“V” aggiorno

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(Foto da qui)

Ultimamente parlerei solo del mio lavoro. Quindi è una bella fortuna che io non abbia una gran vita sociale, così non ammorbo nessuno.

Anche perché le mie giornate iniziano presto e finiscono altrettanto presto. Alle 22 sono già kaput. Figuriamoci se ho voglia di vivere o di fare cose di quel genere.

L’unica cosa che faccio, solo perché devo, è portare le bestie a sgranchirsi, ammirare la loro gioia di vivere e fare quattro passi nel verde umidiccio della pianura padana.

C’è chi fa sport, va in palestra, se la spassa dopo l’orario di ufficio. Esseri immondi, proprio. Come cazzo fanno?

Io mi guardo qualche battaglia sanguinolenta su Netflix e poi ciao. Spengo la luce e dormo sognando il pc dell’ufficio e le cose che ho da fare.

Perché adesso ci sono dei termini da rispettare, tipo che bisogna scrivere tot cose entro un certa data. Ma capite che fino a ieri la mia unica “scadenza” era servire la birra al cliente prima che arrivassero i calamari? Insomma, non stavo certo con l’acqua al culo. O si dice alla gola?

Avevo in mente un sacco di post divertenti da scrivere per parlarvi di quanto sono stanca, delle pause caffè, di me che imbarazzata faccio domande per scrivere l’articolo e così via. Ma ogni volta che mi vengono in mente le cose o sono in doccia o sto camminando in campagna oppure me le sono sognate e quando mi metto al pc, al mio di pc, la mente si svuota e si rifiuta di collaborare.

Alle 22 io ho il cervello in pappa. Quindi questo è l’unico aggiornamento non richiesto che sono riuscita a fare.

La cosa figa è che era esattamente quello che avrei voluto fare nella vita. Ufficio, tazzona con la scritta “papà sei il mio campione”; beh, più o meno, ecco.

La seconda cosa mi sembra ovviamente impossibile, anche se al giorno d’oggi niente è più così ovvio. Comunque, se come ogni anno non sapete cosa regalarmi a Natale mi accontento di una tazza con scritto “V sei la mia campionessa”.

Grazie.

 

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Festeggiamenti

Uao.

Sono sopravvissuta – quasi indenne – al primo giorno di lavoro in ufficio!

Dico “indenne” perché alzarsi alle 6 del mattino non era nella mia routine da tempo. E sì, ditelo pure “beata te che non facevi alzatacce” e c’avete ragione, c’avete.

Mi sono alzata in realtà alle 6 e 30, facendo una colazione che avrebbe dovuto saziarmi fino le 12 e 45, ma alle 10 del mattino il mio stomaco già reclamava – a gran voce – cibo.

Ovviamente la mia borsa, come dicono le mie amiche è come quelle delle bulimiche (lo so, non si scherza sulle malattie, ma oh, l’han detto loro). In qualsiasi mia borsa c’è del cibo, aggiungete il fatto che peso 54 kg (circa) e le battute si sprecano.

Così ho mangiucchiato biscotti secchi (e tristi) alle 10 e 30, cercando di placare i borbottii del mio stomaco: vile traditor.

Avevo il mio badge, la mia scrivania, la mia sedia (comodissima) e anche una discreta dose di dignità che ero riuscita ad infilare di straforo stamani, tra un cambio di pantaloni e l’altro.

Tuttavia non ho ancora la mia postazione pc, di conseguenza mi sono girata i pollici a inizio giornata, bevendo tra l’altro ben due caffè.

Io l’azienda già la conoscevo, dato che ci ho fatto il tirocinio due estati fa. E sapete, due anni fa esatti aprii anche questo blog.

Sembra l’altro ieri che vi offrivo tramezzini al tonno e salatini stantii per festeggiare il primo anno di questo blog fantasmagorico ed ora eccomi qui, di nuovo nella stessa azienda e ancora tra queste pagine (?) a tediarvi/ deliziarvi con i miei super post sulla fase premestruale, sulle disavventure al ristorante e oggi su questa vecchia, ma nuova avventura.

Non saprei che aggiungere, a parte il fatto che dover timbrare e calcolare le ore è qualcosa che richiede una concentrazione non indifferente, soprattutto per chi, come me, non sa contare.

Ah quasi dimenticavo: lì ci sono delle birre immaginarie, se qualcuno di voi sa tramutare l’acqua in vino e si chiama Gesù qui è il benvenuto.

Con affetto, V!

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E voi, avete caldo?

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Stato d’animo attuale. 2 Broke girls da qui

Qualcuno l’ha già detto che fa caldo?

O ve l’hanno forse chiesto?

No, perché dove lavoro io non c’è l’aria condizionata, perciò servi i clienti con le gocce di sudore che ti colano dalla fronte, la gente ti guarda tra il disgustato e il compassionevole e ti domanda: “hai caldo?”.

“Sì”.

“Si vede.”

Eh, grazie al cazzo.

Non so in quale dimensione viva questa gente, eh.

Tra l’altro anche se non lavoro al Grand Hotel, ma in un ristorante alla buona immerso nel verde, non posso certo vestirmi come una Lolita “scampata da una retata”, un minimo di decoro ci vuole, ahimè.

Comunque vi confesso un segreto. Sapete perché fa tutto questo caldo?

Per colpa mia.

Sì.

Vi ricordate che qualche mese fa me la tiravo da qui a Milano dicendo “ehi, io lavorerò in ufficio con l’aria condizionata”? Ve le ricordate le mie parole, diciamolo pure… Un po’ canzonatorie nei vostri confronti? Del tipo “io posso e voi no!”?

Ecco.

La sfiga o il destino o lo stramaledetto karma che detto fra noi non ho ancora capito cosa cazzo sia esattamente, beh qualunque cosa sia ha deciso di abbattersi contro di me quest’estate.

Il destino si è fatto beffe di me!

Ho inoltre raccolto qualche perla della serata, relativa al caldo e alla mia persona:

Potreste lavorare in bikini, tanto siete giovani.

Certo, domani mi presento con la collana di fiori hawaiana, pinne ai piedi, salvagente e saluto tutti i clienti con aloha.

Ma anche tu che sei così abbronzata soffri il caldo?

Ma sticazzi, non ce li metti?

Ma anche tu che sei così abbronzata hai l’accento friulano, come mai?

Certo, bestemmio anche alla perfezione, se vuol sentire…

Ma il premio cliente d’oro estate 2017 per il momento va all’allegra famigliola che, mentre noi tutte contente ci dicevamo “ah, stasera si finisce presto”, si presenta all’uscio del ristorante alle ore 22 e qualcosa con l’aria di chi non mangia dall’estate scorsa e chiede implorante “possiamo ancora mangiare?”.

Ma vi sembra forse un ristorante, questo?

Ehm, okay, risposta sbagliata.

Ma certo, accomodatevi pure pezzi di… Pane. Gradite del pane? Prego, da questa parte e mi raccomando vedete di cenare in fretta e furia che ho anche io una vita, più o meno… Ehm, signori, gradite un caffè, un dolce, un sorbetto? Maledetti infami, che stanno in ferie e non hanno un cazzo da fare e vengono a cena all’ultimo momento… È stato un piacere, signori. Buona serata, a mai pi… Ehm, arrivederci, signori.

A proposito, voi avete caldo?

 

Una fetta di culo

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Signore alla cassa:

“Non sono per niente contento, sa? Noi veniamo sempre a mangiare qui, ma questa sera non sono per niente contento”.

Ah, ma davvero? Non è per niente contento? Lo sa che anche per me è domenica sera, grandissima testa di cazzo che non è altro? Solo che a differenza sua è tutto il giorno che sono in piedi per servire e riverire le teste di cazzo come lei? Non è contento? Sa quanto sono contenta io, invece? Che mi devo sorbire la stagione pagata a nero quando ero convinta che avrei finalmente avuto un lavoro vero, senza bambini urlanti che corrono per la sala mentre tu sei lì col vassoio e le bevande traballanti e questi bambini cagacazzi ti fermano perché vogliono chiacchierare con te?

Mi fingo dispiaciuta, assumo un’espressione contrita, quasi costernata, lo guardo e gli dico: mi dispiace signore, che cosa è successo?

“Eh, ho chiesto il conto e nessuno me l’ha mai portato! E adesso, e adesso mi dica quanto devo pagare”.

Coglione.

“Ah e un’altra cosa. A me è stato portato il pane! Mentre i vicini di tavolo avevano i grissini! Anche io volevo i grissini!”

Oh mamma mia! Che ingiustizia! Che affronto! Che malignità! Come farà a dormire sonni tranquilli dopo un simile sopruso?

(Chiedere a una cameriera/cameriere di farsi portare due grissini merdosi era troppo, ma troppo impegnativo).

Caro signor, oltre al pane, alla cena, alle bevande, ai nostri sorrisi non certamente scontati, alla nostra gentilezza, cosa voleva? Anche una fetta del mio culo? 

Invece…

“Signore, sono tot euro e cinquanta. Posso offrirle un limoncello?”.

Posso anche sputarci dentro, se lo desidera.

“Ah, quello lo accetto volentieri, sì”.

Ma non l’avrei mai e poi mai detto! Invece sa dove può mettersi i famosi grissini del vicino?

“Ecco qua signore, buona serata e grazie”. Sorrido gentile, augurandogli le 10 piaghe d’Egitto.

E un vaffanculo, di cuore.

Una signora mi guarda e con gentilezza e un certo tatto mi dice “coraggio, cara, manca poco alla fine dell’estate”.

Avrei potuto abbracciarla singhiozzando senza ritegno.

 

 

Peli e riflessioni

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Uguale…

Mentre facevo la doccia e intanto mi passavo il rasoio lady sulle gambe, che non fai in tempo a finire una gamba e cominciare a depilare l’altra che i peli sono già ricresciuti… Che poi si sa, quando una donna decide di levarsi i peli significa che… Ah, no. Questa stronzata del taglio nuovo, vita nuova, vale per i capelli.  Anche perché i peli una è costretta a togliersi spesso, si sa che la società non perdona.

Per la cronaca: ho tagliato pure i capelli.

Dicevo, mentre mi depilavo canticchiando motivetti estivi, come se fossi una di quelle fastidiose persone che non aspettano altro che arrivi l’estate per sentirsi felice e tutto quanto. Ma per cortesia. Io odio l’estate. Gente mezza nuda, appiccicaticcia, finire il turno e arrivare alle sagre quando i musicisti sono già andati a dormire e le friggitrici sono già state nettate.

Dai su, l’estate è per mentecatti. E per i giovani.

Insomma, quest’estate farò una stagione ridotta, ecco tutto.

A luglio o giù di lì, comincio a lavorare sul serio. Con un contratto vero. In un ufficio (dove ho fatto il tirocinio nel 2015) con l’aria condizionata, la macchinetta del caffè nei sotterranei, gente over 50 e cose di questo genere.

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Niente più clienti rompicoglioni da deridere assieme alle colleghe. Niente più birretta dopo il turno di lavoro seduta sul bancone. Niente più se finiamo presto andiamo a bere una roba? 

Cambierà tutto. La mia vita cambierà e non so se in peggio o in meglio. Beh, stipendio corposo a parte.

Il fatto è che non avrei dovuto dirlo, perché non è ancora una cosa super certa. Però non ho resistito. L’ho già detto a un’amica. Che l’ha detto a un’altra amica. E via così…

E stamani dal medico mi sono uscite le parole di bocca prima che potessi accorgermene. Ehm, mentre parlavo con la pettegola del paese.

Ma ciao cara V. Complimenti per la laurea. Tutto bene? E adesso che fai?

Merda. Ma chi ha voglia di dire alla pettegola del paese che dopo 5 anni di università stai ancora a servire calamari fritti?

E così, prima che lei cominciasse a parlarmi del suo figlio prodigio (è effettivamente un prodigio) ho sparato tutte le mie cartucce, incapace di trattenere un sorrisetto piuttosto soddisfatto.

Nel caso in cui sta cosa non andasse in porto emigrerò e ciao.

Che poi a me piacciono le scene in cui la gente cambia ufficio. E hanno i portapenne, le foto del figlio, le scartoffie. E infilano tutta la vita d’ufficio in una scatola e se ne vanno altrove.

Io non ho niente. Non è che posso presentarmi lì con la polo puzzolente arancione del ristorante, infilata in uno scatolone, come segno della mia vita lavorativa passata.

Non so, mi pare poco pertinente, ecco.

Comunque me la sto facendo sotto dalla paura, questo è quanto.

 

Prom

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A quanto pare questa sera si terrà la cosiddetta “cena di matura”. Ossia, la cena dei maturandi. L’ultima cena prima della vita vera. Che fa quasi schifo quanto il liceo, sappiatelo. Forse un po’ meno. Giusto un pizzichino. Ma non pensate che diventerete grandi così di colpo. No. Sarete disoccupati o lavorerete a nero, che è la stessa cosa. Perderete altri cinque anni della vostra (inutile) esistenza a studiare ancora e ancora e ancora. E poi? Beh, poi comincia la vita vera. Ma non era già iniziata? Più o meno. Sinceramente io alla fase vita vera non ci sono ancora arrivata. Ma sono quasi certa che farà schifo quanto il liceo e l’università. Forse un po’ meno. Giusto un pizzichino.

Ma non sono certo qui per continuare ad incoraggiarvi, bensì per ricordare la mia fantastica cena di matura. Quando avevo diciannove anni ed ero giovane. Frequentavo il liceo linguistico con una nutrita schiera di “dame” ed era, beh… L’inferno. Ma ora che sono passati parecchi anni, che sono ormai donna di mondo e di esperienza, sto cominciando a superare quel trauma.

Ah, la cena di matura… La nostra classe si credeva la migliore di tutte, di conseguenza bisognava seguire scrupolosamente un dress code. Banditi shorts e canotte: roba da sciattone dell’istituto professionale. Noi liceali dovevamo mantenere un certo decoro e consegnare al mondo un’immagine che rasentasse come minimo la perfezione. Questo valeva anche per i “diciottesimi”. Molte delle mie compagne recapitavano a mano gli inviti, le aristocratiche invece li facevano consegnare da un lacchè o dalla filippina. I diciottesimi si festeggiavano all’interno di sontuosi alberghi con un menu deciso dal papa in persona. Consigliato l’abito scuro.

Noi figlie di operai – cresciute a pane raffermo e a suon di “Bella ciao” – ci limitavamo ad un semplice sms inoltrato a tutta la classe con luogo e ora della festa. Quattro pasticcini presi al discount e vodka a volontà nel locale a ingresso libero del paesino. Mica pizza e fichi.

Ma, dicevo: la mia cena di matura. Ricordo che pregai mia madre di aiutarmi a cercare un abito per la grande soirée. La commessa mi propose un abito da ggiovani verde petrolio, che donava terribilmente al mio favoloso incarnato. D’altra parte a me dona qualsiasi cosa, ma non sono certo qui per fare troppo la modesta. Mia madre mi fece pure i boccoli ai capelli. Sfoggiai inoltre uno smalto rosso fuoco. In pratica somigliavo sempre più a una prostituta messicana coi capelli alla Bollywood; ma che dico? Io sono sempre stata un sacco bon ton.

La mia classe – reduce dell’esperienza americana di qualche anno prima – sembrava pronta per il prom.

La cena si consumò in un ristorante di lusso e la serata proseguì in una discoteca molto in voga della zona. Che era presa d’assalto da moltissimi altri maturandi, tra i quali quelli poco raccomandabili e comunisti dell’istituto d’arte, assolutamente mal visto dalla nostra scuola di belle presenze. Ovviamente all’istituto d’arte ci andava la mia migliore amica. Insieme ci prendemmo una sbronza colossale, rubammo una bottiglia , anzi tecnicamente la rubò la mia amica e io le feci da spalla, così ci beccarono dopo mezzo secondo (quello fu il mio primo e ultimo atto criminale, fatta eccezione per il furto di un pacchetto di  Morositas all’asilo) e finimmo nelle stanze della tortura della discoteca. O forse erano dei semplici uffici. Qualcosa del genere.

Io continuavo a ridere, dopodiché convinta che sarei finita in galera cominciai a piangere. Risultato? Mascara ovunque.

Fu una serata pazzesca, da quel che ricordo. La mattina era previsto il rientro nella città che ospitava la scuola per maltrattare quelli delle classi inferiori (ehm, della scuola dico). Io ero talmente distrutta che anziché imbrattare gli sbarbatelli con uova e farina presi la prima corriera che passava e tornai a casa a farmi una bella dormita.

La cena di matura è un’esperienza che ti rimane nel cuore. Un’esperienza che vi cambia la vita, letteralmente.

Vi sto scrivendo dalla cella della discoteca, tra qualche anno dovrei finire di scontare la mia (ingiusta) pena.

2,40 € di mancia

Ieri fantasticavo su cosa avrei potuto fare coi 2 euro e 40 centesimi di mancia che ho ricevuto, frutto di una domenica alquanto impegnativa.

Frutto di domande come: sei colombiana?

No.

Guarda che mica solo le italiane sono belle ragazze, sai? Anche le colombiane.

Guardi, non lo metto in dubbio, ma…

Sono proprio belle.

Ok.

Pensavo beh… Potrei comprarmici un paio di caramelle sfuse, un quadernino, un viaggio alle Hawaii…

Sparecchiavo e intanto mi beavo di quel ricco bottino. Insomma, ero una ragazza spensierata, una ragazza come tante, che ha sogni nel cassetto e robe del genere.

Poi oggi mi è successa una cosa a dir poco traumatica. Stavo dietro al banco del ristorante e preparavo i caffè per una decina di operai che lo aspettavano appoggiati al banco, chiacchierando fra loro.

A una certa mentre servivo i caffè canticchiando come Julie Andrews…

When the dog bites
When the bee stings
When I’m feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don’t feel so baaaad…

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Ecco arrivare il Bulldog inglese della figlia della titolare: un cane infoiato e tutto muscoli. Mi sbarra la strada e si appiccica alla mia gamba, dandoci dentro come un forsennato.

Io, donna di innata eleganza e gran portamento, cerco di scrollarmelo di dosso… Ma provate voi a dire di no a un maledettissimo Bulldog.

Intanto, mentre gli operai partivano con i cori da stadio incitando la bestia di Satana che non mollava la presa, tenevo in bilico i caffè, sperando di morire in quel momento, risucchiata dal pavimento.

Simulando indifferenza chiedevo lei lo voleva corretto, sì?

Ah, quel cane sa il fatto suo. Un fenomeno.

Il mio lunedì è iniziato davvero in un modo favoloso.

Con quei 2 euro e 40 di mancia andrò a comprarmi un kg di dignità.

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Bestia di Satana.

Cookies da V: ricetta di Mela

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Qualche personalità di spicco che sfoglia il mio blog con noncuranza sgranocchiando i miei cookies.

In un’uggiosa giornata di maggio scrissi un post sui miei cookies mal riusciti e la mia carissima amica di blog (niente, non riesco a schiodarmi da sto “amici di blog”) Mela Sbacata venne in mio soccorso con una favolosa ricetta dei suoi cookies.

Voglio dunque ringraziarla perché i biscotti sono venuti buonissimi: burrosi e dolci al punto giusto, ma non stucchevoli. Poi io amo qualsiasi biscotto a base di burro, una volta sostituii il burro con l’olio di semi… E mi sentii persa.

Mela quando parla di cucina scrive cose come questa (Lo zen e l’arte di preparar biscotti). Insomma, è un piacere leggerla pure quando ti spiega il procedimento di una ricetta.

Comunque mi chiedevo perché a me riesca tutto male, esteticamente. Mi auguro non mi venga mai in mente di fare un bambin. Nel caso in cui venga male pure lui, beh: lo cospargerò di zucchero a velo.

Ma bando alle ciance…  Vi presento i miei (brutti), ma buoni cookies, ma ora, intendiamoci: i cookies di loro sono brutti. Volete dirmi che i cookies che vende Starbucks sono più belli dei miei? Non rispondete.

Grazie Mela!!!

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Telefilm VS Realtà

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Liceali quarantenni di Beverly Hills.

Oggi copio spudoratamente il buon Zeus del blog Music For Travelers, che ha scritto un post esilarante intitolato: L’infanzia ha rovinato l’età adulta a tutti. Ovvero sia, i telefilm che ti hanno maltrattato i sogni.

E quindi ringraziandolo per l’idea fighissima, che lui a sua volta ha preso da qui, (dato che mi drogo di telefilm e che ho sempre sognato una casetta con la piscina e il maggiordomo), sono lieta di presentarvi “telefilm contro realtà”. Vi invito a “rubare” la mia idea rubata e a modificarla a vostro piacimento, pregandovi però di citare la fonte, ossia l’amico di blog (che fa molto terza elementare) Zeus.

Iniziamo.

La scuola nei telefilm:

Nei telefilm gli studenti americani si svegliano felici e contenti e si ingozzano di frittata e bacon, che gli tornerà su per il resto della giornata, a pranzo un panino col burro d’arachidi al volo e poi… Non ci vedono più dalla fame. E il bello è che gli americani sono iperattivi di merda, quelli dopo la scuola fanno volontariato, recitano in qualche musical, fanno una partitina veloce veloce a pallanuoto, bullizzano qualche tizio con gli occhiali, infilano i libri intonsi nell’armadietto, fanno il turno di notte al cinema o dal benzinaio, non dormono e poi sono pronti per iniziare un’altra giornata di scuola. Che cosa facciano esattamente a scuola oltre a sollazzarsi in caffetteria (dove c’è il flipper e puoi pure giocare d’azzardo) e ad aiutare l’ennesimo tizio nuovo con la combinazione dell’armadietto io non l’ho davvero capito… Tuttavia per loro la scuola è un incubo.

La scuola nella realtà:

Ti alzi dal letto dopo aver posticipato la sveglia per una ventina di volte, fino alle 7 meno cinque circa. A quell’ora passa giusto la corriera e così non fai altro che scendere dal letto, infilarti i vestiti sopra al pigiama, piangere se avanza un minuto scarso e salire in corriera.

La scuola non ha praticamente nulla. Non ha manco classi sufficienti per ospitare tutti gli alunni, tant’è che quando l’abbandoni c’è il rischio che altri studenti ti rubino le sedie. E il portafoglio. Il bar non è altro che un tavolino dove sono disposte barrette Galak e merendine e a servirti è un tizio che oltre a fare il barista è anche il bidello della scuola e ti insegna pure educazione fisica.

Lo sport nei telefilm:

Se sei maschio: baseball, basketball, pallanuoto, polo, cricket, football, wrestling, boxe e chi più ne ha più ne metta.

Se sei femmina e sei abbastanza figa diventerai una cheerleader. Se sei un cesso ti emargineranno e probabilmente frequenterai un corso avanzato di poesia comparata tra Shakespeare e Catullo, sarai sicuramente anche un genio della fisica quantistica, ma tutto questo non solo ti renderà inchiavabile agli occhi di tutti, ma non ti permetterà manco di entrare nelle università più prestigiose, dato che negli sport sei una pippa.

Lo sport nella realtà:

Se sei maschio: calcio.

Se sei femmina: pallavolo o danza.

In entrambi i casi non diventerai una star. Ma giocherai al campetto con gli amici per il resto dei tuoi giorni. Ammesso che tu di amici ne abbia.

L’amore nei telefilm:

Se sei intelligente e capace e probabilmente non sei manco così brutta, sei socialmente impegnata e lotti per i diritti delle donne… Sì, se sei così ti prenderai una mostruosa cotta per il misogino capitano della squadra di Hockey, mandando a puttane tutti i tuoi ammirevoli principi morali. Quello prima si passa tutta la squadra delle cheerleader, poi si accorge che nella vita c’è altro, che forse con una ripulita veloce veloce non sei poi così inguardabile… E bam! Cadrà ai tuoi piedi. Tu diventerai la regina delle stronze, mollerai gli studi e insieme sfornerete tanti piccoli americani.

L’amore nella realtà:

Se sei intelligente e capace bla bla. Ti prenderai una cotta per bla bla. Solo che quello non ti si fila, ti friendzona e si farà pure la tua migliore amica. True story.

Il cibo nei telefilm:

Nei telefilm gli americani ordinano quintali di cibo take away che ovviamente si fanno consegnare a casa, dato che hanno il culo pesantissimo. Il loro principale problema del giorno è se ordinare la pizza o al thailandese.

Il cibo arriva, loro lo tolgono dai contenitori, tu sei lì che fissi la scena con la bava alla bocca… Quelli hanno soggiorni elegantissimi e cucine attrezzatissime, ma si siedono a mangiare sul pavimento come i cani. Eccoli, finalmente stanno per portarsi alla bocca i deliziosi ravioli al vapore… Squilla il telefono. Caos generale. Tutti si alzano. Il cibo rimane lì, a terra, intatto. La settimana dopo il figlio americano cretino intento a scolarsi il latte direttamente dal cartone annuncia che il frigo è pieno di avanzi del cinese… Ma che bella notizia!!! Muori MALE.

Il cibo nella realtà ITALIANA:

Dai, c’è davvero bisogno di dire qualcosa?

La vie en rose (?)

amelie-bambinaAmmetto che la storia del francese mi ha sempre resa una bambina un po’ speciale.

Di quelle bambine che hanno tante belle storielle da raccontare, che c’hanno i parenti che vengono dalla Francia e non dal Sud Italia, come di solito capita. E quindi non ti portano schiacciate pugliesi, capperi sotto sale e pomodori secchi, no, ma potrebbero portarti gli insulsi macarons e qualche croissant dalla loro haute patisserie.

Ma niente allarmismi perché nessun parente franscese è giunto dalla banlieu parigina carico di doni, al massimo venivano ai funerali e piantavano le tende a casa nostra per una settimana buona, saccheggiandoci il frigo e vagando per le ostili campagne friulane implorandoci di accompagnarli a visitare qualche cantina… Già.

E poi che dire di mia madre che una cosa sola doveva fare… Parlarmi francese e crescermi come una vanitosa e saccente bilingue, così sarei potuta finire à Paris, immersa nella vasca come Eva Green a fumare sigarette lunghe e a ubriacarmi con del vino rosso assieme al mio incestuoso fratello e quel viscidone di Michael Pitt… Ah no scusate, quella è la trama dei Sognatori di Bertolucci. Ah, detto fra noi, è un film inutile, a tratti pietoso, a meno che non vogliate guardarvi le tette della Green evitatelo… Ma che ve lo dico a fa? NESSUNO vuole vedere le zinne di Tizia Green.

Dicevo, eccomi, una friulana che ha perso l’occasione di essere una parisienne dall’aria imbronciata, che passeggia ammirando le vetrine dei grandi magazzini de LaFayette… Sigh.

Infatti non è andata proprio così. La vasca non la faccio proprio, al massimo guardo le bancarelle del mercato anche se l’ultima volta che ci ho messo piede stampavano ancora Monella Vagabonda sulle mutande.

Ma oggi eccomi a cercare ricette per la biologica nocciolata e mi imbatto in una ricetta franscese dei cookies americani… Ah! Ma ho tutto l’occorrente in casa! Per i miei cukìs dal coeur fondant.

Ascolto la voce della signora française elencare gli ingredienti, il procedimento… Comme on dit? La procédure.

Ed eccola pronunciare “bicarbonato”, proprio così. Bla bla bla de café Bicarbonatò… Cazzo ha detto? Mezza tazzina di caffè di Bicarbonato?

Oui, oui. C’est ça!

E dunque eccomi a ficcare mezza tazzina di bicarbonato nell’impasto con ardore e una certa convinzione… Et voilà…  I miei cookies ripieni di nocciolata sono F A V O L O S I.

Ne assaggio uno e per poco non lo sputo, presa dal mood da sceneggiata… MERDE. M E R D E en français, come dice la mia adorata maman.

Il bicarbonato ha preso il sopravvento e dire che era solo mezza tazzina. Ma come è possibile, porca putain? Oh, quel dommage!

Sti francesi del beep non sanno manco fare una ricetta così banale? E dire che se la tirano un casino per la loro cuisine. Poi faccio un bel respiro, ricordandomi che la mia famiglia è metà francese.

Guardo nuovamente il video, coeur fondant,.. “une demie cuillère à cafè de Bicarbonatò”.

Mezzo cucchiaino da caffè di bicarbonato.

CHE COOOOSA?

Come cazzo ho fatto a capire mezza tazzina di caffè?

Butto i miei fantastici cookies al bicarbonato nella pattumiera e bestemmio, da buona franscese.

Non, rien de rien, non, je ne regrette rien!