lei

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Non si era lavata i capelli, quella sera. Aveva esitato un attimo, si era infilata sotto la doccia, il microfono dal getto bollente che arrossava la pelle dove colpiva, ma non le andava proprio di perdere tempo, lo shampoo, il balsamo e poi il phon, no, quella sera aveva lasciato perdere. Profumava, però. Si era guardata allo specchio, nuda. La pelle liscia, ma in certi punti non era per niente tonica, qualche piccola macchia scura sul viso, di quelle che sembrano eterne ma poi svaniscono, come sono venute. I seni sodi, alti, non certo generosi. Era bella? Per qualcuno lo era stata. Ma come parlava? Sembrava avesse chissà quale età, invece era così giovane, così acerba, ancora. Perché si sentiva tutti quegli anni addosso, certe volte, così provata per quei pochi sorsi di vita, trangugiati velocemente, e poi puff, una giovane donna che cominciava a vivere. Aveva arrancato fino a quel momento, si era nascosta, era stata goffa. Lo era ancora, ma la vita le aveva dato uno spintone, l’aveva fatta cadere, le aveva fatto anche male, ma di ferite non ce n’erano, nessuno le aveva viste. Eppure lei aveva sanguinato. Ma poi eccole, le prime occasioni per rialzarsi, per darsi un tono, per ridere di gusto e smettere di piangere rintanata in camera, come una reietta, una vittima era stata, di se stessa, soprattutto. Si fissava allo specchio, malumori, entusiasmo, sorrisi, smorfie, i capelli che forse raccolti non sarebbero sembrati poi così sporchi, non lo erano mica, in fin dei conti. Era una sua impressione, un suo giudizio. Se si sentiva bene, poteva conquistare davvero il mondo, o almeno una briciola. Stava davvero bene? Sorrideva di più, pensava di meno. Ecco la fregatura, quel tormento continuo, quei pensieri cattivi dentro alla testa, i suoi giudizi, prima di quelli degli altri. Le insicurezze, groppi in gola, stomaco attorcigliato, aveva solo bisogno di una tregua: da se stessa. Uscire da un ruolo rigido ed entrare nella parte di un’altra donna, perché no? O forse era sempre lei, ma non ricordava. Fosse stato per lei, l’avrebbe fatta volentieri a pezzi, quel groviglio di nervi tesi, quel cuore che si chiudeva a riccio, nascondere quella parte infantile, quel passato che era solo ieri, in fin dei conti. Lo specchio appannato restituiva solo contorni e per una volta sarebbero bastati, tutte le paranoie, tutto quello scavare dentro, quel cercare risposte, avrebbe lasciato tutto a casa. Con un dito aveva ridisegnato il suo volto sul vetro, per guardarsi in faccia prima di uscire. Quell’espressione che si era ritrovata non sembrava appartenerle, così abituata alla malinconia, neppure si riconosceva. Ma in fin dei conti era sempre lei.

 

Post Natale

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Oggi è una doppia domenica, ossia una domenica con doppio carico di tristezza, depressione, svogliatezza, irritabilità e drammaticità!

Questo perché è il 7 gennaio, un giorno notoriamente merdoso. Il fatto è che io sono una di quelle che soffre molto quel periodo post natalizio, il post feste, il post cenette, il post regali di Natale. A casa mia non abbiamo ancora tolto gli addobbi, più che altro per pigrizia esistenziale, non per protesta o per fare gli anticonformisti. Quando avrò casa mia, cioè tra una cinquantina d’anni, lascerò gli addobbi di Natale in casa tutto l’anno, ma forse non avrò manco voglia di addobbarla, la “mia” casa.

Fatto sta che, nonostante non abbia fatto comunque lunghe vacanze, nonostante sia rientrata al lavoro già la scorsa settimana oggi mi sento addosso un macigno allucinante. Non mi va proprio di lasciarmi alle spalle il Natale, le decorazioni e compagnia; le feste sono volate via come niente e ora comincia il periodo più merdoso dell’anno, quello in cui sta per arrivare la primavera, quello col mese più corto che a me sembra lungherrimo, quello dove ci si sente fiacchi da morire, si vorrebbe andare in letargo come le bestie e invece ci si alza la mattina e si fanno le solite dannate cose, tipo trascinarsi in ufficio col morale a terra e sperare che la giornata passi in fretta, il tutto fino a Pasqua, che è una festa di merda che fa schifo a tutti. Voglio dire, chi cazzo addobba la casa per Pasqua, superati gli otto anni di età? Eh.

Devo ammettere che non la sto prendendo bene, questa domenica, mi pesa più di tutte le altre messe assieme, forse perché questo periodo natalizio è stato particolarmente bello e positivo, ho fatto tante cose, sono stata qua e là, ho ficcato il naso fuori dalla porta di casa e via dicendo.

Insomma, io non vedo l’ora che arrivi Natale, SUL SERIO.

 

Ultime dal 2017

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Alla fine, festeggerò la fine di questo mirabolante 2017 con un aperitivo lungo assieme a qualche amica, niente di che. Io francamente sarei andata volentieri al cinema, a vedere il cartone del Toro.

Detto ciò, come chiusa di questo anno intenso, pazzesco, oserei dire SOPORIFERO, vi propongo i termini di ricerca del 2017, che è un bel pezzo che non li piazzo in prima pagina.

Nel 2017 ecco cosa chiedevano a Dottor Google gli utenti più scatenati del web (e Google giustamente li indirizzava al mio fantastico blog, pensate che culo).

cane che fa pipi a bruxelles – del viaggio a Bruxelles mi sono vantata a gennaio
una bella persona non finirà mai di emozionarti – grazie, lo penso anche io di me stessa
clienti di merda – a iosa
praga cannabis cioccolata – mi sono fatta la stessa domanda!
ti auguro mille giorni sempre così – valli ad augurare a qualcun altro
ti auguro di rialzarti – questo è sicuramente una query (termini informatici ad minchiam) post festiva
dal film la vita di adele,scena di sesso lesbo – un film di merda
cane che fa pipi sulla valigia – ah!
apparecchio ai dentri in erasmus – quanto ti CAPISCRO
ti auguro serenità – altrettanta
pensieri sfusi confusi di una sfigata wordpress – fa sempre piacere sentirselo dire
città belga con staue di bambini e cane che fanno la pipì – forse cercavi Bruxelles
vita di adele scena aletto – aridaje
quelle con la d maiuscola che non festeggiano l 8 marzo 
lorelai nelle nuove puntate e’ ingrassata – 
io voglio film due mafiosi il film è bianco – chiedilo a babbo Natal
“è primavera io questa stagione la preferisco o no alle altre perché – chissà se hai trovato qui gli spunti giusti!
inguaggio arancia meccanica malcico trucca
little free library nonsprecare
la vita di adele blog – ho già detto che sto film fa cagare?
“odia blu adelet – ecco, forse si è capito
le coscie la figha il cullo di fiorella mannoia – non riuscirò più a guardare la Mannoia con gli stessi occhi di prima
“adelecose – tra poco parte il bestemmione
parlare masturbazione amiche – impossibile, noi donne non ci masturbiamo

Ebbene, l’anno si conclude con una mast… No, scusate, l’anno si conclude così, fra angoscianti termini di ricerca e boh, la speranza che i prossimi siano ancora peggiori?

Non vi auguro assolutamente nulla, perché resto fedele alla mia antipatia post natalizia!

 

Anno nuovo, vita vecchia

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L’anno scorso, in questo periodo stavo lamentandomi del Capodanno. Quest’anno ho deciso di fare come se non ci fosse, come se non esistesse proprio un trentun dicembre a cui rendere conto. La mia più cara amica aveva perfino paura a invitarmi a una festicciola a casa di amici (suoi), mi è quasi dispiaciuto, fossi una persona normale probabilmente farei faville a Capodanno. Morale della favola? Tutona di pile o di quelle in acrilico acetato, stufona che ti fa sudare, cani adoranti ai piedi che ti fanno schizzare l’autostima a mille con quegli occhioni da “sei mejo te” e terrina di pop corn. Magari un mini spumante, come quelle cose per single che al supermercato non si trovano manco per il cazzo o così m’hanno detto. Spero nei classici Disney anche quest’anno e vaffanculo. In compenso il Natale, anziché sentirlo meno, lo sento sempre di più. Che è strano, perché passo la vita a pensare che la vita faccia schifo, ma poi a dicembre sono peggio di Michael Bublé. Mi do una spolverata e torno su piazza, con maglioni natalizi agghiaccianti, carte regalo e una buona carola per tutti. Ho addirittura comprato un set da tre cd da mandare in loop, domani, venticinque dicembre. Non di Bublé. Delle canzoni taroccate natalizie per deliziare i commensali. Tutto è pronto per domani, grazie a mia madre. Io ho pensato ai tovagliolini con l’omino di Pan di Zenzero; ho pure ricevuto dei tovagliolini rosa shocking con la scritta dorata Merry Xmas per dare un tocco glam al tavolone. Insomma, io mi sento fortunata, da questo punto di vista. Che dire? Buone feste, statemi bene.

Santa Claus is coming to town… He sees when you are sleeping, he knows when you’re awake, he knows if you been good or bad, so be good for goodness sake!

V, in collaborazione con Michael Bublè.

novembre

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Guidare con il piovischio che imbratta i vetri, un salto al bosco, ascoltare le foglie che cadono, sembrano più forti dei tuoni in tutto quel silenzio, alberi che si spogliano impudici. Le prime luci di Natale, noi da bambini dentro auto caldissime, la conta degli alberi addobbati per passare il tempo, l’odore del cloro in piscina, le quattro del pomeriggio quando fa già buio, il fuoco acceso che spossa. Una macelleria bianca e immacolata, la carne esposta, rosea e striata di rosso, l’odore delicato di quando è cruda, corridoi con bestie appese, il macellaio che affetta rude. Gente di paese che parla dialetto fitto, anziani che si ripetono. Centri commerciali colmi di gente, comprare per noia cose inutili, i caffè che si svuotano e si riempiono di continuo, due cioccolate calde per sciogliere nodi, una fitta di piacere per una carezza. Tagliolini al radicchio e speck dentro a un piatto bianco, risate forti e sincere, stralci di vite sempre uguali, picchi di depressione quando è domenica. Sguardi insistenti che imbarazzano, occhi buoni e mani sui fianchi per confortare. Avvertire mancanze, un’amica che si allontana sempre di più, sparire per un po’ dalla circolazione, sentirsi soli in un bagno, lacrime che sgorgano quando si raggiunge il culmine, trovare soluzioni momentanee per rialzarsi. Vento che taglia le orecchie, sognare che l’indomani andrà meglio, fremere pensando all’amore caldo di cui siamo in cerca. Non avere il coraggio di iniziare un nuovo libro, pensare all’ultimo che si è letto, tenersi stretti quei personaggi di carta e cercarli nella realtà. Non sentirsi all’altezza, non avere idee buone, soffrire in un angolo, ricevere un complimento che lusinga. Scoprire di piacere, ma non alle persone giuste, scoppiare a ridere per la pungente ironia, non cogliere mai l’attimo, pretendere la bellezza, senza accontentarsi, circondarsi di gesti buoni, sedersi e aspettare, il mondo che fila veloce, io che lo guardo correre.

 

Giochi d’infanzia

Oggi voglio deprimervi e introdurre il post con una citazione che sicuramente è già comparsa in questo blog, teatro di sfiga e mestizia: “ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era.”

La citazione è tratta dal film “Il sorpasso”, che vi consiglio, fra parentesi.

E ora… Ringrazio Zeus che a sua volta ha ringraziato Romolo per la nomina nel tag dei giochi d’infanzia.

Iniziamo senza tante spiegazioni:

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Le mitiche sBarbies!

Bionde, filiformi e ricche.

Le sbarbine erano creature ignobili con la pancia piatta e i vestiti che costavano più dei tuoi.

C’era la sbarbatella bionda, la vera e pura Barbie che guardava tutte le altre (perfino quelle che avevano come unica colpa l’essere castane) dall’alto in basso. Era ricca sfondata, soprattutto la seconda temo, dato che non faceva un cazzo dalla mattina alla sera e aveva inspiegabilmente tutti i comfort di sto mondo, tipo la cabina armadio e cose altrettanto vergognose.

Le Barbie di altre razze non erano degne compari e venivano considerate delle nullità.

Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono.

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L’Action man!!!

L’Action man col cane era l’antenato dei punkabbestia dei nostri giorni.

Era uno scavezzacollo che accoppava bambini tra una sessione di pesi e una tirata di cocaina.

Io da piccola avevo un debole per i tamarri e mi rifiutavo categoricamente di far riprodurre le mie Barbie (che erano Barbie ghetto, dato che qualcuna di loro era nera) con quel pesce lesso di Ken, che girava con la polo Ralph Lauren e il capello gellato.

Action Man + cane faceva bagnare l’intero vicinato, Ken compreso.

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Gli animaletti Kinder!

Quelli sì che erano giochi pazzeschi.

Tra amori incestuosi e accoppiamenti tra specie diverse…

Li adoravo.

Io e la mia migliore amica disseminavamo il pavimento di animaletti, creando famiglie e interi quartieri e facendo indigestione di ovetti Kinder.

Ah, che meraviglia.

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Fin da subito mi sono rivelata una sportiva accanita…

Sto scherzando, ovviamente.

Tuttavia si giocava spesso a pallavolo, utilizzando il portone come rete e distruggendo le rose di metà vicinato, rischiando denunce e percosse.

Ovviamente ci sarebbero altri mille giochi, ma staremmo qui fino a domani.

Invito a partecipare i seguenti bloggerZ:

alemarcotti

Sephiroth

Stardust

Bloom (Di punto in Bianca)

Hadley

 

Buone nuove

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In fin dei conti ho sempre saputo dentro di me che un giorno sarei diventata Anne Hathaway.

C’è che alla fine mi è arrivata la fatidica chiamata. Quella del lavoro.

Ora che è arrivata sono qui a tormentarmi e a dirmi “ma cazzo, sto facendo la stagione, mi ci ero messa pure comoda in questa situazione del cazzo” com’è che ora mi tirano fuori dal nido a forza?.

Insomma, non avevo fatto alcun progetto, solo aspettare, ecco. Pensavo che alla fine non mi avrebbero manco più chiamata.

Comunque, ho contato i soldi di queste settimane di lavoro e mi sono detta “che cazzo ci faccio con sti soldi?”

Lo so, può sembrare irrispettoso. Ma la verità è che l’ho pensato. E sapete che ho fatto? Ho ordinato un telefono su internet. Il mio ha la memoria piena, il mio amatissimo e non ancora compianto ipod non si aggiorna manco per il cazzo e quindi mi ero “ripromessa” che a fine stagione avrei comprato un telefono decente, che facesse buone foto compensando la mia incapacità, che avesse una capiente memoria per musica e immagini e così via.

Certo, la stagione non è ancora finita, ma la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi hanno chiamata è stata: bene, allora posso comprarmi il telefono.

Cioè, che tristezza.

La verità è che quest’estate come ho ripetuto spesso è andata un po’ a puttane.

Se penso a quella scorsa, tra festicciole e sagre, mi viene il magone.

La mia amica non lavora più al ristorante e così non ho nessuno con cui uscire quando si finisce tardi la sera. Non ho passato grandi serate, quando ero libera. E dubito ce ne saranno.

Ferragosto comunque lo passerò al ristorante, non a mangiare, eh, a lavorare. Il ché mi sta benissimo. Salvo il Natale, adoro lavorare durante le feste comandate.

Nessuna rottura di coglioni.

Sapete, sono terrorizzata. In fin dei conti ci ho sperato tanto e ora che forse ci siamo quasi vorrei avere ancora tanto tempo per rifletterci e stare “comoda”.

In fin dei conti io detesto i cambiamenti. Non sono proprio capace a cambiare.

Quindi niente. La mia estate volge al termine. Lavorerò fino a martedì e poi comincerò un nuovo lavoro.

Non andrò in vacanza, non farò nessun viaggio pazzesco, non ho incontrato nessuno che fosse almeno vagamente interessante, ma… Ma cazzo, queste sono comunque delle grandi novità.

Qualcuno brinda con me? Offro io, dopo tutto sono quasi una donna in carriera.

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Una fetta di culo

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Signore alla cassa:

“Non sono per niente contento, sa? Noi veniamo sempre a mangiare qui, ma questa sera non sono per niente contento”.

Ah, ma davvero? Non è per niente contento? Lo sa che anche per me è domenica sera, grandissima testa di cazzo che non è altro? Solo che a differenza sua è tutto il giorno che sono in piedi per servire e riverire le teste di cazzo come lei? Non è contento? Sa quanto sono contenta io, invece? Che mi devo sorbire la stagione pagata a nero quando ero convinta che avrei finalmente avuto un lavoro vero, senza bambini urlanti che corrono per la sala mentre tu sei lì col vassoio e le bevande traballanti e questi bambini cagacazzi ti fermano perché vogliono chiacchierare con te?

Mi fingo dispiaciuta, assumo un’espressione contrita, quasi costernata, lo guardo e gli dico: mi dispiace signore, che cosa è successo?

“Eh, ho chiesto il conto e nessuno me l’ha mai portato! E adesso, e adesso mi dica quanto devo pagare”.

Coglione.

“Ah e un’altra cosa. A me è stato portato il pane! Mentre i vicini di tavolo avevano i grissini! Anche io volevo i grissini!”

Oh mamma mia! Che ingiustizia! Che affronto! Che malignità! Come farà a dormire sonni tranquilli dopo un simile sopruso?

(Chiedere a una cameriera/cameriere di farsi portare due grissini merdosi era troppo, ma troppo impegnativo).

Caro signor, oltre al pane, alla cena, alle bevande, ai nostri sorrisi non certamente scontati, alla nostra gentilezza, cosa voleva? Anche una fetta del mio culo? 

Invece…

“Signore, sono tot euro e cinquanta. Posso offrirle un limoncello?”.

Posso anche sputarci dentro, se lo desidera.

“Ah, quello lo accetto volentieri, sì”.

Ma non l’avrei mai e poi mai detto! Invece sa dove può mettersi i famosi grissini del vicino?

“Ecco qua signore, buona serata e grazie”. Sorrido gentile, augurandogli le 10 piaghe d’Egitto.

E un vaffanculo, di cuore.

Una signora mi guarda e con gentilezza e un certo tatto mi dice “coraggio, cara, manca poco alla fine dell’estate”.

Avrei potuto abbracciarla singhiozzando senza ritegno.

 

 

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Non sono mai stata una fan sfegatata dei Linkin Park, ma li ho sempre ascoltati volentieri quando li passavano alla radio.

Ogni tanto ascoltavo qualche brano su YouTube.

Non sono una fan, dicevo. Ma qualche canzone mi è entrata sottopelle. Forse le più commerciali o che lo sono diventate nel tempo.

Oggi leggo della morte del cantante Chester Bennington. Suicida.

Mi è presa una tristezza incredibile, certo non lo conoscevo, non lo veneravo, come non venero nessun artista, ma mi dispiace.

Mi dispiace leggere soprattutto di chi lo giudica, perché era un drogato, perché era un padre.

Ma la depressione è un mostro che ti mangia dentro, chi ne soffre talvolta è un insospettabile.

Puoi avere soldi. Puoi avere affetti. Puoi avere tutto o puoi non avere un cazzo di niente.

Ma se non hai pace, se dentro ti consumi, se ingoi ogni giorno il dolore, se arrivi al limite della sopportazione puoi avere tutto, ma alzarsi è faticoso, le gambe si fanno pesanti. Puoi avere tutto, ma dentro c’è un demone con cui fare a pugni, che alla fine ti schiaccia, ti fa ammattire.

Leggere lo schifo della gente che lo giudica mi disgusta.

E provo sempre tristezza per chi arriva al limite. Non penso sia da vigliacchi, andarsene. Penso che per vivere ci voglia un gran coraggio, certo. Ma anche per morire.

Allora che dire? Solo ripetere che dispiace, perché non immagino la sofferenza e il peso che tutti si portano dentro, nascosto bene, al riparo dagli occhi degli altri.

I tried so hard
And got so far
But in the end
It doesn’t even matter
I had to fall
To lose it all
But in the end
It doesn’t even matter.

Riposa in pace.

Ritratto

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Ragazza alla finestra – Dalì.

Stai seduta sulle poltroncine nuove e bianche, piazzate nel cortiletto sporco, foglie, insetti e l’odore della laguna che sale e impregna ogni cosa. Il tuo volto quando stavi bene era un sole tondo e raggiante, i riccioli che da bambina erano biondissimi sono diventati più scuri, ora tendono al grigio. I peli biondi che si scorgono solo quando i raggi illuminano. Fumi una sigaretta e poi un’altra, il posacenere traboccante, la muffa alle pareti esterne.

Indossi un vestito comprato al mercato, una stampa floreale che si allarga nei punti dove le tue forme si fanno più generose.  Sorseggi caffè scuro servito nel bicchierino di vetro: un goccio di latte freddo che lo macchia.

Ieri ti ho guardata e mi si è stretto il cuore. Ho guardato il tuo volto sempre più scavato, la malattia che trascina via sorrisi e speranze. L’energia che viene a meno, tremavo, sai?

Ma sorridevo, parlavo, scacciavo i brutti pensieri, cercavo di soffiare via anche i tuoi.

Stavamo sedute io e mia madre, tu e tua figlia. Abbiamo cercato di alleggerire, a rinfrescare la serata ci aveva già pensato un timido temporale.

Le zanzare mi mordevano la pelle mai sazie, ma rimanevo lì a osservare quel piccolo mondo crudele, che prima era un tempio di bei momenti, che tra qualche mese saranno solo ricordi.

Ho camminato con tua figlia, mia cugina. Lei mi ha chiesto “come la vedi mia madre, sinceramente?”.

Ho mentito.

Ho detto che ti ho solo vista stanca, lo sai zia, io non ti ho vista solo stanca.

Più volte ho ingoiato l’amarezza, quel bolo di negatività che saliva su.

Io ti ho vista stremata, ho visto la fatica nel parlare. Quella fatica che prima non c’era.

Io ho mentito, ma non solo per mia cugina. Ho mentito soprattutto per me.

Perché ero spaventata.

Abbiamo camminato lungo le strade, c’era la festa della musica ieri. Ma io non ho ascoltato neppure una nota.

Ho camminato con mia cugina in silenzio. Un silenzio, un tacito accordo. Un silenzio denso che mi ha messo i brividi.

Mentirei all’infinito, zia.

Poi sono salita in auto, finalmente ho smesso di sorridere.

Mia madre ha stretto la mia gamba con la mano e lì sono crollata.

Ho finalmente pianto davanti a lei, ho condiviso il dolore e la paura con lei. Lei che è tua sorella maggiore e ti ha fatto da madre, quasi.

Ero arrabbiata e lo sarò sempre. Provo rabbia, ne provo così troppa che non so più dove metterla.

La stretta di mia madre mi ha rassicurata per un momento, volevo che stringesse per sempre, vorrei stringerti e non lasciarti andare via.

Sono tornata a casa ricomponendo il volto, ma volevo spaccare tutto e gridare forte.

Ho fermato l’immagine di te, qualche tempo fa, seduta nello stesso posto ma con un sorriso pieno e sincero.

Noi attorno a te, raccontare aneddoti di vita, perché davanti ce n’è ancora tanta.

Io vedo solo quel viso sorridente, non voglio vedere nient’altro.