Un’altra possibilità per John Fante

Con John Fante non è stato amore a priva vista. E manco a seconda, a dirvela tutta.

Fante è stato uno scrittore statunitense, figlio di un immigrato italiano. Giusto per inquadrarvelo un attimo vi dico che è nato nel 1909 ed è morto nel 1983 (pace all’anima sua). In un sito di recensioni ho letto diversi commenti positivi alla sua opera “Chiedi alla polvere” e così qualche anno fa l’ho acquistata, convinta che mi sarebbe piaciuta.

In realtà non è una brutta storia ma non mi ha lasciato grandi sensazioni, né negative né positive. Diciamo che mi ha lasciata indifferente e infatti non ho voglia di parlarvene. Qualche settimana fa ho deciso di dare un’altra chance all’autore e così ho comprato (usato) “La confraternita dell’uva”.

Dunque, spendo due parole per il romanzo “La confraternita dell’uva” che mi sento di consigliarvi. La storia (che è poi autobiografica) parla di una famiglia italo americana. Il padre (Nick Molise) è un muratore di origini italiane e vorrebbe che i suoi figli seguissero le sue orme “lavorative” ma chiaramente i figli hanno altri interessi e obiettivi.

La storia è raccontata in prima  persona dal figlio (Henry Molise), l’unico tra i suoi fratelli che deciderà di compiacere la volontà del padre aiutandolo in un lavoro faticoso di muratura. Henry è uno scrittore e non tollera le amicizie alquanto rozze del padre, ossia un branco di burberi alcolizzati. Henry è anche l’unico figlio preoccupato per la salute sempre più precaria del padre e se ne prenderà cura, nonostante non sembri provare un grande amore per quest’ultimo, con il quale è infatti in perenne conflitto.

La storia non è un granché, nel senso che non succedono fatti eclatanti, ma il continuo richiamo alle tradizioni italiane è davvero piacevole. Piatti tipici e vino (nella versione originale vengono scritti in italiano assieme ad altre espressioni) fanno da contorno alle vicende, trasportando il lettore in un gustoso quadretto familiare “tipicamente” italiano. I personaggi non si sono conquistati (per la seconda volta, nel caso di Fante) la mia simpatia, punto che comunque non gioca troppo a sfavore poiché la storia risulta scorrevole e tutto sommato piacevole.

I personaggi sono dei “falliti”: la madre di Henry è un soggetto pittoresco e malinconico, sembra quasi una caricatura. Uno dei personaggi più interessanti è l’infermiera del padre, che porta il lettore ad esaltarsi per un attimo e poi a deprimersi, del tutto. (Leggere per credere). I personaggi sono un po’ spenti e c’è un contrasto fra la vitalità dell’ambiente familiare italiano e l’infelicità che li caratterizza. Più marginale (per assurdo) il ruolo della letteratura nel libro. Nonostante il protagonista sia uno scrittore e un lettore appassionato di Dostoevskij non ho visto in lui questa passione che l’autore (secondo me) avrebbe dovuto far emergere di più. Non basta dire che nelle pause lavorative Henry si legge un tascabile per fare di lui un lettore accanito. Quello che invece va apprezzato è il fatto che Henry decida di sporcarsi le mani, rinunciando per un attimo alla scrittura e impegnandosi a capire le esigenze del padre (che però non comprende quelle dei suoi figli).

Citazione dal libro: Osservai i vestiti, ci frugai in mezzo. Lo sapeva Dio dove era andata a dissotterrarli – magari da un baule in quella soffitta bollente e stipata di roba, dove ogni cosa si mummificava – jeans, camicie, un paio di stivali, persino la mia felpa da baseball con le due grosse lettere SE incorniciate sul petto. L’idea che perfino i miei vestiti da bambino potessero essere conservati con cura da qualche parte mi diede i brividi. C’era, nella resurrezione di quegli indumenti, qualcosa di astuto, come un piano prestabilito, una ragnatela tessuta ad arte: e io ero la preda.

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