Post Natale

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Oggi è una doppia domenica, ossia una domenica con doppio carico di tristezza, depressione, svogliatezza, irritabilità e drammaticità!

Questo perché è il 7 gennaio, un giorno notoriamente merdoso. Il fatto è che io sono una di quelle che soffre molto quel periodo post natalizio, il post feste, il post cenette, il post regali di Natale. A casa mia non abbiamo ancora tolto gli addobbi, più che altro per pigrizia esistenziale, non per protesta o per fare gli anticonformisti. Quando avrò casa mia, cioè tra una cinquantina d’anni, lascerò gli addobbi di Natale in casa tutto l’anno, ma forse non avrò manco voglia di addobbarla, la “mia” casa.

Fatto sta che, nonostante non abbia fatto comunque lunghe vacanze, nonostante sia rientrata al lavoro già la scorsa settimana oggi mi sento addosso un macigno allucinante. Non mi va proprio di lasciarmi alle spalle il Natale, le decorazioni e compagnia; le feste sono volate via come niente e ora comincia il periodo più merdoso dell’anno, quello in cui sta per arrivare la primavera, quello col mese più corto che a me sembra lungherrimo, quello dove ci si sente fiacchi da morire, si vorrebbe andare in letargo come le bestie e invece ci si alza la mattina e si fanno le solite dannate cose, tipo trascinarsi in ufficio col morale a terra e sperare che la giornata passi in fretta, il tutto fino a Pasqua, che è una festa di merda che fa schifo a tutti. Voglio dire, chi cazzo addobba la casa per Pasqua, superati gli otto anni di età? Eh.

Devo ammettere che non la sto prendendo bene, questa domenica, mi pesa più di tutte le altre messe assieme, forse perché questo periodo natalizio è stato particolarmente bello e positivo, ho fatto tante cose, sono stata qua e là, ho ficcato il naso fuori dalla porta di casa e via dicendo.

Insomma, io non vedo l’ora che arrivi Natale, SUL SERIO.

 

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Potpourri borghese

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foto da qui

Mentre consultavo attentamente il menu della mensa in ufficio, voglio dire documenti di lavoro di vitale importanza, pensavo a questo periodo di alti e bassi, che dura da una vita, ma si trattava di ieri, che era venerdì ed avevo compiuto ventisei anni il giorno prima, la sera sono venuti tutti i parenti, cugini, cuginetti e zii, mi hanno fatto dei regali semplici ma belli, che semplice a volte ha connotazioni negative, no, ma io lo intendo come genuino, ecco. Una cuffia di lana calda, perché a me piacciono da morire le cuffie, ho una sorta di feticismo latente per i copricapi, temo, una camicia bianca a pois con un cravattino da studentessa ripetente abbinato, che a me piacciono molto le camicie, anche se non ho mai ripetuto l’anno a scuola, una torta triplo cioccolato, dei cioccolatini, due libri che avevano proprio l’aria di essere appena usciti da una libreria, a me i libri che sembrano vecchi non piacciono, li voglio nuovi di pacca, che siano magari un pochino fotogenici, una borsina di plastica per metterci dentro le merendine, dicevo: ho compiuto ventisei anni, tra poco è Natale, ho un buon lavoro, ho. Mi è stato chiesto “ma tu non vuoi dei figli?”, ho risposto di no, che io voglio diventare ricca. Che poi è la verità. Sono una borghese, sono mediamente viziata, mi piacciono gli agi e mi sono sempre immaginata come una donna di bell’aspetto e con una carriera di tutto rispetto. Che posso farci? Mentirei se dicessi il contrario. Mi piacciono gli addobbi di Natale, lo dico ogni fottuto anno, la mia collega la pensa così, come me e quindi addobberemo il nostro ufficio, prima che arrivi quella depressione che ti rode l’anima subito dopo Natale, che Natale non è ancora passato ma ti ritrovi gli scarti dei regali sul tavolone di legno, le briciole, i piatti da lavare, le risate come echi. Ho letto dei libri, uno ve lo consiglio, ma ne parlerò meglio altrove, è Non lasciarmi di Ishiguro, è uno di quei libri che leggi e poi non hai voglia di leggere altro, perché mica tutti i libri sono belli. Ho pianto, di recente, perché una persona buona che però non conoscevo bene si è buttata da un viadotto, mi ha fatto male, era un collega gentile che mi ha aiutata i primi giorni al lavoro con i comunicati dei cantieri, è morto così, spiaccicato a terra, ma in fin dei conti tra poco è Natale e io dimenticherò. In fin dei conti va così, alti e bassi. Ho infilato un maglione caldo, l’ha cucito mia madre anni fa, è lungo, copre perfino il sedere, sono uscita, in cerca di aria gelida, i miei cani, le solite cose, una routine che scalda, come le compere natalizie, vuoti riempiti per qualche momento, piedi freddi, in fin dei conti va così: alti e bassi.

novembre

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Guidare con il piovischio che imbratta i vetri, un salto al bosco, ascoltare le foglie che cadono, sembrano più forti dei tuoni in tutto quel silenzio, alberi che si spogliano impudici. Le prime luci di Natale, noi da bambini dentro auto caldissime, la conta degli alberi addobbati per passare il tempo, l’odore del cloro in piscina, le quattro del pomeriggio quando fa già buio, il fuoco acceso che spossa. Una macelleria bianca e immacolata, la carne esposta, rosea e striata di rosso, l’odore delicato di quando è cruda, corridoi con bestie appese, il macellaio che affetta rude. Gente di paese che parla dialetto fitto, anziani che si ripetono. Centri commerciali colmi di gente, comprare per noia cose inutili, i caffè che si svuotano e si riempiono di continuo, due cioccolate calde per sciogliere nodi, una fitta di piacere per una carezza. Tagliolini al radicchio e speck dentro a un piatto bianco, risate forti e sincere, stralci di vite sempre uguali, picchi di depressione quando è domenica. Sguardi insistenti che imbarazzano, occhi buoni e mani sui fianchi per confortare. Avvertire mancanze, un’amica che si allontana sempre di più, sparire per un po’ dalla circolazione, sentirsi soli in un bagno, lacrime che sgorgano quando si raggiunge il culmine, trovare soluzioni momentanee per rialzarsi. Vento che taglia le orecchie, sognare che l’indomani andrà meglio, fremere pensando all’amore caldo di cui siamo in cerca. Non avere il coraggio di iniziare un nuovo libro, pensare all’ultimo che si è letto, tenersi stretti quei personaggi di carta e cercarli nella realtà. Non sentirsi all’altezza, non avere idee buone, soffrire in un angolo, ricevere un complimento che lusinga. Scoprire di piacere, ma non alle persone giuste, scoppiare a ridere per la pungente ironia, non cogliere mai l’attimo, pretendere la bellezza, senza accontentarsi, circondarsi di gesti buoni, sedersi e aspettare, il mondo che fila veloce, io che lo guardo correre.

 

Intensità

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Scrivere qualcosa ultimamente è faticoso.

Mi viene facile quando sono giù di morale e in questo momento non lo sono (yuppi!).

Il fatto è che io al lavoro scrivo. Sto facendo quello per cui ho “studiato”, anche se l’università (perlomeno la specialistica) non mi ha specializzata in un emerito cazzo, sia chiaro. Però diciamo che l’idea era quella di starsene seduta, caffè o tazza di tè, quadernotto corposo, post it (ho un feticismo per la cancelleria), computer e tastiera. E scrivere.

Certo, mica scrivo quello che mi pare e piace. Però c’è un – seppur ristretto – margine di creatività.

Essere pagati per scrivere. Non per scrivere libri, non per descrivere il mio stato  d’animo, sia chiaro. Però è già qualcosa, quel margine creativo, una sorta di respiro in mezzo ai comunicati sul traffico (che sto chiaramente imparando a scrivere, ovvio) o a quelli sugli incidenti.

Insomma, la mia capa è la capa dell’ufficio stampa di un’azienda. Embè, un po’ me la dovevo tirare, no?

Chiuso il capitolo “ufficio” ieri si è riaperto brevemente quello “ristorante”. Siccome c’era un gruppo che suonava mi hanno chiesto di tornarci per dare una mano. E ci sono andata.

È stato bello. Il dopo serata, dico.

L’informalità. Birra e cocktail a fiumi. Musica. Ballare, bere, ballare, gridare.

Il primo briciolo di spensieratezza di quest’estate.

Non mi sentivo così giovane da tempo. Giuro.

La mia più cara amica e collega (anche lei lì in via del tutto eccezionale) ha detto “siamo a casa”.

Ed era vero. Eravamo a casa, a nostro agio, non vestivamo alcun ruolo, ci siamo tutti limitati ad essere noi stessi, senza paura.

Ho vissuto questa settimana con un’intensità di cui non mi credevo capace.

E ne sono felice.


 

Giochi d’infanzia

Oggi voglio deprimervi e introdurre il post con una citazione che sicuramente è già comparsa in questo blog, teatro di sfiga e mestizia: “ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era.”

La citazione è tratta dal film “Il sorpasso”, che vi consiglio, fra parentesi.

E ora… Ringrazio Zeus che a sua volta ha ringraziato Romolo per la nomina nel tag dei giochi d’infanzia.

Iniziamo senza tante spiegazioni:

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Le mitiche sBarbies!

Bionde, filiformi e ricche.

Le sbarbine erano creature ignobili con la pancia piatta e i vestiti che costavano più dei tuoi.

C’era la sbarbatella bionda, la vera e pura Barbie che guardava tutte le altre (perfino quelle che avevano come unica colpa l’essere castane) dall’alto in basso. Era ricca sfondata, soprattutto la seconda temo, dato che non faceva un cazzo dalla mattina alla sera e aveva inspiegabilmente tutti i comfort di sto mondo, tipo la cabina armadio e cose altrettanto vergognose.

Le Barbie di altre razze non erano degne compari e venivano considerate delle nullità.

Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono.

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L’Action man!!!

L’Action man col cane era l’antenato dei punkabbestia dei nostri giorni.

Era uno scavezzacollo che accoppava bambini tra una sessione di pesi e una tirata di cocaina.

Io da piccola avevo un debole per i tamarri e mi rifiutavo categoricamente di far riprodurre le mie Barbie (che erano Barbie ghetto, dato che qualcuna di loro era nera) con quel pesce lesso di Ken, che girava con la polo Ralph Lauren e il capello gellato.

Action Man + cane faceva bagnare l’intero vicinato, Ken compreso.

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Gli animaletti Kinder!

Quelli sì che erano giochi pazzeschi.

Tra amori incestuosi e accoppiamenti tra specie diverse…

Li adoravo.

Io e la mia migliore amica disseminavamo il pavimento di animaletti, creando famiglie e interi quartieri e facendo indigestione di ovetti Kinder.

Ah, che meraviglia.

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Fin da subito mi sono rivelata una sportiva accanita…

Sto scherzando, ovviamente.

Tuttavia si giocava spesso a pallavolo, utilizzando il portone come rete e distruggendo le rose di metà vicinato, rischiando denunce e percosse.

Ovviamente ci sarebbero altri mille giochi, ma staremmo qui fino a domani.

Invito a partecipare i seguenti bloggerZ:

alemarcotti

Sephiroth

Stardust

Bloom (Di punto in Bianca)

Hadley

 

Music Wizard (215)

Buon quasi ferragosto a chi non lo festeggia, come me. Oggi non ho alcuna voglia di pensare né tanto meno di scrivere, perciò eccovi un post di Zeus che ho apprezzato molto. Buona lettura!

Music For Travelers

Ci stiamo avvicinando alle vacanze.
Sono vicino a chi, stoico e irriducibile (= costretto), dovrà aspettare ancora molte settimane o, di ferie, proprio non ne vedrà. Se le ha già fatte, ovvio, il mio supporto morale non esiste perché la sua quota di “fanculo al lavoro” l’ha già avuta.
Cosa provo in questo momento?
Non saprei dirlo a parole, penso un misto di sfinimento e incazzatura. Perché, da me, queste due componenti vanno mano nella mano. Certo, ti dicono “sorridi che la vita ti sorride”, ma se io, come diceva il buon Renton nel suo monologo 2.0 sul “scegli la vita”, di questo presente non mi fido?
Per chi non l’avesse a meno, vi rimetto il monologo, così potete sciacquarvi le orecchie.

Ecco qua, direi che questo riassume molto del mio pensiero corrente. Mi piace nascondermi dietro anche quel vago senso di ipocrisia che contraddistingue il mettere questo scegli…

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Buone nuove

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In fin dei conti ho sempre saputo dentro di me che un giorno sarei diventata Anne Hathaway.

C’è che alla fine mi è arrivata la fatidica chiamata. Quella del lavoro.

Ora che è arrivata sono qui a tormentarmi e a dirmi “ma cazzo, sto facendo la stagione, mi ci ero messa pure comoda in questa situazione del cazzo” com’è che ora mi tirano fuori dal nido a forza?.

Insomma, non avevo fatto alcun progetto, solo aspettare, ecco. Pensavo che alla fine non mi avrebbero manco più chiamata.

Comunque, ho contato i soldi di queste settimane di lavoro e mi sono detta “che cazzo ci faccio con sti soldi?”

Lo so, può sembrare irrispettoso. Ma la verità è che l’ho pensato. E sapete che ho fatto? Ho ordinato un telefono su internet. Il mio ha la memoria piena, il mio amatissimo e non ancora compianto ipod non si aggiorna manco per il cazzo e quindi mi ero “ripromessa” che a fine stagione avrei comprato un telefono decente, che facesse buone foto compensando la mia incapacità, che avesse una capiente memoria per musica e immagini e così via.

Certo, la stagione non è ancora finita, ma la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi hanno chiamata è stata: bene, allora posso comprarmi il telefono.

Cioè, che tristezza.

La verità è che quest’estate come ho ripetuto spesso è andata un po’ a puttane.

Se penso a quella scorsa, tra festicciole e sagre, mi viene il magone.

La mia amica non lavora più al ristorante e così non ho nessuno con cui uscire quando si finisce tardi la sera. Non ho passato grandi serate, quando ero libera. E dubito ce ne saranno.

Ferragosto comunque lo passerò al ristorante, non a mangiare, eh, a lavorare. Il ché mi sta benissimo. Salvo il Natale, adoro lavorare durante le feste comandate.

Nessuna rottura di coglioni.

Sapete, sono terrorizzata. In fin dei conti ci ho sperato tanto e ora che forse ci siamo quasi vorrei avere ancora tanto tempo per rifletterci e stare “comoda”.

In fin dei conti io detesto i cambiamenti. Non sono proprio capace a cambiare.

Quindi niente. La mia estate volge al termine. Lavorerò fino a martedì e poi comincerò un nuovo lavoro.

Non andrò in vacanza, non farò nessun viaggio pazzesco, non ho incontrato nessuno che fosse almeno vagamente interessante, ma… Ma cazzo, queste sono comunque delle grandi novità.

Qualcuno brinda con me? Offro io, dopo tutto sono quasi una donna in carriera.

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500 volte… Sti gran cà!

Ultimamente coi titoli sono un po’ puerile, lo ammetto, temo sia colpa del caldo che mi dà alla testa.

Inoltre non ho mai niente da dire, ogni tanto scrivo qualcosa, lo rileggo e mi dico “oddio, ma tutto sto piagni piagni, sto lamentarsi continuo, sono io, sì? Davvero?” Così mi cancello, mi autocensuro perché il mio stesso post mi dà noia e finisce con il provocarmi l’orticaria.

Che dire? Siamo arrivati a 500 “followers”, che su WordPress significa che la schiera si fa sempre più nutrita ma a leggerti sono al massimo una ventina. Il ché mi sta benissimo, dato che non si vince niente.

Ricordo che a convincermi ad aprire questo blog fu il mio ex ragazzo. Stavamo in Sicilia a fare letteralmente schifo: 24 ore di mare, macallé zeppi di crema, panini imbottiti schiacciati dalle bibite dentro la borsa frigo, ombrelloni abusivi, acqua cristallina e scogliere ripide. Beh, era una figata.

Così cominciai a riempire il blog con brevi squarci di Sicilia, pensando che sarebbe stato così per sempre, che ci sarei tornata ogni estate e avrei riportato i resoconti pallosi delle vacanze, rimpinzando il blog di cibo e di mare. Invece quella fu l’ultima estate, laggiù.

E ho provato la stessa sensazione ieri, al lavoro. C’era un gruppo di ragazze a suonare rock, stavano nel cortiletto fuori dal ristorante, finito il servizio io e i miei colleghi ci siamo fermati a bere una birra anche se il gruppo aveva già finito di suonare da un pezzo, erano le due del mattino. In quel momento ho pensato che sarebbe stato così per sempre, che forse mi andava pure bene, era la birra a pensare al mio posto, anche se era poca in fin dei conti. Ma lì per lì mi dicevo che tutto stava andando bene, che la stagione non era poi la fine del mondo e che sarebbe sempre stato così.

Questa mattina mi sono alzata nauseata, tutto lo spirito positivo di ieri se n’era andato a puttane, i miei pensieri erano di nuovo pesanti e quelli di ieri ridicoli.

Sono andata al lavoro, il titolare assegnava i turni, io dentro di me sbuffavo, fuori sudavo e annuivo.

Tuttavia potrebbe andare peggio di così, che non è una di quelle cose che mi auguro, s’intende.

Fare qualcosa mi tiene viva, nulla è eccitante, nulla è nuovo, ma potrei pensare che prima o poi qualcosa cambierà.

E quindi 500 followers di cui non conosco né nome, né faccia… Beh, grazie, eh?! : )

“Capita che mi sveglio all’alba

quando l’aria è fresca

pensando alle mie illusioni

di un’estate ormai persa…”

.

Non sono mai stata una fan sfegatata dei Linkin Park, ma li ho sempre ascoltati volentieri quando li passavano alla radio.

Ogni tanto ascoltavo qualche brano su YouTube.

Non sono una fan, dicevo. Ma qualche canzone mi è entrata sottopelle. Forse le più commerciali o che lo sono diventate nel tempo.

Oggi leggo della morte del cantante Chester Bennington. Suicida.

Mi è presa una tristezza incredibile, certo non lo conoscevo, non lo veneravo, come non venero nessun artista, ma mi dispiace.

Mi dispiace leggere soprattutto di chi lo giudica, perché era un drogato, perché era un padre.

Ma la depressione è un mostro che ti mangia dentro, chi ne soffre talvolta è un insospettabile.

Puoi avere soldi. Puoi avere affetti. Puoi avere tutto o puoi non avere un cazzo di niente.

Ma se non hai pace, se dentro ti consumi, se ingoi ogni giorno il dolore, se arrivi al limite della sopportazione puoi avere tutto, ma alzarsi è faticoso, le gambe si fanno pesanti. Puoi avere tutto, ma dentro c’è un demone con cui fare a pugni, che alla fine ti schiaccia, ti fa ammattire.

Leggere lo schifo della gente che lo giudica mi disgusta.

E provo sempre tristezza per chi arriva al limite. Non penso sia da vigliacchi, andarsene. Penso che per vivere ci voglia un gran coraggio, certo. Ma anche per morire.

Allora che dire? Solo ripetere che dispiace, perché non immagino la sofferenza e il peso che tutti si portano dentro, nascosto bene, al riparo dagli occhi degli altri.

I tried so hard
And got so far
But in the end
It doesn’t even matter
I had to fall
To lose it all
But in the end
It doesn’t even matter.

Riposa in pace.

Ritratto

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Ragazza alla finestra – Dalì.

Stai seduta sulle poltroncine nuove e bianche, piazzate nel cortiletto sporco, foglie, insetti e l’odore della laguna che sale e impregna ogni cosa. Il tuo volto quando stavi bene era un sole tondo e raggiante, i riccioli che da bambina erano biondissimi sono diventati più scuri, ora tendono al grigio. I peli biondi che si scorgono solo quando i raggi illuminano. Fumi una sigaretta e poi un’altra, il posacenere traboccante, la muffa alle pareti esterne.

Indossi un vestito comprato al mercato, una stampa floreale che si allarga nei punti dove le tue forme si fanno più generose.  Sorseggi caffè scuro servito nel bicchierino di vetro: un goccio di latte freddo che lo macchia.

Ieri ti ho guardata e mi si è stretto il cuore. Ho guardato il tuo volto sempre più scavato, la malattia che trascina via sorrisi e speranze. L’energia che viene a meno, tremavo, sai?

Ma sorridevo, parlavo, scacciavo i brutti pensieri, cercavo di soffiare via anche i tuoi.

Stavamo sedute io e mia madre, tu e tua figlia. Abbiamo cercato di alleggerire, a rinfrescare la serata ci aveva già pensato un timido temporale.

Le zanzare mi mordevano la pelle mai sazie, ma rimanevo lì a osservare quel piccolo mondo crudele, che prima era un tempio di bei momenti, che tra qualche mese saranno solo ricordi.

Ho camminato con tua figlia, mia cugina. Lei mi ha chiesto “come la vedi mia madre, sinceramente?”.

Ho mentito.

Ho detto che ti ho solo vista stanca, lo sai zia, io non ti ho vista solo stanca.

Più volte ho ingoiato l’amarezza, quel bolo di negatività che saliva su.

Io ti ho vista stremata, ho visto la fatica nel parlare. Quella fatica che prima non c’era.

Io ho mentito, ma non solo per mia cugina. Ho mentito soprattutto per me.

Perché ero spaventata.

Abbiamo camminato lungo le strade, c’era la festa della musica ieri. Ma io non ho ascoltato neppure una nota.

Ho camminato con mia cugina in silenzio. Un silenzio, un tacito accordo. Un silenzio denso che mi ha messo i brividi.

Mentirei all’infinito, zia.

Poi sono salita in auto, finalmente ho smesso di sorridere.

Mia madre ha stretto la mia gamba con la mano e lì sono crollata.

Ho finalmente pianto davanti a lei, ho condiviso il dolore e la paura con lei. Lei che è tua sorella maggiore e ti ha fatto da madre, quasi.

Ero arrabbiata e lo sarò sempre. Provo rabbia, ne provo così troppa che non so più dove metterla.

La stretta di mia madre mi ha rassicurata per un momento, volevo che stringesse per sempre, vorrei stringerti e non lasciarti andare via.

Sono tornata a casa ricomponendo il volto, ma volevo spaccare tutto e gridare forte.

Ho fermato l’immagine di te, qualche tempo fa, seduta nello stesso posto ma con un sorriso pieno e sincero.

Noi attorno a te, raccontare aneddoti di vita, perché davanti ce n’è ancora tanta.

Io vedo solo quel viso sorridente, non voglio vedere nient’altro.