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Mio cugino mi regalò un cd masterizzato dei Linkin Park, un sacco di tempo fa, anni e anni fa, insomma.

Poi se lo riprese perché si ricordò che gli era stato regalato da un’amica.

Non sono mai stata una fan sfegatata dei Linkin Park, ma li ho sempre ascoltati volentieri quando li passavano alla radio.

Ogni tanto ascoltavo qualche brano su YouTube.

Non sono una fan, dicevo. Ma qualche canzone mi è entrata sottopelle. Forse le più commerciali o che lo sono diventate nel tempo.

Oggi leggo della morte del cantante Chester Bennington. Suicida.

Mi è presa una tristezza incredibile, certo non lo conoscevo, non lo veneravo, come non venero nessun artista, ma mi dispiace.

Mi dispiace leggere soprattutto di chi lo giudica, perché era un drogato, perché era un padre.

Ma la depressione è un mostro che ti mangia dentro, chi ne soffre talvolta è un insospettabile.

Puoi avere soldi. Puoi avere affetti. Puoi avere tutto o puoi non avere un cazzo di niente.

Ma se non hai pace, se dentro ti consumi, se ingoi ogni giorno il dolore, se arrivi al limite della sopportazione puoi avere tutto, ma alzarsi è faticoso, le gambe si fanno pesanti. Puoi avere tutto, ma dentro c’è un demone con cui fare a pugni, che alla fine ti schiaccia, ti fa ammattire.

Leggere lo schifo della gente che lo giudica mi disgusta.

E provo sempre tristezza per chi arriva al limite. Non penso sia da vigliacchi, andarsene. Penso che per vivere ci voglia un gran coraggio, certo. Ma anche per morire.

Allora che dire? Solo ripetere che dispiace, perché non immagino la sofferenza e il peso che tutti si portano dentro, nascosto bene, al riparo dagli occhi degli altri.

I tried so hard
And got so far
But in the end
It doesn’t even matter
I had to fall
To lose it all
But in the end
It doesn’t even matter.

Riposa in pace.

Ritratto

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Ragazza alla finestra – Dalì.

Stai seduta sulle poltroncine nuove e bianche, piazzate nel cortiletto sporco, foglie, insetti e l’odore della laguna che sale e impregna ogni cosa. Il tuo volto quando stavi bene era un sole tondo e raggiante, i riccioli che da bambina erano biondissimi sono diventati più scuri, ora tendono al grigio. I peli biondi che si scorgono solo quando i raggi illuminano. Fumi una sigaretta e poi un’altra, il posacenere traboccante, la muffa alle pareti esterne.

Indossi un vestito comprato al mercato, una stampa floreale che si allarga nei punti dove le tue forme si fanno più generose.  Sorseggi caffè scuro servito nel bicchierino di vetro: un goccio di latte freddo che lo macchia.

Ieri ti ho guardata e mi si è stretto il cuore. Ho guardato il tuo volto sempre più scavato, la malattia che trascina via sorrisi e speranze. L’energia che viene a meno, tremavo, sai?

Ma sorridevo, parlavo, scacciavo i brutti pensieri, cercavo di soffiare via anche i tuoi.

Stavamo sedute io e mia madre, tu e tua figlia. Abbiamo cercato di alleggerire, a rinfrescare la serata ci aveva già pensato un timido temporale.

Le zanzare mi mordevano la pelle mai sazie, ma rimanevo lì a osservare quel piccolo mondo crudele, che prima era un tempio di bei momenti, che tra qualche mese saranno solo ricordi.

Ho camminato con tua figlia, mia cugina. Lei mi ha chiesto “come la vedi mia madre, sinceramente?”.

Ho mentito.

Ho detto che ti ho solo vista stanca, lo sai zia, io non ti ho vista solo stanca.

Più volte ho ingoiato l’amarezza, quel bolo di negatività che saliva su.

Io ti ho vista stremata, ho visto la fatica nel parlare. Quella fatica che prima non c’era.

Io ho mentito, ma non solo per mia cugina. Ho mentito soprattutto per me.

Perché ero spaventata.

Abbiamo camminato lungo le strade, c’era la festa della musica ieri. Ma io non ho ascoltato neppure una nota.

Ho camminato con mia cugina in silenzio. Un silenzio, un tacito accordo. Un silenzio denso che mi ha messo i brividi.

Mentirei all’infinito, zia.

Poi sono salita in auto, finalmente ho smesso di sorridere.

Mia madre ha stretto la mia gamba con la mano e lì sono crollata.

Ho finalmente pianto davanti a lei, ho condiviso il dolore e la paura con lei. Lei che è tua sorella maggiore e ti ha fatto da madre, quasi.

Ero arrabbiata e lo sarò sempre. Provo rabbia, ne provo così troppa che non so più dove metterla.

La stretta di mia madre mi ha rassicurata per un momento, volevo che stringesse per sempre, vorrei stringerti e non lasciarti andare via.

Sono tornata a casa ricomponendo il volto, ma volevo spaccare tutto e gridare forte.

Ho fermato l’immagine di te, qualche tempo fa, seduta nello stesso posto ma con un sorriso pieno e sincero.

Noi attorno a te, raccontare aneddoti di vita, perché davanti ce n’è ancora tanta.

Io vedo solo quel viso sorridente, non voglio vedere nient’altro.

Cheesecake all’olio di palma

Ebbene, il bisogno impellente di buttare giù deliri e piagnistei alla fine ha prevalso o meglio: dopo tot “giorni no” ne è arrivato uno mezzo sì. E quindi che fare se non fiondarmi a raffica qui deliziando voi blogger con la mia pres… No, scherzo. Sono venuta a deliziarvi con una fantastica tortazza estiva.

Una torta che uccide. Il caldo. Le zanzare. La dieta. Talmente piena di male che uccide pure gli inestetismi.

Al lavoro tutti non fanno altro che parlare di torte. Me compresa. Ormai è un’ossessione: vedo torte ovunque. Solo che dovevo uscire dalla mia comfort zone della torta al cioccolato (quella che per inciso prepara una bambina di 10 anni) e mi sono buttata sul dolce estivo più gettonato di sempre: la cheesecake!

Per prepararla vi servirà non solo olio di gomito, ma soprattutto olio di palma.

Che a dirvela tutta sta diventando introvabile.

Ora bisogna richiederlo esplicitamente, altrimenti tutti fanno finta di non conoscerlo.

Già.

Questa torta farà crescere i vostri pargoletti forti e sani.

In fin dei conti voi come siete diventati mangiando merendine e Nutella?

Sani come pesci.

Quindi…

L’olio di palma fa super benissimo. Guardate le generazioni di oggi che si ritrovano tutto senza olio di palma. Perfino l’olio extravergine porta la dicitura “senza olio di palma”. Coda di paglia eh, olio extravergine?

Le generazioni di oggi mangiano tutto senza olio di palma e infatti ne hanno sempre una. Il raffreddore, il mal di gambe, i brufoli… Eh, appunto.

Che cosa vi servirà per preparare questa fantasmagorica arma letale?

Nutella, of course.

Simpatia.

E queste cose qui, robine leggere leggere:

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Io le gocce di cioccolato alla fine non le ho utilizzate, ma se le avessi tolte dalla foto si sarebbero offese a morte.

La ricetta originale la trovate qui: http://ricette.giallozafferano.it/Cheesecake-alla-Nutella.html

Se avete dubbi, incertezze, domande a riguardo… Beh, affari vostri.

Ah, quasi dimenticavo:

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Scattate con Lumia Selfie

Questa sono io: la cuoca. Anche se in realtà si trattava di una ricetta senza cottura! Ho incluso occhiaie e capelli schifosi nella foto perché non avevo un altro barattolo di Nutella.

Pausa blog

Ciao amici.

Metto il blog in pausa per un po’.

Non riesco a cavare niente di buono da questo periodo merdoso e non mi va di intasare il blog con piagnistei: mi annoia la sola idea.

Magari sarà una pausa brevissima perché domani mi verrà l’ispirazione o chessò io, ma al momento vedo tutto nero.

Non sarò presente neppure nei vostri blog, mi riprometto di recuperare i vostri articoli quando sarò più in vena di farlo.

Vi lascio questa chicca per l’estate, dato che le frantumano tutti con la prova costume:

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Foto da qui

A presto!

V.

 

Lista

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Foto da qui

Dato il tono lugubre e il contenuto a dir poco sconfortante dell’ultimo post ho deciso di scriverne uno “positivo”, prendendo in parola i vostri commenti dove si discorreva di godere delle piccole cose e così via.

Mi preme (sperando di non fare cosa sgradita) citare due post che mi hanno ispirata: Battito di Mela Sbacata e Gratitudine di Polvere di Stelle.

Faccio questa lista principalmente perché non mi va che come primo/ultimo post ci sia quello precedente, non lo so, non mi va e basta.

A dirvela tutta sarà un post sottotono rispetto ad altri, ma le cose che seguono mi hanno davvero risollevato l’umore.

Lista:

  • Birretta e patatine post lavoro.
  • Ho ballato reggae a una sagra assieme a una mia cara amica, anche se ovviamente io non so ballare.
  • Il gruppo che suonava (cover) reggae ha suonato una canzone di Caparezza e un brano hip hop che adoro: Jump Around.
  • Ho visto mia cugina ballare al suo saggio.
  • Ho riso assieme a mio cugino.
  • Ho visto un campo di girasoli.
  • Un’altra mia cugina (dico altra non per meno importanza, ma per distinguerle) ha fatto bella figura al lavoro. (Dove lavoro io, s’intende).
  • Ho donato plasma, così mio padre è contento.
  • Ho comprato una canottiera con dei fiori disegnati sopra.
  • Ho cantato a squarciagola: canto meglio di come ballo.
  • Ho riso fino alle lacrime.
  • Ho visto un bel ragazzo con un sorriso gentile e lui ha visto me.
  • Ho già iniziato a leggere un nuovo libro: “Parigi è sempre una buona idea”. In realtà non è un libro pazzesco, ma c’è di peggio.

Ascoltando:

Life is a waterfall…

swimming through the void

we hear the word

we lose ourselves but we find it all…

When you free your eyes: eternal prize.

Vaffanculo sabato

Ho le ovaie in giostra, ho il ciclo, la lacrima facile, sono incazzata, mi sento sola, vorrei ammazzare qualcuno, vorrei abbracciare qualcun altro, vorrei chiudermi in camera e rileggermi per intero tutta la saga di Harry Potter, piccola nota: il primo libro l’ho prestato e quindi giù madonne, stasera lavoro, domani ci sono scolaresche al ristorante e già mi viene male, non ho ancora fatto il primo bagno, ieri volevo bermi una birra e non ci sono riuscita, odio mangiare l’insalata, ieri mi è riuscita una golosa torta al cioccolato: ero felice, la torta l’ho fatta seguendo una ricetta di una bambina di 10 anni, vorrei sedermi ed essere servita e riverita ed essere gentile con i camerieri e sorseggiare un calice di vino bianco ghiacciato in una località balneare, vorrei un panino con la cotoletta, voglio una camicia nuova, vorrei gridare, sono stufa della gente che racconta i suoi problemi, mi sembrano problemi del cazzo, sono stufa di non riuscire a sfogarmi con chi conosco, vorrei leggerezza, vorrei che la mano non mi tremasse quando sono tesa e sto tenendo in bilico dei piatti (due per la precisione, più di due non ne porto: per mano), vorrei essere meno aggressiva, da quando lavoro odio i fine settimana, vorrei andare al centro commerciale, voglio un nuovo telefono, vorrei andarmene in viaggio, ma non so dove, va bene qualsiasi posto che non ho mai visto, voglio dire che anche io soffro, che sto male, voglio che Caparezza suoni anche in Friuli, voglio, voglio, voglio. Vorrei essere meno egoista, vorrei sentire meno, voglio che mia zia stia meglio e presto. Voglio ubriacarmi senza stare male il giorno dopo, voglio qualcuno con cui andare a mangiare cibo etnico, voglio spendere soldi in cose frivole, voglio finire di leggere Opinioni di un Clown, voglio vergognarmi di meno e agire di più, voglio avere di più, essere di più. Cosa voglio?

Oggi mi accontenterei di questo:

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Buon sabato del cazzo.

Trieste e non solo: dialogo nella mia testa

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Mi aggiro con aria smarrita tra i corridoi dell’Università centrale di Trieste, ci sono andata per ritirare il diploma di laurea triennale, mille anni dopo. Mi hanno consegnato la “pergamena” o come diavolo la chiamano e io non appartengo più a questa città, ricordo non con nostalgia, ma con tristezza e aria invecchiata. Non studiavo all’uni centrale, ma in una bettola dall’aria ospedaliera dalle parti del porto, vicino a un’officina dove c’era sempre un casino infernale, ma quando tornavo a piedi era bello camminare accanto al mare, qualche volta si potevano ammirare gli yacht e i loro proprietari che oziavano pigramente. Trieste uggiosa con gocce di pioggia che picchiettano appena, non è cambiata granché. Hanno aperto un Mc Donald’s in centro e io ci sono entrata per fare colazione dopo aver fatto la fila per ritirare il mio “diploma” e ho preso una ciambella zuccherata e un caffè marocchino. Poi sono andata a pisciare nel cesso che era insolitamente pulito e mi sono messa il rossetto davanti allo specchio, come quelle ragazzine che si truccano al cesso prima di entrare in classe, nei telefilm americani. Il rossetto profuma di quella crema catalana che ti servono nei ristoranti alla buona croati o almeno io lì l’ho assaggiata per la prima volta. È il secondo rossetto che compro nel giro di due settimane, non ne avevo mai comprati prima e manco mai messi. Ma il primo era troppo appariscente, mentre questo è identico al colore delle mie labbra ed è un po’ come non averlo. Ho girato per Trieste fissando i posti dove andavo a “fare aperitivo” sgranocchiando arachidi salate e bevendo prosecco freddo, lamentandomi dei problemi della vita. Quando si faceva crepuscolo restavo un attimo ad ammirare l’acqua con le barche ed era parecchio bello. Trieste è lurida, ma a me ricorda una Vienna in miniatura, anche se a Vienna se lasci il mozzicone di sigaretta a terra ti arrestano e i muri sono immacolati. A Trieste sembra che poche cose siano cambiate, è rimasta quasi intatta. Parlano ancora tutti in modo strano e ordinano il caffè come i marziani, un capo, un nero, un capo in b. Sono sorti dei bar stile americano, prendi il caffè e te ne esci con il bicchiere di cartone oppure lo consumi su uno sgabello disposto di fronte a una vetrata e così intanto ti guardi il mondo che passa davanti. Le impalcature dei lavori in corso sono sempre lì, gli stessi angoli da ristrutturare sono ancora come li avevo lasciati. Ho sempre avuto la sensazione che a Trieste il mondo procedesse a rilento. Però Trieste ha quel fascino bohémien, che non ho ben capito che si intenda, ma a me dà quell’idea lì, un fascino retrò, con le vecchie botteghe incastrate tra i locali nuovi, le macellerie coi cadaveri penzolanti e quei bar dove aleggia ancora odore di fumo e le paste frolle sanno di stantio e poi Trieste è sempre stata un po’ intellettuale, ecco. Fisso tutto, avidamente, ho sempre pensato che Trieste fosse la mia città preferita, anche se è la città dei pazzi. Mi lascio Trieste alle spalle, la mia libreria dove trovavo sempre prezzi scontati e la gente sfogliava i libri e ne trovavi alcuni stropicciati e rimessi a posto frettolosamente, senza il minimo garbo, strizzati dalla gente in mezzo agli altri volumi. Tornata in “patria” entro al supermercato e riempio il carrello di schifezze, arrivo in cassa e mi sorprende trovare un commesso fico. Mi piglia male che veda tutto lo schifo che ho comprato, inoltre oggi sono un cesso, non a caso due tizi mi hanno chiamata “signora” e quindi non sono certo fica come lui, sono quasi tentata di nascondere almeno le patatine da qualche parte, all’ultimo momento, ma ormai è fatta… Lui mi dice buondì, io gli rispondo buondì e capisco che anche lui pensa che io abbia una faccia un po’ di merda, inoltre mi è spuntato un brufolo sotto al mento perché mi devono venire. Penso che la vita sia parecchio ingiusta, do un’occhiata alla spesa della tizia che sorride radiosa al commesso: ha comprato solo yogurt bianco. Entro in auto e torno a casa e mi rendo conto di aver dimenticato l’unica cosa che davvero serviva: il latte.

Comunicazione “disservizio”

Cari bloggerZ dei miei stivali (o delle mie sneakers) se in questi giorni non sto rispondendo ai vostri commenti non è perché sono una con la puzza sotto al naso, cioè sì, lo sono, però non per questo non rispondo ai commenti. WordPress ogni tot mi presenta qualche simpatico problema, ora non mi fa visualizzare i commenti per intero e robe strane, quindi fatico a rispondere (sia ai commenti sotto ai miei post che sotto ai vostri, poi dipende da come gli gira a WordPress).

Vediamo se si risolve, altrimenti perderò giornate intere a rispondere a ciascuno di voi, andando a cercare i vecchi post e blabla, data la mia proverbiale cortesia.

Un saluto e buon fine settimana: qui piove a secchiate, domani lavoro. Quindi buon fine settimana un cazzo.

Con affetto, la vostra amichevole blogger V di quartiere.

Confidenze

Sinceramente lavorare durante le feste non mi disturba più di tanto, io detesto le grigliate in campagna, le tovaglie bianche di carta che se qualcuno rovescia l’acqua o il vino quelle si disintegrano.

Non ho mai avuto una grande compagnia di amici, perché non mi ci trovo buttata in mezzo alla gente, dover trovare un viso amichevole e tutti quei convenevoli per sopravvivere.

Detesto mangiare a terra, magari sopra a un asciugamano nel mezzo di un bel prato,  che poi si riempie di briciole e qualcuno ci poggia il culo sopra.

Detesto il pane molle che ti rifilano alle sagre.

Non mi interessa fare festa a Pasquetta, il 1 maggio o a Ferragosto.

Non me ne frega un cazzo.

Tanto la gente non si rilassa manco quando è in ferie. Rompe i coglioni uguale.

Vengono al ristorante, ti urlano dietro e tu sei lì, con la faccia da cogliona, sei più intelligente di loro, ma mica gliene frega a quelli, tu sei pagata per servirli.

Quelli pensano che sei una stupida o che dormi in piedi, magari. Che non sei abbastanza sveglia. Chi lo sa. Che ne sanno, in fin dei conti?

Sono pagata per servirli.

Ho una pila di libri sul comodino, ho cominciato a leggerli tutti e li ho lasciati lì, per ora.

Non mi riesce concentrarmi, prestare attenzione. Ho mal di testa e di stomaco. Tutto mi pesa, anche sfogliare un libro.

Mi hanno chiesto se per caso sono triste, perché al lavoro non ho mangiato un granché.

Hai lo stomaco chiuso?

Mi sento emotivamente poco disponibile, non presto la minima attenzione a ciò che la gente mi racconta e non provo neppure un briciolo di empatia quando si confidano.

L’unico brivido di piacere di questo periodo è stato utilizzare il buono di Amazon che ho ricevuto per la laurea.

Mi ci sono comprata un paio di Vans e una felpa sportiva con la zip.

Non avevo bisogno di scarpe nuove e neppure di felpe nuove.

Mi restano ancora dei soldi di quel buono e intendo comprare un regalo per mia madre che è in ferie e che ha deciso di tirare a lucido la casa come si deve.

Mi deprime, mi deprime il tempo pessimo, lei che pulisce, io che ascolto il titolare assegnarci i turni.

Sabato sei libera?

Sì sono libera. Sì vengo io.

Domenica sei libera?

Sì, va bene, sì sono libera.

Ah lunedì ci siete tutte, eh.

Sì, ci siamo.

Mi deprime non avere voglia.

Quando sei infelice la gente è terribilmente solidale, quasi si fa il tifo per l’infelicità altrui.

Io sono una strega cattiva, certe volte.

Ultimamente sono una strega malinconica, più che cattiva, una strega diciamo un po’ annoiata.

Io lo so che tutti hanno i loro problemi, eppure non faccio che pensare ai miei. Penso che siano più fastidiosi degli altri, che ingombrino di più, che io soffro di più.

Tutti soffriamo, ma io un po’ di più.

Alle undici di sera ho già sonno e sono felice di andarmene a letto, così da non pensare a un cazzo, dormire e lasciar correre, attutire il peso sullo stomaco, addormentarlo e poi ricominciare tutto daccapo il giorno dopo.

Un tè con Leprotto

 

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(Cappellaio Matto, Alice & Leprotto Bisestile da qui)

Oggi ho preso il tè con Leprotto bisestile (Lepre Marzolina che “essendo maggio non sarà così pazza: almeno non come quando era marzo”)…

Un metodo per scacciarsi di dosso la famosa, imminente e rompiballe primavera è quello di passeggiare due ore buone alla ricerca del Leprotto, trovarlo in fondo alla vigna, fargli un cenno da lontano per non spaventarlo… E invitarlo a prendere il tè.

Ci sono poi i caprioli, notate le impronte degli zoccoletti sul terreno fangoso… Viste?

I caprioli sono davvero affascinanti e parecchio distratti, attraversano  la strada in fila indiana, il capofila li guida lontano dal vociare umano, loro sono timorosi e detestano le nostre chiacchiere frivole, non perdono tempo ad ascoltarle.

In casa io e il Leprotto (che è ben più frivolo del capriolo) prendiamo il tè, perché anche se Leprotto ha un nome primaverile detesta la stagione quanto me, così consumiamo tè bollente al posto del gelato al pistacchio della gelateria appiccicata al Discount, che se lo avvistate da lontano vi sembrerà una grande fabbrica verniciata di rosso arancio.

No, no. Noi preferiamo prendere il tè: bollente, zuccherato e con il limone.

Spalmiamo burro e marmellata sulle fette biscottate e all’improvviso ritorniamo bambini. O meglio: lui torna cucciolo, io bambina.

Inzuppiamo le fette biscottate che non si sfaldano mica, il profumo del burro preannuncia un sapore delizioso e irresistibile.

Di domenica, da bambina, facevo sempre colazione con burro e marmellata. Fette biscottate affogate nel latte tiepido: si spezzavano sempre, finivano sul fondo se non facevo in tempo a salvarle con il cucchiaino e diventavano poi poltiglia.

Ora siamo adulti e prestiamo più attenzione alla consistenza delle fette biscottate.

Il Leprotto Bisestile pare soddisfatto di questa merenda dal sapor invernal – primaverile, anche se per lui la parola primavera è tabù.

Ha detto che sebbene gli piaccia correre per i campi, seminare i cani che lo rincorrono, (per lui è un modo come un altro per sgranchirsi le zampe, mi ha confessato)… Dice che da quando è spuntato il sole non ha mai un attimo di pace. Leprotto è un tipo solitario. Sperava di farsi una bella vacanza tra la stagione di caccia che non gli ha dato tregua e l’estate… E invece, no…

Allora si concede un buon tè caldo, nostalgico del freddo, del silenzio, dell’infanzia.

Leprotto tira su con il naso, su quegli occhietti spiritati sempre spalancati passa rapido un velo di malinconia che lascia subito il posto a una canzoncina allegra…

Brindiamo tutti insieme con un altro po’ di tè…