Orange is the New Black: una serie cazzuta

S1Cast

Oggi ho visto l’ultimo episodio della quinta stagione di Orange is the new black, una serie tratta dalle memorie di Piper Kerman, che racconta in un libro il suo anno in carcere.

Vi giuro che una serie così cazzuta non l’avevo mai trovata. Veramente, ma veramente bella.

La serie – prodotta da Netflix – narra le vicissitudini di Piper Chapman, giovane donna che deve scontare una pena di 15 mesi nel carcere di Litchfield, in quanto rea di aver trasportato denaro illecito per conto di Alex Vause, sua ex fidanzata e trafficante di droga.

Tuttavia la condanna avviene parecchi anni dopo il reato commesso da Piper e in questo periodo la futura galeotta si è rifatta una vita con un tizio: Larry Bloom.

La serie si apre con una sorta di ultima cena tra amici, prima che Piper entri in galera e il suo successivo ingresso nel carcere femminile.

Qui Piper capisce subito che la vita da detenuta non sarà rose e fiori, anzi. Dovrà confrontarsi con la prepotenza di alcune detenute e con le ingiustizie che culmineranno in veri e propri soprusi e violenze nei confronti delle stesse. In carcere inoltre Piper incontrerà la sua ex amante Alex.

La serie con un occhio (quasi) sempre puntato sulla protagonista Piper procede tra interessanti flashback che mostrano la vita prima del carcere delle detenute e tra il presente e la quotidianità nella prigione.

Ci sono – ovviamente – parecchi colpi di scena e ogni episodio ha una chiusa che lascia col fiato sospeso.

La serie tocca argomenti interessanti: l’omosessualità, prima di tutto. Trattandosi di un carcere femminile, le relazioni che vengono raccontate sono principalmente tra donne. Tocca il razzismo, l’amicizia, l’amore, la maternità, lo stupro e l’ingiustizia nei confronti delle detenute che man mano che le serie procedono sembrano perdere sempre più diritti e dignità.

Tutti i personaggi sono ben congegnati. Emergono punti di forza e debolezze e si assiste all’evoluzione di ogni personaggio: chi sembra redimersi, chi peggiora, chi fa una brutta fine.

Il linguaggio è – chiaramente – colorito, consiglio di vedere la serie in inglese: secondo me rende decisamente di più.

La protagonista non è tra i miei personaggi preferiti; preferisco di gran lunga Alex Vause, che è parecchio tosta.

Ho apprezzato molto il personaggio di Red, la cuoca russa. Il suo modo di prendersi cura delle detenute più giovani (e non solo) come una madre mi ha commossa in diversi episodi. Inoltre si troverà invischiata in situazioni che fanno temere spesso per la sua sorte. Si distingue per essere assolutamente cazzuta.

L’evoluzione più intensa e interessante è quella di Tiffany Dogget, l’ex tossica che si faceva di crack.

Il personaggio di Suzanne, soprannominata “Crazy Eyes” è a dir poco fenomenale. L’attrice meriterebbe l’oscar per l’interpretazione magistrale. Inoltre commuove per la sua follia e per la sua genuinità. Ha alle spalle una delle storie più tristi fra le detenute.

Tra le varie guardie e impiegati della prigione ho apprezzato anche la trasformazione morale di Joe Caputo, direttore del carcere, che nelle ultime serie saprà sorprendere lo spettatore.

Per quanto mi riguarda ogni personaggio lascia il segno.

Il picco di intensità viene raggiunto con Lolly e la sua pazzia: credo che le sue vicende siano decisamente toccanti.

La serie mi ha parecchio emozionata, soprattutto nelle ultime stagioni, sebbene risultino più scorrevoli le prime.

Mi è piaciuta la rivalità tra donne, ma anche la solidarietà che mostrano quando hanno un obiettivo comune. Mi ha ricordato un po’ l’amicizia effimera che si crea prima di un esame universitario.

Ho adorato le gang latine all’interno del carcere e anche quelle nere, ho adorato Sofia, la parrucchiera transessuale (e detenuta) della prigione, ho adorato l’umanità della detenuta Poussey: il suo amore per i libri e la forte amicizia con Taystee.

Mi è piaciuto il fatto che la serie sottolinei come la dignità umana non vada lesa neppure tra le mura di un carcere. Ma soprattutto il dubbio che insinua nello spettatore: una volta uscite dal carcere saranno le detenute delle persone migliori? E una volta entrate, saranno persone peggiori?

Insomma, se non sapete cosa iniziare a guardare, se vi piacciono le serie intense senza però fronzoli, se vi piace il dramma misto alla commedia… Questa è la serie che fa per voi. In più il titolo della serie è una figata già di suo.

 

 

 

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Harry Potter tag! (Perdonatemi)

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Lo so, lo so.

È demodé, non ha alcun senso parlarne oggi, rivangare il passato, sguazzare nella nostalgia… Ma!

Ma, ma, ma!

Mi sono imbattuta in un video di una “youtuber” che ha risposto a delle domande su Harry Potter (normalmente recensisce libri) e ho voluto copiarla spudoratamente.

Lo so. Ho una certa età per queste cose, ma Harry Potter è un libro per tutti, belli e brutti, soprattutto brutti. E non ho resistito.

Dunque, il giochino consiste nel rispondere a una serie di domande su questa intramontabile saga fantasy, giusto per farvi due palle così! Evviva!

Iniziamo:

1. Quando e come hai conosciuto Harry e il suo mondo? 

Allora. Una mia compagna di classe delle medie mi regalò “Harry Potter e la pietra filosofale” e io ringraziandola con un sorrisetto forzato lo lasciai prendere polvere nella libreria per qualche anno. Ricordo che me lo chiesero in prestito e io senza tante cerimonie lo sbolognai (non mi venne mai restituito). Poi mi regalarono “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”: fu amore.

2. In che ordine hai letto i libri? 3, 4, 5, 2, 1, 6, 7 (circa meno quasi).

3. Qual è il tuo libro preferito? Quello che non ti è piaciuto? Harry Potter e l’Ordine della Fenice (il quinto). Il primo forse è quello che mi è piaciuto di meno, l’ho trovato infantile, in un certo senso.

4. Qual è il tuo personaggio MASCHILE preferito? Severus Piton. Mi piacciono (in letteratura e nei film) i personaggi ambigui, che oscillano fra bene e male. Piton è un personaggio sgradevole, con una personalità assai contorta. Tuttavia la sua storia è quella che ho trovato più intrigante.

5. Qual è il tuo personaggio FEMMINILE preferito? Hermione Granger: dentona, brava a scuola e sfigata. Impossibile non provare empatia. A parte vaghe somiglianze con voi sapete chi, cioè con me, Hermione è una dura. Non tradisce i suoi valori, è una lottatrice, ha buoni sentimenti. La AMO.

6. Dà un voto al tuo libro preferito dall’1 al 10 e spiega il perché. Al quinto libro do 10 perché è il più corposo in tutti i sensi. I personaggi e le loro storie vengono approfonditi. Le atmosfere si fanno decisamente più cupe. Si svelano dettagli sui genitori di Harry e su Piton.

7. La migliore trasposizione cinematografica e la peggiore? Le migliori direi le prime due, forse perché ho visto prima i film e dopo ho letto i libri. Tutte le altre fanno letteralmente schifo.

8. Qual è secondo te l’ambientazione migliore? E la peggiore? La Sala grande è la migliore. E anche l’antica casa dei Black. La peggiore? Nessuna.

9. Qual è il tuo Weasley preferito? Quello che non puoi neanche sentire nominare? Fred è il mio preferito, perché ha un umorismo fantastico. Percy è il più noioso, ma è interessante a modo suo.

10. Qual è la tua Creatura Fantastica preferita? Gli elfi domestici. E il gatto di Hermione: Grattastinchi.

11. Qual è il tuo Mangiamorte preferito? Bellatrix Lestrange. L’adoro per quanto è perfida. E apprezzo il fatto che sia sempre stata fedele a Voldemort, a differenza di altri. Oh, non sopporto i vigliacchi manco tra i cattivi.

12. Se fossi ad Hogwarts, quale sarebbe il tuo passatempo magico preferito? Osservare e studiare le creature magiche. Assistere a una lezione di Pozioni.

13. Quale tra i Big 7 è il tuo preferito? Ron Weasley. Ron è ironico, sarcastico e un tantino cattivello. Credo sia il personaggio più “umano” di tutti, perché sbaglia spesso, perché è invidioso, perché vuole ma non può. Dopo Piton è sicuramente il personaggio che ho apprezzato di più.

14. Qual è il tuo Professore di Hogwarts preferito? La McGranitt. Severa, ma giusta. E Lupin, perché valorizzava tutti gli studenti.

15. Qual è il tuo incantesimo magico preferito? Oblivion. Quello per far perdere la memoria!

16. Hai qualche libro su Harry Potter NON scritto dalla Rowling? Se si, quale? Nope. Ho un libro sulla Rowling, non scritto dalla Rowling: La maga dietro Harry Potter.

17. Hai mai partecipato a un raduno Potteriano? Dove? Assolutamente no. La sola idea mi crea profonda angoscia e disagio e una sottile punta di disgusto.

18. Hai qualche gadget potteriano? Cosa? Bastano e avanzano i libri, tutto il resto è noia.

19. Qual è la tua citazione preferita? “È inutile rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”. (Citazione pronunciata da Silente).

20. Chi avresti voluto che non morisse? Chi avresti lasciato che morisse? Fred Weasley. Se ci penso, soffro. E anche Lupin avrei salvato, dato che mi piaceva molto. Chi avrei lasciato morire? Boh, forse Sirius, perché alla fine faceva una vita terrificante dato che era rinchiuso in casa contro il suo volere.

21. Ti aspettavi un finale diverso? Se si, come lo avevi immaginato? Pensavo morisse Harry, sono sincera. Capisco che ci sarebbe stata una rivolta popolare, ma l’avrei trovata una scelta coraggiosa. Inoltre non ci sarebbe stato quell’inutile ultimo capitolo, né l’ottavo libro.

22. Qual è la tua materia preferita? Quella che non studieresti volentieri? Allora non avrei voluto studiare nessuna materia, in particolare Divinazione e Artimanzia (o na roba simile). Mi piaceva molto leggere le lezioni di Pozioni.

23. Cosa sceglieresti tra un gufo/ un gatto/ un rospo? Nessuno dei tre.

24. In che casa vorresti essere smistato? In quale ti rifiuteresti di andare? Corvonero. Non sarei voluta finire a Tassorosso!

25. Sei iscritto a Pottermore? Ti piace il sito? Non so se da ragazzina fossi iscritta a qualche diavoleria, francamente.

26. Cosa pensi di quelli che dicono “Harry Potter è solo un libro!” Che è vero. È solo un libro.

27. Hai letto anche gli altri libri di Harry? (Animali fantastici dove trovarli/ Il Quidditch attraverso i secoli/ Le fiabe di Beda il Bardo). Ho letto Harry Potter e la maledizione dell’erede. Un libro davvero evitabile.

28. Qual è il tuo Dono della Morte preferito? Il mantello dell’invisibilità, of course.

29. Qual è la tua coppia preferita della saga? Quella che non approvi? Sono banale! Mi piacciono Ron e Hermione. Non ho approvato Cho e Harry, perché lei era noioserrima e aveva delle amiche di merda.

30. Se potessi parlare con zia Jo, cosa le diresti? Good job!

L’idea l’ho trovata qui.

La youtuber è Ilenia Zodiaco: https://www.youtube.com/watch?v=KYN27ApTkvU.

Mi perdonerete per questo tag fuori moda e fuori tempo?

Non lo direte a nessuno, vero?

(Se qualcuno sotto i 13 anni mi legge: anche io ho 13 anni, giuro).

 

 

Un libro per…

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C’era una volta un periodo fiacco, fiacchissimo. Dallo sguardo fiacco e dai capelli fiacchi.

Un periodo in cui tornavo a casa, andavo a letto e dormivo subito. Sul comodino una pila di libri variegati: qualche classico e un paio di romanzi di qualche anno fa.

Ma io ero fiacca e sul comodino oltre alla polvere si accumulavano libri.

Questi periodi di magra vanno e vengono. Certe volte odio leggere. La gente che dice che ama leggere mi annoia terribilmente.

Cosa significa?

Che ti piace leggere tutto? Le etichette? Le ricette? I tomi di fisica? I Promessi Sposi? Il giornale? La rivista di gossip?

Ti piace leggere tra le righe? Sopra le righe?

Quelli che con tono solenne assicurano il prossimo che loro amano leggere li detesto.

Come se nella vita uno potesse avere certezze simili.

Ci sono periodi in cui leggere mi fa schifo.

Da bambina mia madre mi costrinse a leggere “La casa sull’albero” di Bianca Pitzorno.

Dio, detestavo quel libro. Ancora oggi, dopo anni, non ricordo di cosa parlasse. Sicuramente di una tizia che voleva vivere su un albero o cretinate del genere.

Io quel libro non l’ho mai letto. Lo sfogliavo, in preda all’agonia.

Poi in quello stesso periodo mi capitò tra le mani (beh, fu un regalo) “Ascolta il mio cuore”, sempre di Bianca Pitzorno.

Ho letto quel libro tutto d’un fiato. In quel momento se mi aveste chiesto “ti piace leggere?” vi avrei risposto di sì. Che mi piaceva leggere; quel libro.

Perché “La casa sull’albero” non mi piaceva leggerlo affatto.

Ci fu poi un periodo in cui leggere nuovi libri mi atterriva.

Rileggevo e basta, certa di cosa vi avrei trovato dentro. Solo parole che già conoscevo.

E poi mi capitò di leggere Norwegian Wood di Haruki Murakami. Mi prese benissimo quel libro; anche se poi ho provato a leggerne altri, suoi e no, non fanno per me. Ma quel libro sì, eccome se faceva per me.

Perché io della lettura mi innamoro e mi disinnamoro alla velocità della luce.

Ieri sera invece ho finito di leggere un romanzo che Romolo Giacani del blog Viaggi Ermeneutici consigliò parecchio tempo fa: Non c’è niente che non va, almeno credo di Maddie Dawson.

Provando un’immediata simpatia per il titolo decisi di acquistarlo, ma solo due settimane fa ho cominciato a leggerlo.

È uno di quei libri leggeri che ogni tanto fanno bene all’umore. Che poi libro leggero non significa libro scritto coi piedi, sia chiaro.

Tornavo a casa e sorridevo all’idea di immergermi in una lettura rilassante, ero felice. Felice che ci fosse un libro leggero ad attendermi. Un libro che non mi sarei dovuta sforzare di capire: si è lasciato leggere come niente.

Terminare quel libro è stata una piccola vittoria, di questo periodo fiacco, fiacchissimo. Dove francamente non mi sta riuscendo nulla.

Mi sono sentita contenta, come non mi sentivo da tempo.

Certo, non è stato faticoso, anzi. Ma io non dedico il mio tempo a gente che mi annoia, figuriamoci a libri che mi annoiano.

Sapere che a casa c’era un libro ad attendermi, che mi avrebbe raccontato le paturnie degli altri mi ha reso felice.

Ci sono periodi in cui detesto leggere. Mi pesa. Periodi in cui la presunzione degli altri che dicono con aria saputella “ahhhh, io amo leggere” mi fa passare la voglia.

Poi ci sono periodi in cui leggo un libro che la voglia me la fa tornare. Di avere un nuovo libro della buonanotte ad aspettarmi, un libro come chiusa di una giornata brutta, un libro per mettere a tacere i mostri, per addormentarsi pensando ai problemi di personaggi fittizi.

Un libro per stare bene, che si occupi di me quella ventina di minuti prima di chiudere gli occhi.

Un libro che mi dia pace, almeno venti minuti al giorno.

Uno show al femminile: Facciamo che io ero

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Sono anni che mi chiedo “quando si decidono ad affidare un programma tutto suo a Virginia Raffaele”?

Dopo averla vista a teatro e in brevi sketch in televisione, ho cominciato a chiedermi perché nessuno le concedesse più spazio. Certo, la gente è abituata al peggio e ha ormai il cervello lobotomizzato, ma alzare un po’ il livello non può certo nuocere a qualcuno.

Virginia Raffaele come spesso mi piace ricordare è l’unica e inimitabile degna erede di sua signoria Paola Cortellesi.

A ogni modo, finalmente la Rai ha esaudito il mio desiderio. Finalmente un programma di qualità in tv. Perché a dirvela tutta, io in televisione non guardo praticamente più nulla. L’accendo e mi piglia il vuoto esistenziale. La tristezza. Solo gente che litiga, che urla o che piange. E a me francamente non interessa un granché, così spengo.

E invece ecco che Rai 2 decide di mandare in onda uno show tutto (o quasi) al femminile e non popolato  dalle solite starlette senza arte né parte, bensì condotto dalla comica del momento che riesce a calarsi nei panni di qualsiasi donna. Da Anna Oxa a Donatella Versace, passando per Bianca Berlinguer a Fiorella Mannoia e tante altre. Personaggi vecchi e personaggi nuovi. Cambio d’abito, di trucco, di atteggiamento e postura. E puff… Virginia Raffaele si trasforma in tutte le donne.

Dalla camminata sbilenca e “sensuale” alla Belen, alle “performance” dell’artista Marina Abramović, la Raffale sembra non sbagliarne una.

Assieme a Fabio De Luigi che le fa da spalla (entrambi i comici provengono dalla “scuola” di Mai Dire) la Raffaele conduce il programma impersonando vecchi e nuovi personaggi e quando toglie la maschera e impersona, beh… Se stessa, riesce comunque a stupire per la sua recitazione impeccabile.

La parodia che più ho apprezzato è stata quella della scrittrice Michela Murgia, “celebre” per aver stroncato l’ultimo libro di Fabio Volo. Quella che invece mi ha un po’ stancata è quella di Belen, personaggio  ormai visto e stravisto.

Ho apprezzato inoltre la presenza di Sabrina Ferilli, (“vittima” di una recente parodia della comica) che, ospite del programma è stata volentieri al gioco sfoggiando una bella dose di autoironia. Cosa non del tutto scontata, visti i numerosi “vips” che si sono infuriati per essere stati oggetto delle parodie della Raffaele.

Molto intenso il monologo sulla paura, dove la comica sottolinea la stupidità dell’omofobia. “Ancora si ha la testa e si ha lo spirito e si trovano le energie per aver paura di chi vuole amarsi semplicemente come gli pare?” (…) “Forse fra tutte le paure questa è la più stupida. No? Dicono tutti così…”.

Siccome ci tengo a diffondere quel poco di buono che c’è in tv, vi lascio il link del monologo della prima puntata.

 

13 Reasons Why: per me è sì!

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Benvenuto nella tua cassetta: questa è la “recensione” di Tredici.

Ho deciso di guardare 13 Reasons Why (Tredici) perché questa serie è praticamente sulla bocca di tutti. E la cosa mi ha incuriosita alquanto!

Mi sono imbattuta in molti spoiler (troppi!) e anche in diverse recensioni che ho evitato di leggere per non guastarmi del tutto la visione.

Questa serie ha tutti gli ingredienti per essere un “teen drama” coi fiocchi: liceali americani, cheerleader snodabili, outsider e giocatori di basket pompati, stalker, stupratori, consulenti della scuola, festicciole alcoliche e… Suicidi.

Ai miei tempi i teen drama erano un tantino più leggeri e frivoli, tipo The O.C, Gossip Girl e quel polpettone per finti giovani di Dawson’s Creek che francamente non ho mai digerito.

Celebre Marissa Cooper che si scolava fiumi di alcol e… Cos’altro faceva Marissa Cooper?

Come in ogni teen drama che si rispetti (sì, mi piace proprio dire teen drama) la scuola è un inferno. I liceali sono essere immondi, senza scrupoli, bestie di Satana. Non hanno praticamente una coscienza, tranne un paio di loro che ovviamente diventano bersaglio dei più fighetti o dei bulli e così via.

Ma bando alle ciance o questo post diventa lungherrimo. Di che accidenti parla 13 Reasons Why?

Parla del suicidio della liceale  Hannah Baker che lascia ai posteri 7 cassette registrate personalmente dove sono spiegati i 13 motivi che l’hanno portata al suicidio.

Ci si aspetta che Anna Fornaia sia la tipica sfigata secchiona che tutti schifano perché ha un briciolo di cultura e porta l’apparecchio… Quindi merita derisione e vessazioni di ogni tipo. Invece no. Hannah è una ragazza carina, che non fa la cheerleader, no, ma che comunque non passa inosservata.

Hannah non è la più bella della scuola, ma… Famo a capisse: piace ai ragazzi, ha degli amici, una bella famiglia. Sembra che non le manchi davvero nulla.

Il suo calvario ha inizio da un primo episodio spiacevole, episodio di grandissima attualità: un tizio che lei bacia diffonde tramite smartphone una foto di Hannah un po’ “osè”, la foto fa il giro della scuola e iniziano a circolare voci sulla condotta sessuale della ragazza. Hannah passa per quella facile e disinibita.

Da quell’episodio si diramano una serie di sfortunati eventi che assumono man mano tinte sempre più tragiche. Eventi che non coinvolgono solo Hannah, ma anche i suoi compagni di scuola, in particolare la controparte maschile della storia: Clay Jensen, suo amico e collega di lavoro al cinema.

Clay scopre di essere una delle 13 ragioni per le quali Hannah si è tolta la vita. Perché anche lui è colpevole quando non ha mostrato altro che solidarietà nei confronti della ragazza?

Clay sembra l’unico ragazzo con una coscienza, l’unico che non si fa risucchiare dal vortice di menzogne creato dagli altri compagni coinvolti. Con il supporto morale dell’amico Tony ascolterà tutte le cassette, scoprendo tutti i tasselli del puzzle, portando a galla due fatti molto gravi.

La serie inizialmente è lenta, ma poi appassiona. Si vuole capire assieme a Clay, smascherare i colpevoli. Ho letto che qualcuno non è riuscito a provare empatia per Hannah, che in qualche caso ha accusato ingiustamente gli altri del suo suicidio.

Sicuramente Hannah non è la tipica protagonista per cui si prova una simpatia incondizionata. E questo mi è piaciuto, l’ho trovato anticonvenzionale. Hannah fa scelte ingenue e talvolta sbagliate, non è “sfigatissima” perciò non si riesce a compatirla fino in fondo, finisce in una lista in cui il suo culo è giudicato il più bello e lei si indigna anziché lusingarsi, tutti la giudichiamo esagerata inizialmente, come alcuni dei suoi compagni: sembra che Hannah se la prende a male per ogni cosa e addossi le colpe a chiunque per la sua infelicità.

Tuttavia, conoscendola nel corso del telefilm si inizia a guardarla con altri occhi: prima critici, poi compassionevoli. La guardiamo affondare, completamente sola.

Siamo impotenti di fronte alla tristezza degli altri, alla loro solitudine.

Anche noi contribuiamo alla solitudine degli altri? Anche noi meritiamo di ricevere una cassetta in cui ci accusano di non aver mosso un dito? Di essere stati indifferenti?

Chi lo sa.

L’amico Clay alla fine capisce e tenta in qualche modo di rimediare, di non restare indifferente davanti al dolore – seppure ben mascherato – degli altri.

13 è una buona serie, ha una colonna sonora interessante, per certi versi forse è esageratamente stereotipata, in alcuni punti risulta un po’ forzata, ma è una serie che offre spunti di riflessione, che trasmette la giusta inquietudine (dato l’argomento) e che non è così banale come si potrebbe pensare.

I temi trattati sono svariati e moderni, la tecnologia che all’inizio sembra giocare un ruolo fondamentale poi perde d’importanza. Si pensi all’utilizzo dei biglietti, l’articolo sul giornale cartaceo, la radio, l’utilizzo di cassette e non di strumenti più “tecnologici”.

Tecnologia o meno, gli adolescenti di oggi hanno gli stessi problemi di quelli di ieri: bullismo, emarginazione, depressione… Sono sempre dietro l’angolo.

La serie porta a galla tutte queste tematiche e credo che più o meno tutti, per un motivo o per l’altro, alla fine riusciamo a vestire i panni di Hannah, di Clay e perché no, anche dei personaggi più negativi della storia.

L’unica cosa che non capisco, invece, è perché intendano produrre una seconda stagione… 13 ragioni non sono sufficienti? È vero che il finale lascia un po’ col fiato sospeso, date alcune questioni irrisolte, ma non ha alcun senso forzare la trama ulteriormente, si è conclusa così e va bene.

Detto ciò: consiglio questo telefilm e spero di non trovare una cassetta a me dedicata nella quale mi accusate di aver contribuito a frantumarvele con questa chiacchieratissima serie.

Femminismi di oggi: “Limbo – L’industria del salvataggio”

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Di recente ho letto Limbo – L’industria del salvataggio , romanzo scritto dall’autrice del blog Abbatto i muri (Eretica Withebread).

È la storia di Erèsia – una donna arrestata durante una manifestazione – e stuprata durante la perquisizione da tre agenti della polizia.

Per la rabbia la protagonista registra un video – messaggio in cui rivela la violenza subita, convinta di suscitare indignazione e di creare uno scandalo, volto a smascherare i tre agenti.

Tuttavia tre soldatesse della cosiddetta “industria del salvataggio”, chiamata “Save the Women” che si occupa della violenza sulle donne interrogano Erèsia sull’accaduto.

Save the Women invita la protagonista a denunciare la violenza nella loro sede e lei accetta, convinta che troverà comprensione e giustizia.

Da quel momento per la protagonista inizierà l’incubo, una sorta di  processo “kafkiano”, dove la legge non è dalla parte del cittadino e dove nessuno può difendersi e far valere le proprie ragioni e i propri diritti.

Erèsia si ritrova prigioniera senza aver commesso alcun crimine e scoprirà di non essere l’unica. Che fine fanno i prigionieri? In cosa consiste la loro condanna? Ma soprattutto perché sono stati condannati? Di chi può fidarsi la protagonista? Riuscirà ad evadere dal “carcere”?

Il libro sottolinea tutta l’ipocrisia di un certo tipo di femminismo in chiave romanzata (consiglio di leggere anche la prefazione al libro): il fatto che una donna sia realizzata solo quando è madre, la presunta superiorità della donna, la condanna della prostituzione e dell’industria del porno, il divieto di cambiare sesso e di portare il velo poiché ritenuto denigratorio e lesivo della libertà della donna e così via.

Le donne non devono “vendere” il proprio corpo, non sono pertanto libere di disporne come meglio credono. E questo lo stabiliscono altre donne. E gli uomini?

Gli uomini sembrano colpevoli a prescindere. Colpevoli se pagano una prostituta in cambio di una prestazione sessuale. Colpevoli anche senza prove. A meno che non si tratti di agenti pagati profumatamente, ovvio.

Save the Women parla esclusivamente di femminicidi ad opera di uomini. Non menziona mai casi di violenza commessi da altre donne. Tuttavia gli uomini carcerati non subiscono alcuna rieducazione.

Erèsia è una donna che sostiene la parità dei sessi e non la prevaricazione. Lotta affinché donne e uomini possano esprimere liberamente la propria sessualità e rimane incredula di fronte a ogni tipo di discriminazione: sessuale e razziale che sia.

Il romanzo è decisamente scorrevole, mi è piaciuto il modo in cui l’autrice smaschera le assurdità di alcuni tipi di femminismo (oggi molto in voga) sostenendo quella che dovrebbe essere l’uguaglianza (ossia avere pari diritti) tra i sessi e il diritto di servirsi del proprio corpo come meglio crediamo.

Io penso che molte donne non abbiano ben chiara questa uguaglianza e questa libertà, perciò quando mi imbatto in persone che ragionano in modo normale e non in termini medioevali provo sempre gratitudine e un certo sollievo.

Good Bye Lenin… Che Ostalgie!

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“Good Bye Lenin” è un film che ho visto per la prima volta al liceo, durante una lezione di tedesco.

Ho rivisto questo film anni dopo in italiano e ieri, non sapendo cosa guardare, ho deciso di rivederlo in tedesco, con i sottotitoli in italiano.

Il film è del 2003, regia di Wolfgang Becker ed è – come avrete intuito – un film tedesco. La colonna sonora è firmata Yann Tiersen (il compositore delle musiche de Il favoloso mondo di Amelie, per intenderci).

Ambientato a Berlino, qualche mese prima della caduta del Muro (1989) il film parla di una famiglia che vive nella Berlino est, all’epoca sotto il governo socialista filo – sovietico. Christiane, madre di due figli, in seguito all’abbandono del marito diventa una fervida sostenitrice del socialismo. Il figlio Alex lavora come riparatore di televisioni, la figlia Ariane (già madre di una bimba) è una studentessa universitaria.

Durante una manifestazione contro all’opprimente regime sovietico, Alex viene pestato ed arrestato dalla polizia, sotto agli occhi della madre che stava andando a un ricevimento ufficiale in onore dei 40 anni della DDR (Repubblica Democratica tedesca). La madre è colpita da un infarto per lo shock ed entra in coma per 8 mesi.

In quei mesi cambia tutto: il muro crolla, la Germania si avvia verso la riunificazione, Alex perde il lavoro e diventa un installatore di parabole satellitari e si fidanza con Lara, l’infermiera della madre, Ariane trova lavoro al Burger King e si mette assieme a un tizio dell’Ovest.

Quando Alex viene informato del risveglio della madre e apprende che per lei qualsiasi forte emozione potrebbe causarle un secondo infarto, decide di non rivelarle nulla circa i profondi cambiamenti del paese.

Il film ruota attorno agli stratagemmi (geniali i finti TG) che Alex si inventa per nascondere alla madre malata (e costretta a letto) la trasformazione di Berlino Est, anch’essa ormai invasa da consumismo e capitalismo.

Alex si fa prendere un po’ la mano e si rende conto che la realtà fittizia (e socialista) che sta costruendo per la madre è la realtà in cui lui stesso avrebbe voluto vivere.

Un giorno però la madre riesce ad uscire dalla camera e dall’appartamento… Lo spettacolo che le si para davanti la lascia senza parole: immagini di Gesù, pubblicità di prodotti occidentali, una svastica disegnata sull’ascensore… Per non parlare della statua di Lenin che viene portata via in volo…

Alex quindi deve giustificare tutto questo alla madre incredula.

Questo film è davvero originale e un po’ nostalgico. Le atmosfere “tedesche” mi lasciano sempre un po’ scossa, non lo so perché… Avete presente quando certe immagini vi suonano famigliari e vi entrano sottopelle?

La splendida e triste musica che incalza alcune scene del film è un perfetto accompagnamento per questa commedia dalle tinte un po’ drammatiche. Sebbene certe situazioni siano divertenti, il tutto è pervaso da un velo polveroso che sa di rimpianto. Berlino è cambiata, sì… Ma in meglio o in peggio? La cosiddetta Ostalgie, la nostalgia per la vecchia DDR (in seguito al crollo del regime infatti alcuni tedeschi sentirono la mancanza della vita di prima, ormai invasa da prodotti americani ecc) inizia a farsi sentire. Tuttavia il regime socialista si è rivelato deludente, ecco perché Alex si aggrappa a quella speranza nel ricreare per la madre le atmosfere del passato, che però non è autentico… Lui lo rende migliore, sia per lei che per se stesso.

Citazioni:

La sera del 7 ottobre 1989 svariate centinaia di persone si radunarono nel centro di Berlino per sgranchirsi un po’ le gambe. Rivendicavano il diritto di passeggiare senza muri fra i piedi.

L’orologio di Alexanderplatz scandiva i secondi che mi separavano dal compleanno della mamma. Intanto un banale pallone da calcio riunificava la nazione sotto una bandiera. Un altro mattone che cadeva dal muro.

Devo ammetterlo, ormai il gioco mi aveva preso la mano. La Repubblica Democratica che stavo creando per mia madre, assomigliava sempre più a quella che avrei potuto desiderare io.

“La vita di Adele”, una semplice storia d’amore (?)

“La vita di Adele” è un film che a quanto pare è piaciuto a molti: ho letto solo critiche positive a riguardo.

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E francamente non concepisco tutto questo entusiasmo, addirittura persone che lo definiscono un capolavoro… Ma ritornerò sulle mie perplessità più in là.

Ieri lo hanno dato in televisione e così ho deciso di vederlo.

Il film racconta la storia d’amore e di passione tra due ragazze: Adele, una giovane liceale, ed Emma, una studentessa al quarto anno di Belle Arti.

Adele dopo aver scaricato un tizio che non la coinvolge più di tanto sessualmente (e soprattutto mentalmente ) accetta di trascorrere la serata in un locale gay assieme al suo migliore amico.

Lì un po’ spaesata, gira per il locale fino a quando incontra una ragazza dai capelli blu, Emma, che da subito la colpisce molto. Le due chiacchierano per un po’ e si rincontrano fuori da scuola, attirandosi gli sguardi e le critiche delle “amiche” di Adele.

Abbastanza interessante il litigio tra Adele e la bulletta (che in teoria era sua amica). La bulletta infatti accusa Adele di essere lesbica e si mostra disgustata per averle permesso di trascorrere la notte a casa sua tempo prima.

Nel frattempo Adele ed Emma iniziano la loro storia d’amore.

Emma è una ragazza sicura di sé, molto dolce ed eccentrica. Inoltre è un’artista. Un giorno, dopo l’amore con Adele, decide di ritrarre la sua amante nuda mentre fuma una sigaretta…

Ed è subito Jack e Rose in Titanic.

La classica furbata di film e libri.. Prendi una tizia, le tingi i capelli di blu, le fai nominare due pittori ed eccola qua: una super artista alternativa.

Insomma, la storia d’amore prosegue tra alti e bassi, tra le insicurezze di Adele, mostre d’arte, un tradimento…

Vediamo le due protagoniste crescere e maturare, soprattutto Adele che è più giovane e insicura di Emma, già realizzata e consapevole.

Vediamo le rispettive famiglie, contrapposte, diverse. Quella di Emma è aperta mentalmente, mentre quella di Adele è più “limitata”, tant’è che Adele non si confida con i genitori sulla sua storia d’amore.

A ogni modo, questo film non mi è piaciuto. Le scene di sesso troppo lunghe, le ragazze ovviamente sono belle da vedere altrimenti dubito che il film avrebbe funzionato… E per carità ci sta. Ci stanno le scene di sesso, ma senza tutta quella bellezza ostentata il film avrebbe avuto il medesimo successo?

Forse sì, forse no.

I dialoghi sono un po’ piatti, l’attrice che interpreta Adele invece l’ho trovata molto credibile.

L’espressione spesso persa, il disagio nello stare con gli amici della sua ragazza, le fitte di gelosia che in certi momenti prova: l’attrice rende bene il tutto e credo sia quasi l’unica cosa che mi sia piaciuta del film.

Perché questo film è piaciuto così tanto al pubblico?

Non è niente di eccezionale (parere mio, s’intende): è una storia d’amore che parte bene, poi prende una brutta piega, poi finisce e ognuna va per la sua strada.

Direi quasi banale.

Però… Però è una storia d’amore tra due ragazze.

Si può definire banale una storia d’amore tra due ragazze al giorno d’oggi?

Per quanto mi riguarda sì, perché per me francamente le persone possono farsi chi caspita vogliono.

Capisco che nel 2017 ci siano ancora un sacco di pregiudizi sull’omosessualità e che quindi un amore tra due persone dello stesso sesso può creare più – come dire – impatto sullo spettatore (in fin dei conti è stupido negare che siamo più abituati a vedere “l’eterosessualità”) e che magari il regista è stato anche “coraggioso” (o paraculo?) a mettere in scena la tematica in modo esplicito, però io giudico questo film obiettivamente, e questo film non è niente di che.

Diciamo che potrei giudicarlo un inno all’amore e alla libertà d’amare e perché no, di amarsi pubblicamente: nel film infatti c’è un continuo “ostentare” l’amore nei luoghi pubblici, al bar, alle manifestazioni e così via.

Inoltre l’amore non viene etichettato. Lo spettatore non pensa per forza di cose che Adele sia lesbica, tant’è che si concede durante il film a diversi uomini. Potrebbe significare che Adele deve ancora maturare, che è alla ricerca della propria identità… Oppure semplicemente che Adele è innamorata di Emma e non dobbiamo per forza catalogarla per i suoi gusti, il che secondo me sarebbe un bel punto su cui riflettere.

Il problema qual è? Che certe volte ho come l’impressione che un amore per così dire meno convenzionale faccia più breccia nel cuore della gente.

Il film non mi ha emozionata, tranne forse in una scena dove Adele guarda Emma con curiosità e desiderio per la prima volta: le due sono in un parco e il regista inquadra un accenno di pelle di Emma e l’espressione incantata e bramosa di Adele.

In quella scena è reso bene il fascino (anche solo estetico) che Emma esercita sulla protagonista.

Detto ciò, non consiglio né sconsiglio questo film, forse l’avrei apprezzato di più in giovane età (ma il film è uscito nel 2013) o forse sto diventando troppo cinica o magari devo solo prenderlo per quello che è: un banale film per adolescenti.

Ovaie in giostra? Un film per l’occasione

Tempo fa scrissi un articoletto sulle cronologie (ossia ciò che digito su Google) in quei giorni.

I giorni dei fiumi di porpora, brrrrrr…

ciclo

Foto da qui

Ecco, io in questi giorni mi sento parecchio pucci pucci, emotiva, sentimentale… Quasi romantica.

Anche se detto fra noi temo sia soprattutto merito degli analgesici che prendo per i crampi… Maaaaaa lasciamo perdere.

La Lines con le sue illuminanti frasi stampate sugli assorbenti dice che in quei giorni è preferibile evitare latticini: e io che di natura sono trasgressiva mi sono preparata una bella tazza di cioccolata calda e ci ho pure schiaffato sopra quintali di panna.

La Lines inoltre assicura che in quei giorni si può tranquillamente fare il bagno al mare.

CHE COOOSA?

Ho vissuto in una menzogna per tutto questo tempo…

Dunque amiche di blog: mettetevi comode, infilate pinne ed occhialini che tanto a quanto pare il bagno lo possiamo fare e niente, leggetevi il post.

Oggi infatti voglio suggerirvi una commedia leggera leggera da vedere in questo periodo in cui siamo giustificate per la nostra emotività. 

Si tratta del film No Strings Attached (uscito nel 2011 e diretto da Ivan Reitman)  che nella becera “traduzione” italiana è chiamato Amici, amanti e… (Il film l’ho visto in lingua originale).

I protagonisti sono Emma (Natalie Portman), una ragazza che sta facendo il tirocinio in ospedale e Adam (Ashton Kutcher) assistente televisivo.

Sinceramente ho visto questo film solo perché Natalie Portman è una delle mie attrici preferite e Kutcher boh: ha quella faccia da cucciolo bastonato che mi fa simpatia, sebbene faccia sempre il coglione in tutti i film.

I due si conoscono da ragazzini a un campeggio estivo e si rivedono dopo molti anni. Hanno caratteri opposti: lui è caloroso, espansivo e piuttosto dolce, lei invece è freddina, sulle sue, incapace di legarsi sentimentalmente a qualcuno.

Tra i due nasce una certa intesa e dopo varie disavventure decidono di imbarcarsi in una relazione di solo sesso, senza sentimento.

Del tipo proprio così: hey, che ne dici di copulare come conigli lasciando fuori dalla camera da letto ogni sentimento?

Okay.

Però se poi uno rimane cotto dell’altro allora interrompiamo il tutto, va bene?

Certamente.

Cose che capitano tutti i giorni, insomma.

I due quindi si accoppiano in ogni dove e a ogni ora: del tipo che lei finisce il turno alle 5 del mattino e chiama lui per fare sesso, che mi sembra un ottimo modo per risparmiare i soldi della palestra, tra parentesi…

La storia prosegue fino a quando uno dei due non si innamora dell’altro… Ma non mi dire!

Cioè voi mi state dicendo che se due stanno bene insieme, si piacciono esteticamente, si trovano simpatici e trombano pure alla grande… Poi finiscono con l’innamorarsi?

Ma veramente???

Il film è molto prevedibile, però ci sono dei momenti in cui è divertente e fa ridere.

Il tutto è molto scorrevole, leggero al punto giusto, non demenziale (nonostante la presenza di Ashton Kutcher). La Portman secondo me potrebbe recitare qualsiasi ruolo e risultare comunque credibile.

C’è una scena del film che mi ha fatto ridere e che ho trovato davvero dolce. Emma e le sue coinquiline hanno appunto il ciclo e lui si presenta a casa loro con un cd che contiene tutte canzoni a tema: Sunday Bloody Sunday, Keep bleeding in love & altre.

Emma: You made me a period mix??

In effetti io proponendo questo filmetto ho scopiazzato l’idea dal film stesso spudoratamente.

E niente, è un film che di tanto in tanto rivedo con piacere ed è una di quelle commedie un po’ frivole e senza grandi pretese che alleggerisce l’umore.

Certo, se poi voi in questi giorni vi sentite tipo Maria La Sanguinaria… Non saprei proprio cosa consigliarvi!

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Scena dal film

Un libro per le festività natalizie: Arancia Meccanica

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Arancia Meccanica è un libro che ho letto durante queste feste natalizie, perché siccome in tv non hanno trasmesso film natalizi che mi piacessero o se li hanno trasmessi io me li sono persi mi sono dovuta arrangiare da me.

Quale libro incarna al meglio tutti i valori del “Santo” Natal? Ma Arancia Meccanica, naturalmente.

Premetto che io il film di Kubrick l’ho visto a pezzi e lo ricordo vagamente. Non avendo una gran passione per Kubrick ho trovato il film noioso e gli avevo dato un giudizio alquanto superficiale. Ahimè, io Kubrick non lo digerisco ma dopo aver letto Arancia Meccanica intendo guardarmi nuovamente (con molta più attenzione) anche la sua trasposizione cinematografica.

Il libro è di Anthony Burgess e in Gran Bretagna è uscito nel 1962.

Arancia Meccanica racconta i fattacci di un certo Alex, un giovanissimo teppista che passa le sue giornate assieme ai suoi compari, i cosiddetti “soma” (chiamati così nella traduzione, che ho apprezzato perché nel film invece sono chiamati “drughi” e i drughi mi ricordano sempre Il grande Lebowski, ma questo è un “problema” di traduzione italiana).

Alex e i suoi soma di cui lui è il “capo” commettono furti, violenze e stupri passandola sempre liscia. Alex però si differenzia dai suoi compari per una sorta di “raffinatezza”, nonostante si comporti da delinquente e sia un bullo a tutti gli effetti Alex non sopporta la volgarità e i modi rozzi dei suoi soma e infatti li rimprovera spesso con loro grande disappunto.

Alex è anche un grande appassionato di musica classica e quando l’ascolta pensa sempre agli atti di violenza che vorrebbe compiere. La musica nel libro ha un ruolo fondamentale che non sto a precisare o vi rovino la festa.

Alex fa una riflessione interessante: perché ci si interroga sulla causa che spinge la gente a fare del male, mentre nessuno chiede quale sia la «la causa della bontà». Perché gli va di fare del male? Per la stessa ragione per cui le persone fanno del bene: «perché così gli piace». Alex fa del male perché così è la sua natura.

Il libro è incentrato su due principali atti di violenza ad opera di Alex e la sua banda: l’irruzione nella casa di uno scrittore e della moglie e quella nella casa di una vecchia ricca signora.

Il secondo atto porta  all’arresto di Alex, successivamente avviene la rieducazione tramite la “Tecnica Ludovico”(che non spoilero poiché merita davvero) e infine la scarcerazione.

Alex quindi è di nuovo “libero”. Libero di fare del male. Ma ci riesce? Se prima sceglieva di commettere violenza ora è costretto a comportarsi correttamente dopo il lavaggio del cervello subito.

Alex prima sceglieva di comportarsi male ora invece si comporta bene ma solo perché non ha altra scelta: «E io? E a me non chiedete nulla? Sono forse una specie di bestia o un cane?»

Il mondo in cui vive Alex è ingiusto e disgustoso. La polizia picchia, le sue vecchie vittime la fanno pagare ad Alex per le violenze subite, il Governo vuole ridurre Alex ad una macchina, annientarlo, fargli perdere lo stimolo della violenza ma anche qualsiasi altro stimolo: lo vogliono privare della sua volontà di agire.

Ed ecco che il lettore quasi prova compassione per la sofferenza di Alex. Ma perché la prova? Perché Alex viene snaturato, privato della sua essenza che nonostante fosse malvagia era pur sempre autentica.

Il linguaggio è particolare, il narratore è Alex di conseguenza troveremo tutta una terminologia gergale di cui lui si serve che rende il romanzo piuttosto credibile.

Cito da qui «degli esempi: “planetario”, che sta per testa; “trucca” = cosa; “mommo” = latte; “sviccio” = svelto e veloce; “denghi”, “bella maria”, “truciolo” = soldi; “poldo” = vecchio; “mammola” = ragazza ; “granfia” = mano; “truglio” = bocca; “rovellarsi il cardine” = pensare; “glutare” = bere; “babusca” = vecchia; “malcico” = ragazzo; “locchiare”= guardare; “snicchiare” = capire; “cupa” = notte; “fari” = occhi; “sguana” = robaccia; “patte” = piedi; e via dicendo.»

Nell’edizione del libro (quella in foto) c’è una testimonianza dell’autore e una del regista Kubrick che vi consiglio di leggere perché entrambe offrono una stringata e interessante analisi del romanzo.

Consiglio questo libro con molto sentimento.