Potpourri borghese

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foto da qui

Mentre consultavo attentamente il menu della mensa in ufficio, voglio dire documenti di lavoro di vitale importanza, pensavo a questo periodo di alti e bassi, che dura da una vita, ma si trattava di ieri, che era venerdì ed avevo compiuto ventisei anni il giorno prima, la sera sono venuti tutti i parenti, cugini, cuginetti e zii, mi hanno fatto dei regali semplici ma belli, che semplice a volte ha connotazioni negative, no, ma io lo intendo come genuino, ecco. Una cuffia di lana calda, perché a me piacciono da morire le cuffie, ho una sorta di feticismo latente per i copricapi, temo, una camicia bianca a pois con un cravattino da studentessa ripetente abbinato, che a me piacciono molto le camicie, anche se non ho mai ripetuto l’anno a scuola, una torta triplo cioccolato, dei cioccolatini, due libri che avevano proprio l’aria di essere appena usciti da una libreria, a me i libri che sembrano vecchi non piacciono, li voglio nuovi di pacca, che siano magari un pochino fotogenici, una borsina di plastica per metterci dentro le merendine, dicevo: ho compiuto ventisei anni, tra poco è Natale, ho un buon lavoro, ho. Mi è stato chiesto “ma tu non vuoi dei figli?”, ho risposto di no, che io voglio diventare ricca. Che poi è la verità. Sono una borghese, sono mediamente viziata, mi piacciono gli agi e mi sono sempre immaginata come una donna di bell’aspetto e con una carriera di tutto rispetto. Che posso farci? Mentirei se dicessi il contrario. Mi piacciono gli addobbi di Natale, lo dico ogni fottuto anno, la mia collega la pensa così, come me e quindi addobberemo il nostro ufficio, prima che arrivi quella depressione che ti rode l’anima subito dopo Natale, che Natale non è ancora passato ma ti ritrovi gli scarti dei regali sul tavolone di legno, le briciole, i piatti da lavare, le risate come echi. Ho letto dei libri, uno ve lo consiglio, ma ne parlerò meglio altrove, è Non lasciarmi di Ishiguro, è uno di quei libri che leggi e poi non hai voglia di leggere altro, perché mica tutti i libri sono belli. Ho pianto, di recente, perché una persona buona che però non conoscevo bene si è buttata da un viadotto, mi ha fatto male, era un collega gentile che mi ha aiutata i primi giorni al lavoro con i comunicati dei cantieri, è morto così, spiaccicato a terra, ma in fin dei conti tra poco è Natale e io dimenticherò. In fin dei conti va così, alti e bassi. Ho infilato un maglione caldo, l’ha cucito mia madre anni fa, è lungo, copre perfino il sedere, sono uscita, in cerca di aria gelida, i miei cani, le solite cose, una routine che scalda, come le compere natalizie, vuoti riempiti per qualche momento, piedi freddi, in fin dei conti va così: alti e bassi.

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novembre

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Guidare con il piovischio che imbratta i vetri, un salto al bosco, ascoltare le foglie che cadono, sembrano più forti dei tuoni in tutto quel silenzio, alberi che si spogliano impudici. Le prime luci di Natale, noi da bambini dentro auto caldissime, la conta degli alberi addobbati per passare il tempo, l’odore del cloro in piscina, le quattro del pomeriggio quando fa già buio, il fuoco acceso che spossa. Una macelleria bianca e immacolata, la carne esposta, rosea e striata di rosso, l’odore delicato di quando è cruda, corridoi con bestie appese, il macellaio che affetta rude. Gente di paese che parla dialetto fitto, anziani che si ripetono. Centri commerciali colmi di gente, comprare per noia cose inutili, i caffè che si svuotano e si riempiono di continuo, due cioccolate calde per sciogliere nodi, una fitta di piacere per una carezza. Tagliolini al radicchio e speck dentro a un piatto bianco, risate forti e sincere, stralci di vite sempre uguali, picchi di depressione quando è domenica. Sguardi insistenti che imbarazzano, occhi buoni e mani sui fianchi per confortare. Avvertire mancanze, un’amica che si allontana sempre di più, sparire per un po’ dalla circolazione, sentirsi soli in un bagno, lacrime che sgorgano quando si raggiunge il culmine, trovare soluzioni momentanee per rialzarsi. Vento che taglia le orecchie, sognare che l’indomani andrà meglio, fremere pensando all’amore caldo di cui siamo in cerca. Non avere il coraggio di iniziare un nuovo libro, pensare all’ultimo che si è letto, tenersi stretti quei personaggi di carta e cercarli nella realtà. Non sentirsi all’altezza, non avere idee buone, soffrire in un angolo, ricevere un complimento che lusinga. Scoprire di piacere, ma non alle persone giuste, scoppiare a ridere per la pungente ironia, non cogliere mai l’attimo, pretendere la bellezza, senza accontentarsi, circondarsi di gesti buoni, sedersi e aspettare, il mondo che fila veloce, io che lo guardo correre.

 

Happy birthday Mr President

 

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“Ciao V, vieni a vedere questo video mirabolante”.

Scatto, come una lepre inseguita da un cane, anzi dal mio cane ed entro nell’ufficio della mia capa.

“Obbedisco”.

Il video non carica (per la cronaca, si trattava di una diretta con il presidente dell’azienda e altri pezzi grossi) di conseguenza la mia capa mi chiede gentilmente di provare a caricarlo dal mio pc, decisamente più obsoleto del suo, ma a quanto pare più prestante in quanto a connessione.

E che ci vuole per far partire un video?

Clicco con mani esperte, come la migliore delle informatiche e taaaaac: il video parte.

Me ne compiaccio e avviso la mia capa che il video nel mio pc si riesce a vedere, incapace di nascondere un certo compiacimento.

“Ottimo V, ottimo lavoro, sei la migliore delle informatiche, ti meriti una laurea in ingegneria elettronica ad honorem”.

“Ma si figuri, per così poco, basterà un aumento di stipendio”.

A una certa mentre sono comodamente seduta alla mia scrivania entrano nel mio ufficio la mia capa, il presidente dell’azienda e un altro pezzo grosso.

Strabuzzo gli occhi, guardando se c’è una torta gigante da qualche parte nella quale infilarmi ed uscire a sorpresa cantando “Happy birthday Mr President”.

In fin dei conti la mia chioma bionda può trarre in inganno anche l’occhio più esperto.

“Ecco, vediamo il video dal tuo pc, V”.

Porca troia. Guardo la scrivania che è praticamente la dispensa di casa mia: pacchetto di Tuc aperto, briciole ovunque, schiacciatine, frutta secca, una tazza con la bustina di tè dentro.

C’è inoltre il mio telefonino con l’applicazione che simula il rumore della pioggia a tutto spiano. Spengo con studiata nonchalance l’applicazione e mi concentro sul monitor.

“Fai partire il video, V”.

Okay, ce la posso fare. Che cosa avevo schiacciato prima? Ah sì, il tasto play.

Il video parte e prego Dio che non saltino fuori le solite pubblicità imbarazzanti della Durex o degli assorbenti che mettono le ali o della pornostar che ti dice “ciao, vivo a pochi chilometri da te, chattiamo?”.

Per fortuna fila tutto liscio, mi tolgo la parrucca bionda, le protesi alle zinne e il rossetto rosso… Ah no scusate, ero entrata troppo nella parte.

Happy Halloween.

 

Lavori in corso

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Domani devo andare alla riunione cantieri.

Cazzo stai a dì? Ti sei bevuta il cervello? Ho forse sbagliato blog?

Vi chiederete voi. O forse penserete “e chi cazzo te l’ha chiesto?”.

Ecco. Ma io, la vostra blogger di (in)successo che voglio dire, non è che sono i numeri a fare la blogger, no? La blogger al massimo i numeri li dà. E dopo questa: basta. Io morivo dalla voglia di dirlo a qualcuno. Non c’è cosa più interessante al mondo.

Non avete sempre sognato di dirlo? “Cosa fai domani?”. Domani vado alla riunione cantieri.

No make up. No collezione autunno inverno 2017. No politica. No musica. No glamour.

Questo non è Vanity Fair.

Voglio dire, io non lavoro per Vanity Fair, anche se lo so, tutti ne avevate un vago sospetto, ahimè, del tutto infondato.

Io, al lavoro, devo scrivere anche di cantieri. Non vi dico come, né dove, perché la privacy è SACROSANTA, anche se non esiste.

Domani dunque andrò alla riunione cantieri. In pratica farò un’entrata plateale in una sala con il tavolone di vetro piena di uomini (di una certa età, non sbarbini, perciò non surriscaldatevi) con il mio quadernazzo con la copertina azzurro fluo sottobraccio. E una volta lì tutti si gireranno con gli occhi colmi di stupore e mi diranno “per me un macchiato, per me liscio, per me un cappuccino ristretto corretto latte tiepido con spolveratina di cacao delle Ande” e io per una frazione di secondo penserò che tutto sia normale (dato il mio rispettabilissimo background) e sul mio vistoso quaderno comincerò ad annotare le ordinazioni maaaaaaaa, un momento: io non sono la cameriera.

E giù risate.

Prenderò posto nell’angolo più remoto della sala e ascolterò i loro discorsi sui lavori annuendo e assumendo un’espressione vissutissima annotando cose come: V cuore qualcuno. O la lista della spesa. O le 10 cose da fare prima di morire o dopo la riunione cantieri.

Ma dai, siamo seri. Cazzo vuoi che capisca di cantieri? Anche se presto dovrò capirci qualcosa, visto che i comunicati li scrivo io.

Sarà certamente spassosissimo. Sto anche pensando di indossare un caschetto giallo antinfortunistico per l’occasione.

 

 

 

“V” aggiorno

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(Foto da qui)

Ultimamente parlerei solo del mio lavoro. Quindi è una bella fortuna che io non abbia una gran vita sociale, così non ammorbo nessuno.

Anche perché le mie giornate iniziano presto e finiscono altrettanto presto. Alle 22 sono già kaput. Figuriamoci se ho voglia di vivere o di fare cose di quel genere.

L’unica cosa che faccio, solo perché devo, è portare le bestie a sgranchirsi, ammirare la loro gioia di vivere e fare quattro passi nel verde umidiccio della pianura padana.

C’è chi fa sport, va in palestra, se la spassa dopo l’orario di ufficio. Esseri immondi, proprio. Come cazzo fanno?

Io mi guardo qualche battaglia sanguinolenta su Netflix e poi ciao. Spengo la luce e dormo sognando il pc dell’ufficio e le cose che ho da fare.

Perché adesso ci sono dei termini da rispettare, tipo che bisogna scrivere tot cose entro un certa data. Ma capite che fino a ieri la mia unica “scadenza” era servire la birra al cliente prima che arrivassero i calamari? Insomma, non stavo certo con l’acqua al culo. O si dice alla gola?

Avevo in mente un sacco di post divertenti da scrivere per parlarvi di quanto sono stanca, delle pause caffè, di me che imbarazzata faccio domande per scrivere l’articolo e così via. Ma ogni volta che mi vengono in mente le cose o sono in doccia o sto camminando in campagna oppure me le sono sognate e quando mi metto al pc, al mio di pc, la mente si svuota e si rifiuta di collaborare.

Alle 22 io ho il cervello in pappa. Quindi questo è l’unico aggiornamento non richiesto che sono riuscita a fare.

La cosa figa è che era esattamente quello che avrei voluto fare nella vita. Ufficio, tazzona con la scritta “papà sei il mio campione”; beh, più o meno, ecco.

La seconda cosa mi sembra ovviamente impossibile, anche se al giorno d’oggi niente è più così ovvio. Comunque, se come ogni anno non sapete cosa regalarmi a Natale mi accontento di una tazza con scritto “V sei la mia campionessa”.

Grazie.

 

Intensità

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Scrivere qualcosa ultimamente è faticoso.

Mi viene facile quando sono giù di morale e in questo momento non lo sono (yuppi!).

Il fatto è che io al lavoro scrivo. Sto facendo quello per cui ho “studiato”, anche se l’università (perlomeno la specialistica) non mi ha specializzata in un emerito cazzo, sia chiaro. Però diciamo che l’idea era quella di starsene seduta, caffè o tazza di tè, quadernotto corposo, post it (ho un feticismo per la cancelleria), computer e tastiera. E scrivere.

Certo, mica scrivo quello che mi pare e piace. Però c’è un – seppur ristretto – margine di creatività.

Essere pagati per scrivere. Non per scrivere libri, non per descrivere il mio stato  d’animo, sia chiaro. Però è già qualcosa, quel margine creativo, una sorta di respiro in mezzo ai comunicati sul traffico (che sto chiaramente imparando a scrivere, ovvio) o a quelli sugli incidenti.

Insomma, la mia capa è la capa dell’ufficio stampa di un’azienda. Embè, un po’ me la dovevo tirare, no?

Chiuso il capitolo “ufficio” ieri si è riaperto brevemente quello “ristorante”. Siccome c’era un gruppo che suonava mi hanno chiesto di tornarci per dare una mano. E ci sono andata.

È stato bello. Il dopo serata, dico.

L’informalità. Birra e cocktail a fiumi. Musica. Ballare, bere, ballare, gridare.

Il primo briciolo di spensieratezza di quest’estate.

Non mi sentivo così giovane da tempo. Giuro.

La mia più cara amica e collega (anche lei lì in via del tutto eccezionale) ha detto “siamo a casa”.

Ed era vero. Eravamo a casa, a nostro agio, non vestivamo alcun ruolo, ci siamo tutti limitati ad essere noi stessi, senza paura.

Ho vissuto questa settimana con un’intensità di cui non mi credevo capace.

E ne sono felice.


 

Giochi d’infanzia

Oggi voglio deprimervi e introdurre il post con una citazione che sicuramente è già comparsa in questo blog, teatro di sfiga e mestizia: “ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era.”

La citazione è tratta dal film “Il sorpasso”, che vi consiglio, fra parentesi.

E ora… Ringrazio Zeus che a sua volta ha ringraziato Romolo per la nomina nel tag dei giochi d’infanzia.

Iniziamo senza tante spiegazioni:

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Le mitiche sBarbies!

Bionde, filiformi e ricche.

Le sbarbine erano creature ignobili con la pancia piatta e i vestiti che costavano più dei tuoi.

C’era la sbarbatella bionda, la vera e pura Barbie che guardava tutte le altre (perfino quelle che avevano come unica colpa l’essere castane) dall’alto in basso. Era ricca sfondata, soprattutto la seconda temo, dato che non faceva un cazzo dalla mattina alla sera e aveva inspiegabilmente tutti i comfort di sto mondo, tipo la cabina armadio e cose altrettanto vergognose.

Le Barbie di altre razze non erano degne compari e venivano considerate delle nullità.

Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono.

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L’Action man!!!

L’Action man col cane era l’antenato dei punkabbestia dei nostri giorni.

Era uno scavezzacollo che accoppava bambini tra una sessione di pesi e una tirata di cocaina.

Io da piccola avevo un debole per i tamarri e mi rifiutavo categoricamente di far riprodurre le mie Barbie (che erano Barbie ghetto, dato che qualcuna di loro era nera) con quel pesce lesso di Ken, che girava con la polo Ralph Lauren e il capello gellato.

Action Man + cane faceva bagnare l’intero vicinato, Ken compreso.

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Gli animaletti Kinder!

Quelli sì che erano giochi pazzeschi.

Tra amori incestuosi e accoppiamenti tra specie diverse…

Li adoravo.

Io e la mia migliore amica disseminavamo il pavimento di animaletti, creando famiglie e interi quartieri e facendo indigestione di ovetti Kinder.

Ah, che meraviglia.

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Fin da subito mi sono rivelata una sportiva accanita…

Sto scherzando, ovviamente.

Tuttavia si giocava spesso a pallavolo, utilizzando il portone come rete e distruggendo le rose di metà vicinato, rischiando denunce e percosse.

Ovviamente ci sarebbero altri mille giochi, ma staremmo qui fino a domani.

Invito a partecipare i seguenti bloggerZ:

alemarcotti

Sephiroth

Stardust

Bloom (Di punto in Bianca)

Hadley

 

Festeggiamenti

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Uao.

Sono sopravvissuta – quasi indenne – al primo giorno di lavoro in ufficio!

Dico “indenne” perché alzarsi alle 6 del mattino non era nella mia routine da tempo. E sì, ditelo pure “beata te che non facevi alzatacce” e c’avete ragione, c’avete.

Mi sono alzata in realtà alle 6 e 30, facendo una colazione che avrebbe dovuto saziarmi fino le 12 e 45, ma alle 10 del mattino il mio stomaco già reclamava – a gran voce – cibo.

Ovviamente la mia borsa, come dicono le mie amiche è come quelle delle bulimiche (lo so, non si scherza sulle malattie, ma oh, l’han detto loro). In qualsiasi mia borsa c’è del cibo, aggiungete il fatto che peso 54 kg (circa) e le battute si sprecano.

Così ho mangiucchiato biscotti secchi (e tristi) alle 10 e 30, cercando di placare i borbottii del mio stomaco: vile traditor.

Avevo il mio badge, la mia scrivania, la mia sedia (comodissima) e anche una discreta dose di dignità che ero riuscita ad infilare di straforo stamani, tra un cambio di pantaloni e l’altro.

Tuttavia non ho ancora la mia postazione pc, di conseguenza mi sono girata i pollici a inizio giornata, bevendo tra l’altro ben due caffè.

Io l’azienda già la conoscevo, dato che ci ho fatto il tirocinio due estati fa. E sapete, due anni fa esatti aprii anche questo blog.

Sembra l’altro ieri che vi offrivo tramezzini al tonno e salatini stantii per festeggiare il primo anno di questo blog fantasmagorico ed ora eccomi qui, di nuovo nella stessa azienda e ancora tra queste pagine (?) a tediarvi/ deliziarvi con i miei super post sulla fase premestruale, sulle disavventure al ristorante e oggi su questa vecchia, ma nuova avventura.

Non saprei che aggiungere, a parte il fatto che dover timbrare e calcolare le ore è qualcosa che richiede una concentrazione non indifferente, soprattutto per chi, come me, non sa contare.

Ah quasi dimenticavo: lì ci sono delle birre immaginarie, se qualcuno di voi sa tramutare l’acqua in vino e si chiama Gesù qui è il benvenuto.

Con affetto, V!

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Music Wizard (215)

Buon quasi ferragosto a chi non lo festeggia, come me. Oggi non ho alcuna voglia di pensare né tanto meno di scrivere, perciò eccovi un post di Zeus che ho apprezzato molto. Buona lettura!

Music For Travelers

Ci stiamo avvicinando alle vacanze.
Sono vicino a chi, stoico e irriducibile (= costretto), dovrà aspettare ancora molte settimane o, di ferie, proprio non ne vedrà. Se le ha già fatte, ovvio, il mio supporto morale non esiste perché la sua quota di “fanculo al lavoro” l’ha già avuta.
Cosa provo in questo momento?
Non saprei dirlo a parole, penso un misto di sfinimento e incazzatura. Perché, da me, queste due componenti vanno mano nella mano. Certo, ti dicono “sorridi che la vita ti sorride”, ma se io, come diceva il buon Renton nel suo monologo 2.0 sul “scegli la vita”, di questo presente non mi fido?
Per chi non l’avesse a meno, vi rimetto il monologo, così potete sciacquarvi le orecchie.

Ecco qua, direi che questo riassume molto del mio pensiero corrente. Mi piace nascondermi dietro anche quel vago senso di ipocrisia che contraddistingue il mettere questo scegli…

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Buone nuove

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In fin dei conti ho sempre saputo dentro di me che un giorno sarei diventata Anne Hathaway.

C’è che alla fine mi è arrivata la fatidica chiamata. Quella del lavoro.

Ora che è arrivata sono qui a tormentarmi e a dirmi “ma cazzo, sto facendo la stagione, mi ci ero messa pure comoda in questa situazione del cazzo” com’è che ora mi tirano fuori dal nido a forza?.

Insomma, non avevo fatto alcun progetto, solo aspettare, ecco. Pensavo che alla fine non mi avrebbero manco più chiamata.

Comunque, ho contato i soldi di queste settimane di lavoro e mi sono detta “che cazzo ci faccio con sti soldi?”

Lo so, può sembrare irrispettoso. Ma la verità è che l’ho pensato. E sapete che ho fatto? Ho ordinato un telefono su internet. Il mio ha la memoria piena, il mio amatissimo e non ancora compianto ipod non si aggiorna manco per il cazzo e quindi mi ero “ripromessa” che a fine stagione avrei comprato un telefono decente, che facesse buone foto compensando la mia incapacità, che avesse una capiente memoria per musica e immagini e così via.

Certo, la stagione non è ancora finita, ma la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi hanno chiamata è stata: bene, allora posso comprarmi il telefono.

Cioè, che tristezza.

La verità è che quest’estate come ho ripetuto spesso è andata un po’ a puttane.

Se penso a quella scorsa, tra festicciole e sagre, mi viene il magone.

La mia amica non lavora più al ristorante e così non ho nessuno con cui uscire quando si finisce tardi la sera. Non ho passato grandi serate, quando ero libera. E dubito ce ne saranno.

Ferragosto comunque lo passerò al ristorante, non a mangiare, eh, a lavorare. Il ché mi sta benissimo. Salvo il Natale, adoro lavorare durante le feste comandate.

Nessuna rottura di coglioni.

Sapete, sono terrorizzata. In fin dei conti ci ho sperato tanto e ora che forse ci siamo quasi vorrei avere ancora tanto tempo per rifletterci e stare “comoda”.

In fin dei conti io detesto i cambiamenti. Non sono proprio capace a cambiare.

Quindi niente. La mia estate volge al termine. Lavorerò fino a martedì e poi comincerò un nuovo lavoro.

Non andrò in vacanza, non farò nessun viaggio pazzesco, non ho incontrato nessuno che fosse almeno vagamente interessante, ma… Ma cazzo, queste sono comunque delle grandi novità.

Qualcuno brinda con me? Offro io, dopo tutto sono quasi una donna in carriera.

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