Intensità

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Scrivere qualcosa ultimamente è faticoso.

Mi viene facile quando sono giù di morale e in questo momento non lo sono (yuppi!).

Il fatto è che io al lavoro scrivo. Sto facendo quello per cui ho “studiato”, anche se l’università (perlomeno la specialistica) non mi ha specializzata in un emerito cazzo, sia chiaro. Però diciamo che l’idea era quella di starsene seduta, caffè o tazza di tè, quadernotto corposo, post it (ho un feticismo per la cancelleria), computer e tastiera. E scrivere.

Certo, mica scrivo quello che mi pare e piace. Però c’è un – seppur ristretto – margine di creatività.

Essere pagati per scrivere. Non per scrivere libri, non per descrivere il mio stato  d’animo, sia chiaro. Però è già qualcosa, quel margine creativo, una sorta di respiro in mezzo ai comunicati sul traffico (che sto chiaramente imparando a scrivere, ovvio) o a quelli sugli incidenti.

Insomma, la mia capa è la capa dell’ufficio stampa di un’azienda. Embè, un po’ me la dovevo tirare, no?

Chiuso il capitolo “ufficio” ieri si è riaperto brevemente quello “ristorante”. Siccome c’era un gruppo che suonava mi hanno chiesto di tornarci per dare una mano. E ci sono andata.

È stato bello. Il dopo serata, dico.

L’informalità. Birra e cocktail a fiumi. Musica. Ballare, bere, ballare, gridare.

Il primo briciolo di spensieratezza di quest’estate.

Non mi sentivo così giovane da tempo. Giuro.

La mia più cara amica e collega (anche lei lì in via del tutto eccezionale) ha detto “siamo a casa”.

Ed era vero. Eravamo a casa, a nostro agio, non vestivamo alcun ruolo, ci siamo tutti limitati ad essere noi stessi, senza paura.

Ho vissuto questa settimana con un’intensità di cui non mi credevo capace.

E ne sono felice.


 

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Giochi d’infanzia

Oggi voglio deprimervi e introdurre il post con una citazione che sicuramente è già comparsa in questo blog, teatro di sfiga e mestizia: “ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era.”

La citazione è tratta dal film “Il sorpasso”, che vi consiglio, fra parentesi.

E ora… Ringrazio Zeus che a sua volta ha ringraziato Romolo per la nomina nel tag dei giochi d’infanzia.

Iniziamo senza tante spiegazioni:

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Le mitiche sBarbies!

Bionde, filiformi e ricche.

Le sbarbine erano creature ignobili con la pancia piatta e i vestiti che costavano più dei tuoi.

C’era la sbarbatella bionda, la vera e pura Barbie che guardava tutte le altre (perfino quelle che avevano come unica colpa l’essere castane) dall’alto in basso. Era ricca sfondata, soprattutto la seconda temo, dato che non faceva un cazzo dalla mattina alla sera e aveva inspiegabilmente tutti i comfort di sto mondo, tipo la cabina armadio e cose altrettanto vergognose.

Le Barbie di altre razze non erano degne compari e venivano considerate delle nullità.

Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono.

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L’Action man!!!

L’Action man col cane era l’antenato dei punkabbestia dei nostri giorni.

Era uno scavezzacollo che accoppava bambini tra una sessione di pesi e una tirata di cocaina.

Io da piccola avevo un debole per i tamarri e mi rifiutavo categoricamente di far riprodurre le mie Barbie (che erano Barbie ghetto, dato che qualcuna di loro era nera) con quel pesce lesso di Ken, che girava con la polo Ralph Lauren e il capello gellato.

Action Man + cane faceva bagnare l’intero vicinato, Ken compreso.

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Gli animaletti Kinder!

Quelli sì che erano giochi pazzeschi.

Tra amori incestuosi e accoppiamenti tra specie diverse…

Li adoravo.

Io e la mia migliore amica disseminavamo il pavimento di animaletti, creando famiglie e interi quartieri e facendo indigestione di ovetti Kinder.

Ah, che meraviglia.

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Fin da subito mi sono rivelata una sportiva accanita…

Sto scherzando, ovviamente.

Tuttavia si giocava spesso a pallavolo, utilizzando il portone come rete e distruggendo le rose di metà vicinato, rischiando denunce e percosse.

Ovviamente ci sarebbero altri mille giochi, ma staremmo qui fino a domani.

Invito a partecipare i seguenti bloggerZ:

alemarcotti

Sephiroth

Stardust

Bloom (Di punto in Bianca)

Hadley

 

Festeggiamenti

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Uao.

Sono sopravvissuta – quasi indenne – al primo giorno di lavoro in ufficio!

Dico “indenne” perché alzarsi alle 6 del mattino non era nella mia routine da tempo. E sì, ditelo pure “beata te che non facevi alzatacce” e c’avete ragione, c’avete.

Mi sono alzata in realtà alle 6 e 30, facendo una colazione che avrebbe dovuto saziarmi fino le 12 e 45, ma alle 10 del mattino il mio stomaco già reclamava – a gran voce – cibo.

Ovviamente la mia borsa, come dicono le mie amiche è come quelle delle bulimiche (lo so, non si scherza sulle malattie, ma oh, l’han detto loro). In qualsiasi mia borsa c’è del cibo, aggiungete il fatto che peso 54 kg (circa) e le battute si sprecano.

Così ho mangiucchiato biscotti secchi (e tristi) alle 10 e 30, cercando di placare i borbottii del mio stomaco: vile traditor.

Avevo il mio badge, la mia scrivania, la mia sedia (comodissima) e anche una discreta dose di dignità che ero riuscita ad infilare di straforo stamani, tra un cambio di pantaloni e l’altro.

Tuttavia non ho ancora la mia postazione pc, di conseguenza mi sono girata i pollici a inizio giornata, bevendo tra l’altro ben due caffè.

Io l’azienda già la conoscevo, dato che ci ho fatto il tirocinio due estati fa. E sapete, due anni fa esatti aprii anche questo blog.

Sembra l’altro ieri che vi offrivo tramezzini al tonno e salatini stantii per festeggiare il primo anno di questo blog fantasmagorico ed ora eccomi qui, di nuovo nella stessa azienda e ancora tra queste pagine (?) a tediarvi/ deliziarvi con i miei super post sulla fase premestruale, sulle disavventure al ristorante e oggi su questa vecchia, ma nuova avventura.

Non saprei che aggiungere, a parte il fatto che dover timbrare e calcolare le ore è qualcosa che richiede una concentrazione non indifferente, soprattutto per chi, come me, non sa contare.

Ah quasi dimenticavo: lì ci sono delle birre immaginarie, se qualcuno di voi sa tramutare l’acqua in vino e si chiama Gesù qui è il benvenuto.

Con affetto, V!

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Music Wizard (215)

Buon quasi ferragosto a chi non lo festeggia, come me. Oggi non ho alcuna voglia di pensare né tanto meno di scrivere, perciò eccovi un post di Zeus che ho apprezzato molto. Buona lettura!

Music For Travelers

Ci stiamo avvicinando alle vacanze.
Sono vicino a chi, stoico e irriducibile (= costretto), dovrà aspettare ancora molte settimane o, di ferie, proprio non ne vedrà. Se le ha già fatte, ovvio, il mio supporto morale non esiste perché la sua quota di “fanculo al lavoro” l’ha già avuta.
Cosa provo in questo momento?
Non saprei dirlo a parole, penso un misto di sfinimento e incazzatura. Perché, da me, queste due componenti vanno mano nella mano. Certo, ti dicono “sorridi che la vita ti sorride”, ma se io, come diceva il buon Renton nel suo monologo 2.0 sul “scegli la vita”, di questo presente non mi fido?
Per chi non l’avesse a meno, vi rimetto il monologo, così potete sciacquarvi le orecchie.

Ecco qua, direi che questo riassume molto del mio pensiero corrente. Mi piace nascondermi dietro anche quel vago senso di ipocrisia che contraddistingue il mettere questo scegli…

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Buone nuove

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In fin dei conti ho sempre saputo dentro di me che un giorno sarei diventata Anne Hathaway.

C’è che alla fine mi è arrivata la fatidica chiamata. Quella del lavoro.

Ora che è arrivata sono qui a tormentarmi e a dirmi “ma cazzo, sto facendo la stagione, mi ci ero messa pure comoda in questa situazione del cazzo” com’è che ora mi tirano fuori dal nido a forza?.

Insomma, non avevo fatto alcun progetto, solo aspettare, ecco. Pensavo che alla fine non mi avrebbero manco più chiamata.

Comunque, ho contato i soldi di queste settimane di lavoro e mi sono detta “che cazzo ci faccio con sti soldi?”

Lo so, può sembrare irrispettoso. Ma la verità è che l’ho pensato. E sapete che ho fatto? Ho ordinato un telefono su internet. Il mio ha la memoria piena, il mio amatissimo e non ancora compianto ipod non si aggiorna manco per il cazzo e quindi mi ero “ripromessa” che a fine stagione avrei comprato un telefono decente, che facesse buone foto compensando la mia incapacità, che avesse una capiente memoria per musica e immagini e così via.

Certo, la stagione non è ancora finita, ma la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi hanno chiamata è stata: bene, allora posso comprarmi il telefono.

Cioè, che tristezza.

La verità è che quest’estate come ho ripetuto spesso è andata un po’ a puttane.

Se penso a quella scorsa, tra festicciole e sagre, mi viene il magone.

La mia amica non lavora più al ristorante e così non ho nessuno con cui uscire quando si finisce tardi la sera. Non ho passato grandi serate, quando ero libera. E dubito ce ne saranno.

Ferragosto comunque lo passerò al ristorante, non a mangiare, eh, a lavorare. Il ché mi sta benissimo. Salvo il Natale, adoro lavorare durante le feste comandate.

Nessuna rottura di coglioni.

Sapete, sono terrorizzata. In fin dei conti ci ho sperato tanto e ora che forse ci siamo quasi vorrei avere ancora tanto tempo per rifletterci e stare “comoda”.

In fin dei conti io detesto i cambiamenti. Non sono proprio capace a cambiare.

Quindi niente. La mia estate volge al termine. Lavorerò fino a martedì e poi comincerò un nuovo lavoro.

Non andrò in vacanza, non farò nessun viaggio pazzesco, non ho incontrato nessuno che fosse almeno vagamente interessante, ma… Ma cazzo, queste sono comunque delle grandi novità.

Qualcuno brinda con me? Offro io, dopo tutto sono quasi una donna in carriera.

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Orange is the New Black: una serie cazzuta

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Oggi ho visto l’ultimo episodio della quinta stagione di Orange is the new black, una serie tratta dalle memorie di Piper Kerman, che racconta in un libro il suo anno in carcere.

Vi giuro che una serie così cazzuta non l’avevo mai trovata. Veramente, ma veramente bella.

La serie – prodotta da Netflix – narra le vicissitudini di Piper Chapman, giovane donna che deve scontare una pena di 15 mesi nel carcere di Litchfield, in quanto rea di aver trasportato denaro illecito per conto di Alex Vause, sua ex fidanzata e trafficante di droga.

Tuttavia la condanna avviene parecchi anni dopo il reato commesso da Piper e in questo periodo la futura galeotta si è rifatta una vita con un tizio: Larry Bloom.

La serie si apre con una sorta di ultima cena tra amici, prima che Piper entri in galera e il suo successivo ingresso nel carcere femminile.

Qui Piper capisce subito che la vita da detenuta non sarà rose e fiori, anzi. Dovrà confrontarsi con la prepotenza di alcune detenute e con le ingiustizie che culmineranno in veri e propri soprusi e violenze nei confronti delle stesse. In carcere inoltre Piper incontrerà la sua ex amante Alex.

La serie con un occhio (quasi) sempre puntato sulla protagonista Piper procede tra interessanti flashback che mostrano la vita prima del carcere delle detenute e tra il presente e la quotidianità nella prigione.

Ci sono – ovviamente – parecchi colpi di scena e ogni episodio ha una chiusa che lascia col fiato sospeso.

La serie tocca argomenti interessanti: l’omosessualità, prima di tutto. Trattandosi di un carcere femminile, le relazioni che vengono raccontate sono principalmente tra donne. Tocca il razzismo, l’amicizia, l’amore, la maternità, lo stupro e l’ingiustizia nei confronti delle detenute che man mano che le serie procedono sembrano perdere sempre più diritti e dignità.

Tutti i personaggi sono ben congegnati. Emergono punti di forza e debolezze e si assiste all’evoluzione di ogni personaggio: chi sembra redimersi, chi peggiora, chi fa una brutta fine.

Il linguaggio è – chiaramente – colorito, consiglio di vedere la serie in inglese: secondo me rende decisamente di più.

La protagonista non è tra i miei personaggi preferiti; preferisco di gran lunga Alex Vause, che è parecchio tosta.

Ho apprezzato molto il personaggio di Red, la cuoca russa. Il suo modo di prendersi cura delle detenute più giovani (e non solo) come una madre mi ha commossa in diversi episodi. Inoltre si troverà invischiata in situazioni che fanno temere spesso per la sua sorte. Si distingue per essere assolutamente cazzuta.

L’evoluzione più intensa e interessante è quella di Tiffany Dogget, l’ex tossica che si faceva di crack.

Il personaggio di Suzanne, soprannominata “Crazy Eyes” è a dir poco fenomenale. L’attrice meriterebbe l’oscar per l’interpretazione magistrale. Inoltre commuove per la sua follia e per la sua genuinità. Ha alle spalle una delle storie più tristi fra le detenute.

Tra le varie guardie e impiegati della prigione ho apprezzato anche la trasformazione morale di Joe Caputo, direttore del carcere, che nelle ultime serie saprà sorprendere lo spettatore.

Per quanto mi riguarda ogni personaggio lascia il segno.

Il picco di intensità viene raggiunto con Lolly e la sua pazzia: credo che le sue vicende siano decisamente toccanti.

La serie mi ha parecchio emozionata, soprattutto nelle ultime stagioni, sebbene risultino più scorrevoli le prime.

Mi è piaciuta la rivalità tra donne, ma anche la solidarietà che mostrano quando hanno un obiettivo comune. Mi ha ricordato un po’ l’amicizia effimera che si crea prima di un esame universitario.

Ho adorato le gang latine all’interno del carcere e anche quelle nere, ho adorato Sofia, la parrucchiera transessuale (e detenuta) della prigione, ho adorato l’umanità della detenuta Poussey: il suo amore per i libri e la forte amicizia con Taystee.

Mi è piaciuto il fatto che la serie sottolinei come la dignità umana non vada lesa neppure tra le mura di un carcere. Ma soprattutto il dubbio che insinua nello spettatore: una volta uscite dal carcere saranno le detenute delle persone migliori? E una volta entrate, saranno persone peggiori?

Insomma, se non sapete cosa iniziare a guardare, se vi piacciono le serie intense senza però fronzoli, se vi piace il dramma misto alla commedia… Questa è la serie che fa per voi. In più il titolo della serie è una figata già di suo.

 

 

 

E voi, avete caldo?

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Stato d’animo attuale. 2 Broke girls da qui

Qualcuno l’ha già detto che fa caldo?

O ve l’hanno forse chiesto?

No, perché dove lavoro io non c’è l’aria condizionata, perciò servi i clienti con le gocce di sudore che ti colano dalla fronte, la gente ti guarda tra il disgustato e il compassionevole e ti domanda: “hai caldo?”.

“Sì”.

“Si vede.”

Eh, grazie al cazzo.

Non so in quale dimensione viva questa gente, eh.

Tra l’altro anche se non lavoro al Grand Hotel, ma in un ristorante alla buona immerso nel verde, non posso certo vestirmi come una Lolita “scampata da una retata”, un minimo di decoro ci vuole, ahimè.

Comunque vi confesso un segreto. Sapete perché fa tutto questo caldo?

Per colpa mia.

Sì.

Vi ricordate che qualche mese fa me la tiravo da qui a Milano dicendo “ehi, io lavorerò in ufficio con l’aria condizionata”? Ve le ricordate le mie parole, diciamolo pure… Un po’ canzonatorie nei vostri confronti? Del tipo “io posso e voi no!”?

Ecco.

La sfiga o il destino o lo stramaledetto karma che detto fra noi non ho ancora capito cosa cazzo sia esattamente, beh qualunque cosa sia ha deciso di abbattersi contro di me quest’estate.

Il destino si è fatto beffe di me!

Ho inoltre raccolto qualche perla della serata, relativa al caldo e alla mia persona:

Potreste lavorare in bikini, tanto siete giovani.

Certo, domani mi presento con la collana di fiori hawaiana, pinne ai piedi, salvagente e saluto tutti i clienti con aloha.

Ma anche tu che sei così abbronzata soffri il caldo?

Ma sticazzi, non ce li metti?

Ma anche tu che sei così abbronzata hai l’accento friulano, come mai?

Certo, bestemmio anche alla perfezione, se vuol sentire…

Ma il premio cliente d’oro estate 2017 per il momento va all’allegra famigliola che, mentre noi tutte contente ci dicevamo “ah, stasera si finisce presto”, si presenta all’uscio del ristorante alle ore 22 e qualcosa con l’aria di chi non mangia dall’estate scorsa e chiede implorante “possiamo ancora mangiare?”.

Ma vi sembra forse un ristorante, questo?

Ehm, okay, risposta sbagliata.

Ma certo, accomodatevi pure pezzi di… Pane. Gradite del pane? Prego, da questa parte e mi raccomando vedete di cenare in fretta e furia che ho anche io una vita, più o meno… Ehm, signori, gradite un caffè, un dolce, un sorbetto? Maledetti infami, che stanno in ferie e non hanno un cazzo da fare e vengono a cena all’ultimo momento… È stato un piacere, signori. Buona serata, a mai pi… Ehm, arrivederci, signori.

A proposito, voi avete caldo?

 

500 volte… Sti gran cà!

Ultimamente coi titoli sono un po’ puerile, lo ammetto, temo sia colpa del caldo che mi dà alla testa.

Inoltre non ho mai niente da dire, ogni tanto scrivo qualcosa, lo rileggo e mi dico “oddio, ma tutto sto piagni piagni, sto lamentarsi continuo, sono io, sì? Davvero?” Così mi cancello, mi autocensuro perché il mio stesso post mi dà noia e finisce con il provocarmi l’orticaria.

Che dire? Siamo arrivati a 500 “followers”, che su WordPress significa che la schiera si fa sempre più nutrita ma a leggerti sono al massimo una ventina. Il ché mi sta benissimo, dato che non si vince niente.

Ricordo che a convincermi ad aprire questo blog fu il mio ex ragazzo. Stavamo in Sicilia a fare letteralmente schifo: 24 ore di mare, macallé zeppi di crema, panini imbottiti schiacciati dalle bibite dentro la borsa frigo, ombrelloni abusivi, acqua cristallina e scogliere ripide. Beh, era una figata.

Così cominciai a riempire il blog con brevi squarci di Sicilia, pensando che sarebbe stato così per sempre, che ci sarei tornata ogni estate e avrei riportato i resoconti pallosi delle vacanze, rimpinzando il blog di cibo e di mare. Invece quella fu l’ultima estate, laggiù.

E ho provato la stessa sensazione ieri, al lavoro. C’era un gruppo di ragazze a suonare rock, stavano nel cortiletto fuori dal ristorante, finito il servizio io e i miei colleghi ci siamo fermati a bere una birra anche se il gruppo aveva già finito di suonare da un pezzo, erano le due del mattino. In quel momento ho pensato che sarebbe stato così per sempre, che forse mi andava pure bene, era la birra a pensare al mio posto, anche se era poca in fin dei conti. Ma lì per lì mi dicevo che tutto stava andando bene, che la stagione non era poi la fine del mondo e che sarebbe sempre stato così.

Questa mattina mi sono alzata nauseata, tutto lo spirito positivo di ieri se n’era andato a puttane, i miei pensieri erano di nuovo pesanti e quelli di ieri ridicoli.

Sono andata al lavoro, il titolare assegnava i turni, io dentro di me sbuffavo, fuori sudavo e annuivo.

Tuttavia potrebbe andare peggio di così, che non è una di quelle cose che mi auguro, s’intende.

Fare qualcosa mi tiene viva, nulla è eccitante, nulla è nuovo, ma potrei pensare che prima o poi qualcosa cambierà.

E quindi 500 followers di cui non conosco né nome, né faccia… Beh, grazie, eh?! : )

“Capita che mi sveglio all’alba

quando l’aria è fresca

pensando alle mie illusioni

di un’estate ormai persa…”

Una fetta di culo

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Signore alla cassa:

“Non sono per niente contento, sa? Noi veniamo sempre a mangiare qui, ma questa sera non sono per niente contento”.

Ah, ma davvero? Non è per niente contento? Lo sa che anche per me è domenica sera, grandissima testa di cazzo che non è altro? Solo che a differenza sua è tutto il giorno che sono in piedi per servire e riverire le teste di cazzo come lei? Non è contento? Sa quanto sono contenta io, invece? Che mi devo sorbire la stagione pagata a nero quando ero convinta che avrei finalmente avuto un lavoro vero, senza bambini urlanti che corrono per la sala mentre tu sei lì col vassoio e le bevande traballanti e questi bambini cagacazzi ti fermano perché vogliono chiacchierare con te?

Mi fingo dispiaciuta, assumo un’espressione contrita, quasi costernata, lo guardo e gli dico: mi dispiace signore, che cosa è successo?

“Eh, ho chiesto il conto e nessuno me l’ha mai portato! E adesso, e adesso mi dica quanto devo pagare”.

Coglione.

“Ah e un’altra cosa. A me è stato portato il pane! Mentre i vicini di tavolo avevano i grissini! Anche io volevo i grissini!”

Oh mamma mia! Che ingiustizia! Che affronto! Che malignità! Come farà a dormire sonni tranquilli dopo un simile sopruso?

(Chiedere a una cameriera/cameriere di farsi portare due grissini merdosi era troppo, ma troppo impegnativo).

Caro signor, oltre al pane, alla cena, alle bevande, ai nostri sorrisi non certamente scontati, alla nostra gentilezza, cosa voleva? Anche una fetta del mio culo? 

Invece…

“Signore, sono tot euro e cinquanta. Posso offrirle un limoncello?”.

Posso anche sputarci dentro, se lo desidera.

“Ah, quello lo accetto volentieri, sì”.

Ma non l’avrei mai e poi mai detto! Invece sa dove può mettersi i famosi grissini del vicino?

“Ecco qua signore, buona serata e grazie”. Sorrido gentile, augurandogli le 10 piaghe d’Egitto.

E un vaffanculo, di cuore.

Una signora mi guarda e con gentilezza e un certo tatto mi dice “coraggio, cara, manca poco alla fine dell’estate”.

Avrei potuto abbracciarla singhiozzando senza ritegno.

 

 

.

Non sono mai stata una fan sfegatata dei Linkin Park, ma li ho sempre ascoltati volentieri quando li passavano alla radio.

Ogni tanto ascoltavo qualche brano su YouTube.

Non sono una fan, dicevo. Ma qualche canzone mi è entrata sottopelle. Forse le più commerciali o che lo sono diventate nel tempo.

Oggi leggo della morte del cantante Chester Bennington. Suicida.

Mi è presa una tristezza incredibile, certo non lo conoscevo, non lo veneravo, come non venero nessun artista, ma mi dispiace.

Mi dispiace leggere soprattutto di chi lo giudica, perché era un drogato, perché era un padre.

Ma la depressione è un mostro che ti mangia dentro, chi ne soffre talvolta è un insospettabile.

Puoi avere soldi. Puoi avere affetti. Puoi avere tutto o puoi non avere un cazzo di niente.

Ma se non hai pace, se dentro ti consumi, se ingoi ogni giorno il dolore, se arrivi al limite della sopportazione puoi avere tutto, ma alzarsi è faticoso, le gambe si fanno pesanti. Puoi avere tutto, ma dentro c’è un demone con cui fare a pugni, che alla fine ti schiaccia, ti fa ammattire.

Leggere lo schifo della gente che lo giudica mi disgusta.

E provo sempre tristezza per chi arriva al limite. Non penso sia da vigliacchi, andarsene. Penso che per vivere ci voglia un gran coraggio, certo. Ma anche per morire.

Allora che dire? Solo ripetere che dispiace, perché non immagino la sofferenza e il peso che tutti si portano dentro, nascosto bene, al riparo dagli occhi degli altri.

I tried so hard
And got so far
But in the end
It doesn’t even matter
I had to fall
To lose it all
But in the end
It doesn’t even matter.

Riposa in pace.