La “famigghia” ha sempre ragione?

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(Foto presa dal Web)

Quando penso a un ambiente famigliare “coercitivo” mi viene in mente la classica figlia costretta a casa e chiesa, che deve arrivare illibata fino al matrimonio. Oppure la figlia che non può dialogare con i propri genitori poiché molti argomenti sono considerati tabù e via così.

Insomma, non penso certo a un ambiente libertino, con persone acculturate, dove si può parlare di tutto e confrontarsi. Eppure mi sono dovuta ricredere, leggendo l’opera “Dove le donne” dell’autore spagnolo: Álvaro Pombo.

All’inizio il fascino di questa famiglia composta solo da donne mi aveva condizionata a tal punto da credere che quella potesse essere la famiglia ideale, un po’ come la figlia maggiore – voce narrante del romanzo – che fino a una certa età è convinta che la sua famiglia sia perfetta, poiché diversa dalle altre.

La figlia maggiore, che è anche la protagonista della storia (il suo nome non viene mai rivelato) vive su un’isola assieme ai suoi fratelli, alla loro madre e alla zia. I tre figli crescono quindi sotto l’influenza delle due donne di casa, che sembrano detestare tutto ciò che è convenzionale: chiesa, matrimonio e relazioni.

La protagonista si sente superiore rispetto alle persone “comuni” definite nel libro come “uccelli da cortile”. Cresce inoltre nella convinzione che le figure maschili non siano necessarie (e che siano intercambiabili) che gli uomini al limite possano compiacerla e non certo ricoprire un ruolo fondamentale nella sua vita, questo perché la madre le inculca i suoi valori, descrivendo inoltre il loro padre come un uomo frivolo, privo di spessore, superficiale che le ha infatti abbandonate.

La sicurezza di appartenere a un nucleo famigliare esclusivo e superiore a quello degli altri comincia a vacillare quando incontra Fernando, il “vero” padre. Fernando le fa notare quanto somigli alla madre, negli atteggiamenti, nella sicurezza di essere migliore rispetto alla “massa”.

In quel momento la protagonista si rende conto di aver semplicemente imitato i sentimenti della madre, senza mai metterli in discussione. Fernando accusa la protagonista di “mandare a spasso”gli uomini e di essere incapace di provare emozioni, la definisce “sterile”. Sebbene le parole di Fernando siano dure permetteranno alla protagonista di disilludersi e di chiedersi il motivo che induce la madre a detestare gli uomini.

L’approccio della protagonista con i ragazzi è fortemente condizionato dall’opinione della madre, non riesce a legarsi a loro poiché sa che la madre non approverebbe. Si impone quindi di imitare il modello materno, “con i ragazzi succede che mi annoio” si racconta. La sua vita è volta a volersi distinguere dalle altre ragazze, ma non secondo il suo punto di vista bensì seguendo quello materno. Tutte le certezze nutrite nei confronti di quello stile di vita apparentemente libero crolleranno quando la madre e il padre riprenderanno a frequentarsi. La protagonista si rende conto che sua madre non ha fatto altro che mentire a se stessa e, di conseguenza, a lei.

La vera rottura con la madre avverrà soltanto in seguito alla scoperta di un segreto sulla sua famiglia. La protagonista deciderà quindi di fuggire da quell’ambiente soffocante e di riappropriarsi della sua autonomia e della sua libertà di pensiero.

Questo libro è insolito, diverso da tutti i libri che ho letto e offre molti (s)punti di riflessione. Il condizionamento famigliare, che non sempre ci rendiamo conto di subire, lasciarsi inculcare valori che ci sembrano validi, che non ci prendiamo la briga di analizzare o di contestare (tanto lo dice mammà!).

Sebbene inizialmente la pensassi come la protagonista, ossia che la sua fosse una famiglia emancipata e affascinante nella sua eccentricità mi sono dovuta ricredere, assieme alla protagonista. Questo è un romanzo di formazione, dove la protagonista crescendo smaschera i suoi famigliari, riuscendo a trovare finalmente la propria individualità.

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26 pensieri su “La “famigghia” ha sempre ragione?

    • Cose da V ha detto:

      Una volta ho parlato con una persona che sosteneva il contrario. Si riteneva autonomo e per nulla influenzato dai suoi genitori. Io penso che il condizionamento sia inevitabile, semplicemente a una certa età te ne rendi conto e inizi a valutare il più obiettivamente possibile ciò che ti è stato insegnato.

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      • Erica ha detto:

        Sono svariate le persone che sostengono il contrario… per la maggior parte è perche si ostinano a “dare contro” solo per risultare diversi, solo per il piacere di ribattere, forse perché in questo modo hli sembra di di spiccare nella massa…

        Mi è capitato spesso di riflettere su questo argomento, mi sono ritrovata a dare colpe agli altri, alla mia famiglia, agli amici, agli ex ragazzi… forse non è giusto perché se mi sono fatta così condizionare la colpa è mia, perché è più facile seguire e dare colpe piuttosto che fermarsi e guardarsi dentro e trovare il coraggio di fare determinate scelte…

        Ps. Grazie per questo spunto di riflessione

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      • Cose da V ha detto:

        Grazie a te per il commento 🙂 Sono d’accordo con te, io per prima fatico a dar contro ai miei, mi rivedo anche un po’ come la figlia di una madre molto libera eppure darle contro anche per delle sciocchezze è difficile, vuol sempre aver ragione. Io proprio grazie all’ex (non ex, tutto un casino 😀 ) ho imparato un po’ a valutare le cose, però poi vien da chiedersi, ma allora da chi ti fai condizionare, da lui? Dalla mamma? Dall’amica? Però già che si riflette su questo è un primo passo verso l’emancipazione (che non significa staccarsi, ma solo pensare più con la propria testa).

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  1. missiswhite ha detto:

    Credo che passiamo una vita intera a cercare di alleggerirci dal peso dell’influenza genitoriale. In linea di massima, si tende a emulare o a ribellarsi. Ma lo si fa d’istinto, senza elaborare l’esempio e gli insegnamenti. Diventare adulti, secondo me, significa prendere le distanze, guardare con obiettività, e scegliere, di quegli insegnamenti, ciò che ci sembra giusto per noi.
    Ma quanta fatica!
    Buona giornata, ma petite :*

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    • Cose da V ha detto:

      Io me ne sto rendendo conto ora, di quanto sia difficile staccarsi dalle opinioni dei miei. Io tendo ad emulare il loro pensiero e contestarlo è difficile, ma ora mi accorgo che sono un po’ stufa. Comunque sicuramente lo si fa d’istinto, l’importante è rendersene conto! Buona giornata anche a te, mia cara! **

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  2. ricettedacoinquiline ha detto:

    Meraviglioso. Voglio assolutamente leggerlo (appena finisco Anna Karenina >.>). Lo penso anch’io che un genitore possa influenzare, nel bene o nel male un figlio, però é abbastanza riduttivo dire che siano solo loro! Anche la scuola, le amicizie, la propria formazione intellettuale (coff coff, alcuni questa cosa non ce l’hanno) é sicuramente un modo per differenziarsi da loro e avere proprie idee. Anche se ci sono veramente tante persone che conosco e che sono la copia sputata delle idee dei loro genitori >.> (faccio sarcasmo, troppo serio di nuovo: lo sai che una volta un signore casa e chiesa ha detto che per le mie idee finirò all’inferno? Ora lui vive con l’amante in Sicilia 😀 E noi qui lo chiamavano Ned Flander!)

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