Trieste e non solo: dialogo nella mia testa

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Mi aggiro con aria smarrita tra i corridoi dell’Università centrale di Trieste, ci sono andata per ritirare il diploma di laurea triennale, mille anni dopo. Mi hanno consegnato la “pergamena” o come diavolo la chiamano e io non appartengo più a questa città, ricordo non con nostalgia, ma con tristezza e aria invecchiata. Non studiavo all’uni centrale, ma in una bettola dall’aria ospedaliera dalle parti del porto, vicino a un’officina dove c’era sempre un casino infernale, ma quando tornavo a piedi era bello camminare accanto al mare, qualche volta si potevano ammirare gli yacht e i loro proprietari che oziavano pigramente. Trieste uggiosa con gocce di pioggia che picchiettano appena, non è cambiata granché. Hanno aperto un Mc Donald’s in centro e io ci sono entrata per fare colazione dopo aver fatto la fila per ritirare il mio “diploma” e ho preso una ciambella zuccherata e un caffè marocchino. Poi sono andata a pisciare nel cesso che era insolitamente pulito e mi sono messa il rossetto davanti allo specchio, come quelle ragazzine che si truccano al cesso prima di entrare in classe, nei telefilm americani. Il rossetto profuma di quella crema catalana che ti servono nei ristoranti alla buona croati o almeno io lì l’ho assaggiata per la prima volta. È il secondo rossetto che compro nel giro di due settimane, non ne avevo mai comprati prima e manco mai messi. Ma il primo era troppo appariscente, mentre questo è identico al colore delle mie labbra ed è un po’ come non averlo. Ho girato per Trieste fissando i posti dove andavo a “fare aperitivo” sgranocchiando arachidi salate e bevendo prosecco freddo, lamentandomi dei problemi della vita. Quando si faceva crepuscolo restavo un attimo ad ammirare l’acqua con le barche ed era parecchio bello. Trieste è lurida, ma a me ricorda una Vienna in miniatura, anche se a Vienna se lasci il mozzicone di sigaretta a terra ti arrestano e i muri sono immacolati. A Trieste sembra che poche cose siano cambiate, è rimasta quasi intatta. Parlano ancora tutti in modo strano e ordinano il caffè come i marziani, un capo, un nero, un capo in b. Sono sorti dei bar stile americano, prendi il caffè e te ne esci con il bicchiere di cartone oppure lo consumi su uno sgabello disposto di fronte a una vetrata e così intanto ti guardi il mondo che passa davanti. Le impalcature dei lavori in corso sono sempre lì, gli stessi angoli da ristrutturare sono ancora come li avevo lasciati. Ho sempre avuto la sensazione che a Trieste il mondo procedesse a rilento. Però Trieste ha quel fascino bohémien, che non ho ben capito che si intenda, ma a me dà quell’idea lì, un fascino retrò, con le vecchie botteghe incastrate tra i locali nuovi, le macellerie coi cadaveri penzolanti e quei bar dove aleggia ancora odore di fumo e le paste frolle sanno di stantio e poi Trieste è sempre stata un po’ intellettuale, ecco. Fisso tutto, avidamente, ho sempre pensato che Trieste fosse la mia città preferita, anche se è la città dei pazzi. Mi lascio Trieste alle spalle, la mia libreria dove trovavo sempre prezzi scontati e la gente sfogliava i libri e ne trovavi alcuni stropicciati e rimessi a posto frettolosamente, senza il minimo garbo, strizzati dalla gente in mezzo agli altri volumi. Tornata in “patria” entro al supermercato e riempio il carrello di schifezze, arrivo in cassa e mi sorprende trovare un commesso fico. Mi piglia male che veda tutto lo schifo che ho comprato, inoltre oggi sono un cesso, non a caso due tizi mi hanno chiamata “signora” e quindi non sono certo fica come lui, sono quasi tentata di nascondere almeno le patatine da qualche parte, all’ultimo momento, ma ormai è fatta… Lui mi dice buondì, io gli rispondo buondì e capisco che anche lui pensa che io abbia una faccia un po’ di merda, inoltre mi è spuntato un brufolo sotto al mento perché mi devono venire. Penso che la vita sia parecchio ingiusta, do un’occhiata alla spesa della tizia che sorride radiosa al commesso: ha comprato solo yogurt bianco. Entro in auto e torno a casa e mi rendo conto di aver dimenticato l’unica cosa che davvero serviva: il latte.

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32 pensieri su “Trieste e non solo: dialogo nella mia testa

  1. Zeus ha detto:

    Mi piace questo flusso di coscienza.
    Ma sai che io non ho mai visto Trieste!? Ci sono arrivato vicino, non troppo eh, ma mi sono fermato a Ronchi dei Legionari (nome che mi piace… il tizio che ho/abbiamo incontrato in quel posto penso fosse poco meno che un mezzo esaltato).
    Le ultime due volte che sono entrato a far la spesa mi son sempre dimenticato perché sono entrato (no, aspetta, non perché sono entrato nel supermercato.. ma cosa volevo comprare di importante), vediamo se non c’è 2 senza 3.

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    • Cose da V ha detto:

      è una bellissima città, anche se io la trovo sporca, però boh… Me ne sono innamorata, sarà che ci ho passato il primo anno di università da fuori sede e quello fu un bell’anno. Penso che ti piacerebbe, è nordica e somiglia un po’ a Vienna. La gente è assurda, chi vive in provincia di Udine “odia” i triestini… C’è una rivalità, diciamo. Io invece odio tutti, non faccio distinzioni.

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  2. massimolegnani ha detto:

    non è allegro questo tuo ritorno a Trieste.
    quello che mi arriva è, più che nostalgia per la città (che pure ami), uno stato d’animo distaccato ma anche insofferente che tutto questo sia ormai passato.
    ml

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  3. ivano f ha detto:

    Non l’ho mai vissuta ma anche a me ha dato un’impressione di lentezza, forse solo perché so che i triestini riescono a godersi meglio la vita, con meno ansie -almeno mi sembra. Poi, certo, ‘sta cosa che per farti portare un cappuccino-cappuccino devi ordinare un caffelatte è… assurda cavolo. Ma anche un po’ divertente dài 🙂
    Passeggiare in un pezzo di passato è sempre un po’ triste (qui dovresti confermare, sennò vuol dire che sono io a essere sempre triste, e non va mica bene)
    Bello da leggere, sì sì.
    Ogni bene

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    • Cose da V ha detto:

      Vero, anche io ho sentito dire che se la godono, sono meno frenetici diciamo. Io la prima volta ho avuto una sorta di shock quando ho sentito come ordinavano il cappuccino e soprattutto quando ho dovuto ordinarlo. Non l’ho più ordinato, da quel momento ahaha mi pigliava malissimo. Grazie per il bello da leggere, davvero! E sì, ci hai visto giusto, non c’era allegria, ma tristezza.

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      • ivano f ha detto:

        Avrei letto un libro intero, scritto così (esagero? bah, vàluta un po’ tu), è il modo naturale con cui sei riuscita a colpire un po’ in alto un po in basso un po’ dentro un po’ fuori-ma-solo-in-apparenza, quel modo lì insomma che mi acchiappa.

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      • Cose da V ha detto:

        Non è per respingere i complimenti, ma a rileggerlo non è scorrevole, quindi boh. Però sono lusingata, se mi dici che leggeresti un libro intero scritto così io vado in brodo di giuggiole, davvero.

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  4. Stardust mamy ha detto:

    L’ho letto ieri sera, dal cellulare, sfatta dalle medicine (mercoledi e giovedi sono le giornate del metotrexate che mi stende)….e in quell’occasione ho pensato ad un commento da fare che mi pareva fighissimo 😉 ora ovviamente non lo ricordo più ma il senso era QUANTO CA°°° SCRIVI BENE!!!! Mi pareva di essere li….annusare e vedere quello che descrivevi…..sei forte ❤

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  5. Sarino ha detto:

    beh, io da terrone trapiantato a Trieste devo dire che la lettura è stata coinvolgente con tutte le incomprensioni e la tristezza di cui parlavi. Le incomprensioni legate al modo di parlare e non tanto per ordinare un caffè (che dopo ci fai l’abitudine e passa), ma per quel loro modo di approcciarsi gli uni con gli altri, con quella cadenza un po’ sbarazzina e a tratti insofferente, uno slang a cui non è facile abituarcisi. La tristezza invece per il mio primo “atterraggio” in una città che fino ad allora avevo sentito solo nominare come Trento e Trieste (riferimento alla prima guerra mondiale) e non capivo come una città ne legasse due. Ancora tristezza per aver abbandonato (allora non sapevo che sarebbe stato per sempre) il mio paese natale. Così trovarmi in un luogo dai caratteri ancora asburgici (il legame con l’impero austroungarico si percepisce ancora oggi) mi ha lasciato di stucco. Palazzi mittleuropei e tutta quell’aria di cultura primi novecento mi hanno colpito parecchio. Un’altra cosa “strana” (soprattutto intorno a Trieste, in particolare sul Carso) era sentire lo sloveno come unica lingua o quantomeno come lingua mista al dialetto (che è ancora peggio).
    Detto questo ti confido che non saprei vivere in un altro posto. In qualche modo questa città ti affascina, ti cattura e non ti molla più. Almeno per me è stato così.
    Per quanto riguarda la spesa beh io dimentico sempre qualcosa, non c’è verso. Ogni volta è la stessa cosa. E mi tocca ritornare appena giunto a casa.
    Ti faccio i complimenti per questo tuo modo di scrivere, immediato e acuto, che arriva tagliente ed empatico. Grazie per questa bella lettura e piacere di conoscerti. Ciao

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    • Cose da V ha detto:

      Che bella testimonianza!! Grazie a te… Io a Trieste ci studiavo, perciò ho conosciuto pochissimi triestini, erano tutti studenti fuori sede. Ti credo quando dici che non potresti vivere in un altro posto. è una città particolare, in tutti i sensi. E comunque è bello sapere che ti ha catturato. Da che parte del sud?

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