La prima birra

La prima birra della serata si butta giù quasi subito, non appena il boccale tocca il legno del tavolo dopo il brindisi iniziano le chiacchiere, quasi avessimo aspettato le birre per aprire le “danze”. Lunghe sorsate, quasi a berla per sete. E poi le confidenze, ma per parlarvi davvero avrei bisogno più di qualche sorsata, per rispondere a quel come stai con sincerità, ma forse sì sto bene davvero in quel momento, in realtà nonostante le risate abbiamo tutti i volti velati da malinconia, seppur sottile, appena accennata, ma la mandiamo giù, assieme alla birra fredda, che ci fa chiudere quella giornata pesante in bellezza. La banalità delle chiacchiere iniziali, poi si fanno più intense, quando l’alcol aiuta a sciogliere le inibizioni, ci si apre di più, si va oltre il raccontare la propria giornata. Ma sebbene si abbia voglia di sfogare le frustrazioni della settimana si sceglie di tacere, ascoltare, cambiare argomento. Perché quelle ferite restano in profondità, nessuno vuole piagnucolare, non sprechiamo quelle ore preziose attorno al tavolo lamentandoci, ridiamoci sopra. Ho gli occhi lucidi per il troppo ridere, avevo bisogno di vuotare il sacco, ma non l’ho fatto, eppure sono stata meglio, forse è stato così anche per loro. E allora altri giri, altri brindisi, chiacchiere più spinte, alcune quasi cattive. Ma le paure sono rimaste solo sullo sfondo, non hanno preso il sopravvento, nessuno vuole conoscere le nostre paure, perché scavare se ti sto offrendo la mia superficie? Rimaniamo così, quasi inebetiti da tanta spensieratezza, cambiamo posto, cambiamo discorso. Rimaniamo persone facili, persone semplici, l’apparenza a volte ci salva la pelle. Ma poi incrocio uno sguardo, più attento, come uno scossone, come un risveglio dal torpore che mi ero costruita, uno sguardo che va oltre, che non cede al mio sorriso, ma nessuno lascia cadere la maschera, io non riesco a sostenerlo, i miei occhi guardano altrove, scelgo di salvare l’apparenza e propongo un altro giro.

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Quelle sensazioni da sagra

Da bambina avevo un debole per le sagre, soprattutto quelle nei paesini. Il debole è sfumato via intorno ai sedici anni (mai stata precoce, io) quando sei convinta che il mondo non ti capisce (e io mi spiego malissimo, perciò c’avevo ragione), quando sfidi i tuoi, quando pensi che gli amici siano tutto e snobbi un po’ la tua famiglia. Mi vergognavo a farmi vedere in giro con i miei, mi annoiavano i loro discorsetti educativi, a scuola ero brava di mio ma non m’impegnavo più di tanto e i professori pensavano che fosse successo qualcosa di irreparabile a casa (mai sentito parlare di adolescenza?). E insomma, con gli ormoni a mille, le delusioni e la voglia di mettere tutto in discussione tranne me stessa affrontavo la vita perennemente incazzata, piantavo il muso per tutto, frignavo per i fatti miei, ero una palla mortale, più o meno. E con quella “rabbia” lasciavo perdere le piccole cose, troppo semplici per me, poco interessanti. Scivolava via la tradizione, che vedevo come una minaccia, di certo non mi sarei fatta vedere in quelle sagre paesane, io. Recuperata la testa e un po’ di serenità mi sono riavvicinata alla realtà, perché davvero mi chiedo sempre cosa sia meglio della birra gelata con le patatine fritte. Venerdì sera sono uscita con amiche e amici di amici per andare in una sagra, quella dei “santi” che si tiene dalle mie parti. La sensazione che mi danno le sagre è quella di trovarsi a casa e in buona compagnia. Tutti sembrano degli ottimi compagni di chiacchiere profonde e vino bianco più o meno scadente, tutti hanno un’incredibile voglia di vivere. Faceva freddo e io (lo ripeto sempre) che sono freddolosa ero l’unica della combriccola col giubbottone invernale e tutti pensavano che fossi esagerata. Ma poi è calata la temperatura di brutto e mentre loro tremavano io stavo da Dio. E niente, abbiamo mangiato in abbondanza e bevuto in altrettanta abbondanza (ehm, siamo in Friuli, non giudicate). E in queste sagre si ha la sensazione di trovare solo persone genuine, che poi magari le incontri al supermercato e manco ti salutano, ma in sagra sì, sorridono tutti, inebetiti dall’atmosfera che c’è. Finiva ottobre e con lui si alzava un po’ il vento, non quello da neve, ancora, ma faceva pur sempre freddo ed era piacevole starsene fuori. Liberi dai nostri ruoli, frivoli eppure veri, dentro ai cappotti più o meno graziosi, fissandoci e ridendo per niente, stringendo la birra alla zucca fra le mani, aggrappandoci alla sensazione che si sarebbe potuti rimanere così bene per sempre. Finiva ottobre e noi non volevamo lasciarci, un po’ per l’alcol, un po’ perché ce la godevamo un sacco. Restiamo ancora un po’, facciamoci ancora un po’ del bene che domani si riprende a fingere, o forse stavamo già fingendo così? Non m’importava granché, ciò che importava era stare in quel modo, all’aperto eppure al sicuro. Per me l’intensità stava tutta racchiusa nelle nostre mani e nei nostri discorsi, un po’ da bar, un po’ da gente “navigata”. Che fosse magia quella che ci circondava, ci sentivamo davvero sazi, pieni di quella vita notturna che impregna la bocca di parole che suonano sincere, che tanto si possono dire, svelare, che poi l’indomani si ritorna alla solita circostanza…

Stappa una Minchia!

“Che Minchia bevi?” In Sicilia la “minchia” è un business… In alcune birrerie “ben fornite” non c’è spazio per l’imbarazzo: scegliete pure la Minchia adatta a voi. Bionda, rossa o tosta.

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E’ una birra Lager, ovvero a bassa fermentazione, di produzione artigianale. Io, sentendomi particolarmente audace ho scelto la Tosta. E voi, che Minchia preferite?

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