Coquelicots

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Coquelicots, papaveri.

La stazione ha l’aria immusonita da quando è rimasta sola, le lettere a indicare la fermata sono cadute, rimane una P, pare immortale. I treni passano ma non si fermano più: secondo l’assessore alle infrastrutture non serviva a nessuno quella fermata. Sarà, a me è servita, ed è servita a molti studenti e lavoratori, chissà, l’assessore non ha colto quella piccola sfumatura, in apparenza insignificante, per me potente, una stazione dei treni in un paesino di poche anime. Non è certo roba da poco, sa assessore?

Ma lei ci è stata da queste parti? L’ha vista come era stanca la sera, la stazione, violata dai treni, da chi attraversava i binari per non dover fare le scale, passare sotto a quel sottopasso lurido con le pareti piene di scritte volgari e sgrammaticate, ora ci tocca farlo, ci tocca percorrerlo perché, perché non siamo più incoscienti forse, ma anche perché lei l’ha chiusa, ha sbarrato la strada. Ma lei che ne sa della nostra stazione? La vede quella P che sopravvive, a fatica, resta là, quasi ciondola, vorrebbe cadere, lasciarsi andare, farla finita, invece resiste. Ora gli studenti non possono ammirare i papaveri che l’erba non tenta di soffocare, li lascia crescere, rossi e lucenti, ma che ne sa lei assessore di questi fiori che non temono il rumore del treno, il ruggito potente, gli schiamazzi dei ragazzi, le chiacchiere di quattro amiche su quella panca di pietra, non lo può sapere. Quando faceva caldo, la sera, quando nessuna aveva ancora la patente, dove si andava?  Si attraversava la strada e a quell’ora passava giusto il treno delle Ventuno circa e scendevano le persone. Quante estati senza macchina, prima ancora di immergerci nella vita, di buttarci nella mischia, eccoci lì, le gambe scoperte, abbronzate, la stazione silente immortalava le nostre confidenze, le tratteneva e non ce le restituiva. Ci torniamo ogni tanto, siamo sempre le stesse, più cresciute, le confidenze certo non sono più quelle, le gambe sono più belle, quattro birre come le adolescenti, sedute sulla panchina perché quella sera c’è solo voglia di ricordare.

E lei si chiede a chi serviva quella stazione? I papaveri illuminavano la stazione, lo fanno ancora, ma per chi? Qui tutto muore, tutto chiude, tutto soffoca, ma i papaveri restano, non si schiodano. E lei dovrebbe vederli, giudicarli, restare senza fiato, mentre passa il treno, i papaveri non si piegano, con quel cuore nero che hanno, non fanno mica paura, fremono appena se passa il treno, tanto non si ferma, non scenderà più nessuno ad ammirarli e forse loro l’hanno capito.

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9 pensieri su “Coquelicots

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