Correre

Corre sotto la pioggia, colano i residui del trucco della notte prima, appena trascorsa, bocca impastata dalla birra della sera, gocce nere sotto agli occhi, acqua che scorre e copre i rumori nella testa, dolcemente le voci cattive si quietano, il fango se le porta via. Vorrebbe fare l’angelo in mezzo a quel fango, distendersi mentre la pioggia travolge, sentire solo quella cadere, restare lì, cuore che pulsa, il mondo si ferma. Protesta, perché questo mondo non le calza bene. Protesta per le malelingue, protesta nella sua stanza, al riparo. Legge un po’ di questo e un po’ di quello e un po’ di niente. Non vive al massimo, mediocri sensazioni, mediocri i discorsi, brevi attimi d’intensità che rischiarano, poi di nuovo cala la notte, si nasconde, il buio protegge i pensieri. Che cosa le resta se non correre? Se sta bene lei, stanno bene tutti. Se i suoi cari sono al caldo, va tutto bene. Fissa le miserie, ci passa davanti, che cosa fare? Chi corre più veloce? Si stringe il cuore, scende una lacrima, ma domani sarà uguale, la miseria c’è sempre, i suoi cari sono sereni? E allora si vive. Ma protesta. Perché è ingiusto questo mondo che picchia duro. Ci passa davanti, guarda il mondo, si scompone. Che fare, se non correre più veloce? Che fare, se non rientrare in casa, una doccia calda, il ticchettio di una tastiera arrabbiata, dice la sua, nessuno ascolta, dice la sua, torna a dormire, domani è un altro giorno, si corre di nuovo, per poi tornare allo stesso punto. Protesta contro lo sfruttamento, ma lei ha un posto sicuro, protesta contro chi offende, ma lei viene offesa e chi la difende? Non le resta che correre. Ma chi va più veloce? Guarda il tizio che chiede l’elemosina, le dà un euro, domani ce ne sarà un altro, morsi della fame, lei un pasto caldo ce l’ha ogni giorno. Allora non le resta che correre, passarci davanti e correre più veloce.

L’ispirazione per scrivere le parole qui sopra m’è venuta ascoltando il pezzo che vi metto qui sotto. La mia non vuole essere propaganda né apologia, figuriamoci. Mi è piaciuto molto il brano e ho voluto fare un confronto tra “noi” e chi, invece, come “Martino”, lottava sul serio per stravolgere le cose. Noi invece dalle cose ci facciamo travolgere, ce ne lamentiamo e forse, ci accomodiamo, senza muovere un dito. Il rapper, autore della canzone, me l’ha consigliato una cara amica : )

Alcuni versi del testo di “Martino e il ciliegio” di Murubutu.

“E Martino che da bimbo s’era fatto guerriero
Guardò il cielo che da azzurro s’era fatto nero

Martino sale in cima al ciliegio dopo il lavoro e la scuola
Là sopra legge di tutto: Conrad, Fröbel, Spinoza.

Martino combatte finché non s’imbatte nella sbarre dal carcere
Dal gabbio scrive due righe a casa, lì a casa lo piangono
Anche là è cambiato tanto solo il ciliegio è un incanto…

Martino in azione si espone, viene colpito all’addome laddove
Sente prima il rumore poi il bruciore del piombo nel cuore
La vista s’incrina tra i lampi, rivede i suoi campi e la cascina
Tra i tanti sente ancora sua madre: -Martino svegliati è mattina!-
L’umore di brina si fonde all’odore di sangue e sudore
Poi le sirene, un bagliore: Martino muore in poche ore
Sono poche persone a seguire il feretro: la famiglia, il pastore e
Sui volti di alcuni non è per la morte il dolore maggiore
La sua campagna si contorce mentre ne vede passare il corpo
Sembra pensare -io ti ho cresciuto forte e tu torni da morto!-
Là dove è sepolto ogni tomba si scalda d’un sole accanito
E là Martino riposa protetto dall’ombra del suo ciliegio fiorito

Come un brivido, come un brivido, sentì un brivido
Ora Martino è libero, davvero libero mai…”

 

 

 

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impressioni di…

Perdersi tra l’erba alta e umida, calpestare cuori e ballare con sconosciuti, lasciare che ti feriscano e non dire niente, postare una foto riuscita male, mettere i jeans che ti fanno sembrare le cosce sode, dimenticarsi di spalmare la crema sulle braccia e trovarsi con due prugne secche al posto dei gomiti, ammorbidire le labbra con del burro cacao, fissare la bustina di una tisana ai frutti rossi che intacca pian piano la purezza dell’acqua, tremare di freddo in estate, profumare un giorno di Chanel, un giorno di Bottega Verde, dire di sì per far contenta un’amica, rinunciare, aver paura, essere frivole, riempirsi di cose inutili, sentirsi vuote, piangere da soli, come cani, leggere libri fatti di immagini forti che ti penetrano nelle narici, avere nostalgia, avere voglia, andare a dormire presto, cercare scuse, sentirsi inutili, troppo spesso, imparare a rispondere, anche male, ubriacarsi per divertirsi, per perdere innocenza, per uscire dal guscio, soffrire per dei commenti cattivi, consolare, riempirsi di cancelleria, avere i vestiti pieni di peli di cane, distendersi sul pavimento, sentire il pianto che sale su, ingoiare le lacrime, sorridere per non farsi affossare, ribattere, soffiare come gatti, rizzare il pelo per la paura e stare sulla difensiva, mangiare una pizza saporita, togliere le pellicine dalle dita, appoggiare i brutti pensieri sulla sedia, uscire, respirare l’aria, guardare i cani correre, sorridere…

“Il mio pensiero vola e va, ho quasi paura che si perda…”

Impressioni di settembre e non solo.

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Intensità

Scrivere qualcosa ultimamente è faticoso.

Mi viene facile quando sono giù di morale e in questo momento non lo sono (yuppi!).

Il fatto è che io al lavoro scrivo. Sto facendo quello per cui ho “studiato”, anche se l’università (perlomeno la specialistica) non mi ha specializzata in un emerito cazzo, sia chiaro. Però diciamo che l’idea era quella di starsene seduta, caffè o tazza di tè, quadernotto corposo, post it (ho un feticismo per la cancelleria), computer e tastiera. E scrivere.

Certo, mica scrivo quello che mi pare e piace. Però c’è un – seppur ristretto – margine di creatività.

Essere pagati per scrivere. Non per scrivere libri, non per descrivere il mio stato  d’animo, sia chiaro. Però è già qualcosa, quel margine creativo, una sorta di respiro in mezzo ai comunicati sul traffico (che sto chiaramente imparando a scrivere, ovvio) o a quelli sugli incidenti.

Insomma, la mia capa è la capa dell’ufficio stampa di un’azienda. Embè, un po’ me la dovevo tirare, no?

Chiuso il capitolo “ufficio” ieri si è riaperto brevemente quello “ristorante”. Siccome c’era un gruppo che suonava mi hanno chiesto di tornarci per dare una mano. E ci sono andata.

È stato bello. Il dopo serata, dico.

L’informalità. Birra e cocktail a fiumi. Musica. Ballare, bere, ballare, gridare.

Il primo briciolo di spensieratezza di quest’estate.

Non mi sentivo così giovane da tempo. Giuro.

La mia più cara amica e collega (anche lei lì in via del tutto eccezionale) ha detto “siamo a casa”.

Ed era vero. Eravamo a casa, a nostro agio, non vestivamo alcun ruolo, ci siamo tutti limitati ad essere noi stessi, senza paura.

Ho vissuto questa settimana con un’intensità di cui non mi credevo capace.

E ne sono felice.

“V come vulcano
e mille altre cose
come la volontà di camminare vicino al fuoco
e capire se è vero questo cuore che pulsa…

Come il volume che 
si alza e contiene il mare 
e capire se vale scottarsi davvero 
o non fare sul serio 
corro di notte 
i lampioni le stelle 
c’è il bar dell’indiano 
profuma di te 
rido più forte 
mi perdo nell’alba
sei in tutte le cose 
e in tutte le cose 
esplode…”

 

 

Giochi d’infanzia

Oggi voglio deprimervi e introdurre il post con una citazione che sicuramente è già comparsa in questo blog, teatro di sfiga e mestizia: “ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era.”

La citazione è tratta dal film “Il sorpasso”, che vi consiglio, fra parentesi.

E ora… Ringrazio Zeus che a sua volta ha ringraziato Romolo per la nomina nel tag dei giochi d’infanzia.

Iniziamo senza tante spiegazioni:

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Le mitiche sBarbies!

Bionde, filiformi e ricche.

Le sbarbine erano creature ignobili con la pancia piatta e i vestiti che costavano più dei tuoi.

C’era la sbarbatella bionda, la vera e pura Barbie che guardava tutte le altre (perfino quelle che avevano come unica colpa l’essere castane) dall’alto in basso. Era ricca sfondata, soprattutto la seconda temo, dato che non faceva un cazzo dalla mattina alla sera e aveva inspiegabilmente tutti i comfort di sto mondo, tipo la cabina armadio e cose altrettanto vergognose.

Le Barbie di altre razze non erano degne compari e venivano considerate delle nullità.

Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono.

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L’Action man!!!

L’Action man col cane era l’antenato dei punkabbestia dei nostri giorni.

Era uno scavezzacollo che accoppava bambini tra una sessione di pesi e una tirata di cocaina.

Io da piccola avevo un debole per i tamarri e mi rifiutavo categoricamente di far riprodurre le mie Barbie (che erano Barbie ghetto, dato che qualcuna di loro era nera) con quel pesce lesso di Ken, che girava con la polo Ralph Lauren e il capello gellato.

Action Man + cane faceva bagnare l’intero vicinato, Ken compreso.

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Gli animaletti Kinder!

Quelli sì che erano giochi pazzeschi.

Tra amori incestuosi e accoppiamenti tra specie diverse…

Li adoravo.

Io e la mia migliore amica disseminavamo il pavimento di animaletti, creando famiglie e interi quartieri e facendo indigestione di ovetti Kinder.

Ah, che meraviglia.

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Fin da subito mi sono rivelata una sportiva accanita…

Sto scherzando, ovviamente.

Tuttavia si giocava spesso a pallavolo, utilizzando il portone come rete e distruggendo le rose di metà vicinato, rischiando denunce e percosse.

Ovviamente ci sarebbero altri mille giochi, ma staremmo qui fino a domani.

Invito a partecipare i seguenti bloggerZ:

alemarcotti

Sephiroth

Stardust

Bloom (Di punto in Bianca)

Hadley

 

L’odore del mare.

Abbiamo portato mia zia al mare.

Ha detto che voleva vederlo almeno una volta, quest’estate.

Era stanca, ma decisa.

Sono passati pochi giorni da quando ho scritto il post sui ricordi delle estati precedenti e ieri di botto tutto è tornato a galla, era di nuovo estate, come si deve.

Mi sono sentita una bambina.

Mi sono sentita a casa.

Sono tornata a casa come un fulmine dal lavoro, ho infilato il mio vecchio costume, anche se ne ho comprato uno nuovo, però non so.

Due macchine, noi cugini e gli zii e i miei genitori.

E via a Lignano sull’unico pezzetto di spiaggia libera che è ci è stato lasciato.

Ti abbiamo portato uno sdraio per stare comoda, un ombrellone nonostante il sole non picchiasse affatto alle cinque del pomeriggio.

Sapete, qui in Friuli c’è stata una mezza devastazione qualche giorno fa. Ha rinfrescato parecchio, ma ha fatto più danni che altro.

Ci siamo fatti il bagno, tu no, ma eri felice, credo, con i tuoi figli, assieme alle tue sorelle.

Sorridevi.

Non ho provato neppure un briciolo di tristezza. Vederti rilassata mi ha fatta sentire in pace con il mondo.

Starmene lì come quando eravamo tutti piccoli mi ha riempita.

Da quant’è che non si andava in spiaggia in così tanti?

A una certa un’altra zia ha proposto di andare a mangiare il galletto: speziato, succulento.

In una di quelle catene che sfornano galletti a non finire, che c’è solo quello nel menu.

Abbiamo ordinato due caraffe di birra – bionda e rossa – e ci siamo scambiati confidenze spolpando i polletti piccanti.

Non c’eravamo tutti, ma eravamo comunque in tanti.

Sentivo l’odore dell’infanzia misto a quello del mare.

Sentivo le emozioni, come i bambini.

Come tutte le cose belle poi è finita, anche troppo presto.

Ma penso che nella paura ci siamo portati tutti a casa un ricordo del mare diverso, questa volta.

Tutti con lo stesso significato, lo lasciamo da parte, pronti a tirarlo fuori nei momenti più bui.

Che cos’è questa se non una misera pagina di diario scritta in fretta e furia?

Non ci ho messo grandi sensazioni, ma voglio che rimanga qui: indelebile.

Sento l’odore del mare, sento che sorridi, sento che stare vicini è la cosa giusta da fare.

Sento che quel mare è pronto a darci conforto quando lo cercheremo.

E mentre spero che ritorneremo di nuovo, che ci saranno altri mille giorni così ti dedico queste righe che non sono certo le migliori che ho scritto, ma per una volta non c’è rabbia, non c’è odio, non c’è ironia, c’è solo serenità e calore e io ti dedico questa foto e ti dedico soprattutto l’odore del mare.

“Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso” – Rainer Maria Rilke.

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Foci del Tagliamento, Lignano.

 

 

Music Wizard (215)

Buon quasi ferragosto a chi non lo festeggia, come me. Oggi non ho alcuna voglia di pensare né tanto meno di scrivere, perciò eccovi un post di Zeus che ho apprezzato molto. Buona lettura!

Music For Travelers

Ci stiamo avvicinando alle vacanze.
Sono vicino a chi, stoico e irriducibile (= costretto), dovrà aspettare ancora molte settimane o, di ferie, proprio non ne vedrà. Se le ha già fatte, ovvio, il mio supporto morale non esiste perché la sua quota di “fanculo al lavoro” l’ha già avuta.
Cosa provo in questo momento?
Non saprei dirlo a parole, penso un misto di sfinimento e incazzatura. Perché, da me, queste due componenti vanno mano nella mano. Certo, ti dicono “sorridi che la vita ti sorride”, ma se io, come diceva il buon Renton nel suo monologo 2.0 sul “scegli la vita”, di questo presente non mi fido?
Per chi non l’avesse a meno, vi rimetto il monologo, così potete sciacquarvi le orecchie.

Ecco qua, direi che questo riassume molto del mio pensiero corrente. Mi piace nascondermi dietro anche quel vago senso di ipocrisia che contraddistingue il mettere questo scegli…

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Buone nuove

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In fin dei conti ho sempre saputo dentro di me che un giorno sarei diventata Anne Hathaway.

C’è che alla fine mi è arrivata la fatidica chiamata. Quella del lavoro.

Ora che è arrivata sono qui a tormentarmi e a dirmi “ma cazzo, sto facendo la stagione, mi ci ero messa pure comoda in questa situazione del cazzo” com’è che ora mi tirano fuori dal nido a forza?.

Insomma, non avevo fatto alcun progetto, solo aspettare, ecco. Pensavo che alla fine non mi avrebbero manco più chiamata.

Comunque, ho contato i soldi di queste settimane di lavoro e mi sono detta “che cazzo ci faccio con sti soldi?”

Lo so, può sembrare irrispettoso. Ma la verità è che l’ho pensato. E sapete che ho fatto? Ho ordinato un telefono su internet. Il mio ha la memoria piena, il mio amatissimo e non ancora compianto ipod non si aggiorna manco per il cazzo e quindi mi ero “ripromessa” che a fine stagione avrei comprato un telefono decente, che facesse buone foto compensando la mia incapacità, che avesse una capiente memoria per musica e immagini e così via.

Certo, la stagione non è ancora finita, ma la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi hanno chiamata è stata: bene, allora posso comprarmi il telefono.

Cioè, che tristezza.

La verità è che quest’estate come ho ripetuto spesso è andata un po’ a puttane.

Se penso a quella scorsa, tra festicciole e sagre, mi viene il magone.

La mia amica non lavora più al ristorante e così non ho nessuno con cui uscire quando si finisce tardi la sera. Non ho passato grandi serate, quando ero libera. E dubito ce ne saranno.

Ferragosto comunque lo passerò al ristorante, non a mangiare, eh, a lavorare. Il ché mi sta benissimo. Salvo il Natale, adoro lavorare durante le feste comandate.

Nessuna rottura di coglioni.

Sapete, sono terrorizzata. In fin dei conti ci ho sperato tanto e ora che forse ci siamo quasi vorrei avere ancora tanto tempo per rifletterci e stare “comoda”.

In fin dei conti io detesto i cambiamenti. Non sono proprio capace a cambiare.

Quindi niente. La mia estate volge al termine. Lavorerò fino a martedì e poi comincerò un nuovo lavoro.

Non andrò in vacanza, non farò nessun viaggio pazzesco, non ho incontrato nessuno che fosse almeno vagamente interessante, ma… Ma cazzo, queste sono comunque delle grandi novità.

Qualcuno brinda con me? Offro io, dopo tutto sono quasi una donna in carriera.

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Ho sognato che.

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foto da qui

Ho sognato che.

Che si faceva l’alba fuori dalla discoteca, brividi di freddo e di stanchezza, gambe lunghe di giovani donne scoperte, le orecchie con la musica che rimbomba ancora, i bar con le serrande ancora chiuse, il kebab che rosola, fame chimica.

Ho sognato che.

Che ero una bambina. Che c’era un amore forte che mi circondava. Sulla sabbia bollente asciugamani sbiaditi, facce striate dal sale, residui di bagni interminabili, granelli di sabbia tra le dita, capelli umidi che profumano di salmastro, gelato che cola dal cono.

Ho sognato io e te.

L’afa fino alle dieci di sera, pizzerie stracolme, l’accento caldo della Sicilia. Aperitivi che non finivano più, Tennent’s ghiacciate su tavolini che traballavano, pelle scura e bruciata dal sole, tu che mi dici che così sono ancora più bella.

Ho sognato che.

Che si finiva di lavorare a mezzanotte, ci si infilava in auto e si andava in qualche posto a tracannare birra che faceva da sfondo a discorsi impegnati.

Ho sognato che.

Che era ferragosto, famiglia tutta unita, parenti a non finire, isola delle conchiglie. Pancetta che sfrigola sulla griglia, soppressa tagliata fine tra fette di pane fresco, piedi a mollo in acque torbide.

Ho sognato che.

Che si faceva il bagno di notte, acqua scura come petrolio, la calma della sera che regala certezze, salire in auto con i vestiti zuppi, felicità a palate.

Ho sognato che.

Che si stava sedute a parlare sul marciapiede, di fronte casa. Gelati confezionati nel freezer. Discorsi di ragazzine non ancora mature.

Ho sognato che.

Che era estate.

Che calava la notte.

Che sorridevo.

Ho sognato che d’estate si stava bene, così.

Che però erano solo ricordi a cui aggrapparsi.

Ho sognato che…

 

500 volte… Sti gran cà!

Ultimamente coi titoli sono un po’ puerile, lo ammetto, temo sia colpa del caldo che mi dà alla testa.

Inoltre non ho mai niente da dire, ogni tanto scrivo qualcosa, lo rileggo e mi dico “oddio, ma tutto sto piagni piagni, sto lamentarsi continuo, sono io, sì? Davvero?” Così mi cancello, mi autocensuro perché il mio stesso post mi dà noia e finisce con il provocarmi l’orticaria.

Che dire? Siamo arrivati a 500 “followers”, che su WordPress significa che la schiera si fa sempre più nutrita ma a leggerti sono al massimo una ventina. Il ché mi sta benissimo, dato che non si vince niente.

Ricordo che a convincermi ad aprire questo blog fu il mio ex ragazzo. Stavamo in Sicilia a fare letteralmente schifo: 24 ore di mare, macallé zeppi di crema, panini imbottiti schiacciati dalle bibite dentro la borsa frigo, ombrelloni abusivi, acqua cristallina e scogliere ripide. Beh, era una figata.

Così cominciai a riempire il blog con brevi squarci di Sicilia, pensando che sarebbe stato così per sempre, che ci sarei tornata ogni estate e avrei riportato i resoconti pallosi delle vacanze, rimpinzando il blog di cibo e di mare. Invece quella fu l’ultima estate, laggiù.

E ho provato la stessa sensazione ieri, al lavoro. C’era un gruppo di ragazze a suonare rock, stavano nel cortiletto fuori dal ristorante, finito il servizio io e i miei colleghi ci siamo fermati a bere una birra anche se il gruppo aveva già finito di suonare da un pezzo, erano le due del mattino. In quel momento ho pensato che sarebbe stato così per sempre, che forse mi andava pure bene, era la birra a pensare al mio posto, anche se era poca in fin dei conti. Ma lì per lì mi dicevo che tutto stava andando bene, che la stagione non era poi la fine del mondo e che sarebbe sempre stato così.

Questa mattina mi sono alzata nauseata, tutto lo spirito positivo di ieri se n’era andato a puttane, i miei pensieri erano di nuovo pesanti e quelli di ieri ridicoli.

Sono andata al lavoro, il titolare assegnava i turni, io dentro di me sbuffavo, fuori sudavo e annuivo.

Tuttavia potrebbe andare peggio di così, che non è una di quelle cose che mi auguro, s’intende.

Fare qualcosa mi tiene viva, nulla è eccitante, nulla è nuovo, ma potrei pensare che prima o poi qualcosa cambierà.

E quindi 500 followers di cui non conosco né nome, né faccia… Beh, grazie, eh?! : )

“Capita che mi sveglio all’alba

quando l’aria è fresca

pensando alle mie illusioni

di un’estate ormai persa…”

.

Non sono mai stata una fan sfegatata dei Linkin Park, ma li ho sempre ascoltati volentieri quando li passavano alla radio.

Ogni tanto ascoltavo qualche brano su YouTube.

Non sono una fan, dicevo. Ma qualche canzone mi è entrata sottopelle. Forse le più commerciali o che lo sono diventate nel tempo.

Oggi leggo della morte del cantante Chester Bennington. Suicida.

Mi è presa una tristezza incredibile, certo non lo conoscevo, non lo veneravo, come non venero nessun artista, ma mi dispiace.

Mi dispiace leggere soprattutto di chi lo giudica, perché era un drogato, perché era un padre.

Ma la depressione è un mostro che ti mangia dentro, chi ne soffre talvolta è un insospettabile.

Puoi avere soldi. Puoi avere affetti. Puoi avere tutto o puoi non avere un cazzo di niente.

Ma se non hai pace, se dentro ti consumi, se ingoi ogni giorno il dolore, se arrivi al limite della sopportazione puoi avere tutto, ma alzarsi è faticoso, le gambe si fanno pesanti. Puoi avere tutto, ma dentro c’è un demone con cui fare a pugni, che alla fine ti schiaccia, ti fa ammattire.

Leggere lo schifo della gente che lo giudica mi disgusta.

E provo sempre tristezza per chi arriva al limite. Non penso sia da vigliacchi, andarsene. Penso che per vivere ci voglia un gran coraggio, certo. Ma anche per morire.

Allora che dire? Solo ripetere che dispiace, perché non immagino la sofferenza e il peso che tutti si portano dentro, nascosto bene, al riparo dagli occhi degli altri.

I tried so hard
And got so far
But in the end
It doesn’t even matter
I had to fall
To lose it all
But in the end
It doesn’t even matter.

Riposa in pace.