Vi racconto la mia esperienza formativa

C’è chi si fa l’anno all’Estero, chi va in Erasmus, chi in miniera, chi fa il servizio militare, chi si prende l’anno sabbatico, chi non riesce manco a prendersi un minuto, sabbatico… (Ma il cielo è seeeempre più bluuu)…

Insomma, le esperienze – per così dire – formative sono molte.

Io invece ho portato l’apparecchio.

Solitamente l’apparecchio lo si porta in quegli anni in cui si è già abbondantemente brutti, tipo intorno ai 12 – 13 anni e quindi i genitori guardano i propri figli con aria compassionevole e pensano “tanto, più brutti di così”… Insomma, peggio con peggio.

I miei devono invece aver pensato di non voler ulteriormente aggravare la disastrosa situazione della me dodicenne – tredicenne, dato che già a quell’epoca ero in piena crisi esistenziale.

Così ho potuto vivere la mia pubertà e adolescenza con spensieratezza, nonostante il dentone arrogante facesse capolino in tutte le foto, nonostante fossi orrida, nonostante il mio “migliore” amico dell’epoca (le medie) per cui io provavo un sincero sentimento se la “facesse” con la mia migliore amica, e poi pure con quell’altra… Dicendomi, vedrai, a 20 anni sarai una bella ragazza ma per ora preferisco le tue amiche. MUORI MALE.

Insomma, dicevo, con spensieratezza…

Comunque, all’età di 21 anni decisi che era giunta l’ora di sistemare quel dente bastardo.

Sa signorina, dovrà portare l’apparecchio fisso per almeno due anni perché in età adulta è tutto molto più complesso eccetera eccetera…

Scusi, ha detto adulta?

Sì, lei essendo adulta…

A 21 anni si è adolescenti, lo sanno tutti.

Ma si sa, i dentisti meglio non contraddirli…

Così accettai, tuttavia non si trattava di mettere solo un apparecchio, bensì 2… Perché two is meglio che uan.

Uno nell’arcata inferiore e uno in quella superiore, tanto per non fare discriminazioni.

Così dai 21 anni ai 23 circa ho sfoggiato ben due apparecchi e non di quelli fighetti in ceramica, no no, quelli classici, vistosi, imbarazzanti.

Quelli tipo questo.

indefenseof-uglybetty-650

Già.

Ora. Immaginate di essere in quelli che dovrebbero essere il fior fior degli anni. Quelli in cui siete finalmente sbocciate. Tranne le tette, quelle no, quelle si sono nascoste chissà dove… Ma! Avete finalmente un aspetto gradevole, anni a piangere per la vostra bruttezza esteriore… Ora potrete finalmente piangere solo per quella interiore. Insomma, non siete più dei mostri, non in apparenza perlomeno…

E poi arriva l’apparecchio a rovinarvi la festa.

Così indossate un abito un po’ succinto, andate alla serata piuttosto convinte, sorseggiate il vostro cocktail con aria sensuale e navigata, un tizio carino si avvicina… Voi sorridet…

Oh, merda.

Il tizio abbagliato dal riflesso dell’apparecchio si ferma un attimo.

“Scusa ma porti l’apparecchio?”

“Ehm, sì.”

“Ma sopra e sotto?”

Sopra, sotto? Cosa? Non stiamo parlando di quello che penso io, no?

“Sì, sopra e sotto.”

“Caspita.”

“Eh, già.”

Complimenti.”

No aspetta, complimenti per cosa?

Ora.

Non lo so se fosse un aspirante dentista o un normalissimo feticista di apparecchi…

Tuttavia scelse di flirtare proprio con me e non mi disse manco che a “20” anni sarei diventata una bella donna ma che per il momento preferiva le mie amiche.

Anche se ora che ci penso… Le mie amiche quella sera erano tutte accompagnate dal fidanzato.

Annunci

Nella corsia dei bravissimi

radio-homer-simpson

Come ripeto spesso non sono portata per lo sport.

A scuola in realtà è capitato (inspiegabilmente) di finire nelle squadre di udite – udite: Palla Tamburello.

Mai sentito parlare di questo sport?

Si tratta un non – sport che scimmiotta il tennis con dei tamburelli al posto delle racchette e delle palline da tennis più leggere.

Uno sport di squadra, così non si doveva manco correre per recuperare la pallina perché tanto il campo era occupato dai giocatori, ecco spiegato perché ero nella squadra.

A scuola giocavo anche a pallavolo (nelle ore di educazione fisica), questo perché la maggior parte faceva ginnastica artistica o danza o altre attività del demonio simili, di conseguenza io che avevo praticato (male) la pallavolo rimanevo l’ultima spiaggia per completare la squadra… Ah, che bei ricordi.

Pensate che una volta mi è perfino venuta voglia di andare a correre… Ero al secondo anno della triennale, a Trieste.

Mi ero lasciata trascinare da questa moda della corsa, a Trieste sono un po’ feticisti della corsa, organizzano pure la corsa colorata, dove corri e ti spruzzano addosso colori e tu per questo motivo dovresti sentirti felice e piena di vita o assurdità del genere…

A ogni modo ero proprio presa bene, volevo assolutamente andare a correre… Mi vestii come una che deve andare a correre, presi giustamente l’autobus, perché voglio dire… Già avrei dovuto correre, un minimo di riposo seduta comoda per raggiungere il posto (Barcola) me lo meritavo.

Arrivai a destinazione già stanca e provai a correre…

Oh, sembra scontato, sembra una cosa come quella di andare in bicicletta… Una volta che impari poi ci riesci sempre o com’era il detto. Beh, non era certo la prima volta che correvo in vita mia… Da bambina correvo con gli altri bambini, no?

Dopo due minuti di corsetta iniziai a non sentirmi più le gambe, tant’è che un signore di mezza età mi superò correndo… Smisi di correre e proseguii camminando, vergognandomi come una ladra.

Fu l’ultima volta che provai a correre.

Detto ciò, come ben sapete sto andando a nuoto da qualche settimana, ormai.

Oggi ho trovato una corsia tutta per me, le altre erano occupate da maschi che, detto fra noi, stavano lì a cazzeggiare e basta…

Io nuotavo tranquilla e rilassata, deridendoli tra me e me, visto che erano dei mollaccioni… Mi sentivo una diva, cazzo.

Una diva piena di energie e forza d’animo, l’unica che nuotava senza fermarsi dieci minuti dopo ogni vasca (come me il primo giorno, ehm ehm).

A una certa ecco che arriva un tizio tutto preso bene, con non so che robe per nuotare, che si mette a fare stretching a bordo vasca. Il Filippo Magnini de noantri.

Stava lì e non entrava in acqua, continuava coi suoi esercizietti da fighetto, beh da agonista sarebbe più corretto dire ma tanto chi lo conosce…

Pff, ho pensato, tutta scena la sua.

Oh, non ho fatto in tempo a maledirlo che questo si è tuffato e mi avrà superata tipo quattrocento volte…

Intanto io proseguivo le mie vasche con aria concentratissima e indifferente, mentre in realtà facevo una bracciata e pensavo… Domani carbonara. Un’altra bracciata e… Sarà avanzato qualche Lindt a casa?

Mentre io terminavo la mia vasca questo ne aveva già fatte altre due.

Oh, non si fermava manco mezzo minuto, virata, taaac, due bracciate, virata e così via…

Dopo un po’ ne arriva un altro, questo meno gasato, ma comunque super veloce…

In pratica non hanno fatto altro che superarmi e a na certa ho pensato… Fanculo, per la prima volta sono nella corsia dei bravissimi!

Chissenefrega se non sono una di loro per davvero, l’importante è apparire.

Tuttavia, la ciliegina sulla torta è stata che, finite le mie vasche, faccio per andarmene orgogliosa e soddisfatta della mia nuotata e mi accorgo che Tizio Magnini esce dalla vasca per raggiungere il gruppetto di agonisti pronti per la loro lezione…

In pratica per lui si è trattato di una sgambata e via.

Mentre per me è l’allenamento di una settimana intera, avoja a rassodare…

Desperate housewife – tesista

Premetto che adoravo il telefilm “Desperate Housewives”, nonostante io sia una pessima casalinga, mi faceva troppo ridere quel telefilm, vedere gli altri fare le faccende e sfornare figli mentre io me ne stavo seduta comoda a ingozzarmi di pop corn… Beh, era una gran soddisfazione.

A ogni modo, in attesa che giunga marzo (inoltrato), mese più schifido di febbraio (se possibile) e che riprenda il lavoro al ristorante (piango) sto dedicando anima e “corpo” alla tesi.

Va beh, che cazzata che ho detto.

In realtà non studiando medicina, né ingegneria, né fisica, francamente non mi sento di poter dire di aver versato sudore e lacrime, oddio sudore magari nella sessione estiva sì, lacrime, beh, non per l’università.

Certo, non è stata una passeggiata ma manco una cosa così impossibile… Ovviamente lo dico perché ieri ho scritto le conclusioni della tesi.

E quindi sono quasi, ma quasi una donna libera.

Tuttavia mi sto altamente rompendo le ovaie… Nel paniere.

Più precisamente nella terrina.

Perché sì, la mia condizione di studentessa ormai non più in crisi per gli esami ma solo in crisi esistenziale mi spinge ad avere sempre fame.

Sono come quegli adolescenti che crescono e si strafogano sempre di cibo… Solo che io non sono più adolescente.

Quest’anno dunque o meglio negli ultimi mesi ho iniziato a pensare che non (spero) vivrò per sempre sotto l’ala materna… Volendo un sacco di bene a mia madre non posso resistere altri dieci anni sottostando al suo regime nazy che impone a chiunque sia seduto a tavola di chiedere il permesso per alzarsi e cose del genere, insomma.

Poi, essendo io una donna parecchio emancipata, fino all’anno scorso dicevo ma che cazzo me ne frega se non so cucinare, tanto il mio ragazzo è bravissimo, cucinerà lui quando andremo a vivere insieme…

Sì, ciao.

Per anni mi sono (quasi) sempre limitata all’essenziale per la sopravvivenza.

Ma ora gente, ora è nato in me qualcosa… Uno spirito creativo che, grazie alla lettura di blogZ culinari, di post culinari e la visione di programmi di cucina (va beh, questa è una mia vecchia ossessione)… Insomma, grazie a tutti questi stimoli, ho deciso di sperimentare piatti (ossia di copiare papale papale le ricette altrui) in modo tale che quando andrò a vivere SOLA COME UN CANE (con un cane, spero, almeno una gioia, porca puttana) potrò godermi dei gustosi manicaretti, vantandomene pure… Sono in programma il pollo alla birra (stasera) e un modo per far mangiare i legumi ai bambini… Cioè a me, che li schifo. Le polpette di ceci, i felafel o come azzo vi pare.

E ora, guardate qua… Con questi biscottini e biscottoni (che è la solita fottuta frolla che faccio sempre, trita e ritrita) ma shh…

Con questi biscotti potete chiudere l’internet.

img_1553-fileminimizer

Ovviamente non riprendo i biscotti dall’alto, mostrando così le forme decisamente poco armoniose (inspiegabile sta cosa, visto che ho usato gli stampini) o la delicatezza con cui ho schiaffato sopra il cioccolato fuso.

Giudico dunque sono

Poco fa ho letto l’unica cosa sensata riguardo la vicenda del sedicenne morto suicida a Lavagna e la potete trovare qui, l’articolo si intitola Mamme degeneri e altre catastrofi: sulla madre del sedicenne suicida.

Ho letto anche altre riflessioni su quel figlio suicidatosi perché (prendete con le pinze questo perché) la madre ha chiamato la Finanza dopo aver trovato droga leggera che gli apparteneva.

Quello che più mi ha turbata di questa faccenda, perché i suicidi mi turbano più degli omicidi quasi, indipendentemente dall’età della vittima, sono state alcune delle riflessioni partorite da “psicologi” improvvisati, profondi conoscitori della gioventù di oggi… Ah ah.

La maggior parte di queste grande menti ha accusato la donna di essere una cattiva madre, di essersi scandalizzata per un po’ di fumo… Poi ci sono stati i soliti fricchettoni “comunisti” che hanno accusato addirittura la Finanza e che hanno detto che è assurdo che nel 2017 la gente ancora rompa le palle per le canne.

Insomma, la colpa sarebbe in primis della madre, la quale non avrebbe saputo capire il figlio… Perché si sa, il mondo è pieno di genitori modello, che conoscono tutte le turbe e paturnie dei loro pargoli, che sanno tutto quello che i figli fanno e non fanno, le loro paure e debolezze… Io non sono madre ma sinceramente non ci vuole un genio o un genitore per capire la stronzata colossale che si cela dietro a quella sentenza pungente “non ha saputo capire il figlio”. Ma non perché non sia vera, bensì perché nessuno può capire a fondo un altro essere umano.

La gente poi si è scatenata (fortunatamente poca gente) quando ha scoperto che il figlio era stato adottato, dunque si trattava di una madre non “naturale”.

Ah, quanto ci piace parlare di cosa sia o non sia naturale, al giorno d’oggi.

Qualcuno è addirittura giunto alla conclusione che quel figlio non fosse stato capito proprio perché adottato…

Tralasciando quest’aspetto che mi preme meno, vorrei concentrarmi su quella canna.

Ma noi davvero abbiamo gli strumenti per giudicare questa madre e questo figlio?

Davvero possiamo ridurre tutto a un “lei era una madre cagacazzi che non lasciava fumare il figlio in santa pace?”.

Mi viene la pelle d’oca.

E sapete una cosa?

Tutti o quasi hanno dato contro a queste parole della madre:  “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi”.

Io sono d’accordo con lei.

Non lo so cosa ci sia dietro alla loro storia e non lo voglio manco sapere, non conosco il dolore di quella famiglia, ci sono persone che soffrono e semplicemente non lo dicono, si portano macigni dentro e alla fine vengono schiacciati.

Ma credo che quando manca dialogo in una famiglia, quando i figli sono viziati, fanno ciò che vogliono perché “tanto sono ragazzi”… Beh, quei figli sono spesso dei deboli.

Così come accade per i figli delle cosiddette “madri chiocce”… Questo per dire che nessun genitore è perfetto, nessun figlio è perfetto, nessuna persona è perfetta.

In tanti hanno detto che la canna non porta all’eroina.

Certo, ma nel mezzo ci sono tante sfumature.

E vi assicuro che conosco persone a me care che dalla canna all’eroina non ci sono arrivate. Ma alla ketamina, agli acidi e ad altre droghe non certo leggere ci sono arrivati eccome.

Non sto dicendo che per forza di cose uno finisca drogato, sul marciapiede, sia chiaro. Ci sono persone che si realizzano lo stesso, ci mancherebbe.

Persone che si fumano le canne e vanno tranquillamente avanti con la loro vita.

Ma non biasimo una madre per essersi preoccupata che il figlio si fumasse le canne.

Ma soprattutto non lo possiamo sapere se fosse tutta lì la questione.

Giorni fa è morto un trentenne (se non ricordo male) qui in Friuli, suicida. La sua lettera d’addio ha fatto il giro della nazione. Quasi tutti si sono soffermati su quel “precario”, quella mancanza di lavoro che fa perdere le speranze, la voglia.

Ma quella lettera parlava d’altro, non solo di lavoro. Parlava di insensibilità, difficoltà a trovare l’amore. Di tutta una serie di mancanze, non solo lavorative, ma affettive.

Ma ecco che riduciamo tutto a una sola causa. Perché fa comodo, fa più clamore.

Precariato, il fumo.

Sarà, ma – sebbene io non lo possa sapere – secondo me c’è sempre altro e noi non siamo nessuno per puntare il dito contro ai genitori.

Nelle parole che ho letto, non tutte, fortunatamente, era un continuo incolpare la madre per essersi preoccupata delle canne che il figlio si faceva.

A me non interessa riflettere sul gesto di questa madre che ha chiamato la Finanza.

Mi interessa capire la presunzione di chi attacca questa donna, la sicurezza che la colpa fosse sua, la cattiveria nell’etichettarla come una pessima madre…

Noi invece siamo sempre tutte brave persone, sedute comode, davanti al pc… Ci vedete? Leggiamo, commentiamo, giudichiamo e siamo sempre migliori degli altri e prendiamo sempre le decisioni migliori degli altri… E ovviamente, al posto di questi cattivi genitori, ci saremmo comportati in modo esemplare.

 

Un tè con Leprotto

 

alice-in-wonderland-1951-disney-alice-at-the-tea-party

(Cappellaio Matto, Alice & Leprotto Bisestile da qui)

Oggi ho preso il tè con Leprotto bisestile (Lepre Marzolina che “essendo maggio non sarà così pazza: almeno non come quando era marzo”)…

Un metodo per scacciarsi di dosso la famosa, imminente e rompiballe primavera è quello di passeggiare due ore buone alla ricerca del Leprotto, trovarlo in fondo alla vigna, fargli un cenno da lontano per non spaventarlo… E invitarlo a prendere il tè.

Ci sono poi i caprioli, notate le impronte degli zoccoletti sul terreno fangoso… Viste?

I caprioli sono davvero affascinanti e parecchio distratti, attraversano  la strada in fila indiana, il capofila li guida lontano dal vociare umano, loro sono timorosi e detestano le nostre chiacchiere frivole, non perdono tempo ad ascoltarle.

In casa io e il Leprotto (che è ben più frivolo del capriolo) prendiamo il tè, perché anche se Leprotto ha un nome primaverile detesta la stagione quanto me, così consumiamo tè bollente al posto del gelato al pistacchio della gelateria appiccicata al Discount, che se lo avvistate da lontano vi sembrerà una grande fabbrica verniciata di rosso arancio.

No, no. Noi preferiamo prendere il tè: bollente, zuccherato e con il limone.

Spalmiamo burro e marmellata sulle fette biscottate e all’improvviso ritorniamo bambini. O meglio: lui torna cucciolo, io bambina.

Inzuppiamo le fette biscottate che non si sfaldano mica, il profumo del burro preannuncia un sapore delizioso e irresistibile.

Di domenica, da bambina, facevo sempre colazione con burro e marmellata. Fette biscottate affogate nel latte tiepido: si spezzavano sempre, finivano sul fondo se non facevo in tempo a salvarle con il cucchiaino e diventavano poi poltiglia.

Ora siamo adulti e prestiamo più attenzione alla consistenza delle fette biscottate.

Il Leprotto Bisestile pare soddisfatto di questa merenda dal sapor invernal – primaverile, anche se per lui la parola primavera è tabù.

Ha detto che sebbene gli piaccia correre per i campi, seminare i cani che lo rincorrono, (per lui è un modo come un altro per sgranchirsi le zampe, mi ha confessato)… Dice che da quando è spuntato il sole non ha mai un attimo di pace. Leprotto è un tipo solitario. Sperava di farsi una bella vacanza tra la stagione di caccia che non gli ha dato tregua e l’estate… E invece, no…

Allora si concede un buon tè caldo, nostalgico del freddo, del silenzio, dell’infanzia.

Leprotto tira su con il naso, su quegli occhietti spiritati sempre spalancati passa rapido un velo di malinconia che lascia subito il posto a una canzoncina allegra…

Brindiamo tutti insieme con un altro po’ di tè… 

Malsana aria di primavera

wp_20170215_16_31_32_pro

Palloncini che si accasciano nel bosco.

Febbraio è un mese corto che mi dà una noia incredibile.

La gente inizia ad uscire di casa, mette il naso fuori dopo l’ozio invernale, non si è presa il disturbo di vedere come l’inverno conserva la natura, come tutto è nudo e quasi primitivo. C’è un accenno di calore, la gente ha voglia di vivere, di stare fuori…

Così io perdo tutta l’intimità dell’inverno, quando di solito sono l’unica a starsene fuori con le bestie, ora dovrò iniziare a stare attenta a chi c’è, agli altri cani, alle persone felici che vanno in bicicletta o che fanno lunghe passeggiate come se l’unica stagione al mondo fosse la primavera.

La gente vive solo quando è primavera. Posta foto, si trastulla all’idea dei primi fiori che spuntano… Io i fiori li detesto. Preferisco la vita rigogliosa dell’estate, i frutti maturi e pieni, l’esplosione di colori… Non amo i colori tenui, quelle vie di mezzo, quell’incertezza e timidezza della primavera che tenta di sbocciare. La detesto. Preferisco l’inverno cupo e solitario, starmene arrotolata nelle coperte, tremare per il gelo mentre sono fuori, essere l’unica a calpestare certi sentieri, a scivolare quasi sul terreno ghiacciato… E ora dovrò rassegnarmi all’idea di condividere tutto questo, fino a quando l’estate terrà nuovamente tutti tappati in casa, i bambini grassi che leccano gelati davanti alla tv, con l’aria gelida del condizionatore che li rincoglionisce… Estate e inverno, quelle sì che sono stagioni come si deve.

La primavera mi dà la nausea. Solo problemi, solo attesa, dovrò fare di nuovo la stagione? Mi laureo a breve, se tutto va bene e poi? Poi cosa?

Una nuova vita o la stessa di prima?

Un’altra estate al ristorante a servire croccanti e dorate fritture a gente col segno del costume tornata dal mare, contenta, felice, allegra… Odore di crema solare, anche se il mare non è poi così vicino. Servire succosa carne grigliata a chi invece, nonostante sia seduto, servito e riverito non si prende neppure la briga di dire grazie?

Non mi va, eppure sento che pure quest’estate sarà così. Oppure troverò finalmente un’occupazione vera? Utopia… O sarà un altro tirocinio non pagato? Ansia…

Chi lo sa.

Laurearsi a primavera, che schifo. Tutte quelle ragazze coi vestitini dai toni accesi e briosi, che manco ai Prom americani… Mi fanno ridere.

Sarà di nuovo il mio turno, corona d’alloro in testa, i miei con le lacrime agli occhi, la famiglia numerosissima con gli occhi pieni di amore… Mia cugina che alla mia prima laurea allattava sua figlia per tenerla buona mentre io discutevo la tesi… E ora quella bimba cammina. Sarò felice? Sì, sarò felice di averli lì intorno, festosi e rumorosi… E le amiche, l’alcol, il cibo. Ne ho voglia? Quest’anno non molto, ma tanto si farà lo stesso… Una nuova festa, sorrisi sinceri ma incerti, l’ombra di un futuro nero che incombe, demoni stupidi che mi mangiano viva e mi paralizzano, eppure o si combatte o si muore… Ho paura…

Tra poco sbucano di nuovo i fiorellini, di nuovo la gente si riversa tra i campi, sulle strade, nei boschi…

Resto in attesa, l’incertezza mi tiene compagnia.

 

Pronta per San Valentino!

Ebbene amici, sono pronta e carichissima per questa festa pazzesca e tanto chiacchierata… La festa dell’ammmore!

Ho preparato un dolce al cioccolato, che si è crepato tutto durante la cottura, sembrava un vulcano in eruzione… Ma, sorpresona, è venuto buonissimo!

Ormai sono una cuoca provetta e poi le quintalate di zucchero a velo sulle crepe hanno dato quel tocco di classe che un dolce per San Valentino deve assolutamente avere!

Ho comprato i cioccolatini dall’irresistibile scioglievolezza e pure i Baci Perugina, ma non quelli con le frasi della Pausina, perché ho già abbondante sfiga di mio…

Mi sono depilata quasi perfettamente!

Infatti dovete sapere che uno dei benefici del nuoto è proprio quello di avere sempre le gambe lisce, così da essere pronte per ogni evenienza… Tipo se incontrate l’uomo della vostra vita… O per una visita al Pronto Soccorso, nel caso.

Io sono più fiduciosa per la seconda opzione, ma passiamo oltre…

Ho acceso una candela Ikea alla mela verde, dopo tutto la mela è il frutto proibito, quindi…

E ora, calata in quest’atmosfera romantica, con la fiammella della candela, il suo gradevole aroma e la stufetta accesa… Il dolce, i cioccolatini…

Mi guardo Attrazione Fatale in televisione e vado in overdose da cioccolata.

 

tumblr_njokcrgcw61sk77e0o1_500

Foto da qui

Sono solo canzonette

Posso confessarvi che io Sanremo quest’anno l’ho “seguito”?

Ecco, intendo concedermi qualche frivolo e inutile commento sul Festival più grintoso, frizzante innovativo della musica che ci sia…

Perciò se non gradite, slittate pure, non mi offendo, davvero.

So dove trovarvi, dopotutto.

A ogni modo.

Voi questo festival favoloso lo avete seguito? Ce l’avete fatta a non cedere alla tentazione di riposare gli occhi ogni cinque minuti?

O siete di quelli che aspettano tutto l’anno per annunciare che di Sanremo francamente se ne infischiano, ma che ci tengono a farlo sapere comunque a tutti?

Oppure siete tra quei rivoluzionari che “boicottate il Festival, date i soldi ai terremotati, vergognatevi a parlare di Sanremo con i problemi che ci sono in Italia”… Ah, le sberle che non avete preso da piccoli…

O siete di quelli che invece fanno tremila cose con la tv sintonizzata sul Festival?

Del tipo che scrivono la tesi, buttano un occhio alla tv, mettono muto quando canta Gigi D’Alessio e l’altra sfilza di cantanti, nel mentre si guardano una puntata di Vikings (sì, anche io ho ceduto alla fine, dopo varie sollecitazioni) e poi tac, arriva la fine che manco avete ascoltato una canzone?

Ecco quella sono io.

Infatti io non è che abbia guardato Sanremo con grande partecipazione, tuttavia un po’ l’ho seguito.

L’unica edizione memorabile di Sanremo per me è stata quella del 2001, quando vinse la magnifica Elisa.

Poi per anni non ho più guardato il festival, fino all’anno scorso quando alla conduzione hanno messo la comica Virginia Raffaele che a me fa sbellicare.

Ma francamente non ricordo i cantanti in gara dell’anno scorso, né tanto meno le loro canzoni.

Detto ciò…

Ho apprezzato qualche cosa di questo favoloso Festival della miuusica.

Tipo la Consoli, come ospite. Giorgia, come ospite.

In quei momenti alzavo di nuovo il volume per bearmi delle loro voci, per poi tornare ad allungare il brodo della mia tesi o a commentare il biondino vichingo.

Pensavo che anche quest’anno sarebbe stato il Festival del vecchiume (e infatti non sono rimasta delusa). E non lo dico con cattiveria, però diciamocelo: che du palle.

Tra Al Bano, D’Alessio e i finti giovani usciti dai talent… Pensavo che mi sarei buttata al piano di sotto nel giro di due canzoni.

C’è stato un goffo tentativo di mischiare gioventù e antiche mummie, di avvicinare il mondo gggiovane a quello preistorico.

Questo piazzando una famosa “youtuber” giovanissima tra la giura di esperti e affidando qualche commento web ad – appunto – il popolo del web.

Mi è invece dispiaciuto non vedere Elio e le Storie Tese coi loro travestimenti geniali, quest’anno.

A ogni modo, in gara c’erano…

Samuel, ormai orfano dei Subsonica. Lui gradevole e intonato, ma senza i suoi compari non mi è piaciuto molto, con tutto il bene, eh…

C’era la Mannoia, tanto cara e capace.

C’era Paola Turci, una delle poche con carattere e diciamocelo… Una gran figa.

C’era Michele Bravi che non ho ancora capito chi sia, ma che mi ha colpita per la dolcezza della sua voce, sebbene non sia proprio il mio genere… E secondo me è stato fra i più intonati (cosa non scontata su quel palco).

Beh, a dire il vero ho già scordato gli altri cantanti ma alla fine…

Alla fine, convinta che avrebbe vinto nuovamente l’antichità, lo sbrodolamento italiano, la canzone taglia vene… Ecco che rimangono la Mannoia e il simpatico Francesco Gabbani con la sua Occidentali’s Karma sul palco.

E alla fine chi vince?

Gabbani!

A dirla tutta non mi frega granché di chi vinca, cosa vinca, perché vinca.

Però credo che la sua “canzonetta” sia davvero indovinata.

Prende per il culo gran parte di noi, probabilmente è pure autocritica la sua.

“Noi” che facciamo yoga. Che diventiamo buddhisti, che appendiamo il quadro di Shiva in salotto ma poi diamo degli idioti fanatici ai cattolici. (Questo lo dico io, ma leggetevi il testo se volete).

“Noi” che siamo proprio coerenti.

Ma si sa, la moda è moda…

Moralismo?

Non saprei… Per me una canzone di grande attualità, certo, una canzonetta, certo c’è di meglio… Ma secondo me non è affatto male.

Il mio commento è finito, perdonatemi…

Oggi mi sono sentita molto “tuttologa col web”… ; )

E il vaneggiar m’è dolce in questo blog

Succedeva il Lunedì.

Suona la sveglia, non dormo bene ultimamente per via della tosse, mi fanno perfino male le costole.

Le sei del mattino infatti sono arrivate in un attimo.

La sera prima ho preparato i vestiti: qualcosa di caldo per affrontare la giornata.

Dal letto sembra che diluvi, mugugno qualcosa che suona blasfemo e che non riporto.

Quelle brutte parole dette da una ragazza non si possono sentire.

Prima o poi mi spiegheranno il motivo, forse.

Vado in bagno e mi specchio. Ho sempre st’aria stanca, ma è la mia faccia, neppure un velo di trucco per migliorarmi, che siano le sei del mattino o le nove di sera questa sono, sembro quasi malaticcia e data la tosse un po’ lo sono.

Mando giù il latte, dei cereali: una colazione consumata in piedi, perché io c’ho sempre fretta.

Non mi godo mai le cose, sono sempre in anticipo per qualsiasi cosa.

Agli appuntamenti arrivo in anticipo, che sia il dentista o la birra con le amiche.

Questo non è un pregio, questa è l’ansia e non scherzo.

Al “lavoro” arrivo sempre presto, la mia amica e collega ha i cinque minuti di ritardo canonici. Arriva, si fuma la sigaretta e mi dice “sono in orario, oggi”. La invidio, per questa sua caratteristica.

Per cose su cui mi sento più sicura e ferrata eccomi lì a ritardare: gli esami, la tesi. Mi riduco all’ultimo, non raggiungo quasi mai il massimo, lo sfioro e basta, perché non mi sforzo mai. Non so organizzarmi, sono pigra.

Mi sono presentata a certi esami con scarsa preparazione e una certa faccia tosta.

Sto sempre nella fila dei mediocri. Mai un grande successo, mai grossi fallimenti, solo risultati discreti, frutto di minimi sforzi.

Salgo in auto, evito il cane e le sue zampate sporche, non mi va  che mi rovini il giubbotto se devo uscire.

Ci vediamo dopo, fate i bravi.

Metto il riscaldamento a palla, un po’ di rock dalla radio come buongiorno.

Buio e pioggia, guido con un’aria un po’ infelice.

Ma non mi sento infelice.

I treni sempre in ritardo, coincidenze prese per un soffio.

A Verona piove, sbuffo.

Il tizio africano che si materializza ogni volta che piove mi invita a comprare un ombrello.

Ti serve. Mi dice.

Rispondo di no e ringrazio. Vorrei spiegarli che il mio ombrello è nella borsa, che per questo non lo vede, che per attraversare la strada e raggiungere il bus non ne ho bisogno.

Sempre la necessità di puntualizzare, precisare, giustificare.

Vorrei comprargli un ombrello lo stesso, ma invece affretto il passo e prendo il bus.

Ho una tosse spaventosa, cerco di trattenerla, non voglio passare per untrice. Ho sempre paura di disturbare gli altri. Mi scendono lacrimoni, qualcuno mi lancia occhiate preoccupate, io vorrei solo dire che ho la tosse, che non sono triste, ma taccio.

Ed è così.

Non sono triste.

È un periodo in cui penso solo ai fatti miei, non ci sono per nessuno, il tempo libero lo occupo per cose che mi piace fare.

Non mi interessa sapere se gli altri stanno bene, se vanno avanti con le loro cose. Mi interessa solo di me, portare avanti questa vita, darle una forma, magari un senso compiuto.

Prendo il treno per tornare a casa, un tizio vuole attaccare bottone con me: è fastidioso.

Tutti sono insistenti, invadenti, poco spiritosi.

Li liquido senza tanti giri di parole.

Io ho bisogno di ironia, non di tizi poco educati che non gli riesce proprio di essere simpatici.

Finalmente torno a casa: ha smesso di piovere.

Saluto i miei cani, li carico in auto.

Silenzio, solo silenzio.

Andiamo a passeggiare prima che venga buio.

Il cane anziano ha il passo ormai lento, certe volte zoppica, arranca. Poi di colpo fa una corsetta ridicola, per raggiungere un ciuffo d’erba da innaffiare.

Lo guardo con tutto l’affetto di cui sono capace.

Il più giovane è un uragano, corre e devasta, si tuffa nell’acqua in pieno inverno, non ne ha mai abbastanza: è matto come un cavallo.

Camminiamo, ognuno col proprio passo.

Sorrido per l’albero che si specchia nella pozza d’acqua, per la lepre che corre e il cane che – invano – la insegue. Per i caprioli che si allontanano, il gatto ormai selvatico che si nasconde tra i fili d’erba incolta.

Non sento spari in sottofondo: la stagione di caccia pare finita.

Seguo i cani che con il naso incollato a terra sono sulle tracce di qualcosa.

Seguo me stessa, approvo quella che sono, tolte le paranoie potrei quasi vivere bene, ma quelle sono mali incurabili.

Cammino, da sola, vado avanti,da sola.

Rido dei cani che hanno musi buffi e stupidi.

Rido della loro stupidità, che in fin dei conti li rende felici.

Provo sollievo quando il vento tormenta un poco i rami e cadono le gocce, che poggiavano sulle foglie, incerte se lasciarsi andare.

Ho bisogno solo di questo, faccio le mie cose, faccio tacere chi mi infastidisce, lascio scorrere le parole buone e l’ironia, me ne sto da sola, la mia compagnia è troppo preziosa.

wp_20170206_16_28_15_pro

wp_20170206_16_40_12_pro

Sono una torta non sono una santa

Comunque io la torta Mars alla fine l’ho fatta.

È la torta ideale se siete giù di morale. O di glicemia.

Se il vostro fidanzato vi ha lasciato.

Se il tizio (testa di cazzo) che vi piace non vi scrive più.

O se non sa manco che esistiate.

Se, in compenso, quello che non vi piace vi tormenta.

Se la gente vi chiama signora.

Se non siete fotogeniche.

Se siete state friendzonate.

Se vi si è spezzata un’unghia.

Se sperate che vi crescano ancora le tette: sappiate che si cresce fino ai 25 anni, quindi magari per qualcuna di voi c’è ancora speranza.

Se ci provano sempre i peggio tizi.

Se solitamente bruciate le torte o i biscotti. Si tratta infatti di una “torta” senza cottura.

Se siete studentesse in crisi… Di astinenza.

Se la vostra vita fa schifo.

Insomma, è una torta per tutti i giorni.

Vi serviranno pochi ingredienti, ma belli potenti: i famosissimi Mars, del burro (perché il Mars da solo non è sufficiente!), del riso soffiato (bianco o al cioccolato: fate vobis), meglio se “scrocchia”.

E, se vi sembra di non aver fatto abbastanza schifo: del cioccolato al latte/fondente (quel che vi pare) per decorare la vostra torta biologica.

(E dell’insulina, come digestivo).

Questa è una torta dalla difficoltà estrema.

Ci vuole una certa dedizione e molto sentimento per realizzarla.

In molti iniziano a farla per poi arrendersi al primo step.

Tuttavia se seguirete attentamente quell’unico passaggio (e mezzo) della ricetta, forse… E dico forse, riuscirete a prepararla (senza versare troppe lacrime).

wp_20170204_15_05_30_pro

wp_20170204_15_17_36_pro

 

 

 

16523875_1370001889723905_647722084_o

Et voilà!

Ecco qui la terrificante torta Mars di non molto magra consolazion!

Non fatevi ingannare dall’aspetto: è molto peggio di così!

Qui trovate la ricetta.