Uno show al femminile: Facciamo che io ero

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Sono anni che mi chiedo “quando si decidono ad affidare un programma tutto suo a Virginia Raffaele”?

Dopo averla vista a teatro e in brevi sketch in televisione, ho cominciato a chiedermi perché nessuno le concedesse più spazio. Certo, la gente è abituata al peggio e ha ormai il cervello lobotomizzato, ma alzare un po’ il livello non può certo nuocere a qualcuno.

Virginia Raffaele come spesso mi piace ricordare è l’unica e inimitabile degna erede di sua signoria Paola Cortellesi.

A ogni modo, finalmente la Rai ha esaudito il mio desiderio. Finalmente un programma di qualità in tv. Perché a dirvela tutta, io in televisione non guardo praticamente più nulla. L’accendo e mi piglia il vuoto esistenziale. La tristezza. Solo gente che litiga, che urla o che piange. E a me francamente non interessa un granché, così spengo.

E invece ecco che Rai 2 decide di mandare in onda uno show tutto (o quasi) al femminile e non popolato  dalle solite starlette senza arte né parte, bensì condotto dalla comica del momento che riesce a calarsi nei panni di qualsiasi donna. Da Anna Oxa a Donatella Versace, passando per Bianca Berlinguer a Fiorella Mannoia e tante altre. Personaggi vecchi e personaggi nuovi. Cambio d’abito, di trucco, di atteggiamento e postura. E puff… Virginia Raffaele si trasforma in tutte le donne.

Dalla camminata sbilenca e “sensuale” alla Belen, alle “performance” dell’artista Marina Abramović, la Raffale sembra non sbagliarne una.

Assieme a Fabio De Luigi che le fa da spalla (entrambi i comici provengono dalla “scuola” di Mai Dire) la Raffaele conduce il programma impersonando vecchi e nuovi personaggi e quando toglie la maschera e impersona, beh… Se stessa, riesce comunque a stupire per la sua recitazione impeccabile.

La parodia che più ho apprezzato è stata quella della scrittrice Michela Murgia, “celebre” per aver stroncato l’ultimo libro di Fabio Volo. Quella che invece mi ha un po’ stancata è quella di Belen, personaggio  ormai visto e stravisto.

Ho apprezzato inoltre la presenza di Sabrina Ferilli, (“vittima” di una recente parodia della comica) che, ospite del programma è stata volentieri al gioco sfoggiando una bella dose di autoironia. Cosa non del tutto scontata, visti i numerosi “vips” che si sono infuriati per essere stati oggetto delle parodie della Raffaele.

Molto intenso il monologo sulla paura, dove la comica sottolinea la stupidità dell’omofobia. “Ancora si ha la testa e si ha lo spirito e si trovano le energie per aver paura di chi vuole amarsi semplicemente come gli pare?” (…) “Forse fra tutte le paure questa è la più stupida. No? Dicono tutti così…”.

Siccome ci tengo a diffondere quel poco di buono che c’è in tv, vi lascio il link del monologo della prima puntata.

 

2,40 € di mancia

Ieri fantasticavo su cosa avrei potuto fare coi 2 euro e 40 centesimi di mancia che ho ricevuto, frutto di una domenica alquanto impegnativa.

Frutto di domande come: sei colombiana?

No.

Guarda che mica solo le italiane sono belle ragazze, sai? Anche le colombiane.

Guardi, non lo metto in dubbio, ma…

Sono proprio belle.

Ok.

Pensavo beh… Potrei comprarmici un paio di caramelle sfuse, un quadernino, un viaggio alle Hawaii…

Sparecchiavo e intanto mi beavo di quel ricco bottino. Insomma, ero una ragazza spensierata, una ragazza come tante, che ha sogni nel cassetto e robe del genere.

Poi oggi mi è successa una cosa a dir poco traumatica. Stavo dietro al banco del ristorante e preparavo i caffè per una decina di operai che lo aspettavano appoggiati al banco, chiacchierando fra loro.

A una certa mentre servivo i caffè canticchiando come Julie Andrews…

When the dog bites
When the bee stings
When I’m feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don’t feel so baaaad…

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Ecco arrivare il Bulldog inglese della figlia della titolare: un cane infoiato e tutto muscoli. Mi sbarra la strada e si appiccica alla mia gamba, dandoci dentro come un forsennato.

Io, donna di innata eleganza e gran portamento, cerco di scrollarmelo di dosso… Ma provate voi a dire di no a un maledettissimo Bulldog.

Intanto, mentre gli operai partivano con i cori da stadio incitando la bestia di Satana che non mollava la presa, tenevo in bilico i caffè, sperando di morire in quel momento, risucchiata dal pavimento.

Simulando indifferenza chiedevo lei lo voleva corretto, sì?

Ah, quel cane sa il fatto suo. Un fenomeno.

Il mio lunedì è iniziato davvero in un modo favoloso.

Con quei 2 euro e 40 di mancia andrò a comprarmi un kg di dignità.

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Bestia di Satana.

Cookies da V: ricetta di Mela

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Qualche personalità di spicco che sfoglia il mio blog con noncuranza sgranocchiando i miei cookies.

In un’uggiosa giornata di maggio scrissi un post sui miei cookies mal riusciti e la mia carissima amica di blog (niente, non riesco a schiodarmi da sto “amici di blog”) Mela Sbacata venne in mio soccorso con una favolosa ricetta dei suoi cookies.

Voglio dunque ringraziarla perché i biscotti sono venuti buonissimi: burrosi e dolci al punto giusto, ma non stucchevoli. Poi io amo qualsiasi biscotto a base di burro, una volta sostituii il burro con l’olio di semi… E mi sentii persa.

Mela quando parla di cucina scrive cose come questa (Lo zen e l’arte di preparar biscotti). Insomma, è un piacere leggerla pure quando ti spiega il procedimento di una ricetta.

Comunque mi chiedevo perché a me riesca tutto male, esteticamente. Mi auguro non mi venga mai in mente di fare un bambin. Nel caso in cui venga male pure lui, beh: lo cospargerò di zucchero a velo.

Ma bando alle ciance…  Vi presento i miei (brutti), ma buoni cookies, ma ora, intendiamoci: i cookies di loro sono brutti. Volete dirmi che i cookies che vende Starbucks sono più belli dei miei? Non rispondete.

Grazie Mela!!!

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Telefilm VS Realtà

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Liceali quarantenni di Beverly Hills.

Oggi copio spudoratamente il buon Zeus del blog Music For Travelers, che ha scritto un post esilarante intitolato: L’infanzia ha rovinato l’età adulta a tutti. Ovvero sia, i telefilm che ti hanno maltrattato i sogni.

E quindi ringraziandolo per l’idea fighissima, che lui a sua volta ha preso da qui, (dato che mi drogo di telefilm e che ho sempre sognato una casetta con la piscina e il maggiordomo), sono lieta di presentarvi “telefilm contro realtà”. Vi invito a “rubare” la mia idea rubata e a modificarla a vostro piacimento, pregandovi però di citare la fonte, ossia l’amico di blog (che fa molto terza elementare) Zeus.

Iniziamo.

La scuola nei telefilm:

Nei telefilm gli studenti americani si svegliano felici e contenti e si ingozzano di frittata e bacon, che gli tornerà su per il resto della giornata, a pranzo un panino col burro d’arachidi al volo e poi… Non ci vedono più dalla fame. E il bello è che gli americani sono iperattivi di merda, quelli dopo la scuola fanno volontariato, recitano in qualche musical, fanno una partitina veloce veloce a pallanuoto, bullizzano qualche tizio con gli occhiali, infilano i libri intonsi nell’armadietto, fanno il turno di notte al cinema o dal benzinaio, non dormono e poi sono pronti per iniziare un’altra giornata di scuola. Che cosa facciano esattamente a scuola oltre a sollazzarsi in caffetteria (dove c’è il flipper e puoi pure giocare d’azzardo) e ad aiutare l’ennesimo tizio nuovo con la combinazione dell’armadietto io non l’ho davvero capito… Tuttavia per loro la scuola è un incubo.

La scuola nella realtà:

Ti alzi dal letto dopo aver posticipato la sveglia per una ventina di volte, fino alle 7 meno cinque circa. A quell’ora passa giusto la corriera e così non fai altro che scendere dal letto, infilarti i vestiti sopra al pigiama, piangere se avanza un minuto scarso e salire in corriera.

La scuola non ha praticamente nulla. Non ha manco classi sufficienti per ospitare tutti gli alunni, tant’è che quando l’abbandoni c’è il rischio che altri studenti ti rubino le sedie. E il portafoglio. Il bar non è altro che un tavolino dove sono disposte barrette Galak e merendine e a servirti è un tizio che oltre a fare il barista è anche il bidello della scuola e ti insegna pure educazione fisica.

Lo sport nei telefilm:

Se sei maschio: baseball, basketball, pallanuoto, polo, cricket, football, wrestling, boxe e chi più ne ha più ne metta.

Se sei femmina e sei abbastanza figa diventerai una cheerleader. Se sei un cesso ti emargineranno e probabilmente frequenterai un corso avanzato di poesia comparata tra Shakespeare e Catullo, sarai sicuramente anche un genio della fisica quantistica, ma tutto questo non solo ti renderà inchiavabile agli occhi di tutti, ma non ti permetterà manco di entrare nelle università più prestigiose, dato che negli sport sei una pippa.

Lo sport nella realtà:

Se sei maschio: calcio.

Se sei femmina: pallavolo o danza.

In entrambi i casi non diventerai una star. Ma giocherai al campetto con gli amici per il resto dei tuoi giorni. Ammesso che tu di amici ne abbia.

L’amore nei telefilm:

Se sei intelligente e capace e probabilmente non sei manco così brutta, sei socialmente impegnata e lotti per i diritti delle donne… Sì, se sei così ti prenderai una mostruosa cotta per il misogino capitano della squadra di Hockey, mandando a puttane tutti i tuoi ammirevoli principi morali. Quello prima si passa tutta la squadra delle cheerleader, poi si accorge che nella vita c’è altro, che forse con una ripulita veloce veloce non sei poi così inguardabile… E bam! Cadrà ai tuoi piedi. Tu diventerai la regina delle stronze, mollerai gli studi e insieme sfornerete tanti piccoli americani.

L’amore nella realtà:

Se sei intelligente e capace bla bla. Ti prenderai una cotta per bla bla. Solo che quello non ti si fila, ti friendzona e si farà pure la tua migliore amica. True story.

Il cibo nei telefilm:

Nei telefilm gli americani ordinano quintali di cibo take away che ovviamente si fanno consegnare a casa, dato che hanno il culo pesantissimo. Il loro principale problema del giorno è se ordinare la pizza o al thailandese.

Il cibo arriva, loro lo tolgono dai contenitori, tu sei lì che fissi la scena con la bava alla bocca… Quelli hanno soggiorni elegantissimi e cucine attrezzatissime, ma si siedono a mangiare sul pavimento come i cani. Eccoli, finalmente stanno per portarsi alla bocca i deliziosi ravioli al vapore… Squilla il telefono. Caos generale. Tutti si alzano. Il cibo rimane lì, a terra, intatto. La settimana dopo il figlio americano cretino intento a scolarsi il latte direttamente dal cartone annuncia che il frigo è pieno di avanzi del cinese… Ma che bella notizia!!! Muori MALE.

Il cibo nella realtà ITALIANA:

Dai, c’è davvero bisogno di dire qualcosa?

La vie en rose (?)

amelie-bambinaAmmetto che la storia del francese mi ha sempre resa una bambina un po’ speciale.

Di quelle bambine che hanno tante belle storielle da raccontare, che c’hanno i parenti che vengono dalla Francia e non dal Sud Italia, come di solito capita. E quindi non ti portano schiacciate pugliesi, capperi sotto sale e pomodori secchi, no, ma potrebbero portarti gli insulsi macarons e qualche croissant dalla loro haute patisserie.

Ma niente allarmismi perché nessun parente franscese è giunto dalla banlieu parigina carico di doni, al massimo venivano ai funerali e piantavano le tende a casa nostra per una settimana buona, saccheggiandoci il frigo e vagando per le ostili campagne friulane implorandoci di accompagnarli a visitare qualche cantina… Già.

E poi che dire di mia madre che una cosa sola doveva fare… Parlarmi francese e crescermi come una vanitosa e saccente bilingue, così sarei potuta finire à Paris, immersa nella vasca come Eva Green a fumare sigarette lunghe e a ubriacarmi con del vino rosso assieme al mio incestuoso fratello e quel viscidone di Michael Pitt… Ah no scusate, quella è la trama dei Sognatori di Bertolucci. Ah, detto fra noi, è un film inutile, a tratti pietoso, a meno che non vogliate guardarvi le tette della Green evitatelo… Ma che ve lo dico a fa? NESSUNO vuole vedere le zinne di Tizia Green.

Dicevo, eccomi, una friulana che ha perso l’occasione di essere una parisienne dall’aria imbronciata, che passeggia ammirando le vetrine dei grandi magazzini de LaFayette… Sigh.

Infatti non è andata proprio così. La vasca non la faccio proprio, al massimo guardo le bancarelle del mercato anche se l’ultima volta che ci ho messo piede stampavano ancora Monella Vagabonda sulle mutande.

Ma oggi eccomi a cercare ricette per la biologica nocciolata e mi imbatto in una ricetta franscese dei cookies americani… Ah! Ma ho tutto l’occorrente in casa! Per i miei cukìs dal coeur fondant.

Ascolto la voce della signora française elencare gli ingredienti, il procedimento… Comme on dit? La procédure.

Ed eccola pronunciare “bicarbonato”, proprio così. Bla bla bla de café Bicarbonatò… Cazzo ha detto? Mezza tazzina di caffè di Bicarbonato?

Oui, oui. C’est ça!

E dunque eccomi a ficcare mezza tazzina di bicarbonato nell’impasto con ardore e una certa convinzione… Et voilà…  I miei cookies ripieni di nocciolata sono F A V O L O S I.

Ne assaggio uno e per poco non lo sputo, presa dal mood da sceneggiata… MERDE. M E R D E en français, come dice la mia adorata maman.

Il bicarbonato ha preso il sopravvento e dire che era solo mezza tazzina. Ma come è possibile, porca putain? Oh, quel dommage!

Sti francesi del beep non sanno manco fare una ricetta così banale? E dire che se la tirano un casino per la loro cuisine. Poi faccio un bel respiro, ricordandomi che la mia famiglia è metà francese.

Guardo nuovamente il video, coeur fondant,.. “une demie cuillère à cafè de Bicarbonatò”.

Mezzo cucchiaino da caffè di bicarbonato.

CHE COOOOSA?

Come cazzo ho fatto a capire mezza tazzina di caffè?

Butto i miei fantastici cookies al bicarbonato nella pattumiera e bestemmio, da buona franscese.

Non, rien de rien, non, je ne regrette rien!

Trieste e non solo: dialogo nella mia testa

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Mi aggiro con aria smarrita tra i corridoi dell’Università centrale di Trieste, ci sono andata per ritirare il diploma di laurea triennale, mille anni dopo. Mi hanno consegnato la “pergamena” o come diavolo la chiamano e io non appartengo più a questa città, ricordo non con nostalgia, ma con tristezza e aria invecchiata. Non studiavo all’uni centrale, ma in una bettola dall’aria ospedaliera dalle parti del porto, vicino a un’officina dove c’era sempre un casino infernale, ma quando tornavo a piedi era bello camminare accanto al mare, qualche volta si potevano ammirare gli yacht e i loro proprietari che oziavano pigramente. Trieste uggiosa con gocce di pioggia che picchiettano appena, non è cambiata granché. Hanno aperto un Mc Donald’s in centro e io ci sono entrata per fare colazione dopo aver fatto la fila per ritirare il mio “diploma” e ho preso una ciambella zuccherata e un caffè marocchino. Poi sono andata a pisciare nel cesso che era insolitamente pulito e mi sono messa il rossetto davanti allo specchio, come quelle ragazzine che si truccano al cesso prima di entrare in classe, nei telefilm americani. Il rossetto profuma di quella crema catalana che ti servono nei ristoranti alla buona croati o almeno io lì l’ho assaggiata per la prima volta. È il secondo rossetto che compro nel giro di due settimane, non ne avevo mai comprati prima e manco mai messi. Ma il primo era troppo appariscente, mentre questo è identico al colore delle mie labbra ed è un po’ come non averlo. Ho girato per Trieste fissando i posti dove andavo a “fare aperitivo” sgranocchiando arachidi salate e bevendo prosecco freddo, lamentandomi dei problemi della vita. Quando si faceva crepuscolo restavo un attimo ad ammirare l’acqua con le barche ed era parecchio bello. Trieste è lurida, ma a me ricorda una Vienna in miniatura, anche se a Vienna se lasci il mozzicone di sigaretta a terra ti arrestano e i muri sono immacolati. A Trieste sembra che poche cose siano cambiate, è rimasta quasi intatta. Parlano ancora tutti in modo strano e ordinano il caffè come i marziani, un capo, un nero, un capo in b. Sono sorti dei bar stile americano, prendi il caffè e te ne esci con il bicchiere di cartone oppure lo consumi su uno sgabello disposto di fronte a una vetrata e così intanto ti guardi il mondo che passa davanti. Le impalcature dei lavori in corso sono sempre lì, gli stessi angoli da ristrutturare sono ancora come li avevo lasciati. Ho sempre avuto la sensazione che a Trieste il mondo procedesse a rilento. Però Trieste ha quel fascino bohémien, che non ho ben capito che si intenda, ma a me dà quell’idea lì, un fascino retrò, con le vecchie botteghe incastrate tra i locali nuovi, le macellerie coi cadaveri penzolanti e quei bar dove aleggia ancora odore di fumo e le paste frolle sanno di stantio e poi Trieste è sempre stata un po’ intellettuale, ecco. Fisso tutto, avidamente, ho sempre pensato che Trieste fosse la mia città preferita, anche se è la città dei pazzi. Mi lascio Trieste alle spalle, la mia libreria dove trovavo sempre prezzi scontati e la gente sfogliava i libri e ne trovavi alcuni stropicciati e rimessi a posto frettolosamente, senza il minimo garbo, strizzati dalla gente in mezzo agli altri volumi. Tornata in “patria” entro al supermercato e riempio il carrello di schifezze, arrivo in cassa e mi sorprende trovare un commesso fico. Mi piglia male che veda tutto lo schifo che ho comprato, inoltre oggi sono un cesso, non a caso due tizi mi hanno chiamata “signora” e quindi non sono certo fica come lui, sono quasi tentata di nascondere almeno le patatine da qualche parte, all’ultimo momento, ma ormai è fatta… Lui mi dice buondì, io gli rispondo buondì e capisco che anche lui pensa che io abbia una faccia un po’ di merda, inoltre mi è spuntato un brufolo sotto al mento perché mi devono venire. Penso che la vita sia parecchio ingiusta, do un’occhiata alla spesa della tizia che sorride radiosa al commesso: ha comprato solo yogurt bianco. Entro in auto e torno a casa e mi rendo conto di aver dimenticato l’unica cosa che davvero serviva: il latte.

13 Reasons Why: per me è sì!

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Benvenuto nella tua cassetta: questa è la “recensione” di Tredici.

Ho deciso di guardare 13 Reasons Why (Tredici) perché questa serie è praticamente sulla bocca di tutti. E la cosa mi ha incuriosita alquanto!

Mi sono imbattuta in molti spoiler (troppi!) e anche in diverse recensioni che ho evitato di leggere per non guastarmi del tutto la visione.

Questa serie ha tutti gli ingredienti per essere un “teen drama” coi fiocchi: liceali americani, cheerleader snodabili, outsider e giocatori di basket pompati, stalker, stupratori, consulenti della scuola, festicciole alcoliche e… Suicidi.

Ai miei tempi i teen drama erano un tantino più leggeri e frivoli, tipo The O.C, Gossip Girl e quel polpettone per finti giovani di Dawson’s Creek che francamente non ho mai digerito.

Celebre Marissa Cooper che si scolava fiumi di alcol e… Cos’altro faceva Marissa Cooper?

Come in ogni teen drama che si rispetti (sì, mi piace proprio dire teen drama) la scuola è un inferno. I liceali sono essere immondi, senza scrupoli, bestie di Satana. Non hanno praticamente una coscienza, tranne un paio di loro che ovviamente diventano bersaglio dei più fighetti o dei bulli e così via.

Ma bando alle ciance o questo post diventa lungherrimo. Di che accidenti parla 13 Reasons Why?

Parla del suicidio della liceale  Hannah Baker che lascia ai posteri 7 cassette registrate personalmente dove sono spiegati i 13 motivi che l’hanno portata al suicidio.

Ci si aspetta che Anna Fornaia sia la tipica sfigata secchiona che tutti schifano perché ha un briciolo di cultura e porta l’apparecchio… Quindi merita derisione e vessazioni di ogni tipo. Invece no. Hannah è una ragazza carina, che non fa la cheerleader, no, ma che comunque non passa inosservata.

Hannah non è la più bella della scuola, ma… Famo a capisse: piace ai ragazzi, ha degli amici, una bella famiglia. Sembra che non le manchi davvero nulla.

Il suo calvario ha inizio da un primo episodio spiacevole, episodio di grandissima attualità: un tizio che lei bacia diffonde tramite smartphone una foto di Hannah un po’ “osè”, la foto fa il giro della scuola e iniziano a circolare voci sulla condotta sessuale della ragazza. Hannah passa per quella facile e disinibita.

Da quell’episodio si diramano una serie di sfortunati eventi che assumono man mano tinte sempre più tragiche. Eventi che non coinvolgono solo Hannah, ma anche i suoi compagni di scuola, in particolare la controparte maschile della storia: Clay Jensen, suo amico e collega di lavoro al cinema.

Clay scopre di essere una delle 13 ragioni per le quali Hannah si è tolta la vita. Perché anche lui è colpevole quando non ha mostrato altro che solidarietà nei confronti della ragazza?

Clay sembra l’unico ragazzo con una coscienza, l’unico che non si fa risucchiare dal vortice di menzogne creato dagli altri compagni coinvolti. Con il supporto morale dell’amico Tony ascolterà tutte le cassette, scoprendo tutti i tasselli del puzzle, portando a galla due fatti molto gravi.

La serie inizialmente è lenta, ma poi appassiona. Si vuole capire assieme a Clay, smascherare i colpevoli. Ho letto che qualcuno non è riuscito a provare empatia per Hannah, che in qualche caso ha accusato ingiustamente gli altri del suo suicidio.

Sicuramente Hannah non è la tipica protagonista per cui si prova una simpatia incondizionata. E questo mi è piaciuto, l’ho trovato anticonvenzionale. Hannah fa scelte ingenue e talvolta sbagliate, non è “sfigatissima” perciò non si riesce a compatirla fino in fondo, finisce in una lista in cui il suo culo è giudicato il più bello e lei si indigna anziché lusingarsi, tutti la giudichiamo esagerata inizialmente, come alcuni dei suoi compagni: sembra che Hannah se la prende a male per ogni cosa e addossi le colpe a chiunque per la sua infelicità.

Tuttavia, conoscendola nel corso del telefilm si inizia a guardarla con altri occhi: prima critici, poi compassionevoli. La guardiamo affondare, completamente sola.

Siamo impotenti di fronte alla tristezza degli altri, alla loro solitudine.

Anche noi contribuiamo alla solitudine degli altri? Anche noi meritiamo di ricevere una cassetta in cui ci accusano di non aver mosso un dito? Di essere stati indifferenti?

Chi lo sa.

L’amico Clay alla fine capisce e tenta in qualche modo di rimediare, di non restare indifferente davanti al dolore – seppure ben mascherato – degli altri.

13 è una buona serie, ha una colonna sonora interessante, per certi versi forse è esageratamente stereotipata, in alcuni punti risulta un po’ forzata, ma è una serie che offre spunti di riflessione, che trasmette la giusta inquietudine (dato l’argomento) e che non è così banale come si potrebbe pensare.

I temi trattati sono svariati e moderni, la tecnologia che all’inizio sembra giocare un ruolo fondamentale poi perde d’importanza. Si pensi all’utilizzo dei biglietti, l’articolo sul giornale cartaceo, la radio, l’utilizzo di cassette e non di strumenti più “tecnologici”.

Tecnologia o meno, gli adolescenti di oggi hanno gli stessi problemi di quelli di ieri: bullismo, emarginazione, depressione… Sono sempre dietro l’angolo.

La serie porta a galla tutte queste tematiche e credo che più o meno tutti, per un motivo o per l’altro, alla fine riusciamo a vestire i panni di Hannah, di Clay e perché no, anche dei personaggi più negativi della storia.

L’unica cosa che non capisco, invece, è perché intendano produrre una seconda stagione… 13 ragioni non sono sufficienti? È vero che il finale lascia un po’ col fiato sospeso, date alcune questioni irrisolte, ma non ha alcun senso forzare la trama ulteriormente, si è conclusa così e va bene.

Detto ciò: consiglio questo telefilm e spero di non trovare una cassetta a me dedicata nella quale mi accusate di aver contribuito a frantumarvele con questa chiacchieratissima serie.

Comunicazione “disservizio”

Cari bloggerZ dei miei stivali (o delle mie sneakers) se in questi giorni non sto rispondendo ai vostri commenti non è perché sono una con la puzza sotto al naso, cioè sì, lo sono, però non per questo non rispondo ai commenti. WordPress ogni tot mi presenta qualche simpatico problema, ora non mi fa visualizzare i commenti per intero e robe strane, quindi fatico a rispondere (sia ai commenti sotto ai miei post che sotto ai vostri, poi dipende da come gli gira a WordPress).

Vediamo se si risolve, altrimenti perderò giornate intere a rispondere a ciascuno di voi, andando a cercare i vecchi post e blabla, data la mia proverbiale cortesia.

Un saluto e buon fine settimana: qui piove a secchiate, domani lavoro. Quindi buon fine settimana un cazzo.

Con affetto, la vostra amichevole blogger V di quartiere.

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Sminuzzo la carne con le mani: voglio ridurla in piccoli pezzetti.

È solo un petto di pollo ai ferri, ci ho messo sopra un filo d’olio per renderlo più appetibile al palato. Bevo l’acqua a grandi sorsate, quel bolo di pollo e saliva scivola giù, lungo la gola, una disgustosa poltiglia che mi sforzo di trovare gradevole, ma mi sfugge un conato.

Non sa di niente. Un po’ come la mia vita: insapore.

Fisso il piatto che sembra così abbondante. Trovo difficile mandare giù quel cibo. Vorrei gettare tutto nella spazzatura, ma mi sforzo. Io mi sforzo di mangiare. Lo faccio solo per me e credo basti. Lo faccio per restare in piedi.

Termino finalmente il mio pasto e guardo l’ora: le undici di sera.

Ho appuntamento con una specie di amica che frequento da poco. Lavoriamo entrambe in un bar, mi ha trovata da subito simpatica e usciamo spesso assieme. In realtà io seguo lei, mi unisco alla sua compagnia di amici. Mi sento quasi una parassita.

La mia amica è così sensuale.

Può indossare anche una semplice felpa, sformata e sbiadita. Ma non perde neppure un po’ di fascino.

Io in confronto non sono nessuno, potrei passare quasi inosservata. Ma stasera no. Stasera io voglio brillare.

Provo qualche vestito per la serata che ci aspetta. Alla fine ripiego su un abito piuttosto corto a righe blu e bianche. Dicono che le righe ingrassano e fissando le ossa che sporgono ne sono felice.

Le cosce sono la parte più soda e in carne che ho e mi va di mostrarle.

Non sono alta, ma non mi va di infilarmi i tacchi, ne possiedo solo un paio e non si abbinano all’abito che ho scelto. E poi non ci so camminare bene, figuriamoci se ci riesco a ballare.

Entro in bagno, i capelli non sono pulitissimi e proprio per questo stanno fermi, al loro posto. Potrei raccoglierli, ma preferisco lasciarli sciolti.

Trucco solo gli occhi e appesantisco le palpebre con dell’ombretto blu, richiamando le righe dell’abito.

Uno spesso strato di matita nera, che mi incupisce il volto.

Sono pronta, credo. Mi guardo allo specchio e ho voglia che anche gli altri mi guardino.

La mia amica passa a prendermi assieme ad altri amici e così raggiungiamo il locale.

Non appena ci metto piede mi pento dell’abito che ho scelto. Già comincio a tirarlo giù, per coprire quella poca carne che mi ritrovo: ho bisogno di bere.

L’amica è già in pista con i suoi amici io invece raggiungo il barman: un Gin Tonic, per favore.

Sono praticamente a stomaco vuoto, spero che questo mi aiuti a sciogliermi fin da subito.

Ho detto che voglio brillare, perché ho una paura fottuta?

Tracanno quasi metà del mio cocktail prima di tornare dalla mia amica.

La testa già mi gira un po’. La guardo e non so che sensazione provare. Invidia?

Guardo come si muove, come incanta chi le sta intorno. Guardo quelle forme così proporzionate. Lei è a suo agio nel suo vestito che delinea le sue curve mentre balla senza esitare mai.

Io mi sento goffa in confronto. Un tizio mi guarda. Termino di bere il mio cocktail senza separarmi dal bicchiere vuoto. Mi ci aggrappo.

Fai un altro giro? Mi chiede.

Annuisco e non mi preoccupo neppure di aggiustarmi l’abito. Dopotutto sono qui per essere guardata.

Il secondo cocktail quasi mi scioglie del tutto. Non reggo granché l’alcol, sono quasi pelle e ossa.

Non so cosa voglio dimostrare, voglio solo togliermi di dosso l’espressione smarrita dal mio volto. Cancellarmi, almeno per una sera: annientarmi.

Ballo anche io, ballo e bevo.

Se mi chiede di ballare io ci ballo.

Ma non servono parole in queste circostanze. Ballo e bevo: al quarto cocktail non so neppure più cosa.

Lascio che lui mi tocchi. Che mi faccia brillare, almeno per una sera.

Non provo nulla mentre quelle mani estranee mi frugano dentro. Non provo nulla mentre fingo di lasciarmi andare.

Eppure sono lì.

Mi stringe a sé e sentire la sua erezione che preme non mi scompone.

La musica e l’alcol offuscano la mente. In mezzo alla gente so solo che sto brillando.

Di questo ho voglia.

Lascio che mi conduca dove vuole lui, sceglie l’angolo più buio e appartato del locale.

Lascio che si prenda ciò che desidera. Lascio che. Lascio che mi faccia brillare.

Non vengo neppure mentre mi ansima sul collo. So solo che sto sudando per lo sforzo e per il caldo che c’è dentro al locale.

Resto aggrappata alle sue spalle mentre lui mi scopa così: appoggiati contro una lurida parete di un locale.

Eppure sto brillando.

Non ho nessuna voglia di parlarci finito tutto, lo lascio lì, col suo cazzo di nuovo moscio ed insignificante.

Ritorno dalla mia amica e balliamo ancora un po’.

Poi finalmente torniamo a casa.

Entro in bagno, guardo la mia faccia sfatta.

Tutti quei cocktail mi tornano su per la gola.

Vomito tutto, anche la mia misera cena.

In compenso stasera, stasera io ho brillato.

Trattasi di un nuovo esperimento su “carta”. Tuttavia ogni riferimento a fatti e persone che trovate in questo blog, per quanto io mi sforzi non sarà mai puramente casuale.

Ascoltando “Bevo” dei Ministri.

“Gli altri dicon bevi è la tua serata e poi
Fai guidar qualcun altro.

Bevo bevo bevo
Per il prodotto interno
Bevo bevo bevo
Per scoparti in bagno
Quando mi diverto
Bevo bevo bevo
Quando non mi diverto
Bevo bevo bevo

Per dimenticare
Bevo bevo bevo
Per ballare meglio

Per conoscer gente
Bevo bevo bevo

Per farmi coraggio
Bevo bevo bevo

Sarebbe bello un giorno uscire per vederti e scoprire che
Che si può far qualcos’altro.”

Confidenze

Sinceramente lavorare durante le feste non mi disturba più di tanto, io detesto le grigliate in campagna, le tovaglie bianche di carta che se qualcuno rovescia l’acqua o il vino quelle si disintegrano.

Non ho mai avuto una grande compagnia di amici, perché non mi ci trovo buttata in mezzo alla gente, dover trovare un viso amichevole e tutti quei convenevoli per sopravvivere.

Detesto mangiare a terra, magari sopra a un asciugamano nel mezzo di un bel prato,  che poi si riempie di briciole e qualcuno ci poggia il culo sopra.

Detesto il pane molle che ti rifilano alle sagre.

Non mi interessa fare festa a Pasquetta, il 1 maggio o a Ferragosto.

Non me ne frega un cazzo.

Tanto la gente non si rilassa manco quando è in ferie. Rompe i coglioni uguale.

Vengono al ristorante, ti urlano dietro e tu sei lì, con la faccia da cogliona, sei più intelligente di loro, ma mica gliene frega a quelli, tu sei pagata per servirli.

Quelli pensano che sei una stupida o che dormi in piedi, magari. Che non sei abbastanza sveglia. Chi lo sa. Che ne sanno, in fin dei conti?

Sono pagata per servirli.

Ho una pila di libri sul comodino, ho cominciato a leggerli tutti e li ho lasciati lì, per ora.

Non mi riesce concentrarmi, prestare attenzione. Ho mal di testa e di stomaco. Tutto mi pesa, anche sfogliare un libro.

Mi hanno chiesto se per caso sono triste, perché al lavoro non ho mangiato un granché.

Hai lo stomaco chiuso?

Mi sento emotivamente poco disponibile, non presto la minima attenzione a ciò che la gente mi racconta e non provo neppure un briciolo di empatia quando si confidano.

L’unico brivido di piacere di questo periodo è stato utilizzare il buono di Amazon che ho ricevuto per la laurea.

Mi ci sono comprata un paio di Vans e una felpa sportiva con la zip.

Non avevo bisogno di scarpe nuove e neppure di felpe nuove.

Mi restano ancora dei soldi di quel buono e intendo comprare un regalo per mia madre che è in ferie e che ha deciso di tirare a lucido la casa come si deve.

Mi deprime, mi deprime il tempo pessimo, lei che pulisce, io che ascolto il titolare assegnarci i turni.

Sabato sei libera?

Sì sono libera. Sì vengo io.

Domenica sei libera?

Sì, va bene, sì sono libera.

Ah lunedì ci siete tutte, eh.

Sì, ci siamo.

Mi deprime non avere voglia.

Quando sei infelice la gente è terribilmente solidale, quasi si fa il tifo per l’infelicità altrui.

Io sono una strega cattiva, certe volte.

Ultimamente sono una strega malinconica, più che cattiva, una strega diciamo un po’ annoiata.

Io lo so che tutti hanno i loro problemi, eppure non faccio che pensare ai miei. Penso che siano più fastidiosi degli altri, che ingombrino di più, che io soffro di più.

Tutti soffriamo, ma io un po’ di più.

Alle undici di sera ho già sonno e sono felice di andarmene a letto, così da non pensare a un cazzo, dormire e lasciar correre, attutire il peso sullo stomaco, addormentarlo e poi ricominciare tutto daccapo il giorno dopo.