ballo

Sminuzzo la carne con le mani: voglio ridurla in piccoli pezzetti.

È solo un petto di pollo ai ferri, ci ho messo sopra un filo d’olio per renderlo più appetibile al palato. Bevo l’acqua a grandi sorsate, quel bolo di pollo e saliva scivola giù, lungo la gola, una disgustosa poltiglia che mi sforzo di trovare gradevole, ma mi sfugge un conato.

Non sa di niente. Un po’ come la mia vita: insapore.

Fisso il piatto che sembra così abbondante. Trovo difficile mandare giù quel cibo. Vorrei gettare tutto nella spazzatura, ma mi sforzo. Io mi sforzo di mangiare. Lo faccio solo per me e credo basti. Lo faccio per restare in piedi.

Termino finalmente il mio pasto e guardo l’ora: le undici di sera.

Ho appuntamento con una specie di amica che frequento da poco. Lavoriamo entrambe in un bar, mi ha trovata da subito simpatica e usciamo spesso assieme. In realtà io seguo lei, mi unisco alla sua compagnia di amici. Mi sento quasi una parassita.

La mia amica è così sensuale.

Può indossare anche una semplice felpa, sformata e sbiadita. Ma non perde neppure un po’ di fascino.

Io in confronto non sono nessuno, potrei passare quasi inosservata. Ma stasera no. Stasera io voglio brillare.

Provo qualche vestito per la serata che ci aspetta. Alla fine ripiego su un abito piuttosto corto a righe blu e bianche. Dicono che le righe ingrassano e fissando le ossa che sporgono ne sono felice.

Le cosce sono la parte più soda e in carne che ho e mi va di mostrarle.

Non sono alta, ma non mi va di infilarmi i tacchi, ne possiedo solo un paio e non si abbinano all’abito che ho scelto. E poi non ci so camminare bene, figuriamoci se ci riesco a ballare.

Entro in bagno, i capelli non sono pulitissimi e proprio per questo stanno fermi, al loro posto. Potrei raccoglierli, ma preferisco lasciarli sciolti.

Trucco solo gli occhi e appesantisco le palpebre con dell’ombretto blu, richiamando le righe dell’abito.

Uno spesso strato di matita nera, che mi incupisce il volto.

Sono pronta, credo. Mi guardo allo specchio e ho voglia che anche gli altri mi guardino.

La mia amica passa a prendermi assieme ad altri amici e così raggiungiamo il locale.

Non appena ci metto piede mi pento dell’abito che ho scelto. Già comincio a tirarlo giù, per coprire quella poca carne che mi ritrovo: ho bisogno di bere.

L’amica è già in pista con i suoi amici io invece raggiungo il barman: un Gin Tonic, per favore.

Sono praticamente a stomaco vuoto, spero che questo mi aiuti a sciogliermi fin da subito.

Ho detto che voglio brillare, perché ho una paura fottuta?

Tracanno quasi metà del mio cocktail prima di tornare dalla mia amica.

La testa già mi gira un po’. La guardo e non so che sensazione provare. Invidia?

Guardo come si muove, come incanta chi le sta intorno. Guardo quelle forme così proporzionate. Lei è a suo agio nel suo vestito che delinea le sue curve mentre balla senza esitare mai.

Io mi sento goffa in confronto. Un tizio mi guarda. Termino di bere il mio cocktail senza separarmi dal bicchiere vuoto. Mi ci aggrappo.

Fai un altro giro? Mi chiede.

Annuisco e non mi preoccupo neppure di aggiustarmi l’abito. Dopotutto sono qui per essere guardata.

Il secondo cocktail quasi mi scioglie del tutto. Non reggo granché l’alcol, sono quasi pelle e ossa.

Non so cosa voglio dimostrare, voglio solo togliermi di dosso l’espressione smarrita dal mio volto. Cancellarmi, almeno per una sera: annientarmi.

Ballo anche io, ballo e bevo.

Se mi chiede di ballare io ci ballo.

Ma non servono parole in queste circostanze. Ballo e bevo: al quarto cocktail non so neppure più cosa.

Lascio che lui mi tocchi. Che mi faccia brillare, almeno per una sera.

Non provo nulla mentre quelle mani estranee mi frugano dentro. Non provo nulla mentre fingo di lasciarmi andare.

Eppure sono lì.

Mi stringe a sé e sentire la sua erezione che preme non mi scompone.

La musica e l’alcol offuscano la mente. In mezzo alla gente so solo che sto brillando.

Di questo ho voglia.

Lascio che mi conduca dove vuole lui, sceglie l’angolo più buio e appartato del locale.

Lascio che si prenda ciò che desidera. Lascio che. Lascio che mi faccia brillare.

Non vengo neppure mentre mi ansima sul collo. So solo che sto sudando per lo sforzo e per il caldo che c’è dentro al locale.

Resto aggrappata alle sue spalle mentre lui mi scopa così: appoggiati contro una lurida parete di un locale.

Eppure sto brillando.

Non ho nessuna voglia di parlarci finito tutto, lo lascio lì, col suo cazzo di nuovo moscio ed insignificante.

Ritorno dalla mia amica e balliamo ancora un po’.

Poi finalmente torniamo a casa.

Entro in bagno, guardo la mia faccia sfatta.

Tutti quei cocktail mi tornano su per la gola.

Vomito tutto, anche la mia misera cena.

In compenso stasera, stasera io ho brillato.

Trattasi di un nuovo esperimento su “carta”. Tuttavia ogni riferimento a fatti e persone che trovate in questo blog, per quanto io mi sforzi non sarà mai puramente casuale.

Ascoltando “Bevo” dei Ministri.

“Gli altri dicon bevi è la tua serata e poi
Fai guidar qualcun altro.

Bevo bevo bevo
Per il prodotto interno
Bevo bevo bevo
Per scoparti in bagno
Quando mi diverto
Bevo bevo bevo
Quando non mi diverto
Bevo bevo bevo

Per dimenticare
Bevo bevo bevo
Per ballare meglio

Per conoscer gente
Bevo bevo bevo

Per farmi coraggio
Bevo bevo bevo

Sarebbe bello un giorno uscire per vederti e scoprire che
Che si può far qualcos’altro.”

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Nient’altro che polvere

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Foto dal web.

Indosso da giorni lo stesso vestito nero.

Ci sono stampati dei fiori, credo siano papaveri.

L’ho trovato dentro a un gigantesco cassonetto giallo, assieme ad altri vestiti: tutti meravigliosi. Sapevano di sogni, di benessere. Quei fiori dal colore deciso mi davano speranza e conforto.

A me è toccato quel vestito. L’ho indossato con fierezza. Non voglio più separarmene.

Quei vestiti li ha portati un’associazione umanitaria, me l’ha detto mia mamma.

Questo abito lascia scoperte le mie gambe sottili ed abbronzate, ai piedi ho dei sandaletti marroni.

Io e mia madre siamo sedute dentro a un bus. I sedili sono logori, consumati. C’è tanta gente dentro a questo bus, il caldo soffoca, la polvere ci fa tossire.

Stringo tra le braccia il mio gatto rossiccio che non smette di tremare. Anche io tremo.

Non so cosa stia succedendo di preciso. So che stiamo fuggendo dagli spari, dalle bombe, ma non so perché vogliano farci del male. Non conosco i volti di chi vuole farci del male. Ma sembra che a loro non piacciano i nostri, di volti.

Continuano a cacciarci, ci stanano come conigli. Ma io non conosco la ragione del loro odio, eppure mi sento un coniglio, voglio solo fuggire lontano.

Il volto di mia madre è semi nascosto dal velo, così come le sue emozioni. Ma io le intravedo lo stesso. Osservo le sue sopracciglia folte e scure. Riesco a scorgere le sue lacrime. Reprimo un brivido.

Dentro al bus sale altra gente: donne e bambini.

Accarezzo il pelo del mio gatto, cerco di infondergli una sicurezza che non riesco a provare.

La mia mano trema, che ne sarà di noi?

Vorrei che questo maledetto bus si decidesse a partire, riesco a malapena a respirare.

Dove ci porteranno?

Lontano da tutta questa polvere?

Non chiedo molto. Solo di dormire in pace, per una notte.

La porta del bus è ancora aperta. Non sale più nessuno.

All’improvviso sento un forte boato, in lontananza. Tutti gridiamo. Il mio gatto rizza il pelo e mi sfugge dalle mani. Sobbalzo e faccio per alzarmi. Mia madre mi spinge giù, a sedere. La mia schiena sbatte con violenza contro al sedile: ho il cuore in gola. Il mio gatto è uscito dal bus, appiccico il naso al finestrino. Voglio scendere, rincorrerlo, difenderlo.

L’autista ha chiuso la porta.

Il bus parte.

Guardo il mio gatto correre sempre più lontano, perdersi tra il rosso della terra e il fumo della polvere. Ho gli occhi pieni di lacrime.

Un altro boato, questa volta sembra più vicino. Il bus continua ad avanzare, inizio a piangere e a gridare. Ma in mezzo alla paura di tutte queste persone le mie urla sono sorde. Così come le mie preghiere che ho recitato in questi giorni: sono andate perdute.

Non mi è rimasto più nulla.

Le ruote del bus scivolano sulla terra arida, sollevando questa maledetta polvere.

Mia madre mi stringe forte. Ho le mani sudate, le strofino sul vestito per asciugarle.

E poi l’ennesimo boato, questa volta però è l’ultimo.

Non sentirò più quei rumori forti, d’ora in poi.

Non sentirò più nulla.

Non è rimasto più nulla.

Di me non resta quasi nulla… Se non polvere, nient’altro che polvere.

L’idea per scrivere queste righe nasce da un servizio, credo del Tg1 (ma non ricordo con esattezza) di poco tempo fa (2017). Non riesco a ritrovare quel servizio, ricordo la ripresa di questa ragazzina con in grembo un gatto, dentro a un bus, credo in Siria o comunque in una zona di guerra.

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Spiaggia, oggi. Con le scarpe poco prima del mare.

Camminiamo distanti: io e mio padre.

Siamo su questa spiaggia semi deserta, oggi: una giornata di aprile, ventosa. Un sole che non scalda molto.

Ma a me non interessa.

Non mi interessa che sia aprile. Che sia primavera. Che ci sarà l’estate. Non mi interessa sapere che oggi è una giornata a me dedicata, io sono un bambino.

Io e mio padre camminiamo sulla sabbia. Mi sono tolto le scarpe e le ho lasciate a terra. Mio padre le ha raccolte, le tiene in mano lui.

Lo guardo. Distante.

Camminiamo, distanti.

Non ci sfioriamo neppure, ma so che devo stare con lui, non posso allontanarmi troppo.

Sono un bambino.

Fisso il mare. Immenso. Non è calmo oggi, a causa del vento.

Le onde si infrangono senza dolcezza sugli scogli e fanno un rumore simile a un tuono.

Spezzano questo silenzio.

Non ho contatto fisico con mio padre.

Non ho bisogno che mi tenga la mano. So camminare. Sono un bambino.

Il contatto con la sabbia invece mi piace. Ho i piedi nudi.

Mi allontano un po’. Mio padre mi guarda e io continuo a camminare.

Qualcuno ha lasciato una bottiglia di vetro nel mezzo della spiaggia: intatta.

La raccolgo. Mio padre fa per dire qualcosa ma si zittisce subito.

Batto su quella bottiglia con la mano.

Qualche passante mi guarda incerto.

Batto più forte la mia mano su quella bottiglia. Poi la getto di nuovo a terra, dopotutto è lì che l’ho trovata.

Mi piace tanto il mare e mio padre mi ci porta spesso. Soprattutto quando è così pacifico e i turisti non l’hanno ancora preso d’assalto, perché fa ancora fresco, ma io sto a piedi nudi lo stesso.

Mi avvicino all’acqua, lascio che accarezzi i miei piedi: è gelata. Ma mi fa così bene.

È una sensazione bellissima.

Resto a fissare il mare, quella linea che sembra così lontana. Cosa c’è oltre quella linea?

Mi piacerebbe scoprirlo. Faccio un passo. L’acqua arriva alle caviglie, ma mio padre mi ha arrotolato i pantaloni fino al polpaccio, perciò non li bagno.

Non sono felice.

Io sono un bambino.

Eppure l’acqua tra le dita mi fa provare qualcosa. Qualcosa di piacevole.

Camminiamo io e mio padre, siamo distanti, ma lui non mi perde di vista.

Non mi interessano le altre persone. Non voglio abbracciare mio padre.

Ma questo mare. Questo mare è splendido.

L’aria, respiro l’aria, rimango in silenzio, io non parlo mai. Con gli altri non ci parlo.

Io non sfioro le persone. Ma loro mi sfiorano con lo sguardo.

Io ho dieci anni e non parlo.

Ma mio padre certe volte mi parla, parla con me, io non incrocio mai il suo sguardo, siamo distanti.

Camminiamo io e mio padre, non mi interessano le voci di chi mi sta intorno, forse mi fanno un po’ paura.

Io sono un bambino.

Dondolo il mio corpo mentre guardo il mare. Il mare è così bello, ma io non ho bisogno di dirlo a nessuno.

Mio padre mi guarda, guarda me che guardo il mare. Ma io vedo solo il mare, intorno a me non c’è altro.

La mia testa si riempie di quel mare.

Mio padre si avvicina appena, restando pur sempre: distante.

E anche lui, anche lui come me si mette a guardare il mare.

Hello darkness, my old friend
I’ve come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision that was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence

In restless dreams I walked alone
Narrow streets of cobblestone
‘Neath the halo of a street lamp
I turned my collar to the cold and damp
When my eyes were stabbed by the flash of a neon light
That split the night
And touched the sound of silence

And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share
And no one dared
Disturb the sound of silence

(The Sound of Silence – Simon & Garfunkel)


Queste righe le ho vissute oggi, mentre camminavo in spiaggia con i cani.

C’era davvero questo padre con questo figlio: autistico.

Ha davvero raccolto la bottiglia, ha davvero guardato il mare, immerso i suoi piedi.

Non lo so cosa gli passasse per la testa, ma l’ho osservato mentre lui era intento ad osservare.

Pensavo agli articoli che ho letto oggi sull’autismo, dato che proprio oggi è la giornata dedicata a questo tema. Pensavo che avrei voluto scrivere di quel bambino e così l’ho fatto.

Gli articoli li trovate qui:

“Un’onda blu , se vi va” di Mile Sweet Diary  Lei porta la sua esperienza diretta e vi invito a leggere il suo articolo.

Cosa è l’autismo da una prospettiva autistica _ What IS Autism – From An Autistic’s Perspective di Volpinablu – Antonella

Ciambellone alla farina di riso, arancia e zenzero – Giornata mondiale dedicata all’autismo di Ricette da Coinquiline (che porta una ricetta ispirata alla giornata)

Risotto BLU ai mirtilli  di Paola del blog Primo non sprecare, anche lei porta una ricetta ispirata alla giornata.

Seduta

Ho il culo poggiato su questa sedia in pelle, morbida e confortevole.

Mi sento la camicia madida, non oso accertarmi se le ascelle siano chiazzate.

Vorrei rimettermi il giubbotto che ho poggiato sulla sedia per coprire tutto, ma qualcosa mi blocca.

Sono un po’ nervoso.

Do un’occhiata alle tendine a pois delle finestre, che obbrobrio.

I medici, qualsiasi sia la loro specializzazione, dovrebbero avere studi freddi e asettici, senza fronzoli.

La dottoressa ha l’aria gentile, non lo so cosa sia un’aria gentile, ha un’aria rassicurante, ecco. Tuttavia il mio sguardo cade inevitabile sulla fessura tra i seni, questa dottoressa ha un’età, credo sia sulla cinquantina d’anni, ma se li porta proprio bene.

Ha un seno grosso, costretto in una camicia turchese, un colore che mi dà il voltastomaco che le concedo, data l’abbondanza.

Chissà come devono essere quelle tette libere da  quella costrizione.

La dottoressa è in realtà la mia psicologa.

Ho trent’anni e ho una psicologa o psicoterapeuta, o quella cosa lì.

Mi fa delle domande per inquadrarmi meglio, mi chieda cosa ne penso di lei, dottoressa.

Sorride gentilmente, gentile, gentile. Chi sa cosa significa essere gentili.

Ha l’aria disponibile. Ma non sessualmente disponibile, eppure…

Non è magra e se le braccia fossero scoperte risulterebbero probabilmente flaccide, tipiche di quella età da menopausa.

Mi concentro di nuovo su quella invitante fessura, poi penso che sia meglio pensare alle sue braccia non proprio sode, dato che mi trovo a una “seduta” e non al bar.

Dannate convenzioni sociali che mi fanno sentire un povero pervertito.

Eppure sono solo un uomo con il cazzo che funziona.

Rispondo alle sue domande, mi piace parlare e dire che di mio non sono un chiacchierone.

In quel posto mi sento logorroico.

La dottoressa sorride, annuisce, prende appunti.

Che stia recitando?

Dopotutto è il suo lavoro, è pagata per ascoltarmi, il che mi sembra un lusso che tutti dovrebbero concedersi una volta nella vita.

Quanta gente non ci ascolta per davvero, quanta gente non ascoltiamo per davvero.

Lei è obbligata ad ascoltare le puttanate che dico, mi scappa un sorriso e lei a sua volta sorride incoraggiante.

In realtà non invento nulla.

Di solito invento con gli amici, ma perché mentire quando pago per essere ascoltato?

La dottoressa si piega in avanti per appuntare qualcosa sul foglio…

Di nuovo il mio sguardo casca lì.

Cristo.

Sono ossessionato dal sesso.

Vedo il sesso ovunque.

Farei sesso con metà delle donne che incontro, se loro fossero consenzienti.

Ma non è possibile.

Perché prima c’è il rituale fottuto del corteggiamento.

C’è quella che non la dà perché non vuole sembrare facile e allora ci si struscia per un po’, scambio di saliva, neppure una misera sega mi concede e così ritorno a casa coi testicoli in fiamme.

Mi chiedo ma se hai voglia quanto me perché non osi farlo.

Che società del cazzo.

Siamo tutti ossessionati dal sesso perché ne facciamo troppo poco.

Ho avuto una ex che ho amato davvero, ma i primi mesi amavo solo il suo corpo.

Ci accoppiavamo ogni volta che ne avevamo l’occasione.

Non è mica così facile trovare il tempo e il luogo per accoppiarsi.

Ci sarebbe l’auto ma la mia ex ha sempre paura che arrivi qualcuno e poi è scomoda se non si è dei ragazzini.

Andiamo in aperta campagna, amore.

No, perché poi qualche malintenzionato ci sfascia l’auto e succede qualcosa di brutto.

Andiamo a casa mia.

Ci sono i tuoi.

Non ci sentono, c’è la tv.

Fare sesso sembra l’atto più naturale di questo mondo ma in realtà non è così.

La mia ex non veniva mai con la sola penetrazione.

Temeva che fosse un problema unicamente suo, poi ne ha parlato con le amiche e ha scoperto che a tutte succedeva così.

La fanno tutti facile con questo sesso, ma in realtà non è così facile.

Io e la mia ex quando non avevamo posti dove fare sesso, o l’amore, ecco, perché per fare sesso in questa società deve esserci l’amore, altrimenti non ci si concede.

Mettici poi che le donne non vengono manco quando amano…

Dicevo, quando non avevamo posti dove fare sesso avevamo sempre voglia, lei mi stuzzicava di continuo… E lo facevamo spesso, tutto sommato.

Poi siamo andati a convivere: potevamo fare sesso continuamente e al sicuro ma lei ha perso tutto il desiderio.

Dottoressa, non le sembra paradossale?

Vorrei chiederle se alla sua età lei faccia ancora del sesso.

Ma di certo non posso.

Perché siamo così ossessionati dal sesso?

Perché in fin dei conti ci impediscono di farlo.

Nei luoghi pubblici è vietato. In auto è “pericoloso”. A casa dei tuoi no, perché potrebbero scoprirci. Anche se lo sanno. Ma immagina l’imbarazzo.

L’imbarazzo ci sta facendo marcire, ci fa invecchiare infelici, Cristo.

Questo infimo pudore che ci fa vergognare di ogni fottuta cosa.

Perché non posso liberare i miei istinti senza ovviamente nuocere a qualcuno, ma solo per trarne del salutare beneficio?

Da quando ci sono tutte queste regole non so più come comportarmi.

Mi comporto in modo innaturale.

Recito.

Fisso una donna e vorrei dirle che la sto immaginando nuda mentre tiene il mio cazzo in bocca.

Ma non posso, mi denuncerebbe come minimo.

Si scandalizzerebbe.

La verità ormai ci scandalizza.

Non siamo più abituati a dire quello che pensiamo.

Dottoressa, mi sento un prigioniero, un carcerato.

Eppure sono libero, tutto sommato, sono un uomo libero.

Ma perché sento come delle catene che mi tengono coi piedi saldi per terra?

Dottoressa, sono ossessionato dal sesso.

Non mi fraintenda.

Mi piace anche l’amore.

Non sono un animale eppure vorrei esserlo, eppure nella mia testa lo sono.

Questi tabù rendono tutto più eccitante, ma alla lunga stancano.

Sono fiacco.

Ho trent’anni e ho paura di dimostrarne il doppio.

Se potessi uscire di casa ed essere libero e vedere persone libere.

Allora mi sentirei meglio, credo.

Invece reprimo.

Dottoressa, sono ossessionato dal sesso ma anche dalla libertà.

Sono ossessionato dal giudizio degli altri, questa è la mia prigione, credo.

È un po’ la prigione di tutti.

Queste regole, questi giudizi mi hanno fatto diventare un povero carcerato.

E ora sono qui, seduto davanti a lei, le fisso le tette e vorrei dirle che sembrano belle, ma che ha anche un bel sorriso. Eppure non sarebbe modo.

Sto zitto e rispondo alle sue domande.

In fin dei conti, sono solo un povero carcerato libero.

Bulli e pupe

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(Foto da qui)

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il gel impiastricciava quei capelli biondo scuro. Occhi verdi e volto angelico, quasi buono. Jeans cascanti che scoprivano il bordo dei boxer lasciandone intravedere la marca. T – shirt sportiva e Nike ai piedi. Non era molto alto rispetto a certi suoi coetanei, ma aveva quell’aria così sicura di sé.

Era un bravo ragazzo.

Aveva tredici anni e andava a scuola in corriera. Sedeva in ultima fila. Certe volte dormiva in grembo alla più carina della classe. Capelli castano chiaro, morbidi come le sue forme. Seni pieni ma non esagerati che sbucavano da sotto al maglione stretto. Gli occhi color nocciola e un lieve velo di sfida che li attraversava, di tanto in tanto.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

I ragazzini gli stavano sempre intorno, adoranti. I volti prematuri sporcati dall’acne. Le voci non ancora formate, alcune infantili, altre basse e profonde, difficili da regolare a quell’età.

Pantaloni gonfi per quelle strisce di pancia appena scoperte. La paura di non appartenenza, voler essere simili facendo le stesse cose, pensando le stesse cose.

Si bagnavano quando lui li degnava di attenzione.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo. A scuola prendeva voti bassi. I professori chiudevano sempre un occhio se alzava un po’ la voce. Solo una professoressa disse alla madre di quel ragazzo che in classe era un po’ arrogante. La madre rispose che lui era un bravo ragazzo.

Su quel bus saliva anche un ragazzo dai vestiti larghi e fuori moda, quella tuta ridicola da sfigato al posto dei jeans. In corriera stava nelle prime file, il Walkman tra le mani, seppellire le chiacchiere degli altri, seppellire il dolore della solitudine con la musica. Emozioni nascoste dentro a un guscio, anche lui voleva essere come tutti ma non ci riusciva.

A scuola non parlava quasi mai, era sempre solo. La schiena ingobbita, gli occhi rivolti verso il basso, nessuno ricordava di che colore fossero.

Un giorno alla fermata delle corriere il bravo ragazzo lo derise per i suoi vestiti brutti, per quell’aria un po’ patetica e miserabile che si trascinava dietro.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il giorno dopo le risate non erano sufficienti. Il bravo ragazzo gli diede uno spintone. L’altro non reagì. Tra i ragazzini adoranti passò un fremito. La ragazza più carina sussultò appena, quell’aria da donna cresciuta che vacillava. Nessuno disse nulla.

Sul bus il solito chiacchiericcio. Quel ragazzo solo seduto davanti non osava voltarsi, le mani che tremavano appena, questa volta il Walkman rimase spento, le cuffiette comunque alle orecchie, come a volersi proteggere.

Tornò a casa e non disse nulla, il rossore dell’umiliazione che gli cuoceva le guance.

Il giorno dopo alla fermata del bus il bravo ragazzo decise che quello spintone non era sufficiente. Gli diede un pugno, gli lasciò un livido. L’altro ragazzo accusò il colpo, qualcuno lanciò un gridolino di sorpresa. La ragazza questa volta offrì un’espressione sprezzante. Se l’ha deciso lui, allora così deve essere.

Un brivido passò in mezzo a quei ragazzini dall’aria adorante. Nessuno fece nulla, nessuno disse nulla.

Il ragazzo tornò a casa. Che cosa ti è successo, chiese sua mamma. Non è successo niente.

Il giorno dopo la mamma disse ai professori che cos’era successo. Nessuno sapeva nulla. Chi potevano incolpare?

Ed eccoli di nuovo alla fermata, era sceso dal letto a fatica, il cuore in gola, la paura che premeva nel petto. Per cosa sarebbe stato punito, questa volta?

Sei andato a dirlo a tua mamma.

Quella volta fece ancora più male. Qualche ragazzino dall’aria adorante non prese parte allo spettacolo, ma non dissero comunque nulla. Quella volta furono calci. Forti. Uno dopo l’altro. Qualche ragazzino partecipò al pestaggio, la foga del gruppo che offuscava la mente. Lo sguardo del leader che li obbligava a reagire, paura di essere esclusi da quel circolo esclusivo.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Pantaloni della tuta di acrilico zuppi.

Gocce di vergogna che cadevano sul cemento.

Non sono come loro. Sono diverso. Sono sbagliato.

Ti eri pisciato sotto.

Dov’è finito quel ragazzo solitario, quel ragazzo dall’aria cupa?

Non l’ho visto salire sul bus. Non è venuto a scuola, oggi.

Non vedo più quel ragazzo che sta sempre da solo. Che fine ha fatto?

Dov’è quel ragazzo. I ragazzini tacciono. Coscienze luride. Passa un fremito tra quei volti, ma solo per un attimo. Il silenzio è come quei calci, quei pugni.

Ha scritto su un pezzo di carta sono sbagliato, sono diverso. Non sono come loro. Scritte umide e rassegnate. Forse ha tremato, mentre scriveva.

Dov’è ora quel ragazzo?

In un mondo dove le persone non tacciano, tendono la mano per non farti cadere, ti stringono se barcolli. Un mondo dove può parlare tanto, senza paura.

Non è più salito su quel bus, non è più andato a scuola.

Il silenzio degli altri gli è stato fatale.

A scuola la madre di quel bravo ragazzo ha detto che suo figlio non farebbe male a una mosca. Li vedi quei ragazzini dall’aria adorante, sono suoi amici. Perché mio figlio, mio figlio è un bravo ragazzo e non è mai solo.