso allontanarmi troppo.

Sono un bambino.

Fisso il mare. Immenso. Non è calmo oggi, a causa del vento.

Le onde si infrangono senza dolcezza sugli scogli e fanno un rumore simile a un tuono.

Spezzano questo silenzio.

Non ho contatto fisico con mio padre.

Non ho bisogno che mi tenga la mano. So camminare. Sono un bambino.

Il contatto con la sabbia invece mi piace. Ho i piedi nudi.

Mi allontano un po’. Mio padre mi guarda e io continuo a camminare.

Qualcuno ha lasciato una bottiglia di vetro nel mezzo della spiaggia: intatta.

La raccolgo. Mio padre fa per dire qualcosa ma si zittisce subito.

Batto su quella bottiglia con la mano.

Qualche passante mi guarda incerto.

Batto più forte la mia mano su quella bottiglia. Poi la getto di nuovo a terra, dopotutto è lì che l’ho trovata.

Mi piace tanto il mare e mio padre mi ci porta spesso. Soprattutto quando è così pacifico e i turisti non l’hanno ancora preso d’assalto, perché fa ancora fresco, ma io sto a piedi nudi lo stesso.

Mi avvicino all’acqua, lascio che accarezzi i miei piedi: è gelata. Ma mi fa così bene.

È una sensazione bellissima.

Resto a fissare il mare, quella linea che sembra così lontana. Cosa c’è oltre quella linea?

Mi piacerebbe scoprirlo. Faccio un passo. L’acqua arriva alle caviglie, ma mio padre mi ha arrotolato i pantaloni fino al polpaccio, perciò non li bagno.

Non sono felice.

Io sono un bambino.

Eppure l’acqua tra le dita mi fa provare qualcosa. Qualcosa di piacevole.

Camminiamo io e mio padre, siamo distanti, ma lui non mi perde di vista.

Non mi interessano le altre persone. Non voglio abbracciare mio padre.

Ma questo mare. Questo mare è splendido.

L’aria, respiro l’aria, rimango in silenzio, io non parlo mai. Con gli altri non ci parlo.

Io non sfioro le persone. Ma loro mi sfiorano con lo sguardo.

Io ho dieci anni e non parlo.

Ma mio padre certe volte mi parla, parla con me, io non incrocio mai il suo sguardo, siamo distanti.

Camminiamo io e mio padre, non mi interessano le voci di chi mi sta intorno, forse mi fanno un po’ paura.

Io sono un bambino.

Dondolo il mio corpo mentre guardo il mare. Il mare è così bello, ma io non ho bisogno di dirlo a nessuno.

Mio padre mi guarda, guarda me che guardo il mare. Ma io vedo solo il mare, intorno a me non c’è altro.

La mia testa si riempie di quel mare.

Mio padre si avvicina appena, restando pur sempre: distante.

E anche lui, anche lui come me si mette a guardare il mare.

Hello darkness, my old friend
I’ve come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision that was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence

In restless dreams I walked alone
Narrow streets of cobblestone
‘Neath the halo of a street lamp
I turned my collar to the cold and damp
When my eyes were stabbed by the flash of a neon light
That split the night
And touched the sound of silence

And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share
And no one dared
Disturb the sound of silence

(The Sound of Silence – Simon & Garfunkel)


Queste righe le ho vissute oggi, mentre camminavo in spiaggia con i cani.

C’era davvero questo padre con questo figlio: autistico.

Ha davvero raccolto la bottiglia, ha davvero guardato il mare, immerso i suoi piedi.

Non lo so cosa gli passasse per la testa, ma l’ho osservato mentre lui era intento ad osservare.

Pensavo agli articoli che ho letto oggi sull’autismo, dato che proprio oggi è la giornata dedicata a questo tema. Pensavo che avrei voluto scrivere di quel bambino e così l’ho fatto.

Gli articoli li trovate qui:

“Un’onda blu , se vi va” di Mile Sweet Diary  Lei porta la sua esperienza diretta e vi invito a leggere il suo articolo.

Cosa è l’autismo da una prospettiva autistica _ What IS Autism – From An Autistic’s Perspective di Volpinablu – Antonella

Ciambellone alla farina di riso, arancia e zenzero – Giornata mondiale dedicata all’autismo di Ricette da Coinquiline (che porta una ricetta ispirata alla giornata)

Risotto BLU ai mirtilli  di Paola del blog Primo non sprecare, anche lei porta una ricetta ispirata alla giornata.

Chi ti conosce meglio di Zalando?

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Foto da qui. Io non vado in giro con gli ananas sulle chiappe, anche se a questo punto mi chiedo perché io non ci abbia mai pensato prima.

Le Newsletter che riceviamo la dicono lunga sul nostro conto.

Chi ci conosce meglio dell’ internette?

Nessuno.

Internet conosce le nostre tendenze, i nostri gusti, le nostre paure, i nostri dubbi… Internet ci conosce meglio di nostra madre.

Internet sa che su YouTube certe volte ascoltiamo musica oscena, che quando passa alla radio e siamo in compagnia di amici fidati fingiamo di non averla mai ascoltata… E piantiamo su una faccia snobbona e disgustata, del tipo ma cos’è sta merda? Mentre nella nostra testa la stiamo canticchiando a squarciagola.

A voi non è mai successo? Davvero?

Allora stavo scherzando.

A ogni modo. Internet SA.

Tra parentesi, perché io quando vado a nuoto vengo presa in simpatia solo dalle vecchie, mentre Ed Sheeran nel video va in palestra e incontra l’amore della sua vita?

E io? E a me? Nessuno ci pensa?

Ehm, me l’hanno riferito, del video. Io non l’ho mai aperto un video di Ed Sheeran, davvero…

A ogni modo.

Ancora meglio di internet… Chi ti conosce meglio di Zalando?

Se c’è una newsletter irritante è proprio quella che ti manda lui, davvero.

Spesso e volentieri Zalando fa la vittima indifesa e tenta di farti sentire in colpa:

“Ciao V, ci manchi”… Oppure, “Ehi V , è da un po’ che non ti si vede, come mai?”.

Altre volte Zalando sa essere un vero adulatore: “Ehi V, tu che sei sempre sul pezzo, per te la classe non è acqua…”.

Classe, quale classe?

Certe volte invece prova a conquistarti con la simpatia.

Del tipo “Ciao, che fortuna, è venerdì 17…” Approfitta subito del favoloso sconto del 5% sull’acquisto di quell’abito pazzesco da 300 euri che hai cliccato circa centinaia di volte, perché ti ho visto che ci sbavavi sopra, ma che ancora non vedo nel tuo carrello, INSPIEGABILMENTE…”.

Sì, vado a svaligiare una banca e torno.

Capita anche che Zalando ti punzecchi bonariamente… Siccome non hai usufruito del convenientissimo codice sconto della volta scorsa eccolo che ti apostrofa con “sbagliare è umano, riprovaci, utilizza il tuo super sconto…”.

Oppure si improvvisa psicologo e fingendo di capirti ti dà velatamente della miserabile pezzente, annunciandoti che UNO degli articoli che giacciono nella tua wishlist dal ‘98 è finalmente scontato!

Cazzo, sì!

Vado subito a vedere quale… Indovinate?

Si tratta dell’unico articolo che hai comprato dopo decenni, pagato a prezzo pieno. E ora costa tipo venti e passa euri in meno.

VENTI E PASSA EURI in meno. Sapete cosa significa?

Dimenticavo di dirvi che sior Zalando ha un tempismo della Madonna.

Zalando ti manda anche messaggi subliminali… Beh, oddio, non così subliminali.

“Ciao V, stavi pensando per caso a borse in saldo? Sappiamo cosa cerchi….”

Nooooooo, borse in saldo, io? Puah.

Ma il meglio di sé l’ha dato stamattina.

Guardo le notifiche della mail.

Eccola, l’immancabile newsletter di Zalando.  “Matrimonio in vista?”

Perplessa fisso l’oggetto della mail… Apro il messaggio e scopro che Zalando mi sta prendendo per il culo.

“Matrimonio in vista?”… Comincia.

E prosegue: Ecco alcune proposte per l’outfit perfetto.

Sono stupita. Continuo a scorrere il messaggio:

Da invitata. Che ti credevi? Lo sanno tutti che sei zitella. MHAUAHAUAHAUAHAUA

Zalando se la ride, beffardo.

Si vendica della mia lista di desideri che cresce a dismisura. Dei buoni sconto mai utilizzati. Di tutte le volte che l’ho ficcato in spam.

Comunque Zalando mi ha appena detto che sa cosa vorrei nel mio guardaroba… E niente, vado subito a vedere.

Femminismi di oggi: “Limbo – L’industria del salvataggio”

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Di recente ho letto Limbo – L’industria del salvataggio , romanzo scritto dall’autrice del blog Abbatto i muri (Eretica Withebread).

È la storia di Erèsia – una donna arrestata durante una manifestazione – e stuprata durante la perquisizione da tre agenti della polizia.

Per la rabbia la protagonista registra un video – messaggio in cui rivela la violenza subita, convinta di suscitare indignazione e di creare uno scandalo, volto a smascherare i tre agenti.

Tuttavia tre soldatesse della cosiddetta “industria del salvataggio”, chiamata “Save the Women” che si occupa della violenza sulle donne interrogano Erèsia sull’accaduto.

Save the Women invita la protagonista a denunciare la violenza nella loro sede e lei accetta, convinta che troverà comprensione e giustizia.

Da quel momento per la protagonista inizierà l’incubo, una sorta di  processo “kafkiano”, dove la legge non è dalla parte del cittadino e dove nessuno può difendersi e far valere le proprie ragioni e i propri diritti.

Erèsia si ritrova prigioniera senza aver commesso alcun crimine e scoprirà di non essere l’unica. Che fine fanno i prigionieri? In cosa consiste la loro condanna? Ma soprattutto perché sono stati condannati? Di chi può fidarsi la protagonista? Riuscirà ad evadere dal “carcere”?

Il libro sottolinea tutta l’ipocrisia di un certo tipo di femminismo in chiave romanzata (consiglio di leggere anche la prefazione al libro): il fatto che una donna sia realizzata solo quando è madre, la presunta superiorità della donna, la condanna della prostituzione e dell’industria del porno, il divieto di cambiare sesso e di portare il velo poiché ritenuto denigratorio e lesivo della libertà della donna e così via.

Le donne non devono “vendere” il proprio corpo, non sono pertanto libere di disporne come meglio credono. E questo lo stabiliscono altre donne. E gli uomini?

Gli uomini sembrano colpevoli a prescindere. Colpevoli se pagano una prostituta in cambio di una prestazione sessuale. Colpevoli anche senza prove. A meno che non si tratti di agenti pagati profumatamente, ovvio.

Save the Women parla esclusivamente di femminicidi ad opera di uomini. Non menziona mai casi di violenza commessi da altre donne. Tuttavia gli uomini carcerati non subiscono alcuna rieducazione.

Erèsia è una donna che sostiene la parità dei sessi e non la prevaricazione. Lotta affinché donne e uomini possano esprimere liberamente la propria sessualità e rimane incredula di fronte a ogni tipo di discriminazione: sessuale e razziale che sia.

Il romanzo è decisamente scorrevole, mi è piaciuto il modo in cui l’autrice smaschera le assurdità di alcuni tipi di femminismo (oggi molto in voga) sostenendo quella che dovrebbe essere l’uguaglianza (ossia avere pari diritti) tra i sessi e il diritto di servirsi del proprio corpo come meglio crediamo.

Io penso che molte donne non abbiano ben chiara questa uguaglianza e questa libertà, perciò quando mi imbatto in persone che ragionano in modo normale e non in termini medioevali provo sempre gratitudine e un certo sollievo.

Una buona ragione per laurearsi

Una buona ragione per laurearsi è che puoi comprare vestiti nuovi senza sentirti in colpa.

Certo, se avete dietro a voi anni di lezioni di medicina, probabilmente è anche un’ottima opportunità per iniziare salvare delle vite, ma se fate sbobba umanistica probabilmente sarete voi a finire sul lettino d’ospedale (o dello psichiatra) a interrogarvi su quella scelta infelice.

Ecco, PERCHÉ???

Maaaaa, bando alle ciance. Questo sarà un giorno ricco di gioia, di colori, di festa!

Considerando che tutto l’anno indosso abiti sciatti questa è un’ottima occasione per sfoggiare capi raffinati, eleganti, barocchi e… Già.

Perché secondo voi il giorno della laurea, in cui ci sarà tutto il creato ad assistere, in cui ti proclamano dottore davanti alla qualsiasi mentre stai per vomitare o inciampare o morire (se ti va bene), si ha anche voglia di indossare vestiti scomodi ed eleganti, certo.

Siccome questo è un noto fashion blog voglio dare qualche consiglio alle giovani (o non più giovani) pulzelle che devono vestirsi per la laurea.

Recatevi in un negozietto di fiducia, dove le commesse non sono obbligate a tormentarvi affinché voi compriate pure le loro madri, ma sapranno comunque indirizzarvi, se ne avrete bisogno.

Andateci con vestiti comodi da sfilare, non come me, che avevo pure le calze sotto, nonostante ci fossero già 20 gradi all’ombra.

Dopo avervi proposto gonne corte e aderenti (no guardi, come accettato, tanto al 110 e lode non ci arrivo manco per grazia divina, figuriamoci per due cosce)… Dopo aver tentato di rifilarvi quei fottuti pantaloni “a palazzo” che vanno tanto di moda in questi tempi (per altro già durissimi, non servono anche quei pantaloni merdosi a funestarvi la giornata)…

Insomma, la commessa dopo qualche tentativo vi lancerà un’occhiata scettica, chiedendosi tra sé e sé perché abbiate rifiutato qualsiasi capo di tendenza…

I vostri occhi per un attimo si illumineranno, adocchierete quella gonna lunga che andate a stalkerare su internet ogni due secondi, che quasi quasi la comprereste così, su due piedi.

La commessa finalmente vi lancerà uno sguardo di approvazione…

Ma la gonna è argentata.

“Ehm, ce l’avete anche in nero?”.

E il suo sguardo si incupisce di botto.

A ogni modo.

Provatela, prima. La gonna.

Io l’ho provata. E no, non faceva per me.

Davvero, pensavo che sarei stata da Dio, invece tutti i miei sogni sono andati in frantumi…

Dunque, abbandonate quel guizzo di vita e autostima che vi ha per un attimo sorprese e andate sul classico.

Puntate sulla banalità. Sul cliché.

Con la banalità NON si sbaglia mai.

Si va sul sicuro.

Camicia bianca. Pantaloni neri. Giacca nera.

Dovrebbe trattarsi di un look maschile dal tocco sexy.

Ovviamente solo se avete due bocce davanti.

In caso contrario (tipo il mio) sarà solo un look maschile. E per niente sexy.

Conciate così per l’occasione probabilmente vi scambieranno per la maître di sala, sorprendendosi che non giriate lungo i corridoi dell’università munite di vassoio argentato con in bilico i flûte colmi di champagne per gli invitati…

Mi scusi, quella che ha in mano è la lista dei vini?

“No guardi, è la mia tesi…”

O magari vi scambieranno per dei pinguini.

O per Charlie Chaplin.

Ecco perché mi sento di darvi un altro prezioso consiglio: evitate cravatta e bombetta.

Bene!

Spero che i miei pazzeschi consigli possano tornarvi utili.

In caso contrario: vestitevi un po’ come cazzo vi pare!

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Come ti vedi tu…                                                                                           Come ti vedono gli altri…

Seduta

Ho il culo poggiato su questa sedia in pelle, morbida e confortevole.

Mi sento la camicia madida, non oso accertarmi se le ascelle siano chiazzate.

Vorrei rimettermi il giubbotto che ho poggiato sulla sedia per coprire tutto, ma qualcosa mi blocca.

Sono un po’ nervoso.

Do un’occhiata alle tendine a pois delle finestre, che obbrobrio.

I medici, qualsiasi sia la loro specializzazione, dovrebbero avere studi freddi e asettici, senza fronzoli.

La dottoressa ha l’aria gentile, non lo so cosa sia un’aria gentile, ha un’aria rassicurante, ecco. Tuttavia il mio sguardo cade inevitabile sulla fessura tra i seni, questa dottoressa ha un’età, credo sia sulla cinquantina d’anni, ma se li porta proprio bene.

Ha un seno grosso, costretto in una camicia turchese, un colore che mi dà il voltastomaco che le concedo, data l’abbondanza.

Chissà come devono essere quelle tette libere da  quella costrizione.

La dottoressa è in realtà la mia psicologa.

Ho trent’anni e ho una psicologa o psicoterapeuta, o quella cosa lì.

Mi fa delle domande per inquadrarmi meglio, mi chieda cosa ne penso di lei, dottoressa.

Sorride gentilmente, gentile, gentile. Chi sa cosa significa essere gentili.

Ha l’aria disponibile. Ma non sessualmente disponibile, eppure…

Non è magra e se le braccia fossero scoperte risulterebbero probabilmente flaccide, tipiche di quella età da menopausa.

Mi concentro di nuovo su quella invitante fessura, poi penso che sia meglio pensare alle sue braccia non proprio sode, dato che mi trovo a una “seduta” e non al bar.

Dannate convenzioni sociali che mi fanno sentire un povero pervertito.

Eppure sono solo un uomo con il cazzo che funziona.

Rispondo alle sue domande, mi piace parlare e dire che di mio non sono un chiacchierone.

In quel posto mi sento logorroico.

La dottoressa sorride, annuisce, prende appunti.

Che stia recitando?

Dopotutto è il suo lavoro, è pagata per ascoltarmi, il che mi sembra un lusso che tutti dovrebbero concedersi una volta nella vita.

Quanta gente non ci ascolta per davvero, quanta gente non ascoltiamo per davvero.

Lei è obbligata ad ascoltare le puttanate che dico, mi scappa un sorriso e lei a sua volta sorride incoraggiante.

In realtà non invento nulla.

Di solito invento con gli amici, ma perché mentire quando pago per essere ascoltato?

La dottoressa si piega in avanti per appuntare qualcosa sul foglio…

Di nuovo il mio sguardo casca lì.

Cristo.

Sono ossessionato dal sesso.

Vedo il sesso ovunque.

Farei sesso con metà delle donne che incontro, se loro fossero consenzienti.

Ma non è possibile.

Perché prima c’è il rituale fottuto del corteggiamento.

C’è quella che non la dà perché non vuole sembrare facile e allora ci si struscia per un po’, scambio di saliva, neppure una misera sega mi concede e così ritorno a casa coi testicoli in fiamme.

Mi chiedo ma se hai voglia quanto me perché non osi farlo.

Che società del cazzo.

Siamo tutti ossessionati dal sesso perché ne facciamo troppo poco.

Ho avuto una ex che ho amato davvero, ma i primi mesi amavo solo il suo corpo.

Ci accoppiavamo ogni volta che ne avevamo l’occasione.

Non è mica così facile trovare il tempo e il luogo per accoppiarsi.

Ci sarebbe l’auto ma la mia ex ha sempre paura che arrivi qualcuno e poi è scomoda se non si è dei ragazzini.

Andiamo in aperta campagna, amore.

No, perché poi qualche malintenzionato ci sfascia l’auto e succede qualcosa di brutto.

Andiamo a casa mia.

Ci sono i tuoi.

Non ci sentono, c’è la tv.

Fare sesso sembra l’atto più naturale di questo mondo ma in realtà non è così.

La mia ex non veniva mai con la sola penetrazione.

Temeva che fosse un problema unicamente suo, poi ne ha parlato con le amiche e ha scoperto che a tutte succedeva così.

La fanno tutti facile con questo sesso, ma in realtà non è così facile.

Io e la mia ex quando non avevamo posti dove fare sesso, o l’amore, ecco, perché per fare sesso in questa società deve esserci l’amore, altrimenti non ci si concede.

Mettici poi che le donne non vengono manco quando amano…

Dicevo, quando non avevamo posti dove fare sesso avevamo sempre voglia, lei mi stuzzicava di continuo… E lo facevamo spesso, tutto sommato.

Poi siamo andati a convivere: potevamo fare sesso continuamente e al sicuro ma lei ha perso tutto il desiderio.

Dottoressa, non le sembra paradossale?

Vorrei chiederle se alla sua età lei faccia ancora del sesso.

Ma di certo non posso.

Perché siamo così ossessionati dal sesso?

Perché in fin dei conti ci impediscono di farlo.

Nei luoghi pubblici è vietato. In auto è “pericoloso”. A casa dei tuoi no, perché potrebbero scoprirci. Anche se lo sanno. Ma immagina l’imbarazzo.

L’imbarazzo ci sta facendo marcire, ci fa invecchiare infelici, Cristo.

Questo infimo pudore che ci fa vergognare di ogni fottuta cosa.

Perché non posso liberare i miei istinti senza ovviamente nuocere a qualcuno, ma solo per trarne del salutare beneficio?

Da quando ci sono tutte queste regole non so più come comportarmi.

Mi comporto in modo innaturale.

Recito.

Fisso una donna e vorrei dirle che la sto immaginando nuda mentre tiene il mio cazzo in bocca.

Ma non posso, mi denuncerebbe come minimo.

Si scandalizzerebbe.

La verità ormai ci scandalizza.

Non siamo più abituati a dire quello che pensiamo.

Dottoressa, mi sento un prigioniero, un carcerato.

Eppure sono libero, tutto sommato, sono un uomo libero.

Ma perché sento come delle catene che mi tengono coi piedi saldi per terra?

Dottoressa, sono ossessionato dal sesso.

Non mi fraintenda.

Mi piace anche l’amore.

Non sono un animale eppure vorrei esserlo, eppure nella mia testa lo sono.

Questi tabù rendono tutto più eccitante, ma alla lunga stancano.

Sono fiacco.

Ho trent’anni e ho paura di dimostrarne il doppio.

Se potessi uscire di casa ed essere libero e vedere persone libere.

Allora mi sentirei meglio, credo.

Invece reprimo.

Dottoressa, sono ossessionato dal sesso ma anche dalla libertà.

Sono ossessionato dal giudizio degli altri, questa è la mia prigione, credo.

È un po’ la prigione di tutti.

Queste regole, questi giudizi mi hanno fatto diventare un povero carcerato.

E ora sono qui, seduto davanti a lei, le fisso le tette e vorrei dirle che sembrano belle, ma che ha anche un bel sorriso. Eppure non sarebbe modo.

Sto zitto e rispondo alle sue domande.

In fin dei conti, sono solo un povero carcerato libero.