2 gocce di olio di palma N°5

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Foto da qui

Cosa indossa per andare a letto? Un pigiama? La parte sotto del pigiama? Una camicia da notte?

Due gocce di olio di palma N°5.

Risposi così, tempo fa, in un’intervista che famosi giornalisti mi fecero (di una curiosità morbosa, detto tra noi).

A ogni modo.

Sono una persona che si fissa sulle cose.

Non ho proprio una via di mezzo e francamente ho poco autocontrollo.

Ho quindi dei periodi in cui entro in fissa per certe cose.

Me le sogno pure di notte.

Il periodo “Harry Potter”, ad esempio. Se non ricordo male intorno ai 12/13 anni. Ho passato un’estate a leggere di continuo i libri di Harry Potter, in modo ossessivo proprio.

Ammetto che ogni anno rileggo la saga intera, perché ne sento proprio la necessità. E poi io sono una di quelle che rilegge i libri fino allo sfinimento. Anche se in realtà non mi stufano mai. C’è gente che viene a dirmi che rileggere i libri è stupido. O inutile.

Quella gente è ovviamente imbavagliata nel mio sgabuzzino.

Comunque. Ora sono in una fase che mai avrei immaginato di vivere, ma mai proprio. Tutto questo perché (io che mi vanto di essere una persona dotata di raziocinio e soprattutto che non si fa influenzare dalle mode) ho visto un video su YouTube dove una tizia parlava di prodotti bio.

E per bio intendo quei prodotti (di cui non faccio nomi, perché col cazzo che faccio pubblicità aggratis) senza siliconi e menate varie. Ma pure di robe da mangiare “sane”.

Inoltre a Natale mia zia (che pensavo conducesse un’esistenza tutto sommato normale) mi ha regalato un piccolo set di prodotti da bagno “eco – bio” e così ho cominciato a leggere gli ingredienti di ogni fottuta cosa, facendo pure un po’ la saputella.

Ma lo sai che la crema che ti metti sulle mani contiene @!lsjkfh485794**???

“Ma vaff@k!°#<+”.

Ok.

Detto ciò, come utilizzo questi pazzeschi prodotti bio?

Mi lavo con quelli.

E poi mi rilavo con il bagnoschiuma di sempre, primo perché profuma, secondo perché ho la sensazione che quei prodotti non lavino una cippa.

Sono una persona davvero coerente, ci tengo a confessarvelo.

Ovviamente queste fasi arrivano impetuose e travolgenti per poi passare, perché io sono una persona che si stufa quasi subito delle cose e soprattutto sono pigra.

Mia madre ha commentato questa mia nuova mania con tono sommesso “e pensare che una volta (l’altro ieri) ti basavi solo sul profumo di un bagnoschiuma per sceglierlo”.

Ma mamma, sono cresciuta!

Comunque.

Oggi ho ficcato nel carrello qualche prodotto “bio” (che costava meno o uguale ai prodotti normali)… Solo che poi mi è venuta voglia di fare la torta Mars, dato che l’altra sera ho visto un video in cui la realizzavano.

Come ben sapete – considerando che qui non parlo d’altro – quando sono in premestruo guardo sempre ricette per superare il periodo…

Che poi mi sembra di avere perennemente il ciclo da quando scrivo nel blog, o i mesi passano che è una meraviglia…

A ogni modo, proprio perché sono una persona coerente e facilmente influenzabile, ho comprato due confezioni di Mars e il riso soffiato (ecco, prendete quello che mettete di solito nel latte, non quello schifoso che si sgonfia e diventa pappetta), quello “croccante” e cioccolatoso, per intenderci.

Ho dunque fissato il carrello con espressione soddisfatta e diabolica: la fiera dell’incoerenza.

Ci stavano le robe bio (che indossavano una camicia nera) che bacchettavano l’olio di palma mentre quello canticchiava spensierato “fischia il vento e infuria la bufeeera”…

Ps: sono sotto tesi, agli sgoccioli proprio… Abbiate pietà di me e dei miei post.

“Scarpe rotte e pur bisogna andar a conquistare la rossa primavera…”

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Un vegano ci seppellirà

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(Foto dal Web)

Ieri per poco non mi pigliava un colpo al cuore mentre leggevo “Stop ai kebab e alle friggitorie in centro storico”, ( notizia riportata sul sito L’Arena, giornale di Verona).

Voi direte, ma ci saranno notizie ben più tristi e sconvolgenti… No, non ce ne sono.

A parte che leggendo solo il titolo mi era tipo passata tutta la vita davanti, perché per una frazione di secondo mi sono immaginata tutti quei luoghi succulenti chiudere baracca e burattini, compresa la piadineria a cui sono tanto affezionata, e già mi stavano girando perché sto collezionando i punti sulla tessera per vincere una piadina gratis (l’anno scorso ce l’ho fatta, ma poi contenta di non spendere una lira ho aggiunto altre robe e alla fine ho pagato come le altre volte): sì sono una persona triste.

Ma insomma, ecco qualche punto saliente dell’articolo in questione: “Grazie a questo provvedimento – ha detto Tosi – non sono ammesse aperture ex novo di attività artigianali del settore alimentare che producano e vendano cibi la cui preparazione possa incidere sul decoro della città, questo a tutela non solo del patrimonio storico ed architettonico del centro ma anche della tradizione e della tipicità culturale del territorio veronese.” 

Vi giuro che non ho capito cosa intendesse dire.

Perché i locali del centro che non ti propinano fritture sono quei classici postacci per turisti, dove la gente si siede a consumare spritz Aperol a cinque euro e poi decide di pranzare con le specialità veronesi: spaghetti alla bolognese o insalatone, facendosi ingannare dalle foto dei piatti sui quegli orridi menu che fanno tanto anni 80.

Io direi che quei posti spacciati per ristorantini “locali” siano peggiori di un ristorante cinese spacciato per beh, un ristorante cinese.

E poi: Di fatto – ha concluso Ambrosini – in centro storico non sarà più possibile aprire attività d’asporto di cibi etnici, riferibili alla cultura orientale e medio orientale. 

Okay, ma è necessario porre l’accento su quell’etnici? Di sicuro è una questione ambientale e tutto quanto, ma certe dichiarazioni che utilità hanno? A Verona di osterie tipiche ce ne sono, per non farsi spennare basta muovere un po’ le chiappe e spostarsi dal centro, credo eh. Altrimenti, tutti a pranzo dal Sior Tosi!

Che poi, io lo sapevo, lo sapevo che saremo finiti così, infestati da quei cazzo di localini bio, con i mangiafrullati a tutte le ore del giorno, che manco nel peggiore dei miei incubi.

Qui l’articolo.

Incomprensioni “a portar via”

Io non potevo sapere che al take away thailandese avessero assunto un ragazzo bianco e bono che sta seduto a prendere gli ordini. Non potevo saperlo mentre uscivo con la tuta sciatta, di quelle che sei sensuale solo se la togli e poi magari la bruci, perché non ha proprio niente di femminile. Il fatto è che questa è l’ultima domenica prima dell’esame, quindi sì, la doccia me la faccio, solo perché voglio preservare quel minimo di umanità che m’è rimasta, però non è che si possa pretendere tanto in questo periodo e poco fa ho messo il naso fuori solo per andare a caccia di cibo e mi sono detta, cazzo sto a infilarmi i jeans? Tanto in quel buco di cibo a portar via trovi al massimo i tizi che vanno a teatro, che tentano sempre di attaccar bottone e sono di una noia infinita. Eppure la piastra per capelli mi aveva lanciato una certa occhiata, della serie: hai intenzione di sistemarteli quei capelli o pensi di continuare così ancora per molto? E io l’ho capita, ho capito che mi stava mandando un segnale, però l’ho ignorata, non avevo tempo di discutere con lei: avevo fame. Sono arrivata al thai pensando di trovarmi la solita schiera di signore gentili avvolte da quel profumo invitante di pollo e soia, tutte premurose e invece? Invece no. C’era il nuovo acquisto. Davvero un bel tipo, non c’è che dire. Quando me lo son trovata davanti avrei voluto gridare: non sono stata io a voler indossare questa tuta orrenda! C’è stato un equivoco, mi hanno incastrata! Ho cercato di comunicargli con lo sguardo che io non ne sapevo nulla dei pantaloni che indossavo, che io non li avevo mai visti in vita mia. E invece ho mormorato un timido: riso con pollo e involtini… E nell’attimo in cui i nostri sguardi si sono incrociati io ho capito una cosa. Lui alla pubblicità di Intimissimi, quella della studentessa sexy che studia in lingerie (o na roba del genere) ci aveva sempre creduto, sì, fino a quel momento. E così me ne sono andata contenta, felice almeno di aver sfatato un mito per quel povero ragazzo, che di sicuro dal canto suo avrà pensato: ma qui una figa, mai eh?

 

Portami via

Io e i take away abbiamo da sempre un rapporto morboso. Del tipo (sarà che me la son tirata dietro col post sui pendolari) oggi piglio il treno, arrivo dove devo arrivare, attendo la coincidenza, ritarda di tipo venti minuti e che sarà mai, li avete visti che felici i passeggeri di Italo nella pubblicità, ecco, venissero a girare una pubblicità sui regionali, che a certe ore i carri di bestiame son più comodi, maledetti. Insomma, contenta, rilassata, sull’orlo di una crisi di nervi (per dirla alla Almodóvar) mi faccio i primi venticinque minuti (poco meno) in piedi, stipata come sardina assieme agli altri sventurati, fermata successiva il treno si svuota e posso sedermi e darmi una calmata. Perché qui, nel virtuale, sembra che siamo tutte carine e simpatiche, ma non è proprio così, almeno per quanto mi riguarda. Io ho certe manie, certe abitudini, certi orari, e quando non vengono rispettati: sbrocco (nella mia testa, per ora). Sbuffando tra me e me che s’era fatta una certa, che mi scocciava approdare in stazione a quelle ore, e poi pigliare il bus, e poi arrivare in appartamento tardi e insomma pensieri positivi. Quando poi arrivo a destinazione mi prende un languorino, che di ino non aveva proprio niente. Avevo una fame pazzesca, quella fame da “a pranzo un panino al volo” (solo che io ho mangiato pasta a volontà) e insomma mi andava di ingozzarmi al take away thailandese. Certe voglie vanno soddisfatte. Il fatto è che io ho provato tutti i take away della città. Ho le loro tessere, i loro menu, me li sogno pure di notte. Non appena spunta un nuovo “ristorantino” da asporto io mi ci fiondo. Non importa l’ora, non importa manco che si mangia. Devo avere quel cibo, vederlo confezionato per bene, sentire il profumo quando lo scarti a casa… Ahhh, che benessere! Quindi, mi trascino con il trolley fino a sto benedetto “thai” e compro pure una bibita. E la signora, scambiandomi forse per una bambinona (complice l’emozione dipinta sul mio volto) troppo cresciuta mi chiede: vuoi anche la cannuccia?

E insomma, niente.

Impressioni di ottobre. Ah, ottobre, foglie che cadono… Okay, non mi viene in mente nient’altro da dire di tipicamente autunnale perciò dirò solo che ottobre è un mese di merda come un altro. Sono infatti ricominciate le lezioni, questo è anche l’ultimo anno accademico (e perciò l’ultimo anno da fancazzista convinta che troverà il lavoro dei suoi sogni). Quest’anno mi sta stretto. Sebbene l’uomo sia un animale sociale, io quest’anno non ho nessuna voglia di fare nuove amicizie. Spero solo passi in fretta, anche perché quando la gente ti chiede cosa fai e tu rispondi “studio” e quella ti chiede “ma quando pensi di far famiglia” e tu vorresti rispondere “mai” ma invece sei garbata e sorridente e dici “prima devo trovare lavoro” e quella parte a chiederti “e quando pensi di trovarti un lavoro che non sia uno stage non pagato bla bla bla” e tu a quel punto ti metti le dita nelle orecchie e parti a fare “lalalalala”, ci siamo capiti? Ecco, quando la gente ti fa sottilmente notare che sei una nullafacente e che dovresti andare a sfornare figli, torte e ramanzine, tu inizi un po’ a chiederti se la gente non abbia ragione. Fortunatamente, nonostante lo sconforto iniziale, la ragione poi ti torna e capisci che è improbabile che la gente abbia ragione. E insomma oggi ho fatto l’errore di andare a fare la spesa affamata e sono uscita dal supermercato carica di cibo inutile. Quattro salti in padella, birra, grissini, muesli (che mi fa cagare, ma ha un nonsoché di poetico) e patatine. E per sentirmi un po’ bio ho preso pure tre mandaranci. Insomma, un disastro. Ho percorso Verona con passo celere, pensando anche di avere un’aria figa ma poi lo specchio in ascensore (traditore!) mi ha mostrato che avevo torto marcio. Mentre facevo lo slalom fra i turisti mi sono imbattuta in una scenetta strappalacrime. Un barbone con un cane bello ciccione chiedeva la carità e una tizia è andata a comprargli un panzerotto. Il barbone non era affatto entusiasta, sembrava sul punto di tirarle in faccia il panzerotto e di ordinarle qualcos’altro. E invece non è successo, la ragazza si è sentita un’eroina e io, con la fame che avevo poco c’è mancato che chiedessi al barbone un pezzo di panzerotto, considerando che non l’aveva degnato di un’occhiata. E insomma, niente.

Ritorno a casa

Viaggio “breve” ma intensissimo, quello siciliano.

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Ritorno a casa carica di nostalgia e pronta a elencare i principali pregi di questa regione.

Pregio numero uno: il cibo.WP_20140808_004

In Sicilia ogni secondo senza cibo è un secondo sprecato. Chi non mangia è perduto. Lì chiunque muore dalla voglia di dirti quanto sei magro, che non mangi abbastanza, che c’è sempre tempo per un bis e un tris. Lì ti spediscono in aeroporto con le provviste per un anno. E se tu dici che hai solo un misero bagaglio a mano, che viaggi con un “low cost” (che ti dissangua in ogni caso, tentando di sbolognarti profumi a prezzi vantaggiosissimi e caffè macinato direttamente in volo e assurdità simili), loro non ti credono.WP_20140805_001

Insomma, tu il cibo non te lo puoi portare su sto benedetto Ryanair, ma niente, non vogliono sentir ragioni. Al limite ti puoi mangiare un cannolo e quattro cassate durante il check in, dicono. Bene, dicevo, pregio numero uno e facciamo pure numero due il cibo.

Pregio numerononsoché: l’ospitalità. Sì, perché io son dell’idea che pure al nord siamo ospitali, ma mai quanto al sud. Perché al sud non si sforzano, non simulano educazione. Al sud o ti ci mandano o ti adorano follemente, non esistono mezze misure. Il ché per chi è abituato a fingere cordialità è sempre un po’ spiazzante.

Cava D'Aliga

Cava D’Aliga

Altro pregio: spiagge libere, liberissime. Non serve aggiungere altro.

Nino

Nino

Infine: la gioventù mista alla tradizione e l’amore degli abitanti verso la loro regione. In Sicilia moltissimi giovani mandano avanti le “baracche”. Lavorano nei locali, nei musei, ovunque. L’attaccamento degli abitanti per l’isola è forte. Un “pezzo” di storia, simbolo di un antico mestiere (quello dello stagnino) è Nino “u Lantirnaro”. Se vi capita di passare  a Scicli, andate da lui a scrivere un pensiero nella sua celebre agenda. Nino ha una memoria pazzesca e tante storie da raccontare.

Vi assicuro che non mi pagano per sponsorizzare la Sicilia, ma considerandola ormai una seconda casa ho voluto tesserne le lodi.