E il vaneggiar m’è dolce in questo blog

Succedeva il Lunedì.

Suona la sveglia, non dormo bene ultimamente per via della tosse, mi fanno perfino male le costole.

Le sei del mattino infatti sono arrivate in un attimo.

La sera prima ho preparato i vestiti: qualcosa di caldo per affrontare la giornata.

Dal letto sembra che diluvi, mugugno qualcosa che suona blasfemo e che non riporto.

Quelle brutte parole dette da una ragazza non si possono sentire.

Prima o poi mi spiegheranno il motivo, forse.

Vado in bagno e mi specchio. Ho sempre st’aria stanca, ma è la mia faccia, neppure un velo di trucco per migliorarmi, che siano le sei del mattino o le nove di sera questa sono, sembro quasi malaticcia e data la tosse un po’ lo sono.

Mando giù il latte, dei cereali: una colazione consumata in piedi, perché io c’ho sempre fretta.

Non mi godo mai le cose, sono sempre in anticipo per qualsiasi cosa.

Agli appuntamenti arrivo in anticipo, che sia il dentista o la birra con le amiche.

Questo non è un pregio, questa è l’ansia e non scherzo.

Al “lavoro” arrivo sempre presto, la mia amica e collega ha i cinque minuti di ritardo canonici. Arriva, si fuma la sigaretta e mi dice “sono in orario, oggi”. La invidio, per questa sua caratteristica.

Per cose su cui mi sento più sicura e ferrata eccomi lì a ritardare: gli esami, la tesi. Mi riduco all’ultimo, non raggiungo quasi mai il massimo, lo sfioro e basta, perché non mi sforzo mai. Non so organizzarmi, sono pigra.

Mi sono presentata a certi esami con scarsa preparazione e una certa faccia tosta.

Sto sempre nella fila dei mediocri. Mai un grande successo, mai grossi fallimenti, solo risultati discreti, frutto di minimi sforzi.

Salgo in auto, evito il cane e le sue zampate sporche, non mi va  che mi rovini il giubbotto se devo uscire.

Ci vediamo dopo, fate i bravi.

Metto il riscaldamento a palla, un po’ di rock dalla radio come buongiorno.

Buio e pioggia, guido con un’aria un po’ infelice.

Ma non mi sento infelice.

I treni sempre in ritardo, coincidenze prese per un soffio.

A Verona piove, sbuffo.

Il tizio africano che si materializza ogni volta che piove mi invita a comprare un ombrello.

Ti serve. Mi dice.

Rispondo di no e ringrazio. Vorrei spiegarli che il mio ombrello è nella borsa, che per questo non lo vede, che per attraversare la strada e raggiungere il bus non ne ho bisogno.

Sempre la necessità di puntualizzare, precisare, giustificare.

Vorrei comprargli un ombrello lo stesso, ma invece affretto il passo e prendo il bus.

Ho una tosse spaventosa, cerco di trattenerla, non voglio passare per untrice. Ho sempre paura di disturbare gli altri. Mi scendono lacrimoni, qualcuno mi lancia occhiate preoccupate, io vorrei solo dire che ho la tosse, che non sono triste, ma taccio.

Ed è così.

Non sono triste.

È un periodo in cui penso solo ai fatti miei, non ci sono per nessuno, il tempo libero lo occupo per cose che mi piace fare.

Non mi interessa sapere se gli altri stanno bene, se vanno avanti con le loro cose. Mi interessa solo di me, portare avanti questa vita, darle una forma, magari un senso compiuto.

Prendo il treno per tornare a casa, un tizio vuole attaccare bottone con me: è fastidioso.

Tutti sono insistenti, invadenti, poco spiritosi.

Li liquido senza tanti giri di parole.

Io ho bisogno di ironia, non di tizi poco educati che non gli riesce proprio di essere simpatici.

Finalmente torno a casa: ha smesso di piovere.

Saluto i miei cani, li carico in auto.

Silenzio, solo silenzio.

Andiamo a passeggiare prima che venga buio.

Il cane anziano ha il passo ormai lento, certe volte zoppica, arranca. Poi di colpo fa una corsetta ridicola, per raggiungere un ciuffo d’erba da innaffiare.

Lo guardo con tutto l’affetto di cui sono capace.

Il più giovane è un uragano, corre e devasta, si tuffa nell’acqua in pieno inverno, non ne ha mai abbastanza: è matto come un cavallo.

Camminiamo, ognuno col proprio passo.

Sorrido per l’albero che si specchia nella pozza d’acqua, per la lepre che corre e il cane che – invano – la insegue. Per i caprioli che si allontanano, il gatto ormai selvatico che si nasconde tra i fili d’erba incolta.

Non sento spari in sottofondo: la stagione di caccia pare finita.

Seguo i cani che con il naso incollato a terra sono sulle tracce di qualcosa.

Seguo me stessa, approvo quella che sono, tolte le paranoie potrei quasi vivere bene, ma quelle sono mali incurabili.

Cammino, da sola, vado avanti,da sola.

Rido dei cani che hanno musi buffi e stupidi.

Rido della loro stupidità, che in fin dei conti li rende felici.

Provo sollievo quando il vento tormenta un poco i rami e cadono le gocce, che poggiavano sulle foglie, incerte se lasciarsi andare.

Ho bisogno solo di questo, faccio le mie cose, faccio tacere chi mi infastidisce, lascio scorrere le parole buone e l’ironia, me ne sto da sola, la mia compagnia è troppo preziosa.

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46 pensieri su “E il vaneggiar m’è dolce in questo blog

  1. lamelasbacata ha detto:

    Mi mancavano questi tuffi dentro V! È sempre coinvolgente vedere come riesci a descriverti in modo profondo senza perdere l’ironia. Approvo tante cose, non si è mai abbastanza orsi selvatici, c’è sempre il rompiballe di turno che prova a fare il simpatico. Dio mio che strazio! 😘😘

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  2. Moon That Never Sets ha detto:

    Scrivi sempre molto bene 🙂 Quasi in modo poetico, oserei dire, anche se non voleva essere una poesia. Sono riuscita letteralmente a “visualizzare” le scene che hai descritto 🙂
    Quelli nelle foto sono i tuoi cagnolini? *_*

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  3. SognidiRnR ha detto:

    Mi piace un sacco leggerti. Hai parlato di tutto senza dover approfondire nulla! Io ho seguito il filo dei tuoi pensieri con piacere 🙂
    L’ombrello andava comprato perché non sai mai in testa a chi può essere rotto(vedi tizi fastidiosi in treno!) 🙂

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    • Cose da V ha detto:

      Ti ringrazio!! Ogni tanto divago, quindi sono contenta che tu sia riuscita a non perdere il filo. L’ombrello in effetti serve sempre, non sai quanta gente rompiballe prenderei a ombrellate : D

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  4. Zeus ha detto:

    Ultimamente mi sento po’ il tizio africano che offre l’ombrello.
    Non chiedermi perché. Penso sia una questione lavorativa (no, non vendo ombrelli) che mi è rimasta attaccata sulle spalle.
    O il fatto di veder la gente che cammina sotto la pioggia e che non vuole l’ombrello.
    O che nessuno mi compra l’ombrello.
    Sì, decisamente mi sento il tizio africano.

    Ps: in treno Ipod e sguardo truce – riesco a tener lontani quasi tutti!

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    • Cose da V ha detto:

      Io ero molto dispiaciuta, ma girare con due ombrelli sinceramente non mi andava. Oltretutto io odio gli ombrelli, sono una di quelle che cammina sotto la pioggia senza un ombrello (se non devo andare chissà dove, ovvio). Però una volta ero in gita da qualche parte e cominciò a piovere, si materializzò il tizio africano (non lo stesso, un altro) e gli comprai l’ombrello. Ero proprio felice quel giorno! Va beh, stiamo delirando : D PS: in treno pure io così oppure dormo proprio.

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      • Zeus ha detto:

        Io giro con l’ombrello nello zaino. Ma è una precauzione, nello zaino ho tutto: dal berretto al kway (lo so, non fa bella figura… ma il tragitto di 25 minuti richiede qualche furbizia eheh). Andando in bici devo avere tutto con me, se no rischio di trovarmi a bagnomaria nell’acquazzone.
        PS: in treno la testa mi casca, ma è proprio il grugno incazzato che tiene distante. O la musica inascoltabile che probabilmente si sente dagli auricolari 😀

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      • Cose da V ha detto:

        I kway sono fantastici. Io li amo : D
        In effetti se ascolti pezzi come quello di tot post fa… Immagino i poveretti terrorizzati che stanno nei paraggi che stringono il rosario o qualcosa del genere.
        Comunque un ottimo metodo per tenere tutti lontani e godersi il viaggio in santa pace.

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      • Zeus ha detto:

        Il kway è un ospite fisso 😀 soprattutto in estate (lo so, è paradossale). Tu vai al lavoro vestito decente e ti coglie il classico acquazzone estivo, che fai? Arrivi bagnato e bestemmiante? No!! 😀 Usi il kway.

        La musica che ascolto è un deterrente per molte cose 😀

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      • Cose da V ha detto:

        Ma fai benissimo! Ma poi per me chi va in bici con l’ombrello è un equilibrista, ma come fanno… Io già mi capotto per soffiarmi il naso. Infatti vado a piedi che è meglio : D kway tutta la vita…

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  5. massimolegnani ha detto:

    questi sono i tuoi post che preferisco.
    hai un bel passo, (significativo quel muoversi coi cani, ognuno al proprio passo) con o senza trucco, con o senza lacrime, con o senza pioggia, sei tu nella tua splendida mediocrità, che detto così sembra una cafonata e invece è un apprezzamento, l’aurea mediocritas dei latini, apparire il più simili possibili a quello che si è. e non sei niente male, credi a me 🙂
    ml

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  6. ricettedacoinquiline ha detto:

    Come ti capisco per la tosse… Io ho dormito con mia madre con la febbre e la tosse perché lei era preoccupata che non respirassi (le brutte cose di tornare a casa), ma nel mentre lei russava e io niente: non dormivo per niente! A lavoro dovresti fare tardi, ma dici sempre al ristorante? O è un posto nuovo?

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  7. tiZ ha detto:

    soli si è già in compagnia… con gli altri è folla eppure è il nostro complementare. ma quanto è bello starsene da soli appena possibile
    i cani sono belliZzzimi 🙂

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