Femminismi di oggi: “Limbo – L’industria del salvataggio”

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Di recente ho letto Limbo – L’industria del salvataggio , romanzo scritto dall’autrice del blog Abbatto i muri (Eretica Withebread).

È la storia di Erèsia – una donna arrestata durante una manifestazione – e stuprata durante la perquisizione da tre agenti della polizia.

Per la rabbia la protagonista registra un video – messaggio in cui rivela la violenza subita, convinta di suscitare indignazione e di creare uno scandalo, volto a smascherare i tre agenti.

Tuttavia tre soldatesse della cosiddetta “industria del salvataggio”, chiamata “Save the Women” che si occupa della violenza sulle donne interrogano Erèsia sull’accaduto.

Save the Women invita la protagonista a denunciare la violenza nella loro sede e lei accetta, convinta che troverà comprensione e giustizia.

Da quel momento per la protagonista inizierà l’incubo, una sorta di  processo “kafkiano”, dove la legge non è dalla parte del cittadino e dove nessuno può difendersi e far valere le proprie ragioni e i propri diritti.

Erèsia si ritrova prigioniera senza aver commesso alcun crimine e scoprirà di non essere l’unica. Che fine fanno i prigionieri? In cosa consiste la loro condanna? Ma soprattutto perché sono stati condannati? Di chi può fidarsi la protagonista? Riuscirà ad evadere dal “carcere”?

Il libro sottolinea tutta l’ipocrisia di un certo tipo di femminismo in chiave romanzata (consiglio di leggere anche la prefazione al libro): il fatto che una donna sia realizzata solo quando è madre, la presunta superiorità della donna, la condanna della prostituzione e dell’industria del porno, il divieto di cambiare sesso e di portare il velo poiché ritenuto denigratorio e lesivo della libertà della donna e così via.

Le donne non devono “vendere” il proprio corpo, non sono pertanto libere di disporne come meglio credono. E questo lo stabiliscono altre donne. E gli uomini?

Gli uomini sembrano colpevoli a prescindere. Colpevoli se pagano una prostituta in cambio di una prestazione sessuale. Colpevoli anche senza prove. A meno che non si tratti di agenti pagati profumatamente, ovvio.

Save the Women parla esclusivamente di femminicidi ad opera di uomini. Non menziona mai casi di violenza commessi da altre donne. Tuttavia gli uomini carcerati non subiscono alcuna rieducazione.

Erèsia è una donna che sostiene la parità dei sessi e non la prevaricazione. Lotta affinché donne e uomini possano esprimere liberamente la propria sessualità e rimane incredula di fronte a ogni tipo di discriminazione: sessuale e razziale che sia.

Il romanzo è decisamente scorrevole, mi è piaciuto il modo in cui l’autrice smaschera le assurdità di alcuni tipi di femminismo (oggi molto in voga) sostenendo quella che dovrebbe essere l’uguaglianza (ossia avere pari diritti) tra i sessi e il diritto di servirsi del proprio corpo come meglio crediamo.

Io penso che molte donne non abbiano ben chiara questa uguaglianza e questa libertà, perciò quando mi imbatto in persone che ragionano in modo normale e non in termini medioevali provo sempre gratitudine e un certo sollievo.

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Giudico dunque sono

Poco fa ho letto l’unica cosa sensata riguardo la vicenda del sedicenne morto suicida a Lavagna e la potete trovare qui, l’articolo si intitola Mamme degeneri e altre catastrofi: sulla madre del sedicenne suicida.

Ho letto anche altre riflessioni su quel figlio suicidatosi perché (prendete con le pinze questo perché) la madre ha chiamato la Finanza dopo aver trovato droga leggera che gli apparteneva.

Quello che più mi ha turbata di questa faccenda, perché i suicidi mi turbano più degli omicidi quasi, indipendentemente dall’età della vittima, sono state alcune delle riflessioni partorite da “psicologi” improvvisati, profondi conoscitori della gioventù di oggi… Ah ah.

La maggior parte di queste grande menti ha accusato la donna di essere una cattiva madre, di essersi scandalizzata per un po’ di fumo… Poi ci sono stati i soliti fricchettoni “comunisti” che hanno accusato addirittura la Finanza e che hanno detto che è assurdo che nel 2017 la gente ancora rompa le palle per le canne.

Insomma, la colpa sarebbe in primis della madre, la quale non avrebbe saputo capire il figlio… Perché si sa, il mondo è pieno di genitori modello, che conoscono tutte le turbe e paturnie dei loro pargoli, che sanno tutto quello che i figli fanno e non fanno, le loro paure e debolezze… Io non sono madre ma sinceramente non ci vuole un genio o un genitore per capire la stronzata colossale che si cela dietro a quella sentenza pungente “non ha saputo capire il figlio”. Ma non perché non sia vera, bensì perché nessuno può capire a fondo un altro essere umano.

La gente poi si è scatenata (fortunatamente poca gente) quando ha scoperto che il figlio era stato adottato, dunque si trattava di una madre non “naturale”.

Ah, quanto ci piace parlare di cosa sia o non sia naturale, al giorno d’oggi.

Qualcuno è addirittura giunto alla conclusione che quel figlio non fosse stato capito proprio perché adottato…

Tralasciando quest’aspetto che mi preme meno, vorrei concentrarmi su quella canna.

Ma noi davvero abbiamo gli strumenti per giudicare questa madre e questo figlio?

Davvero possiamo ridurre tutto a un “lei era una madre cagacazzi che non lasciava fumare il figlio in santa pace?”.

Mi viene la pelle d’oca.

E sapete una cosa?

Tutti o quasi hanno dato contro a queste parole della madre:  “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi”.

Io sono d’accordo con lei.

Non lo so cosa ci sia dietro alla loro storia e non lo voglio manco sapere, non conosco il dolore di quella famiglia, ci sono persone che soffrono e semplicemente non lo dicono, si portano macigni dentro e alla fine vengono schiacciati.

Ma credo che quando manca dialogo in una famiglia, quando i figli sono viziati, fanno ciò che vogliono perché “tanto sono ragazzi”… Beh, quei figli sono spesso dei deboli.

Così come accade per i figli delle cosiddette “madri chiocce”… Questo per dire che nessun genitore è perfetto, nessun figlio è perfetto, nessuna persona è perfetta.

In tanti hanno detto che la canna non porta all’eroina.

Certo, ma nel mezzo ci sono tante sfumature.

E vi assicuro che conosco persone a me care che dalla canna all’eroina non ci sono arrivate. Ma alla ketamina, agli acidi e ad altre droghe non certo leggere ci sono arrivati eccome.

Non sto dicendo che per forza di cose uno finisca drogato, sul marciapiede, sia chiaro. Ci sono persone che si realizzano lo stesso, ci mancherebbe.

Persone che si fumano le canne e vanno tranquillamente avanti con la loro vita.

Ma non biasimo una madre per essersi preoccupata che il figlio si fumasse le canne.

Ma soprattutto non lo possiamo sapere se fosse tutta lì la questione.

Giorni fa è morto un trentenne (se non ricordo male) qui in Friuli, suicida. La sua lettera d’addio ha fatto il giro della nazione. Quasi tutti si sono soffermati su quel “precario”, quella mancanza di lavoro che fa perdere le speranze, la voglia.

Ma quella lettera parlava d’altro, non solo di lavoro. Parlava di insensibilità, difficoltà a trovare l’amore. Di tutta una serie di mancanze, non solo lavorative, ma affettive.

Ma ecco che riduciamo tutto a una sola causa. Perché fa comodo, fa più clamore.

Precariato, il fumo.

Sarà, ma – sebbene io non lo possa sapere – secondo me c’è sempre altro e noi non siamo nessuno per puntare il dito contro ai genitori.

Nelle parole che ho letto, non tutte, fortunatamente, era un continuo incolpare la madre per essersi preoccupata delle canne che il figlio si faceva.

A me non interessa riflettere sul gesto di questa madre che ha chiamato la Finanza.

Mi interessa capire la presunzione di chi attacca questa donna, la sicurezza che la colpa fosse sua, la cattiveria nell’etichettarla come una pessima madre…

Noi invece siamo sempre tutte brave persone, sedute comode, davanti al pc… Ci vedete? Leggiamo, commentiamo, giudichiamo e siamo sempre migliori degli altri e prendiamo sempre le decisioni migliori degli altri… E ovviamente, al posto di questi cattivi genitori, ci saremmo comportati in modo esemplare.

 

Sono solo canzonette

Posso confessarvi che io Sanremo quest’anno l’ho “seguito”?

Ecco, intendo concedermi qualche frivolo e inutile commento sul Festival più grintoso, frizzante innovativo della musica che ci sia…

Perciò se non gradite, slittate pure, non mi offendo, davvero.

So dove trovarvi, dopotutto.

A ogni modo.

Voi questo festival favoloso lo avete seguito? Ce l’avete fatta a non cedere alla tentazione di riposare gli occhi ogni cinque minuti?

O siete di quelli che aspettano tutto l’anno per annunciare che di Sanremo francamente se ne infischiano, ma che ci tengono a farlo sapere comunque a tutti?

Oppure siete tra quei rivoluzionari che “boicottate il Festival, date i soldi ai terremotati, vergognatevi a parlare di Sanremo con i problemi che ci sono in Italia”… Ah, le sberle che non avete preso da piccoli…

O siete di quelli che invece fanno tremila cose con la tv sintonizzata sul Festival?

Del tipo che scrivono la tesi, buttano un occhio alla tv, mettono muto quando canta Gigi D’Alessio e l’altra sfilza di cantanti, nel mentre si guardano una puntata di Vikings (sì, anche io ho ceduto alla fine, dopo varie sollecitazioni) e poi tac, arriva la fine che manco avete ascoltato una canzone?

Ecco quella sono io.

Infatti io non è che abbia guardato Sanremo con grande partecipazione, tuttavia un po’ l’ho seguito.

L’unica edizione memorabile di Sanremo per me è stata quella del 2001, quando vinse la magnifica Elisa.

Poi per anni non ho più guardato il festival, fino all’anno scorso quando alla conduzione hanno messo la comica Virginia Raffaele che a me fa sbellicare.

Ma francamente non ricordo i cantanti in gara dell’anno scorso, né tanto meno le loro canzoni.

Detto ciò…

Ho apprezzato qualche cosa di questo favoloso Festival della miuusica.

Tipo la Consoli, come ospite. Giorgia, come ospite.

In quei momenti alzavo di nuovo il volume per bearmi delle loro voci, per poi tornare ad allungare il brodo della mia tesi o a commentare il biondino vichingo.

Pensavo che anche quest’anno sarebbe stato il Festival del vecchiume (e infatti non sono rimasta delusa). E non lo dico con cattiveria, però diciamocelo: che du palle.

Tra Al Bano, D’Alessio e i finti giovani usciti dai talent… Pensavo che mi sarei buttata al piano di sotto nel giro di due canzoni.

C’è stato un goffo tentativo di mischiare gioventù e antiche mummie, di avvicinare il mondo gggiovane a quello preistorico.

Questo piazzando una famosa “youtuber” giovanissima tra la giura di esperti e affidando qualche commento web ad – appunto – il popolo del web.

Mi è invece dispiaciuto non vedere Elio e le Storie Tese coi loro travestimenti geniali, quest’anno.

A ogni modo, in gara c’erano…

Samuel, ormai orfano dei Subsonica. Lui gradevole e intonato, ma senza i suoi compari non mi è piaciuto molto, con tutto il bene, eh…

C’era la Mannoia, tanto cara e capace.

C’era Paola Turci, una delle poche con carattere e diciamocelo… Una gran figa.

C’era Michele Bravi che non ho ancora capito chi sia, ma che mi ha colpita per la dolcezza della sua voce, sebbene non sia proprio il mio genere… E secondo me è stato fra i più intonati (cosa non scontata su quel palco).

Beh, a dire il vero ho già scordato gli altri cantanti ma alla fine…

Alla fine, convinta che avrebbe vinto nuovamente l’antichità, lo sbrodolamento italiano, la canzone taglia vene… Ecco che rimangono la Mannoia e il simpatico Francesco Gabbani con la sua Occidentali’s Karma sul palco.

E alla fine chi vince?

Gabbani!

A dirla tutta non mi frega granché di chi vinca, cosa vinca, perché vinca.

Però credo che la sua “canzonetta” sia davvero indovinata.

Prende per il culo gran parte di noi, probabilmente è pure autocritica la sua.

“Noi” che facciamo yoga. Che diventiamo buddhisti, che appendiamo il quadro di Shiva in salotto ma poi diamo degli idioti fanatici ai cattolici. (Questo lo dico io, ma leggetevi il testo se volete).

“Noi” che siamo proprio coerenti.

Ma si sa, la moda è moda…

Moralismo?

Non saprei… Per me una canzone di grande attualità, certo, una canzonetta, certo c’è di meglio… Ma secondo me non è affatto male.

Il mio commento è finito, perdonatemi…

Oggi mi sono sentita molto “tuttologa col web”… ; )

“La vita di Adele”, una semplice storia d’amore (?)

“La vita di Adele” è un film che a quanto pare è piaciuto a molti: ho letto solo critiche positive a riguardo.

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E francamente non concepisco tutto questo entusiasmo, addirittura persone che lo definiscono un capolavoro… Ma ritornerò sulle mie perplessità più in là.

Ieri lo hanno dato in televisione e così ho deciso di vederlo.

Il film racconta la storia d’amore e di passione tra due ragazze: Adele, una giovane liceale, ed Emma, una studentessa al quarto anno di Belle Arti.

Adele dopo aver scaricato un tizio che non la coinvolge più di tanto sessualmente (e soprattutto mentalmente ) accetta di trascorrere la serata in un locale gay assieme al suo migliore amico.

Lì un po’ spaesata, gira per il locale fino a quando incontra una ragazza dai capelli blu, Emma, che da subito la colpisce molto. Le due chiacchierano per un po’ e si rincontrano fuori da scuola, attirandosi gli sguardi e le critiche delle “amiche” di Adele.

Abbastanza interessante il litigio tra Adele e la bulletta (che in teoria era sua amica). La bulletta infatti accusa Adele di essere lesbica e si mostra disgustata per averle permesso di trascorrere la notte a casa sua tempo prima.

Nel frattempo Adele ed Emma iniziano la loro storia d’amore.

Emma è una ragazza sicura di sé, molto dolce ed eccentrica. Inoltre è un’artista. Un giorno, dopo l’amore con Adele, decide di ritrarre la sua amante nuda mentre fuma una sigaretta…

Ed è subito Jack e Rose in Titanic.

La classica furbata di film e libri.. Prendi una tizia, le tingi i capelli di blu, le fai nominare due pittori ed eccola qua: una super artista alternativa.

Insomma, la storia d’amore prosegue tra alti e bassi, tra le insicurezze di Adele, mostre d’arte, un tradimento…

Vediamo le due protagoniste crescere e maturare, soprattutto Adele che è più giovane e insicura di Emma, già realizzata e consapevole.

Vediamo le rispettive famiglie, contrapposte, diverse. Quella di Emma è aperta mentalmente, mentre quella di Adele è più “limitata”, tant’è che Adele non si confida con i genitori sulla sua storia d’amore.

A ogni modo, questo film non mi è piaciuto. Le scene di sesso troppo lunghe, le ragazze ovviamente sono belle da vedere altrimenti dubito che il film avrebbe funzionato… E per carità ci sta. Ci stanno le scene di sesso, ma senza tutta quella bellezza ostentata il film avrebbe avuto il medesimo successo?

Forse sì, forse no.

I dialoghi sono un po’ piatti, l’attrice che interpreta Adele invece l’ho trovata molto credibile.

L’espressione spesso persa, il disagio nello stare con gli amici della sua ragazza, le fitte di gelosia che in certi momenti prova: l’attrice rende bene il tutto e credo sia quasi l’unica cosa che mi sia piaciuta del film.

Perché questo film è piaciuto così tanto al pubblico?

Non è niente di eccezionale (parere mio, s’intende): è una storia d’amore che parte bene, poi prende una brutta piega, poi finisce e ognuna va per la sua strada.

Direi quasi banale.

Però… Però è una storia d’amore tra due ragazze.

Si può definire banale una storia d’amore tra due ragazze al giorno d’oggi?

Per quanto mi riguarda sì, perché per me francamente le persone possono farsi chi caspita vogliono.

Capisco che nel 2017 ci siano ancora un sacco di pregiudizi sull’omosessualità e che quindi un amore tra due persone dello stesso sesso può creare più – come dire – impatto sullo spettatore (in fin dei conti è stupido negare che siamo più abituati a vedere “l’eterosessualità”) e che magari il regista è stato anche “coraggioso” (o paraculo?) a mettere in scena la tematica in modo esplicito, però io giudico questo film obiettivamente, e questo film non è niente di che.

Diciamo che potrei giudicarlo un inno all’amore e alla libertà d’amare e perché no, di amarsi pubblicamente: nel film infatti c’è un continuo “ostentare” l’amore nei luoghi pubblici, al bar, alle manifestazioni e così via.

Inoltre l’amore non viene etichettato. Lo spettatore non pensa per forza di cose che Adele sia lesbica, tant’è che si concede durante il film a diversi uomini. Potrebbe significare che Adele deve ancora maturare, che è alla ricerca della propria identità… Oppure semplicemente che Adele è innamorata di Emma e non dobbiamo per forza catalogarla per i suoi gusti, il che secondo me sarebbe un bel punto su cui riflettere.

Il problema qual è? Che certe volte ho come l’impressione che un amore per così dire meno convenzionale faccia più breccia nel cuore della gente.

Il film non mi ha emozionata, tranne forse in una scena dove Adele guarda Emma con curiosità e desiderio per la prima volta: le due sono in un parco e il regista inquadra un accenno di pelle di Emma e l’espressione incantata e bramosa di Adele.

In quella scena è reso bene il fascino (anche solo estetico) che Emma esercita sulla protagonista.

Detto ciò, non consiglio né sconsiglio questo film, forse l’avrei apprezzato di più in giovane età (ma il film è uscito nel 2013) o forse sto diventando troppo cinica o magari devo solo prenderlo per quello che è: un banale film per adolescenti.

Bulli e pupe

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(Foto da qui)

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il gel impiastricciava quei capelli biondo scuro. Occhi verdi e volto angelico, quasi buono. Jeans cascanti che scoprivano il bordo dei boxer lasciandone intravedere la marca. T – shirt sportiva e Nike ai piedi. Non era molto alto rispetto a certi suoi coetanei, ma aveva quell’aria così sicura di sé.

Era un bravo ragazzo.

Aveva tredici anni e andava a scuola in corriera. Sedeva in ultima fila. Certe volte dormiva in grembo alla più carina della classe. Capelli castano chiaro, morbidi come le sue forme. Seni pieni ma non esagerati che sbucavano da sotto al maglione stretto. Gli occhi color nocciola e un lieve velo di sfida che li attraversava, di tanto in tanto.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

I ragazzini gli stavano sempre intorno, adoranti. I volti prematuri sporcati dall’acne. Le voci non ancora formate, alcune infantili, altre basse e profonde, difficili da regolare a quell’età.

Pantaloni gonfi per quelle strisce di pancia appena scoperte. La paura di non appartenenza, voler essere simili facendo le stesse cose, pensando le stesse cose.

Si bagnavano quando lui li degnava di attenzione.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo. A scuola prendeva voti bassi. I professori chiudevano sempre un occhio se alzava un po’ la voce. Solo una professoressa disse alla madre di quel ragazzo che in classe era un po’ arrogante. La madre rispose che lui era un bravo ragazzo.

Su quel bus saliva anche un ragazzo dai vestiti larghi e fuori moda, quella tuta ridicola da sfigato al posto dei jeans. In corriera stava nelle prime file, il Walkman tra le mani, seppellire le chiacchiere degli altri, seppellire il dolore della solitudine con la musica. Emozioni nascoste dentro a un guscio, anche lui voleva essere come tutti ma non ci riusciva.

A scuola non parlava quasi mai, era sempre solo. La schiena ingobbita, gli occhi rivolti verso il basso, nessuno ricordava di che colore fossero.

Un giorno alla fermata delle corriere il bravo ragazzo lo derise per i suoi vestiti brutti, per quell’aria un po’ patetica e miserabile che si trascinava dietro.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il giorno dopo le risate non erano sufficienti. Il bravo ragazzo gli diede uno spintone. L’altro non reagì. Tra i ragazzini adoranti passò un fremito. La ragazza più carina sussultò appena, quell’aria da donna cresciuta che vacillava. Nessuno disse nulla.

Sul bus il solito chiacchiericcio. Quel ragazzo solo seduto davanti non osava voltarsi, le mani che tremavano appena, questa volta il Walkman rimase spento, le cuffiette comunque alle orecchie, come a volersi proteggere.

Tornò a casa e non disse nulla, il rossore dell’umiliazione che gli cuoceva le guance.

Il giorno dopo alla fermata del bus il bravo ragazzo decise che quello spintone non era sufficiente. Gli diede un pugno, gli lasciò un livido. L’altro ragazzo accusò il colpo, qualcuno lanciò un gridolino di sorpresa. La ragazza questa volta offrì un’espressione sprezzante. Se l’ha deciso lui, allora così deve essere.

Un brivido passò in mezzo a quei ragazzini dall’aria adorante. Nessuno fece nulla, nessuno disse nulla.

Il ragazzo tornò a casa. Che cosa ti è successo, chiese sua mamma. Non è successo niente.

Il giorno dopo la mamma disse ai professori che cos’era successo. Nessuno sapeva nulla. Chi potevano incolpare?

Ed eccoli di nuovo alla fermata, era sceso dal letto a fatica, il cuore in gola, la paura che premeva nel petto. Per cosa sarebbe stato punito, questa volta?

Sei andato a dirlo a tua mamma.

Quella volta fece ancora più male. Qualche ragazzino dall’aria adorante non prese parte allo spettacolo, ma non dissero comunque nulla. Quella volta furono calci. Forti. Uno dopo l’altro. Qualche ragazzino partecipò al pestaggio, la foga del gruppo che offuscava la mente. Lo sguardo del leader che li obbligava a reagire, paura di essere esclusi da quel circolo esclusivo.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Pantaloni della tuta di acrilico zuppi.

Gocce di vergogna che cadevano sul cemento.

Non sono come loro. Sono diverso. Sono sbagliato.

Ti eri pisciato sotto.

Dov’è finito quel ragazzo solitario, quel ragazzo dall’aria cupa?

Non l’ho visto salire sul bus. Non è venuto a scuola, oggi.

Non vedo più quel ragazzo che sta sempre da solo. Che fine ha fatto?

Dov’è quel ragazzo. I ragazzini tacciono. Coscienze luride. Passa un fremito tra quei volti, ma solo per un attimo. Il silenzio è come quei calci, quei pugni.

Ha scritto su un pezzo di carta sono sbagliato, sono diverso. Non sono come loro. Scritte umide e rassegnate. Forse ha tremato, mentre scriveva.

Dov’è ora quel ragazzo?

In un mondo dove le persone non tacciano, tendono la mano per non farti cadere, ti stringono se barcolli. Un mondo dove può parlare tanto, senza paura.

Non è più salito su quel bus, non è più andato a scuola.

Il silenzio degli altri gli è stato fatale.

A scuola la madre di quel bravo ragazzo ha detto che suo figlio non farebbe male a una mosca. Li vedi quei ragazzini dall’aria adorante, sono suoi amici. Perché mio figlio, mio figlio è un bravo ragazzo e non è mai solo.

disgusto.

Premesso che su Facebook, quando c’era la moda del “bravoh” non avevo ben inteso di cosa si trattasse e perché tutti si divertissero un mondo a scrivere “hai fatto il video/foto, bravoh”, poi mi sono state date delucidazioni in merito piuttosto sommarie e bon, effettivamente poteva essere divertente.

Nel senso che non avendo approfondito (diciamo che non me ne fregava di approfondire) la cosa, avevo capito (ma frainteso) che una tizia avesse fatto un porno amatoriale con un amante/attore o chessò io e l’avesse volontariamente (e consapevolmente) caricato nel web per guadagnarci qualcosa.

Oggi leggo che la signora/signorina in questione si è suicidata perché quel video era stato caricato contro la sua volontà, insomma, video finito in mani sbagliate e sbandierato nel web.

Non so perché o meglio, so perché ma questa cosa mi ha scossa profondamente. Mi è venuto un magone lancinante e non lo dico per fare la classica commossa/triste della situazione o la buonista di stocazzo, no, lo dico perché mi è presa un’amarezza e uno sconforto assurdi di fronte a questa notizia.

Sento che il web ci sta rincoglionendo di brutto, sembra o anzi è un mondo parallelo, dove tutto è concesso, immediato, dove possiamo essere noi stessi e non è sempre un bene, la libertà.

Avete presente quando ci si prende una bella sbronza e c’è chi diventa super divertente/amichevole e chi invece tende a incattivirsi e via dicendo?

Ecco, il web è un po’ la fiaschetta dell’alcol. Nel web la nostra personalità trasborda, le sensazioni sfilano in passerella, i pensieri – anche i più violenti – si palesano, quelli di tutti.

Nel web ci si può fingere migliori, eppure spesso emerge il lato peggiore di alcune persone.

Si è anche tutti giudici, io stessa mi permetto di giudicare situazioni filtrate dal web, ma ciò che mi spaventa è questa leggerezza nel dare opinioni, nel sputare veleno così, tanto per. Tanto mi è concesso.

E quindi, dopo che questa donna si è tolta la vita c’è chi dice che alla fine se l’è cercata. Piazzata nel web, di dominio pubblico, messa a nudo in tutti i sensi alla mercé dell’utenza.

Questa cosa mi ferisce e non ne comprendo il motivo, ma mi ferisce. L’idea che una persona possa sentirsi così vulnerabile, priva di difese, priva di forza per reagire, così sconfortata dal privarsi della sua stessa vita, tutto perché qualcuno ha caricato il suo video nel web, esponendola alle fauci di internet. Cioè alle nostre fauci.

La leggerezza delle parole, dei commenti, non ce ne rendiamo conto di quanto possa nuocere. Perché sì la colpa è di chi ha caricato quel video, ma è anche di chi oggi pronuncia o meglio scrive quell’orribile frase, “se l’è cercata”… Ma de che?

A volte la gente nel web mi spaventa più che dal vivo eppure sono le stesse persone, non lo so, provo tanto disgusto.

Fertility day

Oggi parlavo con mia madre che è in ferie, perciò abbiamo pranzato a casa insieme.

Con lei si può parlare davvero di tutto, è una donna aperta e intelligente, con una gran sensibilità. In tutto questo è anche una cagacazzi pazzesca, ma chi non lo è?

Mentre parlavamo (lei ha Facebook ma non lo apre ogni cinque minuti – secondi, quindi non sapeva e credo che ancora non le sia giunta voce della storia del Fertility day) che voglio dire, non bastava il Family day? Na.

Quindi la conversazione è stata del tutto casuale. Si parlava di bambini, madri, educazione e via così.

Lei è madre adottiva e io pensavo chissà che le passerà per la testa nel leggere di questa campagna del fare più figli (più figli eh, non va bene manco il figlio unico), lei che è in menopausa (forzata) dall’età di 35 anni, lei che ha un corpo bello ma segnato sulla pancia da una dolorosissima operazione, una pancia che nasconde. Mi chiedo cosa possa pensare, mentre si parla di fertilità, quasi come fosse un dovere della donna, un obbligo per essere considerata tale, essere fertile e procreare.

Lei ha sempre desiderato figli ma non ne poteva avere in modo naturale e così ha scelto di adottare. Penso quindi a quelle madri adottive (e non solo) che nella giornata Fertility day si chiederanno cosa c’entrino con tutto questo? Se il loro ventre è rimasto vuoto eppure i figli li hanno.

E a quelle donne che avrebbero voluto diventare madri e invece non ci sono riuscite. E quelle invece madri di figli naturali, che se ne fanno di questa giornata?

Questa giornata sa di esclusione.

Si parlava delle differenze tra madri, quelle adottive hanno per forza di cosa un lavoro diverso da fare, imparare ad amare a conoscere un figlio e via dicendo.

Mi piacerebbe che nel 2016 al posto di queste campagne prive di sensibilità e soprattutto di senso si lanciassero giornate più intense e significative, tenendo conto di più fattori.

Mi piacerebbe che si iniziasse a rispettare le scelte altrui e soprattutto la condizione altrui.

“La bellezza non ha età. La fertilità sì.”

“Datti una mossa, non aspettare la cicogna.”

Questi i due slogan più criticati.

Diciamo che se la giornata avesse un altro nome, degli slogan meno idioti, se coinvolgesse tutte le donne e non solo quelle “privilegiate” dalla natura allora potrebbe anche avere un senso.

Per ora davvero non ce l’ha.

Amicizie

THELMA AND LOUISE

Thelma & Louise

Spesso mi capita di sentire o di leggere di amicizie false, persone che si lamentano di essere state tradite dai propri amici (più frequentemente dalle amiche). Non le capisco.

Non mi è mai capitato questo perché l’amicizia la vedo in vari modi… L’amicizia stile compagne di classe, che condividi una situazione per diverso tempo e la relazione si basa su quello, l’amicizia d’infanzia, amiche che conosci dall’asilo con la quale hai condiviso molto in passato e con le quali certe volte il rapporto continua, sebbene non con la stessa intensità di un tempo…

Per me le amicizie non sono molto importanti, non lo dico perché io non abbia amiche, ne ho, ci tengo a loro, ma non vivo quest’amicizia come una questione di vita o di morte. Non ho alcun interesse a frequentarle assiduamente, a raccontargli tutto quello che mi capita. Mi basta vederci ogni tanto, perché lo trovo anche più piacevole. Mi metto a disposizione per buttare giù le rime del papiro di laurea, se si sposassero organizzerei assieme alle altre gli scherzi odiosi del matrimonio, se una viene lasciata l’ascolto e via così, ma non ho la necessità che tutto questo sia ricambiato, anche se per alcuni aspetti viene ricambiato per forza di cose. Non ho un legame profondo con loro, le chiamo amiche perché non mi viene un altro termine da utilizzare, sono persone a cui non farei mai un torto e sono persone che stimo molto, ecco. Non riesco mai ad impegnarmi profondamente in questi rapporti seppure durino da anni, mi sentirei soffocare. Amo stare da sola, farmi i fatti miei, ho difficoltà a concedere il mio tempo. Questo spesso non viene capito, anzi direi che viene snobbato. Io non mollo quello che sto facendo per correre da un’amica, a meno che non sia successo un fatto proprio grave. Non rinuncio a qualcosa per gli altri, perché dovrei?

Per me le amiche sono persone con le quali andare a ballare, bersi una birra, scherzare o trattare argomenti seri, ascoltare insieme musica dal vivo… Con le amiche ne ho fatte tante, sì. E se ci penso provo un moto d’affetto. Ma non sono persone con le quali condivido attimi preziosi, lacrime e difficoltà. Per quanto mi riguarda il concetto di amicizia è piuttosto sopravvalutato, se dovessi rispondere a quella domanda del cazzo su amore e amicizia, quale è più importante io direi senza dubbio il primo. Se penso al grande amore che ho vissuto, alla profondità di quel rapporto, di quel legame, alla condivisione non solo di corpi, ma di paure, di segreti, di ogni cosa. In quel caso sì, ho dato tutto e ne è valsa la pena… In amicizia non do molto e non pretendo granché in cambio.

 

Sconfiggere gli stereotipi creandone di nuovi: anche no.

Ieri sera alle Iene è andato in onda il servizio “Un gay per amico”, dove la Iena in questione si fingeva gay e si avvicinava ai passanti per aiutarli ad attraversare la strada o per una chiacchierata al parco e via così. Insomma: na cagata. Io il servizio l’ho visto online, perché le Iene un tempo mi piacevano poi sono diventate un po’ troppo moraliste e buoniste, direi quasi assurde o forse lo sono sempre state e io ho cambiato gusti: non lo saccio! Fatto sta che ho smesso di guardarle in tv (a dirla tutta sto proprio smettendo di guardarla del tutto) e se qualche servizio m’interessa allora lo vedo online. Ma a parte questo, qui c’è il servizio che dura davvero poco, ma se non vi va di vederlo cerco di riassumervelo.

Anzitutto il servizio si apre menzionando la mentalità degli italiani riguardo all’omosessualità: “come si relazionano gli italiani con persone che si dichiarano gay?” E tu, preferisci i gattini o i cagnolini? Sei più tipo da marmellata o da cioccolata? Meglio moro o biondo?! Ma vaff.

Viene citato un sondaggio che rivela che la maggior parte degli italiani hanno amici gay e bla bla, quindi nessun problema. Nel video la Iena parte ad importunare i maschietti per strada, appiccandosi addosso ai malcapitati, poggiando la testa sulla spalla di uno, con il tipico atteggiamento (secondo le Iene) che avrebbe un gay. Poi si offre di spalmare la crema solare sulla schiena di uno, insomma: molesta la gente con atteggiamenti da “checca”. Ora, se qualcuno osa appiccarsi a me mentre sto attraversando le strisce come minimo mi metto ad insultarlo, perché a) non mi devi toccare, b) chi cazzo sei? Se qualcuno mentre sto seduta su una panca viene a sedersi accanto a me e prova a toccarmi: muore. Bene, giustamente e ripeto GIUSTAMENTE le reazioni dei passanti sono “non mi disturbare”, “non rompermi le palle”, “non mi rompere il cazzo”, dalla reazione soft a quella più violenta.

Ora, vorrei capire, le Iene cosa volevano dimostrare esattamente? Che i maschi italiani discriminano i gay? Che sono arretrati? Che c’è del pregiudizio? Mi vien da pensare:

  1. Un uomo importunato da un uomo gay non è giustificato se lo manda a cagare ed è omofobo
  2. Un gay è un molestatore, dall’atteggiamento ambiguo, dai modi di fare invadenti
  3. Un gay ha tutto il diritto di importunare uomini
  4. Se un uomo importuna un altro uomo non è molestia
  5. Ho visto un servizio di merda che non meriterebbe manco commenti.

Questo video per me è pessimo, non ho capito l’intento, davvero. La figura del gay stereotipato doveva far ridere? Gli italiani sono tutti retrogradi perché non accettano che un (finto) gay li aiuti ad attraversare la strada (attenzione, non aiutava anziani o disabili, ma giovanotti e signori in pieno possesso delle loro facoltà). Non lo so, ma l’ho trovato di pessimo gusto. O fai un servizio del tutto politicamente scorretto (e ci vuole stile) o lo fai serio, insomma gli dai un taglio che sia uno, ma che alla fine si ottenga qualcosa di godibile e sensato, non sta minchiata epica.

 

 

Considerando le donne

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(Foto dal Web)

Tempo fa trovai questa immagine, non ricordo dove, forse su Facebook (sto parlando di anni fa) e ricordo di averla piazzata a mia volta su Facebook, non tanto per provocare quanto per dar da pensare. Io ho attraversato diverse fasi, c’è stato un periodo in cui ero adolescente e leggevo tantissimi libri sulle donne occidentali letteralmente fottute da uomini di fede islamica, nel senso che questi vivevano chessò nella civile (risate registrateAmerica, sposavano donne americane e poi le portavano nel loro paese e pretendevano di tenercele lì, facendole vivere come donne musulmane, minacciandole di tenersi i figli e bla bla. Insomma, libri come Mai senza mia figlia e Vendute li ho riletti fino alla nausea, versando fiumi di lacrime e indignandomi un sacco.

Poi ho iniziato a distaccarmi da quella visione negativa sull’uomo musulmano, mantenendo sempre un certo pregiudizio alimentato sicuramente dalla televisione e via dicendo, ma cercando di non dare giudizi tanto per, perché so bene quanto male facciano. In realtà in vita mia ho viaggiato, non dico abbastanza perché i viaggi non sono mai abbastanza, e poi ci sono viaggi e viaggi , quelli dove fai quattro fotografie alla Chiesa principale e allo Starbucks e ciao, quelli in cui vivi per un po’ in una famiglia del luogo, quelli in cui non ti limiti a passeggiare per Oxford Street ma approfondisci e via così.

Bene, nelle metropoli sono sempre stata molto affascinata dalle donne arabe, quelle che lasciavano il volto scoperto ed erano truccate perfettamente, con le sopracciglia curatissime e tutto il resto coperto, capisco che tutto ciò era solo uno spicchio di realtà, che forse mi facevo un’idea televisiva della cosa, ma ho iniziato a pensare che ci fosse un’altra faccia della medaglia, quella della scelta. Non nego che la rabbia di fondo rimane, che anche a me sembra una costrizione girare tutte coperte, così un giorno, durante un esame di spagnolo in cui non sapevo una regola grammaticale che fosse una, partii a parlare col prof di questa cosa, chiedendogli chi fosse davvero libera, la donna coperta o quella scoperta? E quella coperta è costretta? E quella coperta, se fosse scoperta, la vivrebbe come una costrizione, a sua volta? Divagai un sacco e quasi mi convinsi che il prof mi stesse prestando attenzione… Lui alla fine mi disse che capiva che io fossi una donna “libera” (magari…) e che detestassi le convenzioni, ma le regole di grammatica dovevo studiarle lo stesso. Colpita e affondata. 

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(Foto dalla pagina Facebook Antro della Femminista)

Così, oggi scorrendo la home di Facebook mi sono trovata un’immagine simile, a distanza di qualche anno, da quella precedentemente postata. Eeee boh, non mi è piaciuta. La foto – come potete vedere – reca la domanda “tu sei sicura di essere libera?”.

E lì mi sono cascate. Lo so, sono argomenti delicati e tutto quanto, ma ho un po’ la nausea di leggere sempre donne che si lamentano perché siamo zoccole se la diamo, frigide se ce la teniamo stretta, siamo costrette a fare figli e se non li facciamo siamo strane e se li facciamo sacrifichiamo tutto il resto e bla bla.

Io non sono d’accordo, l’ho detto spesso, non sono d’accordo e soprattutto non mi vedo così, né mi sento vista così (e se dovessero vedermi in un modo o nell’altro tanti saluti, voglio dire: basta poco). Che un uomo preferisca un certo tipo di donna sarà vero per quell’uomo, come è falso per un altro e se questo discorso vale per lui, vale anche per come vediamo noi gli uomini. E se io decido di farmi una famiglia di certo non devo pretendere collaborazione, perché l’uomo che mi sceglierei sa che è così, sa che i compiti si dividono e tutto quanto, se una si sceglie un uomo egoista sono fattacci suoi, bisogna anche smetterla con sta storia che le donne sono vittime (non sto parlando di certi casi, sto chiaramente esprimendo un’opinione piuttosto blanda), perché la vita è anche fatta di scelte, non è che a me un uomo coglione è capitato e me lo tengo, no grazie, lo rispedisco al mittente e fine. Nell’immagine leggo “sempre curata, truccata e bla bla oppure ti dicono che sei trasandata”, ma chi, chi me lo dice, di grazia? “Scomoda ma composta o non sei femminile“… Va beh, qui si esagera, dai. “In bilico sui tacchi o non sei elegante”… Mai messo un paio di tacchi ed effettivamente non sono elegante ed effettivamente non me ne fotte un granché. Ma se li mettessi, li metterei per piacere e non ci trovo nulla di scandaloso a riguardo.

Ecco, a me tutti questi luoghi comuni mi stanno stancando e non li reputo proprio verissimi. Tutto ha un fondo di verità, sì, ma si può anche scegliere, frignare un po’ di meno e scegliere meglio. Fermo restando che secondo me nessuno è libero e che tutti non facciamo altro che ostentare la propria merce, che può essere una quarta abbondante, un capello liscio, una poesia, un disegno, una bella voce, siamo tutti schiavi dell’approvazione altrui, altrimenti vivremmo in una caverna, lontani dai giudizi altrui. Quindi sì, quel “e tu sei sicura di essere libera” trovo sia una domanda un po’ banale, perché la risposta è chiaramente no e vale per tutti.