Peli e riflessioni

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Uguale…

Mentre facevo la doccia e intanto mi passavo il rasoio lady sulle gambe, che non fai in tempo a finire una gamba e cominciare a depilare l’altra che i peli sono già ricresciuti… Che poi si sa, quando una donna decide di levarsi i peli significa che… Ah, no. Questa stronzata del taglio nuovo, vita nuova, vale per i capelli.  Anche perché i peli una è costretta a togliersi spesso, si sa che la società non perdona.

Per la cronaca: ho tagliato pure i capelli.

Dicevo, mentre mi depilavo canticchiando motivetti estivi, come se fossi una di quelle fastidiose persone che non aspettano altro che arrivi l’estate per sentirsi felice e tutto quanto. Ma per cortesia. Io odio l’estate. Gente mezza nuda, appiccicaticcia, finire il turno e arrivare alle sagre quando i musicisti sono già andati a dormire e le friggitrici sono già state nettate.

Dai su, l’estate è per mentecatti. E per i giovani.

Insomma, quest’estate farò una stagione ridotta, ecco tutto.

A luglio o giù di lì, comincio a lavorare sul serio. Con un contratto vero. In un ufficio (dove ho fatto il tirocinio nel 2015) con l’aria condizionata, la macchinetta del caffè nei sotterranei, gente over 50 e cose di questo genere.

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Niente più clienti rompicoglioni da deridere assieme alle colleghe. Niente più birretta dopo il turno di lavoro seduta sul bancone. Niente più se finiamo presto andiamo a bere una roba? 

Cambierà tutto. La mia vita cambierà e non so se in peggio o in meglio. Beh, stipendio corposo a parte.

Il fatto è che non avrei dovuto dirlo, perché non è ancora una cosa super certa. Però non ho resistito. L’ho già detto a un’amica. Che l’ha detto a un’altra amica. E via così…

E stamani dal medico mi sono uscite le parole di bocca prima che potessi accorgermene. Ehm, mentre parlavo con la pettegola del paese.

Ma ciao cara V. Complimenti per la laurea. Tutto bene? E adesso che fai?

Merda. Ma chi ha voglia di dire alla pettegola del paese che dopo 5 anni di università stai ancora a servire calamari fritti?

E così, prima che lei cominciasse a parlarmi del suo figlio prodigio (è effettivamente un prodigio) ho sparato tutte le mie cartucce, incapace di trattenere un sorrisetto piuttosto soddisfatto.

Nel caso in cui sta cosa non andasse in porto emigrerò e ciao.

Che poi a me piacciono le scene in cui la gente cambia ufficio. E hanno i portapenne, le foto del figlio, le scartoffie. E infilano tutta la vita d’ufficio in una scatola e se ne vanno altrove.

Io non ho niente. Non è che posso presentarmi lì con la polo puzzolente arancione del ristorante, infilata in uno scatolone, come segno della mia vita lavorativa passata.

Non so, mi pare poco pertinente, ecco.

Comunque me la sto facendo sotto dalla paura, questo è quanto.

 

Prom

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A quanto pare questa sera si terrà la cosiddetta “cena di matura”. Ossia, la cena dei maturandi. L’ultima cena prima della vita vera. Che fa quasi schifo quanto il liceo, sappiatelo. Forse un po’ meno. Giusto un pizzichino. Ma non pensate che diventerete grandi così di colpo. No. Sarete disoccupati o lavorerete a nero, che è la stessa cosa. Perderete altri cinque anni della vostra (inutile) esistenza a studiare ancora e ancora e ancora. E poi? Beh, poi comincia la vita vera. Ma non era già iniziata? Più o meno. Sinceramente io alla fase vita vera non ci sono ancora arrivata. Ma sono quasi certa che farà schifo quanto il liceo e l’università. Forse un po’ meno. Giusto un pizzichino.

Ma non sono certo qui per continuare ad incoraggiarvi, bensì per ricordare la mia fantastica cena di matura. Quando avevo diciannove anni ed ero giovane. Frequentavo il liceo linguistico con una nutrita schiera di “dame” ed era, beh… L’inferno. Ma ora che sono passati parecchi anni, che sono ormai donna di mondo e di esperienza, sto cominciando a superare quel trauma.

Ah, la cena di matura… La nostra classe si credeva la migliore di tutte, di conseguenza bisognava seguire scrupolosamente un dress code. Banditi shorts e canotte: roba da sciattone dell’istituto professionale. Noi liceali dovevamo mantenere un certo decoro e consegnare al mondo un’immagine che rasentasse come minimo la perfezione. Questo valeva anche per i “diciottesimi”. Molte delle mie compagne recapitavano a mano gli inviti, le aristocratiche invece li facevano consegnare da un lacchè o dalla filippina. I diciottesimi si festeggiavano all’interno di sontuosi alberghi con un menu deciso dal papa in persona. Consigliato l’abito scuro.

Noi figlie di operai – cresciute a pane raffermo e a suon di “Bella ciao” – ci limitavamo ad un semplice sms inoltrato a tutta la classe con luogo e ora della festa. Quattro pasticcini presi al discount e vodka a volontà nel locale a ingresso libero del paesino. Mica pizza e fichi.

Ma, dicevo: la mia cena di matura. Ricordo che pregai mia madre di aiutarmi a cercare un abito per la grande soirée. La commessa mi propose un abito da ggiovani verde petrolio, che donava terribilmente al mio favoloso incarnato. D’altra parte a me dona qualsiasi cosa, ma non sono certo qui per fare troppo la modesta. Mia madre mi fece pure i boccoli ai capelli. Sfoggiai inoltre uno smalto rosso fuoco. In pratica somigliavo sempre più a una prostituta messicana coi capelli alla Bollywood; ma che dico? Io sono sempre stata un sacco bon ton.

La mia classe – reduce dell’esperienza americana di qualche anno prima – sembrava pronta per il prom.

La cena si consumò in un ristorante di lusso e la serata proseguì in una discoteca molto in voga della zona. Che era presa d’assalto da moltissimi altri maturandi, tra i quali quelli poco raccomandabili e comunisti dell’istituto d’arte, assolutamente mal visto dalla nostra scuola di belle presenze. Ovviamente all’istituto d’arte ci andava la mia migliore amica. Insieme ci prendemmo una sbronza colossale, rubammo una bottiglia , anzi tecnicamente la rubò la mia amica e io le feci da spalla, così ci beccarono dopo mezzo secondo (quello fu il mio primo e ultimo atto criminale, fatta eccezione per il furto di un pacchetto di  Morositas all’asilo) e finimmo nelle stanze della tortura della discoteca. O forse erano dei semplici uffici. Qualcosa del genere.

Io continuavo a ridere, dopodiché convinta che sarei finita in galera cominciai a piangere. Risultato? Mascara ovunque.

Fu una serata pazzesca, da quel che ricordo. La mattina era previsto il rientro nella città che ospitava la scuola per maltrattare quelli delle classi inferiori (ehm, della scuola dico). Io ero talmente distrutta che anziché imbrattare gli sbarbatelli con uova e farina presi la prima corriera che passava e tornai a casa a farmi una bella dormita.

La cena di matura è un’esperienza che ti rimane nel cuore. Un’esperienza che vi cambia la vita, letteralmente.

Vi sto scrivendo dalla cella della discoteca, tra qualche anno dovrei finire di scontare la mia (ingiusta) pena.

2,40 € di mancia

Ieri fantasticavo su cosa avrei potuto fare coi 2 euro e 40 centesimi di mancia che ho ricevuto, frutto di una domenica alquanto impegnativa.

Frutto di domande come: sei colombiana?

No.

Guarda che mica solo le italiane sono belle ragazze, sai? Anche le colombiane.

Guardi, non lo metto in dubbio, ma…

Sono proprio belle.

Ok.

Pensavo beh… Potrei comprarmici un paio di caramelle sfuse, un quadernino, un viaggio alle Hawaii…

Sparecchiavo e intanto mi beavo di quel ricco bottino. Insomma, ero una ragazza spensierata, una ragazza come tante, che ha sogni nel cassetto e robe del genere.

Poi oggi mi è successa una cosa a dir poco traumatica. Stavo dietro al banco del ristorante e preparavo i caffè per una decina di operai che lo aspettavano appoggiati al banco, chiacchierando fra loro.

A una certa mentre servivo i caffè canticchiando come Julie Andrews…

When the dog bites
When the bee stings
When I’m feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don’t feel so baaaad…

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Ecco arrivare il Bulldog inglese della figlia della titolare: un cane infoiato e tutto muscoli. Mi sbarra la strada e si appiccica alla mia gamba, dandoci dentro come un forsennato.

Io, donna di innata eleganza e gran portamento, cerco di scrollarmelo di dosso… Ma provate voi a dire di no a un maledettissimo Bulldog.

Intanto, mentre gli operai partivano con i cori da stadio incitando la bestia di Satana che non mollava la presa, tenevo in bilico i caffè, sperando di morire in quel momento, risucchiata dal pavimento.

Simulando indifferenza chiedevo lei lo voleva corretto, sì?

Ah, quel cane sa il fatto suo. Un fenomeno.

Il mio lunedì è iniziato davvero in un modo favoloso.

Con quei 2 euro e 40 di mancia andrò a comprarmi un kg di dignità.

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Bestia di Satana.

Cookies da V: ricetta di Mela

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Qualche personalità di spicco che sfoglia il mio blog con noncuranza sgranocchiando i miei cookies.

In un’uggiosa giornata di maggio scrissi un post sui miei cookies mal riusciti e la mia carissima amica di blog (niente, non riesco a schiodarmi da sto “amici di blog”) Mela Sbacata venne in mio soccorso con una favolosa ricetta dei suoi cookies.

Voglio dunque ringraziarla perché i biscotti sono venuti buonissimi: burrosi e dolci al punto giusto, ma non stucchevoli. Poi io amo qualsiasi biscotto a base di burro, una volta sostituii il burro con l’olio di semi… E mi sentii persa.

Mela quando parla di cucina scrive cose come questa (Lo zen e l’arte di preparar biscotti). Insomma, è un piacere leggerla pure quando ti spiega il procedimento di una ricetta.

Comunque mi chiedevo perché a me riesca tutto male, esteticamente. Mi auguro non mi venga mai in mente di fare un bambin. Nel caso in cui venga male pure lui, beh: lo cospargerò di zucchero a velo.

Ma bando alle ciance…  Vi presento i miei (brutti), ma buoni cookies, ma ora, intendiamoci: i cookies di loro sono brutti. Volete dirmi che i cookies che vende Starbucks sono più belli dei miei? Non rispondete.

Grazie Mela!!!

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Telefilm VS Realtà

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Liceali quarantenni di Beverly Hills.

Oggi copio spudoratamente il buon Zeus del blog Music For Travelers, che ha scritto un post esilarante intitolato: L’infanzia ha rovinato l’età adulta a tutti. Ovvero sia, i telefilm che ti hanno maltrattato i sogni.

E quindi ringraziandolo per l’idea fighissima, che lui a sua volta ha preso da qui, (dato che mi drogo di telefilm e che ho sempre sognato una casetta con la piscina e il maggiordomo), sono lieta di presentarvi “telefilm contro realtà”. Vi invito a “rubare” la mia idea rubata e a modificarla a vostro piacimento, pregandovi però di citare la fonte, ossia l’amico di blog (che fa molto terza elementare) Zeus.

Iniziamo.

La scuola nei telefilm:

Nei telefilm gli studenti americani si svegliano felici e contenti e si ingozzano di frittata e bacon, che gli tornerà su per il resto della giornata, a pranzo un panino col burro d’arachidi al volo e poi… Non ci vedono più dalla fame. E il bello è che gli americani sono iperattivi di merda, quelli dopo la scuola fanno volontariato, recitano in qualche musical, fanno una partitina veloce veloce a pallanuoto, bullizzano qualche tizio con gli occhiali, infilano i libri intonsi nell’armadietto, fanno il turno di notte al cinema o dal benzinaio, non dormono e poi sono pronti per iniziare un’altra giornata di scuola. Che cosa facciano esattamente a scuola oltre a sollazzarsi in caffetteria (dove c’è il flipper e puoi pure giocare d’azzardo) e ad aiutare l’ennesimo tizio nuovo con la combinazione dell’armadietto io non l’ho davvero capito… Tuttavia per loro la scuola è un incubo.

La scuola nella realtà:

Ti alzi dal letto dopo aver posticipato la sveglia per una ventina di volte, fino alle 7 meno cinque circa. A quell’ora passa giusto la corriera e così non fai altro che scendere dal letto, infilarti i vestiti sopra al pigiama, piangere se avanza un minuto scarso e salire in corriera.

La scuola non ha praticamente nulla. Non ha manco classi sufficienti per ospitare tutti gli alunni, tant’è che quando l’abbandoni c’è il rischio che altri studenti ti rubino le sedie. E il portafoglio. Il bar non è altro che un tavolino dove sono disposte barrette Galak e merendine e a servirti è un tizio che oltre a fare il barista è anche il bidello della scuola e ti insegna pure educazione fisica.

Lo sport nei telefilm:

Se sei maschio: baseball, basketball, pallanuoto, polo, cricket, football, wrestling, boxe e chi più ne ha più ne metta.

Se sei femmina e sei abbastanza figa diventerai una cheerleader. Se sei un cesso ti emargineranno e probabilmente frequenterai un corso avanzato di poesia comparata tra Shakespeare e Catullo, sarai sicuramente anche un genio della fisica quantistica, ma tutto questo non solo ti renderà inchiavabile agli occhi di tutti, ma non ti permetterà manco di entrare nelle università più prestigiose, dato che negli sport sei una pippa.

Lo sport nella realtà:

Se sei maschio: calcio.

Se sei femmina: pallavolo o danza.

In entrambi i casi non diventerai una star. Ma giocherai al campetto con gli amici per il resto dei tuoi giorni. Ammesso che tu di amici ne abbia.

L’amore nei telefilm:

Se sei intelligente e capace e probabilmente non sei manco così brutta, sei socialmente impegnata e lotti per i diritti delle donne… Sì, se sei così ti prenderai una mostruosa cotta per il misogino capitano della squadra di Hockey, mandando a puttane tutti i tuoi ammirevoli principi morali. Quello prima si passa tutta la squadra delle cheerleader, poi si accorge che nella vita c’è altro, che forse con una ripulita veloce veloce non sei poi così inguardabile… E bam! Cadrà ai tuoi piedi. Tu diventerai la regina delle stronze, mollerai gli studi e insieme sfornerete tanti piccoli americani.

L’amore nella realtà:

Se sei intelligente e capace bla bla. Ti prenderai una cotta per bla bla. Solo che quello non ti si fila, ti friendzona e si farà pure la tua migliore amica. True story.

Il cibo nei telefilm:

Nei telefilm gli americani ordinano quintali di cibo take away che ovviamente si fanno consegnare a casa, dato che hanno il culo pesantissimo. Il loro principale problema del giorno è se ordinare la pizza o al thailandese.

Il cibo arriva, loro lo tolgono dai contenitori, tu sei lì che fissi la scena con la bava alla bocca… Quelli hanno soggiorni elegantissimi e cucine attrezzatissime, ma si siedono a mangiare sul pavimento come i cani. Eccoli, finalmente stanno per portarsi alla bocca i deliziosi ravioli al vapore… Squilla il telefono. Caos generale. Tutti si alzano. Il cibo rimane lì, a terra, intatto. La settimana dopo il figlio americano cretino intento a scolarsi il latte direttamente dal cartone annuncia che il frigo è pieno di avanzi del cinese… Ma che bella notizia!!! Muori MALE.

Il cibo nella realtà ITALIANA:

Dai, c’è davvero bisogno di dire qualcosa?

La vie en rose (?)

amelie-bambinaAmmetto che la storia del francese mi ha sempre resa una bambina un po’ speciale.

Di quelle bambine che hanno tante belle storielle da raccontare, che c’hanno i parenti che vengono dalla Francia e non dal Sud Italia, come di solito capita. E quindi non ti portano schiacciate pugliesi, capperi sotto sale e pomodori secchi, no, ma potrebbero portarti gli insulsi macarons e qualche croissant dalla loro haute patisserie.

Ma niente allarmismi perché nessun parente franscese è giunto dalla banlieu parigina carico di doni, al massimo venivano ai funerali e piantavano le tende a casa nostra per una settimana buona, saccheggiandoci il frigo e vagando per le ostili campagne friulane implorandoci di accompagnarli a visitare qualche cantina… Già.

E poi che dire di mia madre che una cosa sola doveva fare… Parlarmi francese e crescermi come una vanitosa e saccente bilingue, così sarei potuta finire à Paris, immersa nella vasca come Eva Green a fumare sigarette lunghe e a ubriacarmi con del vino rosso assieme al mio incestuoso fratello e quel viscidone di Michael Pitt… Ah no scusate, quella è la trama dei Sognatori di Bertolucci. Ah, detto fra noi, è un film inutile, a tratti pietoso, a meno che non vogliate guardarvi le tette della Green evitatelo… Ma che ve lo dico a fa? NESSUNO vuole vedere le zinne di Tizia Green.

Dicevo, eccomi, una friulana che ha perso l’occasione di essere una parisienne dall’aria imbronciata, che passeggia ammirando le vetrine dei grandi magazzini de LaFayette… Sigh.

Infatti non è andata proprio così. La vasca non la faccio proprio, al massimo guardo le bancarelle del mercato anche se l’ultima volta che ci ho messo piede stampavano ancora Monella Vagabonda sulle mutande.

Ma oggi eccomi a cercare ricette per la biologica nocciolata e mi imbatto in una ricetta franscese dei cookies americani… Ah! Ma ho tutto l’occorrente in casa! Per i miei cukìs dal coeur fondant.

Ascolto la voce della signora française elencare gli ingredienti, il procedimento… Comme on dit? La procédure.

Ed eccola pronunciare “bicarbonato”, proprio così. Bla bla bla de café Bicarbonatò… Cazzo ha detto? Mezza tazzina di caffè di Bicarbonato?

Oui, oui. C’est ça!

E dunque eccomi a ficcare mezza tazzina di bicarbonato nell’impasto con ardore e una certa convinzione… Et voilà…  I miei cookies ripieni di nocciolata sono F A V O L O S I.

Ne assaggio uno e per poco non lo sputo, presa dal mood da sceneggiata… MERDE. M E R D E en français, come dice la mia adorata maman.

Il bicarbonato ha preso il sopravvento e dire che era solo mezza tazzina. Ma come è possibile, porca putain? Oh, quel dommage!

Sti francesi del beep non sanno manco fare una ricetta così banale? E dire che se la tirano un casino per la loro cuisine. Poi faccio un bel respiro, ricordandomi che la mia famiglia è metà francese.

Guardo nuovamente il video, coeur fondant,.. “une demie cuillère à cafè de Bicarbonatò”.

Mezzo cucchiaino da caffè di bicarbonato.

CHE COOOOSA?

Come cazzo ho fatto a capire mezza tazzina di caffè?

Butto i miei fantastici cookies al bicarbonato nella pattumiera e bestemmio, da buona franscese.

Non, rien de rien, non, je ne regrette rien!

Il cliente di merda

Memorie di una cameriera “perbene”, reduce di una Pasqua e Pasquetta lavorative.

Il cliente di merda ha solitamente dei gusti di merda.

Ti chiede infatti un “caffè americano”, nonostante si trovi in un paesino sperduto del Friuli.

Per cortesia, mi annacqui un po’ quel corposo espresso con dell’acqua, grazie…

Si guardi un attimo intorno, vede per caso grattacieli?

Il cliente di merda ha gusti molto decisi: un caffè ristretto, non troppo bollente, macchiato freddo senza latte e “con un goccio di sangue di una vergine”, grazie.

Guardi, se vuole ci sputo anche dentro molto volentieri.

Il cliente di merda non è molto sicuro di sé. Arriva con l’aria incerta e sperduta di un cucciolo abbandonato al suo destino. “Mi scusi, qui si mangia?“.

No, abbiamo allestito l’edificio a mò di ristorante, perché ci girava così.

Il cliente di merda si siede al tavolo che non è ancora stato sparecchiato, costringendoti a fare la contorsionista per prepararglielo di nuovo.

Il cliente di merda è vegano, ma viene al ristorante dove il piatto tipico è la grigliata di carne.

Il cliente di merda insulta i camerieri se il cibo non è ancora pronto, mentre tu sei in piedi da 8 ore a stomaco vuoto.

Il cliente di merda arriva alle 9 di sera e si porta appresso altre 25 persone.

Il cliente di merda legge il menu e ti chiede se il tartufo bianco sia quello di Alba.

Signore, quella è la lista dei dolci.

Il cliente di merda si crede un benefattore d’altri tempi: ti lascia i dieci centesimi di resto come mancia “tienteli per te, prenditi un caffè” e ti sorride, come se avesse fatto la più nobile delle azioni.

Certo, mi ci pago anche la retta dell’università, grazie.

Il cliente di merda ordina la stessa cosa a 5 camerieri diversi.

Il cliente di merda viene a insegnarti come preparare le bevande, in quali bicchieri servirle e quanto intende pagarle.

Il cliente di merda ci prova spudoratamente, ma con eleganza e originalità: non te l’ha mai detto nessuno che hai dei bellissimi occhi?

Il cliente di merda ti ferma quando hai in bilico i piatti e ti ordina una ventina di cose diverse… Ma poi un briciolo di umanità lo pervade e ti rassicura con un “tranquilla, fai con calma”…

Grazie per la comprensione.

Il cliente di merda non sa mai chi sta trattando di merda. Che magari la cameriera a cui sta sbraitando addosso sta studiando legge o medicina e sarà il suo futuro medico o avvocato. Ma soprattutto non è consapevole che i piatti li portiamo noi e che quel che succede in cucina… Resta in cucina.

Rimango dell’idea che molta gente dovrebbe farsi almeno una stagione di lavoro in un bar, al ristorante, al chioschetto della spiaggia… Magari si renderebbe conto che in passato è stato anche lui un cliente di merda.

Essere adulti

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Che cosa significa “essere adulti”?

  • Significa seguire finalmente una alimentazione sana.

Ehm, io ci ho provato a seguirla, davvero. Per qualche mese non ho zuccherato bevande, ho comprato noci e noccioline da sbriciolare su un’insalata condita con un filo di olio biologico della Lidl.

Non ho più mangiato merendine e ho limitato addirittura la cioccolata. Non perché dovessi dimagrire, ma perché volevo depurarmi e sentirmi sana.

Ho comprato farina e sbobba integrale.

Ho bevuto solo acqua, facendo parecchio l’altezzosa a tavola, snobbando le bibite gassate e arricciando il naso, della serie “io? quella robbba lì? GIAMMAI”.

Tuttavia a una certa ho cominciato a sentirmi vagamente depressa. Più del solito, intendo.

Poi è arrivato il periodo della quaresima. E la mia casa si è riempita di dolci. Di cioccolata. Di Coca Cola. Di caramelle alla liquirizia e alla menta. Di confetti al cioccolato.

Le mie endorfine hanno fatto i salti mortali per la gioia e così onoro la santa Pasqua abbuffandomi di ogni ben di Dio.

(Scusami Jesus).

Proseguiamo, essere adulti:

  • Significa non comprare più uova di Pasqua.

Avete naturalmente fallito quel punto?

Pure io.

  • Se siete degli ingordi e avete comprato non UNO, bensì DUE uova di Pasqua: essere adulti significa non scartarle prima di domenica.

Okay. Ho fallito pure quel punto lì. Ho già divorato le due uova di Pasqua, da sola. Però a mia discolpa posso dire che a Pasqua lavoro, perciò non avrò il tempo di scartare uova di Pasqua. Quindi quel punto non vale.

  • Essere adulti significa passare davanti al banco frigo del supermercato, non notare assolutamente i nuovi Kinder Pingui al caramello, tirare dritto e dirigersi verso il reparto delle fette biscottate con aria sicura di sé: spalle dritte, petto in fuori e passo spedito.
  • Essere adulti significa bere caffè latte a colazione e non più latte col Nesquik.
  • Essere adulti significa accettare che ci chiamino “signora” e non fingere di non aver sentito.

Ma io dico. Mi lasciate in pace almeno fino ai 45 anni? Sono una ragazzina, santo cielo.

  • Essere adulti significa ignorare le repliche di The O.C. su La5. Ignorate, andate avanti con la vostra vita. Cazzo, non siamo mica nel 2004.

Californiaaaaa, Californiaaaaaaa, here we comeeeeeeeeeeeee…

Non ce la faccio, troppi ricordi.

Questa cosa vale per qualsiasi telefilm della vostra adolescenza. Lo so che si è adolescenti mentalmente disturbati per tutta la vita, ma The O.C.? Fatemi il piacere.

  • Essere adulti significa utilizzare Firefox come browser e non più Chrome.

Giuro che questa è la cosa più adulta che io abbia fatto in vita mia. Mi sento terribilmente matura.

E comunque ricordate che:

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Scuse, sempre scuse

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(Dal film Leon)

Scusate l’assenza, non tanto dal mio blog (anche perché, chi cazzo mi credo di essere?), manco fossi mancata mesi.

Cioè, scusarsi per l’assenza fa molto presuntuoso, del tipo che siete convinti che i vostri articoli siano di vitale importanza o assurdità del genere.

Quindi, anche se in fondo anche io sono convinta che i miei articoli siano qualcosa di magico, mi limito a scusarmi per l’assenza dai vostri altrettanto mirabolanti blogZ.

Oggi è la giornata del “mettere a posto”, del “riordinare” i miei precedenti due anni di università. Inoltre c’è il cambio di stagione, quindi via i maglioni infeltriti dentro alle scatole e largo ai frizzantissimi abiti primaverili in viscosa, che dopo due secondi che li indossi hai già le ascelle pezzate.

L’ho già detto che la primavera è una stagione di merda?

Recentemente mi sono laureata e per tutto il tempo dei festeggiamenti ho provato – e continuo a provare – una terribile sensazione di angoscia.

Mi interrogo sul motivo di questa angoscia: di che cosa ho paura? Cosa temo?

Pensavo che dopo la discussione quell’ansia mi avrebbe lasciata, invece no…

Ho paura per il futuro? Ho paura di non trovare un lavoro decente?

Ho forse paura di essere venuta male nelle foto di laurea?

Che i miei capelli fossero fuori posto?

Che i miei calzini fossero troppo vistosi?

Che non riuscirò a digerire il pranzo di ieri?

Non lo so.

Ci ho riflettuto a lungo.

Ho guardato l’ammasso di fogli e di libri, i mucchietti di “scartoffie” sparsi qua e là, gli evidenziatori che ti fanno sembrare una seria…

Poi poco fa ho aperto la casella di posta elettronica universitaria e ho letto la mail che mi era arrivata:

“Le comunichiamo cara e stimata blogger V che la sua carriera universitaria si è conclusa con una discreta ma non ottima votazione, che si sarebbe potuta impegnare di più, che come sempre non ha ottenuto il massimo perché ha il culo che pesa come una casa, eccetera eccetera” – Con affetto, stima e profonda ammirazione: l’Università degli studi di Verona.

Mi sono tremate le ginocchia.

Conclusa?

E ora?

E adesso?

Adesso non ho più niente da studiare, nessuna tesi da ripassare, nessun esame da preparare.

Perché non provo sollievo?

Tormentandomi una ciocca di capelli con aria seducente e finta concentrazione ho riflettuto a lungo.

E poi finalmente ho capito. Ho capito che cosa mi angosciava.

E ADESSO? CHE CAZZO DI SCUSE INVENTERÒ QUANDO NON HO VOGLIA DI USCIRE???

Chi ti conosce meglio di Zalando?

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Foto da qui. Io non vado in giro con gli ananas sulle chiappe, anche se a questo punto mi chiedo perché io non ci abbia mai pensato prima.

Le Newsletter che riceviamo la dicono lunga sul nostro conto.

Chi ci conosce meglio dell’ internette?

Nessuno.

Internet conosce le nostre tendenze, i nostri gusti, le nostre paure, i nostri dubbi… Internet ci conosce meglio di nostra madre.

Internet sa che su YouTube certe volte ascoltiamo musica oscena, che quando passa alla radio e siamo in compagnia di amici fidati fingiamo di non averla mai ascoltata… E piantiamo su una faccia snobbona e disgustata, del tipo ma cos’è sta merda? Mentre nella nostra testa la stiamo canticchiando a squarciagola.

A voi non è mai successo? Davvero?

Allora stavo scherzando.

A ogni modo. Internet SA.

Tra parentesi, perché io quando vado a nuoto vengo presa in simpatia solo dalle vecchie, mentre Ed Sheeran nel video va in palestra e incontra l’amore della sua vita?

E io? E a me? Nessuno ci pensa?

Ehm, me l’hanno riferito, del video. Io non l’ho mai aperto un video di Ed Sheeran, davvero…

A ogni modo.

Ancora meglio di internet… Chi ti conosce meglio di Zalando?

Se c’è una newsletter irritante è proprio quella che ti manda lui, davvero.

Spesso e volentieri Zalando fa la vittima indifesa e tenta di farti sentire in colpa:

“Ciao V, ci manchi”… Oppure, “Ehi V , è da un po’ che non ti si vede, come mai?”.

Altre volte Zalando sa essere un vero adulatore: “Ehi V, tu che sei sempre sul pezzo, per te la classe non è acqua…”.

Classe, quale classe?

Certe volte invece prova a conquistarti con la simpatia.

Del tipo “Ciao, che fortuna, è venerdì 17…” Approfitta subito del favoloso sconto del 5% sull’acquisto di quell’abito pazzesco da 300 euri che hai cliccato circa centinaia di volte, perché ti ho visto che ci sbavavi sopra, ma che ancora non vedo nel tuo carrello, INSPIEGABILMENTE…”.

Sì, vado a svaligiare una banca e torno.

Capita anche che Zalando ti punzecchi bonariamente… Siccome non hai usufruito del convenientissimo codice sconto della volta scorsa eccolo che ti apostrofa con “sbagliare è umano, riprovaci, utilizza il tuo super sconto…”.

Oppure si improvvisa psicologo e fingendo di capirti ti dà velatamente della miserabile pezzente, annunciandoti che UNO degli articoli che giacciono nella tua wishlist dal ‘98 è finalmente scontato!

Cazzo, sì!

Vado subito a vedere quale… Indovinate?

Si tratta dell’unico articolo che hai comprato dopo decenni, pagato a prezzo pieno. E ora costa tipo venti e passa euri in meno.

VENTI E PASSA EURI in meno. Sapete cosa significa?

Dimenticavo di dirvi che sior Zalando ha un tempismo della Madonna.

Zalando ti manda anche messaggi subliminali… Beh, oddio, non così subliminali.

“Ciao V, stavi pensando per caso a borse in saldo? Sappiamo cosa cerchi….”

Nooooooo, borse in saldo, io? Puah.

Ma il meglio di sé l’ha dato stamattina.

Guardo le notifiche della mail.

Eccola, l’immancabile newsletter di Zalando.  “Matrimonio in vista?”

Perplessa fisso l’oggetto della mail… Apro il messaggio e scopro che Zalando mi sta prendendo per il culo.

“Matrimonio in vista?”… Comincia.

E prosegue: Ecco alcune proposte per l’outfit perfetto.

Sono stupita. Continuo a scorrere il messaggio:

Da invitata. Che ti credevi? Lo sanno tutti che sei zitella. MHAUAHAUAHAUAHAUA

Zalando se la ride, beffardo.

Si vendica della mia lista di desideri che cresce a dismisura. Dei buoni sconto mai utilizzati. Di tutte le volte che l’ho ficcato in spam.

Comunque Zalando mi ha appena detto che sa cosa vorrei nel mio guardaroba… E niente, vado subito a vedere.