“Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi” Virginia Woolf

virginia-woolfOggi voglio parlarvi di un saggio scritto da Virginia Woolf, meglio nota come Virginia Wolf, o Uolf. Perdonate la premessa, ma il mio cane si chiama Wolf e ho pensato di renderlo partecipe, in qualche modo. Dunque, la siora Woolf – fosse vissuta oggi – l’avrei definita la classica fricchettona intellettuale con la puzza sotto al naso e, probabilmente, l’avrei adorata. La sua storia è di una tristezza infinita… SPOILER: alla fine muore suicida. (Nasce nel 1882 e muore nel 1941).

Il saggio che voglio commentare s’intitola “Una stanza tutta per sé” e nasce da due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo” che la Woolf tenne nell’ottobre del 1928. Tra una tazza di tè e un piatto di pernici, Virginia si cala nella fittizia parte di “Mary Beton, Mary Seton, Mary Carmichael o come meglio vi piace, non ha alcuna importanza”  e parte a tormentarsi con domande tipo “perché gli uomini bevevano vino e le donne acqua? Perché un sesso era così prospero e l’altro così povero? Quale può essere l’effetto della povertà sul romanzo? Quali sono le condizioni necessarie per la creazione di un’opera d’arte?”. Insomma, le classiche domande che ci poniamo noi prima di lavarci i denti e infilarci il pigiama. La Woolf, prima di provare a darsi una risposta, pone un’altra fondamentale domanda: “avete idea di quanti libri si pubblicano sulle donne in un anno? Avete idea di quanti fra questi libri sono scritti da uomini?”. Dopodiché s’interroga sul perché gli uomini scrivono che le donne sono inferiori. Virginia fa un primo tentativo, che io parafraso per voi. Che quel gran zoticone che ha scritto che le donne sono mentalmente inferiori all’uomo fosse brutto, disprezzato e malvoluto dal sesso opposto? E allora eccolo lì, a scriver cattiverie sulle decine di donne che lo avevan rifiutato. Insomma, la vecchia storia della volpe che non arriva all’uva e dice che è acerba. Virginia poi si dà una risposta piuttosto decisa: “Probabilmente quando il professore insisteva (…) sull’inferiorità delle donne, stava pensando non alla loro inferiorità, bensì alla propria superiorità”. Dopodiché passa alla metafora dello specchio, dicendo che per secoli le donne sono state lo specchio degli uomini, in grado di rifletterli. E poi dice “senza questa facoltà, la terra probabilmente sarebbe ancora palude e giungla”. Perché? “La visione dello specchio è per loro immensamente importante, perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Se gliela togliete, l’uomo può morire, come il cocainomane privato della droga”. 

This is an undated photo of British author Virginia Woolf. (AP Photo)

La Woolf continua a fare altre affermazioni, tra le quali spicca la seguente: “ma ciò che mi sembra deplorevole (…) è il fatto che non si sappia niente sulla donna prima del Settecento”. Perché le donne non scrivevano poesie nell’epoca elisabettiana, si chiede l’autrice. “Evidentemente non avevano denaro” si risponde subito. Poi parte con uno spunto che trovo davvero interessante, ovvero s’immagina che Shakespeare abbia una sorella e mentre lui è a scuola a studiare la grammatica lei se ne rimane a casa. E Virginia si dice subito che questa sorella potrebbe benissimo esser stata altrettanto intelligente e avventurosa, avida di conoscenza, come il fratello. E quando tentava di leggere qualche libro i suoi genitori la spedivano a rammendare calzini. Insomma, ci siamo capiti. La poverella immaginaria poi si sarebbe dovuta sposare, ma invece decide di fuggire e cercar fortuna altrove. Però tutti la rifiutano, nessuno vuole assumerla e così si suicida. Ecco come la Woolf s’immagina la storia di un’ipotetica sorella di Shakespeare, amante della letteratura.

the_hours__2002__8528_north_522xCosì Virginia dice che una donna, se vuole scrivere ha bisogno di un bel gruzzoletto di soldi e di una stanza tutta per sé. E poi s’immagina Charlotte Brontë scrivere con rabbia “quando dovrebbe scrivere tranquillamente”. “Parlerà di se stessa quando dovrebbe parlare dei suoi personaggi.” La Woolf ritiene che tutto sarebbe andato diversamente se la Brontë avesse avuto soldi da parte e più esperienza di vita. Sostiene che “sapeva quanto il suo genio si sarebbe avvantaggiato a non doversi disperdere in visioni solitarie sui campi lontani; se le fosse stata concessa l’esperienza, i contatti e i viaggi. Ma non le erano stati concessi”. Virginia ritiene che la letteratura non debba esprimere la nostra personalità bensì deve limitarsi ad essere arte. Personalmente non sono proprio d’accordo con le idee della Woolf, o meglio, alcune le trovo geniali, altre un po’ riduttive. Il saggio però è davvero interessante, perché offre molti spunti di riflessione. Vi consiglio, oltre a questo saggio anche il romanzo “La signora Dalloway” (sempre di Virginia Woolf) e il film “The hours”, che parla della vita di tre donne (Virginia Woolf, Clarissa Dalloway e Laura Brown), lascio a voi il piacere di trovarne i collegamenti! 

(Foto dal Web)

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2 pensieri su ““Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi” Virginia Woolf

  1. Lorenzo Manara ha detto:

    Non so te, ma io quando mi metto il pigiama e vo a nanna inizio subito a interrogarmi sui massimi sistemi. Nemmeno la doccia è così intellettualmente stimolante del pigiama.
    Va be’, torno serio per non rovinare questo bell’articolo. Secondo me la Virgy ha ragione nel separare la personalità dalla letteratura. Se ho compreso bene le sue parole, credo che un vero artista debba essere in grado di produrre Arte qualsiasi sia il contesto, poiché l’Arte, in quanto massima espressione dell’io umano, dovrebbe deve essere scevra dalle questioni futili come “non c’ho soldi, sono triste, c’è la guerra, ecc…”
    Però adesso che ho buttato su video questo pensiero devo ammettere di non esserne poi così sicuro. Dopotutto è impossibile per l’uomo non lasciare un’impronta di sé in ciò che produce.
    Mah. Forse dovrei mettermi il pigiama e rifletterci un po’ su.

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    • Cose da V ha detto:

      Quello che però non condivido è la sua “critica” alla Charlotte. Ovvero, che c’è troppo di lei nel romanzo e che questo non è un bene. Per me è un bene e credo che Virginia fosse un po’ invidiosa della sua collega. Infatti la cara Charlotte è riuscita a scrivere un bel romanzo prima di lei e soprattutto senza tutta l’esperienza della Woolf. Ci rifletto su anche io, tra una spazzolata al canino e una all’incisivo.

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