13 Reasons Why: per me è sì!

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Benvenuto nella tua cassetta: questa è la “recensione” di Tredici.

Ho deciso di guardare 13 Reasons Why (Tredici) perché questa serie è praticamente sulla bocca di tutti. E la cosa mi ha incuriosita alquanto!

Mi sono imbattuta in molti spoiler (troppi!) e anche in diverse recensioni che ho evitato di leggere per non guastarmi del tutto la visione.

Questa serie ha tutti gli ingredienti per essere un “teen drama” coi fiocchi: liceali americani, cheerleader snodabili, outsider e giocatori di basket pompati, stalker, stupratori, consulenti della scuola, festicciole alcoliche e… Suicidi.

Ai miei tempi i teen drama erano un tantino più leggeri e frivoli, tipo The O.C, Gossip Girl e quel polpettone per finti giovani di Dawson’s Creek che francamente non ho mai digerito.

Celebre Marissa Cooper che si scolava fiumi di alcol e… Cos’altro faceva Marissa Cooper?

Come in ogni teen drama che si rispetti (sì, mi piace proprio dire teen drama) la scuola è un inferno. I liceali sono essere immondi, senza scrupoli, bestie di Satana. Non hanno praticamente una coscienza, tranne un paio di loro che ovviamente diventano bersaglio dei più fighetti o dei bulli e così via.

Ma bando alle ciance o questo post diventa lungherrimo. Di che accidenti parla 13 Reasons Why?

Parla del suicidio della liceale  Hannah Baker che lascia ai posteri 7 cassette registrate personalmente dove sono spiegati i 13 motivi che l’hanno portata al suicidio.

Ci si aspetta che Anna Fornaia sia la tipica sfigata secchiona che tutti schifano perché ha un briciolo di cultura e porta l’apparecchio… Quindi merita derisione e vessazioni di ogni tipo. Invece no. Hannah è una ragazza carina, che non fa la cheerleader, no, ma che comunque non passa inosservata.

Hannah non è la più bella della scuola, ma… Famo a capisse: piace ai ragazzi, ha degli amici, una bella famiglia. Sembra che non le manchi davvero nulla.

Il suo calvario ha inizio da un primo episodio spiacevole, episodio di grandissima attualità: un tizio che lei bacia diffonde tramite smartphone una foto di Hannah un po’ “osè”, la foto fa il giro della scuola e iniziano a circolare voci sulla condotta sessuale della ragazza. Hannah passa per quella facile e disinibita.

Da quell’episodio si diramano una serie di sfortunati eventi che assumono man mano tinte sempre più tragiche. Eventi che non coinvolgono solo Hannah, ma anche i suoi compagni di scuola, in particolare la controparte maschile della storia: Clay Jensen, suo amico e collega di lavoro al cinema.

Clay scopre di essere una delle 13 ragioni per le quali Hannah si è tolta la vita. Perché anche lui è colpevole quando non ha mostrato altro che solidarietà nei confronti della ragazza?

Clay sembra l’unico ragazzo con una coscienza, l’unico che non si fa risucchiare dal vortice di menzogne creato dagli altri compagni coinvolti. Con il supporto morale dell’amico Tony ascolterà tutte le cassette, scoprendo tutti i tasselli del puzzle, portando a galla due fatti molto gravi.

La serie inizialmente è lenta, ma poi appassiona. Si vuole capire assieme a Clay, smascherare i colpevoli. Ho letto che qualcuno non è riuscito a provare empatia per Hannah, che in qualche caso ha accusato ingiustamente gli altri del suo suicidio.

Sicuramente Hannah non è la tipica protagonista per cui si prova una simpatia incondizionata. E questo mi è piaciuto, l’ho trovato anticonvenzionale. Hannah fa scelte ingenue e talvolta sbagliate, non è “sfigatissima” perciò non si riesce a compatirla fino in fondo, finisce in una lista in cui il suo culo è giudicato il più bello e lei si indigna anziché lusingarsi, tutti la giudichiamo esagerata inizialmente, come alcuni dei suoi compagni: sembra che Hannah se la prende a male per ogni cosa e addossi le colpe a chiunque per la sua infelicità.

Tuttavia, conoscendola nel corso del telefilm si inizia a guardarla con altri occhi: prima critici, poi compassionevoli. La guardiamo affondare, completamente sola.

Siamo impotenti di fronte alla tristezza degli altri, alla loro solitudine.

Anche noi contribuiamo alla solitudine degli altri? Anche noi meritiamo di ricevere una cassetta in cui ci accusano di non aver mosso un dito? Di essere stati indifferenti?

Chi lo sa.

L’amico Clay alla fine capisce e tenta in qualche modo di rimediare, di non restare indifferente davanti al dolore – seppure ben mascherato – degli altri.

13 è una buona serie, ha una colonna sonora interessante, per certi versi forse è esageratamente stereotipata, in alcuni punti risulta un po’ forzata, ma è una serie che offre spunti di riflessione, che trasmette la giusta inquietudine (dato l’argomento) e che non è così banale come si potrebbe pensare.

I temi trattati sono svariati e moderni, la tecnologia che all’inizio sembra giocare un ruolo fondamentale poi perde d’importanza. Si pensi all’utilizzo dei biglietti, l’articolo sul giornale cartaceo, la radio, l’utilizzo di cassette e non di strumenti più “tecnologici”.

Tecnologia o meno, gli adolescenti di oggi hanno gli stessi problemi di quelli di ieri: bullismo, emarginazione, depressione… Sono sempre dietro l’angolo.

La serie porta a galla tutte queste tematiche e credo che più o meno tutti, per un motivo o per l’altro, alla fine riusciamo a vestire i panni di Hannah, di Clay e perché no, anche dei personaggi più negativi della storia.

L’unica cosa che non capisco, invece, è perché intendano produrre una seconda stagione… 13 ragioni non sono sufficienti? È vero che il finale lascia un po’ col fiato sospeso, date alcune questioni irrisolte, ma non ha alcun senso forzare la trama ulteriormente, si è conclusa così e va bene.

Detto ciò: consiglio questo telefilm e spero di non trovare una cassetta a me dedicata nella quale mi accusate di aver contribuito a frantumarvele con questa chiacchieratissima serie.

“La vita di Adele”, una semplice storia d’amore (?)

“La vita di Adele” è un film che a quanto pare è piaciuto a molti: ho letto solo critiche positive a riguardo.

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E francamente non concepisco tutto questo entusiasmo, addirittura persone che lo definiscono un capolavoro… Ma ritornerò sulle mie perplessità più in là.

Ieri lo hanno dato in televisione e così ho deciso di vederlo.

Il film racconta la storia d’amore e di passione tra due ragazze: Adele, una giovane liceale, ed Emma, una studentessa al quarto anno di Belle Arti.

Adele dopo aver scaricato un tizio che non la coinvolge più di tanto sessualmente (e soprattutto mentalmente ) accetta di trascorrere la serata in un locale gay assieme al suo migliore amico.

Lì un po’ spaesata, gira per il locale fino a quando incontra una ragazza dai capelli blu, Emma, che da subito la colpisce molto. Le due chiacchierano per un po’ e si rincontrano fuori da scuola, attirandosi gli sguardi e le critiche delle “amiche” di Adele.

Abbastanza interessante il litigio tra Adele e la bulletta (che in teoria era sua amica). La bulletta infatti accusa Adele di essere lesbica e si mostra disgustata per averle permesso di trascorrere la notte a casa sua tempo prima.

Nel frattempo Adele ed Emma iniziano la loro storia d’amore.

Emma è una ragazza sicura di sé, molto dolce ed eccentrica. Inoltre è un’artista. Un giorno, dopo l’amore con Adele, decide di ritrarre la sua amante nuda mentre fuma una sigaretta…

Ed è subito Jack e Rose in Titanic.

La classica furbata di film e libri.. Prendi una tizia, le tingi i capelli di blu, le fai nominare due pittori ed eccola qua: una super artista alternativa.

Insomma, la storia d’amore prosegue tra alti e bassi, tra le insicurezze di Adele, mostre d’arte, un tradimento…

Vediamo le due protagoniste crescere e maturare, soprattutto Adele che è più giovane e insicura di Emma, già realizzata e consapevole.

Vediamo le rispettive famiglie, contrapposte, diverse. Quella di Emma è aperta mentalmente, mentre quella di Adele è più “limitata”, tant’è che Adele non si confida con i genitori sulla sua storia d’amore.

A ogni modo, questo film non mi è piaciuto. Le scene di sesso troppo lunghe, le ragazze ovviamente sono belle da vedere altrimenti dubito che il film avrebbe funzionato… E per carità ci sta. Ci stanno le scene di sesso, ma senza tutta quella bellezza ostentata il film avrebbe avuto il medesimo successo?

Forse sì, forse no.

I dialoghi sono un po’ piatti, l’attrice che interpreta Adele invece l’ho trovata molto credibile.

L’espressione spesso persa, il disagio nello stare con gli amici della sua ragazza, le fitte di gelosia che in certi momenti prova: l’attrice rende bene il tutto e credo sia quasi l’unica cosa che mi sia piaciuta del film.

Perché questo film è piaciuto così tanto al pubblico?

Non è niente di eccezionale (parere mio, s’intende): è una storia d’amore che parte bene, poi prende una brutta piega, poi finisce e ognuna va per la sua strada.

Direi quasi banale.

Però… Però è una storia d’amore tra due ragazze.

Si può definire banale una storia d’amore tra due ragazze al giorno d’oggi?

Per quanto mi riguarda sì, perché per me francamente le persone possono farsi chi caspita vogliono.

Capisco che nel 2017 ci siano ancora un sacco di pregiudizi sull’omosessualità e che quindi un amore tra due persone dello stesso sesso può creare più – come dire – impatto sullo spettatore (in fin dei conti è stupido negare che siamo più abituati a vedere “l’eterosessualità”) e che magari il regista è stato anche “coraggioso” (o paraculo?) a mettere in scena la tematica in modo esplicito, però io giudico questo film obiettivamente, e questo film non è niente di che.

Diciamo che potrei giudicarlo un inno all’amore e alla libertà d’amare e perché no, di amarsi pubblicamente: nel film infatti c’è un continuo “ostentare” l’amore nei luoghi pubblici, al bar, alle manifestazioni e così via.

Inoltre l’amore non viene etichettato. Lo spettatore non pensa per forza di cose che Adele sia lesbica, tant’è che si concede durante il film a diversi uomini. Potrebbe significare che Adele deve ancora maturare, che è alla ricerca della propria identità… Oppure semplicemente che Adele è innamorata di Emma e non dobbiamo per forza catalogarla per i suoi gusti, il che secondo me sarebbe un bel punto su cui riflettere.

Il problema qual è? Che certe volte ho come l’impressione che un amore per così dire meno convenzionale faccia più breccia nel cuore della gente.

Il film non mi ha emozionata, tranne forse in una scena dove Adele guarda Emma con curiosità e desiderio per la prima volta: le due sono in un parco e il regista inquadra un accenno di pelle di Emma e l’espressione incantata e bramosa di Adele.

In quella scena è reso bene il fascino (anche solo estetico) che Emma esercita sulla protagonista.

Detto ciò, non consiglio né sconsiglio questo film, forse l’avrei apprezzato di più in giovane età (ma il film è uscito nel 2013) o forse sto diventando troppo cinica o magari devo solo prenderlo per quello che è: un banale film per adolescenti.

Una storia di me

Avvertenze: si tratta di un post lungo e incasinato. Probabilmente in certi punti ci sarà un po’ di miele: già dalla foto, eh. In altri sembrerò voler fare la vittima e me ne scuso anticipatamente.

Giorni fa ho letto un breve articolo sui problemi delle adozioni, le pratiche lunghe, famiglie italiane che aspettano eccetera eccetera. (Questo è l’articolo).

Ho pensato che qui parlo spesso dei fatti miei, di ciò che mi piace e non mi piace fare e così via, ma mi sono sempre limitata ad accennare (raramente) al fatto di essere figlia adottiva.

Non lo so, sarà che per me è non è un fatto eclatante e neppure per la gente che mi conosce (più o meno bene), come i miei parenti o le mie amicizie. Raramente si accenna a questo fatto, ma non perché sia un tabù, semplicemente perché per noi è la normalità.

Tuttavia le persone che non mi conoscono mi pongono spesso domande, la maggior parte delle volte stupide. Alcune volte mi vengono fatte osservazioni superficiali e banali, ma di sicuro pure a me capita di farle agli altri.

La prima cosa che mi viene chiesta è: sei italiana? Oppure mi viene chiesto di dove sono.

E io lì fingo ingenuità e rispondo con “sì, sono italiana” (il che è vero) e “sono di…” (dicendo a grandi linee dove abito).

E loro scuotono la testa e insistono: “sei italiana, ma non sei nata qui”. Perspicace.

No, non sono nata qui. E allora partono ad affibbiarmi una marea di nazionalità. Mi sono sentita dare della venezuelana, della tunisina, della marocchina, della filippina e poi boh, ho perso il conto. Io ascolto tutto molto pazientemente, anche se dentro me spero che finisca il solito supplizio. Poi dico “no, sono nata in India”. E c’è sempre qualcuno che interviene dicendo “l’avevo detto io”. Sì ma non è che si vinca qualcosa, eh. Il fatto è che io sono parecchio alta e secca, le mie forme sono piuttosto scarse e quindi si fa difficoltà ad inquadrare bene la provenienza, considerando che le donne indiane solitamente hanno le tette grosse (mannaggia!) e sono culone. Anche se l’India è talmente vasta che tutto è possibile.

Va detto che nessuno mi ha mai scambiata per una svedese, questo no.

Dico la verità, mi brucia. Mi brucia pronunciare quelle parole, raramente dico “sono indiana”. Perché io non lo sono. Le mie radici non sono italiane, ma la mia infanzia come la vita fino a oggi l’ho vissuta qui, in Italia. La mia famiglia è italiana, le mie amicizie sono italiane, la mia cultura è italiana. Sono qui dall’anno e mezzo d’età, come potrebbe essere altrimenti?

Mi è capitato spesso, in sede d’esame che professori tanto acculturati mi ponessero domande banali sulla mia nazionalità. Ma forse per le persone si tratta solo di semplice curiosità, per me invece è invadenza.

La gente mi chiede spesso se so qualcosa dei miei veri genitori. I miei veri genitori? Per me è chiaro che il sangue non conta, non potrebbe essere altrimenti. Non somiglio a nessun mio famigliare (esteticamente), eppure ho gli stessi atteggiamenti di mia madre e lo stesso caratteraccio di mio padre.

Poi mi chiedono se conosco la mia lingua. Ma voi a 1 anno parlavate italiano fluente e recitavate la Divina Commedia a menadito?

Io non credo, eh.

Eh, ma ti sarà venuta voglia di imparare la tua lingua.

Io la mia lingua la conosco bene, grazie.

Poi ci sono quelli che mi chiedono se sono mai ritornata in India.

Ritornare in India?

A fare cosa?

Io l’India la vedo con occhi da occidentale. Un posto esotico, caldo, sgargiante, sporco e forse pure ambiguo. Perché dovrei tornarci?

A scoprire le tue origini.

La gente resta perplessa, si rattrista di fronte alla mia freddezza. Come se per me fosse un dovere o fosse naturale sentire la necessità di vedere quei posti.

Mi capita di leggere storie di figli adottivi che non vedono l’ora di fare questi viaggi alla ricerca di loro stessi e alla scoperta dei loro posti di origine. Non li capisco, mi infastidiscono quasi.

Questa smania di voler ostentare la loro diversità.

Posso capire chi è venuto qui a una certa età, quando i ricordi non sfumano e qualcosa ti rimane.

Questo sì, posso capirlo.

Poi ci sono state le classiche offese. Come nel caso di chi ha le orecchie a sventola o è strabico. Le caratteristiche fisiche si sono sempre prestate alle offese.

Da bambina io ero molto sicura di me e orgogliosa, pure. Sentivo la mia “diversità” come un punto di forza. Crescendo (sebbene nessuno mi abbia mai fatto pesare nulla) ho cominciato a perdere quella sicurezza.

Quando mi offendevano io non sapevo per cosa prendermela.

Non potevo offendermi perché io ero italiana, non ero indiana. Ma loro attaccavano quella parte di me che mi faceva risaltare tra gli altri, quella parte che in fin dei conti mi rendeva diversa.

Mi è capitato di guardare quelle famiglie indiane numerose che viaggiano per mete europee, e i loro figli vanno a scuola in Occidente. E possono indignarsi se qualcuno li attacca, perché loro hanno radici, loro sì, sono indiani. Hanno una doppia cultura e se qualcuno l’attacca sanno per cosa offendersi.

Soffrire per me era faticoso. Ho cominciato a non voler più andare al mare. Da ragazzina ero parecchio spigolosa, in più (ovviamente) al mare mi abbronzavo. Tenevo su la maglietta, non volevo essere bersaglio di sguardi. Mia madre si rattristava molto. Io mi coprivo il più possibile, mi piaceva tanto andare al mare ma al contempo avevo paura. Paura che la gente mi guardasse, che mi giudicasse. E sapete perché? Perché non volevo essere giudicata per quei dettagli che io non sentivo miei, che per me non mi appartenevano sebbene invece fossero parte di me.

Andavo al mare con le amiche e loro avevano già le forme, la pelle chiara che si abbronzava delicatamente, i ragazzi che già si interessavano a loro. Io mi vergognavo, volevo solo scomparire. Ero magrissima (sana, ma magra di costituzione), avevo i capelli spettinati e nerissimi, il seno piatto, le gambe chilometriche. Ero sgraziata perché avevo messo su tanti centimetri in un colpo.

Non ero proprio una bellezza, da ragazzina.

Poi sono cresciuta, maturata un poco. Qualcosa è cambiato, certamente le paranoie sono rimaste, ma non legate all’aspetto, perlomeno.

Complice il mio ex ragazzo che mi ha aiutata a sdrammatizzare su tutti quei dettagli che io consideravo difetti, un marchio di cui avrei fatto volentieri a meno. Quando qualcuno ti ama davvero, ti insegna anche ad amarti di più.

Il fatto di non nascondermi più mi rendeva finalmente quella ragazza che non ero mai stata, in mezzo alle altre. Finalmente risaltavo, la bellezza delle altre non celava più la mia, solo perché ero io a scegliere, ero io a scegliere di mostrarmi di più.

Imparare a volersi bene è faticoso e richiede tempo, non lo so se si arrivi nella vita a un punto di completa accettazione, francamente temo di no. Tuttavia piacersi un po’ di più e nascondersi di meno sono ottimi punti di partenza… E talvolta di arrivo.

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Di nuovo perdonatemi per l’eccessivo miele, ma credo che questa storia meriti una breve testimonianza. Qui sono io tremila anni fa con mia mamma, quando sono venuti a “prendermi”: nello sfondo c’è l’Oceano Indiano.

Sviste d’ammmmore!

A tredici anni, in terza media ho sofferto davvero per amore.

Quando ami follemente, irrazionalmente, senza pretendere nulla in cambio. Ti alzi la mattina, ti vedi un cesso, non vedi l’ora di filare a scuola per incontrarlo. È lui l’amore della tua vita, ne sei certa. Piace a tutte, ma tu ti racconti che lui prima o poi smetterà di vedere le altre, quelle che a tredici anni già hanno le tette pronunciate, sono pettinate bene, si stanno lasciando l’infanzia alle spalle. Tu a confronto sei una dilettante, la regina delle perdenti, la suoretta con la tuta da ginnastica. Sei insomma una sfigata.

Però ci provi lo stesso, non sai che significhi avere dignità. Difendi le tue idee, sei quasi coraggiosa: glielo dici, gli dici che lo ami.

Pensi che nessuna di quelle ragazze lo amerà come hai fatto tu. Forse hai ragione, forse no. Quelle ragazze sono belle, da morire. Tu sei l’anatroccolo, sei quella simpatica, quella che ride, quella che alla fine perde. Tu con lui ti scambi sguardi innocenti, lui ti guarda, non ti prende sul serio, per lui sei un’amica, la migliore di tutte. Ma lui infila la lingua nella bocca di qualcun’altra. Lui accarezza quell’altra.

Tu piangi, vai a casa, i tuoi pensano che ti sei rammollita del tutto, ma come, il mio maschiaccio, la mia bambina, ora si fa le paranoie, ora piange per i ragazzi, ora non vuole più farsi la coda bassa, che è da sfigate. Mamma comprami i jeans, lisciami i capelli, mi stanno di merda, sono brutta. Ma che succede amore, queste cose prima non t’interessavano. Mamma non voglio mettere più quella felpa, voglio una maglia carina, come le altre. Come ti brucia dire “come le altre”. Non sarai mai come loro. “Non sarò mai come loro” pensi, con un po’ di orgoglio. “Dio, come vorrei essere come loro”. Amarezza.

Quelle sono belle, fanno mille moine, lui ci casca, lui ci sta. Mi ha sorriso, mi ha detto che con i capelli sciolti sto meglio. E dai, continua a guardarmi, guardami dentro, vedi cosa provo, vedi che per te farei qualunque cosa. E niente, quello è uno stronzo, per lui sarai sempre l’amica del cuore. Ti racconta delle altre, delle sue delusioni, tu sei lì, lo ascolti, gli dai pure consigli, ti mangi il fegato, ti rode di brutto. Ma che puoi fare. La mattina ti guardi allo specchio, eppure ti vedi un po’ cambiata, perché lui non capisce che ti stai trasformando per lui, che tenti di sbocciare. Arrivi a scuola, lui ti saluta, ti fa un sorriso, ti tremano le gambe, pelle d’oca, occhi lucidi. Quant’è bello, con quello sguardo consapevole, così sicuro.

Passano gli anni, vi rivedete. Lo guardi, forse per la prima volta. Non ti sembra molto cambiato. Tu invece sei cambiata, eccome se lo sei. Ora sei donna, sei più sicura, hai vissuto di più, hai amato per la prima volta come si deve. Gli occhi non sono affatto lucidi, le gambe sono ferme, la tua voce lo è.

Lui ricambia il tuo sguardo… E finalmente pensi, “ma quanto ero cogliona a tredici anni?”.

Non datemi del Lei, sono ancora una ragazzina

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Daria.

È ufficiale: non sono ancora uscita dall’adolescenza.

Ho ventitré anni suonati e mi sto avvicinando pericolosamente ai ventiquattro. Improvvisamente e giuro, è capitato così, all’improvviso: la gente mi dà del Lei.

Non so perché lo faccia. Forse vogliono dirmi che non sono più una ragazzina spensierata. Che è ora di metter su famiglia, che bisogna fare i seri.

E pensare che manco quando ero una ragazzina spensierata, mi sentivo spensierata.

Io, per tutta risposta ho iniziato a dare del tu a tutti. Non lo faccio apposta. Ma più la gente m’invecchia più io la ringiovanisco.

Fino allo scorso anno mi chiedevano se andassi a scuola. No, veramente mi sto per laureare… Ma davvero? Sì. E mi faceva incazzare sta cosa che mi davano dieci anni in meno di quelli che avevo. E mò, all’improvviso, sono vecchia. Non vi dico che cos’ho provato quando mi hanno dato della “signora”, una volta. Ma ti sembro una signora? Fino a ieri mi chiedevano i documenti a Londra nei pub perché non credevano che fossi maggiorenne. E non sono passata dal chirurgo nel frattempo.

Succede che finalmente la gente mi dà ventitré anni e io non li voglio avere. Ve li cedo volentieri. Insomma, dai. Continuo ad ascoltare gruppi come i Verdena. I Baustelle. I Subsonica. Gli Afterhours. E mò si aspettano che io diventi qualcuno. Che faccia carriera. Perché tutti intorno a me sembrano aver smesso di essere adolescenti. Ora fanno progetti, roba seria. Insomma, se li portano bene sti ventitré anni e passa. Dovrei rivoluzionare un po’ la mia routine, forse. Il fatto è che sono pigra, sto comoda così.

Che poi io da adolescente non ero proprio giovanissima. Ero parecchio vecchia, davvero. Perciò non so cosa mi sia successo, all’improvviso…

Ecco, appunto.

Ritorno sui miei passi

Le premesse, si sa, devono sempre risultare accattivanti o la lettura viene abbandonata dopo la prima riga. Per questo ho deciso di cominciare a riempire questo spazio con alcune frasi tediose e di circostanza. Masochismo? No, è che non so fare altrimenti. Conclusa questa premessa nella premessa (piuttosto sterile, lo ammetto) vi informo che non scrivevo su un “blog” da moltissimi anni. “Issimi” si fa per dire, avendone io ventitré, trovandomi quindi nel fior fiore della mia giovinezza e, “bellezza”, o perlomeno così dovrebbe essere. Vi ricordate quel grazioso spazio che MSN metteva a disposizione per gli utenti più avventurosi? Si chiamava “Space” se non ricordo male (da non confondere con il più conosciuto Myspace). Io scrivevo lì cose senza alcun senso e riflessioni su quanto amara fosse la vita per noi adolescenti. Mi lamentavo del mondo e dei suoi abitanti e cose di questo genere. Avevo circa tredici anni, non andavo dalla parrucchiera e anziché dedicarmi ad attività nobili come lo sport o i ragazzi mi rifugiavo in quel piccolo spazio che veniva “letto” dalla mia nutrita schiera di contatti. Contatti che contavano sì e no tre compagne di scuola e un paio di utenti conosciuti in qualche forum. Devo dire che le cose non sono cambiate molto, non sono mai diventata una sportiva né una mangiauomini, in compenso, però, vado dalla parrucchiera!