L’étrangère

Avverto l’utenza che questo post non c’entra nulla con quanto successo a Parigi.

Da tempo desidero far leggere qualcosa su una persona con cui non ho condiviso altro che baci frettolosi sulle guance ai compleanni. Non ho mai avuto un rapporto con mia nonna, non il classico rapporto tra nipote e nonna, intendo. Mia madre mi obbligava ad andare a trovare i nonni ed io lo facevo. Il fatto è che quando i miei lavoravano mi lasciavano da mia zia, qui in parte e non ho mai avuto l’occasione di stare a stretto contatto con i nonni. Quando morirono non provai un gran dispiacere, solo rabbia per come mia nonna decise di morire. Non mi sono mai sentita in colpa per non aver costruito un rapporto con i nonni, avevano comunque altri nipoti e ancora oggi mi sento nel giusto. Di una cosa però sono certa: mia nonna la capivo. E anche lei me lo diceva, tu mi capisci V. Sai che se la gente è stupida, che la gente giudica. Mia nonna arrivò in Italia, in aperta campagna, quando aveva ventisei anni. Prima viveva nella banlieue parigina, assieme al marito e alle figlie. Qui non si adattò mai, visse una vita infelice e intraprese la via dell’autodistruzione, fino a compiere il gesto “finale”. In molti la incolparono per questo, quel coglione del prete addirittura non voleva celebrarle la messa per il funerale. Figuriamoci: atea, vedova con nuovo compagno in casa e pure suicida. Il top della gamma. Il funerale infatti fu freddo, ricordo che appunto, provai più rabbia che dispiacere. Io non volevo bene a mia nonna, piansi più quando morì la mia gatta, a dirvela tutta. Ma la rispettavo molto, pensavo che fosse stata un’incompresa e che una personalità contorta e affascinante come la sua non potesse trovare pace in un paesino arretrato e campagnolo com’era il nostro ai tempi in cui lei arrivò. Le sue figlie (tra cui mia madre) erano tutte sposate e con prole quando lei decise di abbandonare tutto per sempre. Era una roccia, ma dentro si sgretolava, incapace di comunicare le sue emozioni, dura e fredda, con la erre marcata tipica dei parigini, questa era lei. Non ne sento la mancanza, ma ho provato ad immaginarmi come era stata la partenza, lasciare Parigi per vivere la vita di suo marito, qui. I riferimenti del pezzo che vado a condividere ora sono veri, la bambina più grande è mia madre. E’ poca roba, pure piuttosto scarna, conclusa bruscamente.

Le mie quattro figlie erano felicissime. Infagottate nei loro cappotti, non stavano ferme un attimo. I visi puliti, gli occhi sgranati, acquosi, in cui nuotare per cercarvi conforto. Le guardavo sempre, mi piaceva stare lì ad ammirarle, in perfetta adorazione. Loro si tuffavano tra le mie braccia, mi guardavano contente, mi amavano e io le amavo, a modo mio.

La più grande aveva nove anni quando lasciammo la Francia alle nostre spalle. Per sempre. La decisione l’aveva presa lui, il loro padre, il mio uomo. Un uomo italiano che lavorava da una vita, un uomo bello, dal volto scottato dal sole, gli occhi scuri. Le mie amiche un po’ me lo invidiavano, o così pareva a me. Ero giovane. Avevo ventisei anni. Il mio cuore si preparava ad inghiottire il cambiamento. Temevo che non l’avrebbe mai assimilato del tutto. L’Italia agli occhi delle mie bambine era una succulenta meta esotica. Un posto bello, con il sole, le spiagge. Un posto con la vita. Lasciammo il nostro appartamento parigino, io con un peso sullo stomaco. Stavo lasciando la mia vita, per sempre. Le mie figlie chiacchierarono lungo tutto il viaggio in auto. Il loro accento francese, che presto le avrebbe abbandonate tutte. Il mio accento, che per me era come una croce. Una croce che mi sarei portata tutta una vita sulla schiena. Mio marito mi sorrideva incoraggiante. Scorgevo nel suo sguardo una speranza, una voglia che non avevo mai visto prima. Eppure in Francia ci aveva vissuto per qualche tempo. Ero convinta che non avrebbe più voluto far ritorno nel suo paese natale. Ma laggiù c’era già un lavoro ad aspettarlo, c’erano i suoi vecchi amici, le sue abitudine, la sua casa. Lui me la descriveva come un posto arioso, luminoso e molto spazioso. L’opposto del nostro appartamento francese: un posto piccolo, squallido, che ci aveva tenuti attaccati, come calamite. La mia bambina più grande era eccitata quanto le altre. Ma più timorosa. Aveva detto addio alla sua amica d’infanzia, Nadine. Un’algerina dagli occhi vispi, la pelle olivastra. Le aveva detto che si sarebbero riviste presto. Chissà perché ne era convinta. Nadine aveva pianto, le aveva detto che sarebbe venuta via con noi. La mia bambina allora mi aveva implorato di portare via anche Nadine. Paziente le avevo spiegato che i suoi genitori non avrebbero voluto separarsi da lei. Poi le avevo mentito. Le avevo detto che saremo tornate a trovarla, un giorno. Chissà perché avevo mentito. Chissà a chi avevo mentito.

In auto non feci altro che guardare fuori dal finestrino. Osservavo l’asfalto, le case, i miei luoghi. Osservavo il tutto, incapace di dir loro addio. Mio marito sorrideva sereno. Scherzava con le nostre bambine. Non faceva altro che imbambolarle coi racconti sulla sua Italia. Poi cercava di far ridere anche me, di farmi sognare un po’. Io rimasi muta, mi sentivo estranea. Mi sentivo estranea alla loro gioia. Guardavo le mie figlie e le odiavo. Odiavo la loro ingenuità. Odiavo il fatto che si sarebbero adattate, mentre io già ci stavo rinunciando. Quando arrivammo, la prima cosa che avvertii fu l’odore acre di campagna, l”odore del fieno e del letame. La casa di mio marito si trovava in fondo a una strada ghiaiosa, in un piccolo paesino di provincia. Scendemmo dall’auto e mio marito cominciò a tirare fuori gli scatoloni e i nostri averi, i nostri vestiti. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. C’era la Francia in ogni cosa. Mio marito era troppo intento a far calmare le bambine per accorgersene. Lo aiutai a svuotare l’auto. Le bambine facevano un baccano infernale. Non le zittii. Sovrastavano i miei timori, in quel momento. Entrammo in casa. Sentivo il caos delle galline, rinchiuse nel loro pollaio. Sentivo rumori che in realtà non avevo mai ascoltato prima. La casa era sporca e sapeva di chiuso. Mio marito spalancò le finestre. Faceva freddo, ma non come in Francia. Subito vennero da noi i suoi parenti. Mi bombardarono con il loro dialetto. Non conoscevo bene l’italiano, figuriamoci il friulano. Fu la prima ferita che mi inflissero. Mio marito faceva da tramite. Era gonfio d’orgoglio. Le mie bambine parlavano a raffica, mischiando l’italiano al francese. Si ambientarono quasi subito. I parenti di lui mi parvero di un’altra epoca. La prima spiacevole scoperta fu sapere che il cesso non era dentro casa, bensì fuori, nel cortile.

Ecco, io me la son immaginata così la partenza di mia nonna, con le figlie al carico, col suo accento forte e invadente e i suoi modi sbrigativi da cittadina. Chissà quanto si è sentita sola e poi il fatto di avere il bagno fuori e non in casa, come a Parigi. Chissà che avrà pensato, che era capitata nella giungla, nell’inciviltà. Ecco, volevo condividere queste righe, perché per me la sua storia è sempre stata molto affascinante per quanto tormentata e con un finale tragico.

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38 pensieri su “L’étrangère

  1. ricettedacoinquiline ha detto:

    Un bellissimo ricordo. Immagino quel che ha passato, ci passa mia zia (lei è del Camerun) con mia nonna che la insulta in dialetto, così che lei non possa capirla, non accetta di essere osservata in un paesino dov’è l’unica persona diversa, che parla francese ed è nera. Per fortuna, in questo caso, mio zio è scappato e sono andati a viversene in Francia, hanno fatto la scelta inversa dei tuoi nonni.

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    • Cose da V ha detto:

      Mah, che dispiacere, comunque ti dico la verità, secondo me il problema o il limite più grande è la lingua. Perché se non riesci a difenderti come fai? Mia nonna comunque l’italiano l’ha imparato e pure bene, solo che qui non poteva adattarsi. Fosse arrivata adesso ce l’avrebbe fatta, ma prima c’era troppa ignoranza. Tua zia poverina ha fatto bene, inutile tentare di adattarsi, se si può migrare altrove meglio.

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      • Cose da V ha detto:

        Guarda, io ho per fortuna ho una famiglia davvero apertissima, dallo zio, al cugino, al moroso della cugina, insomma chiunque. Te lo dice una che arriva da molto lontano 😉 Non ho mai avuto problemi, se non le solite cazzate e commenti che anche uno con le orecchie a sventola può beccarsi. Purtroppo però c’è molta superficialità, non ci si rende conto che certe parole possono fare male, tipo mia madre da bambina la chiamavano “la francese” che mò oggi suona come “la negra” o che ne so per stare in tema “lo sporco musulmano”. E’ che la gente deve sempre sparare la minchiata di turno, altrimenti non è contenta, solo che certe cose, certe offese te le porti dietro per sempre, io ne ho ricevute poche ma le ricordo tutte (io sono figlia adottiva, per la cronaca) sinceramente mi reputo una con le palle e quindi le affronto, ma non si può dire di vivere in un mondo civile, proprio no. Mi spiace, se penso a tua zia o a mia nonna mi dico come si possa discriminare la gente così, quando per me chiunque porta cultura. A me pare che stiam tornando indietro, magari esagero.

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      • ricettedacoinquiline ha detto:

        No, anzi hai ragione. Penso spesso che prima o poi ci ritroveremo a fare le guerre sante versione 2.0 (ma anche 3.0) perché nessuno riesce a star zitto e, con la politica italiana, tutti si sentono in diritto di offendere il prossimo in maniera pesante. Io non so questa situazione da quando sia iniziata, almeno in Italia. Non posso parlare del resto del mondo, ma molte mie amiche che hanno viaggiato più di me, mi dicono sempre che gli italiani sono il popolo più razzista con cui siano entrare a che fare. Vorrei capire che cos’è successo! Siamo comunque stati sotto dominazioni straniere, non dovremmo essere più aperti mentalmente?XD

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      • Cose da V ha detto:

        Guarda non lo so se gli italiani siano un popolo razzista o meno. Credo che il problema principale sia che gli italiani non siano uniti. Qui c’è gente che si reputa di sinistra e aperta e poi sta sempre a sparare sulle persone del sud. Io ho il ragazzo del sud e quando sono stata giù non ho trovato i pregiudizi che invece ci sono al nord. Però gli italiani per quanto cretini per certi aspetti sono davvero in grado di adattarsi. Perché quando vai all’estero ti adatti alla lingua, quando gli stranieri vengono in Italia (mi riferisco ai turisti) si aspettano che tu sappia capirli ecc. Per il resto, per me l’Italia è spaccata in due, perché va bene chiamarsi terroni e polentoni e quel che ti pare, ma c’è gente che ha serie convinzioni di superiorità, quindi figurati nei confronti di extracomunitari. Poi non lo so, io ho viaggiato molto ma bisogna sempre pensare che noi vediamo le cose con occhi da turista, quindi ci sembra sempre tutto più bello.

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      • ricettedacoinquiline ha detto:

        Io ho viaggiato molto solo in Italia (purtroppo all’estero solo vicino), ho amici al nord, al centro e al sud, non mi è MAI venuto in mente di dire “polentoni” o “terroni” alle persone, quella é solo campagna elettorale. Ora qualcosa ci sta unendo: gli immigrati! Sempre, sempre il diverso a unirci, mai a unirci per una buona volta… La gente che va dalla D’urso a parlare di immigrati e di terrorismo, che cazzo ne capite? Anche io penso che gli italiani si adattano benissimo! (l’esempio è sempre mio zio XD )

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      • Cose da V ha detto:

        La gente ama straparlare e aver qualcosa di cui lamentarsi. Solo che fossero lamentele intelligenti, boh… A me dispiace più per la poca unità italiana che per altre cose, secondo me è un grande problema questo 😦

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