Femminismi di oggi: “Limbo – L’industria del salvataggio”

16299000_1268253033268721_7661957517755432299_n

Di recente ho letto Limbo – L’industria del salvataggio , romanzo scritto dall’autrice del blog Abbatto i muri (Eretica Withebread).

È la storia di Erèsia – una donna arrestata durante una manifestazione – e stuprata durante la perquisizione da tre agenti della polizia.

Per la rabbia la protagonista registra un video – messaggio in cui rivela la violenza subita, convinta di suscitare indignazione e di creare uno scandalo, volto a smascherare i tre agenti.

Tuttavia tre soldatesse della cosiddetta “industria del salvataggio”, chiamata “Save the Women” che si occupa della violenza sulle donne interrogano Erèsia sull’accaduto.

Save the Women invita la protagonista a denunciare la violenza nella loro sede e lei accetta, convinta che troverà comprensione e giustizia.

Da quel momento per la protagonista inizierà l’incubo, una sorta di  processo “kafkiano”, dove la legge non è dalla parte del cittadino e dove nessuno può difendersi e far valere le proprie ragioni e i propri diritti.

Erèsia si ritrova prigioniera senza aver commesso alcun crimine e scoprirà di non essere l’unica. Che fine fanno i prigionieri? In cosa consiste la loro condanna? Ma soprattutto perché sono stati condannati? Di chi può fidarsi la protagonista? Riuscirà ad evadere dal “carcere”?

Il libro sottolinea tutta l’ipocrisia di un certo tipo di femminismo in chiave romanzata (consiglio di leggere anche la prefazione al libro): il fatto che una donna sia realizzata solo quando è madre, la presunta superiorità della donna, la condanna della prostituzione e dell’industria del porno, il divieto di cambiare sesso e di portare il velo poiché ritenuto denigratorio e lesivo della libertà della donna e così via.

Le donne non devono “vendere” il proprio corpo, non sono pertanto libere di disporne come meglio credono. E questo lo stabiliscono altre donne. E gli uomini?

Gli uomini sembrano colpevoli a prescindere. Colpevoli se pagano una prostituta in cambio di una prestazione sessuale. Colpevoli anche senza prove. A meno che non si tratti di agenti pagati profumatamente, ovvio.

Save the Women parla esclusivamente di femminicidi ad opera di uomini. Non menziona mai casi di violenza commessi da altre donne. Tuttavia gli uomini carcerati non subiscono alcuna rieducazione.

Erèsia è una donna che sostiene la parità dei sessi e non la prevaricazione. Lotta affinché donne e uomini possano esprimere liberamente la propria sessualità e rimane incredula di fronte a ogni tipo di discriminazione: sessuale e razziale che sia.

Il romanzo è decisamente scorrevole, mi è piaciuto il modo in cui l’autrice smaschera le assurdità di alcuni tipi di femminismo (oggi molto in voga) sostenendo quella che dovrebbe essere l’uguaglianza (ossia avere pari diritti) tra i sessi e il diritto di servirsi del proprio corpo come meglio crediamo.

Io penso che molte donne non abbiano ben chiara questa uguaglianza e questa libertà, perciò quando mi imbatto in persone che ragionano in modo normale e non in termini medioevali provo sempre gratitudine e un certo sollievo.

Ovaie in giostra? Un film per l’occasione

Tempo fa scrissi un articoletto sulle cronologie (ossia ciò che digito su Google) in quei giorni.

I giorni dei fiumi di porpora, brrrrrr…

ciclo

Foto da qui

Ecco, io in questi giorni mi sento parecchio pucci pucci, emotiva, sentimentale… Quasi romantica.

Anche se detto fra noi temo sia soprattutto merito degli analgesici che prendo per i crampi… Maaaaaa lasciamo perdere.

La Lines con le sue illuminanti frasi stampate sugli assorbenti dice che in quei giorni è preferibile evitare latticini: e io che di natura sono trasgressiva mi sono preparata una bella tazza di cioccolata calda e ci ho pure schiaffato sopra quintali di panna.

La Lines inoltre assicura che in quei giorni si può tranquillamente fare il bagno al mare.

CHE COOOSA?

Ho vissuto in una menzogna per tutto questo tempo…

Dunque amiche di blog: mettetevi comode, infilate pinne ed occhialini che tanto a quanto pare il bagno lo possiamo fare e niente, leggetevi il post.

Oggi infatti voglio suggerirvi una commedia leggera leggera da vedere in questo periodo in cui siamo giustificate per la nostra emotività. 

Si tratta del film No Strings Attached (uscito nel 2011 e diretto da Ivan Reitman)  che nella becera “traduzione” italiana è chiamato Amici, amanti e… (Il film l’ho visto in lingua originale).

I protagonisti sono Emma (Natalie Portman), una ragazza che sta facendo il tirocinio in ospedale e Adam (Ashton Kutcher) assistente televisivo.

Sinceramente ho visto questo film solo perché Natalie Portman è una delle mie attrici preferite e Kutcher boh: ha quella faccia da cucciolo bastonato che mi fa simpatia, sebbene faccia sempre il coglione in tutti i film.

I due si conoscono da ragazzini a un campeggio estivo e si rivedono dopo molti anni. Hanno caratteri opposti: lui è caloroso, espansivo e piuttosto dolce, lei invece è freddina, sulle sue, incapace di legarsi sentimentalmente a qualcuno.

Tra i due nasce una certa intesa e dopo varie disavventure decidono di imbarcarsi in una relazione di solo sesso, senza sentimento.

Del tipo proprio così: hey, che ne dici di copulare come conigli lasciando fuori dalla camera da letto ogni sentimento?

Okay.

Però se poi uno rimane cotto dell’altro allora interrompiamo il tutto, va bene?

Certamente.

Cose che capitano tutti i giorni, insomma.

I due quindi si accoppiano in ogni dove e a ogni ora: del tipo che lei finisce il turno alle 5 del mattino e chiama lui per fare sesso, che mi sembra un ottimo modo per risparmiare i soldi della palestra, tra parentesi…

La storia prosegue fino a quando uno dei due non si innamora dell’altro… Ma non mi dire!

Cioè voi mi state dicendo che se due stanno bene insieme, si piacciono esteticamente, si trovano simpatici e trombano pure alla grande… Poi finiscono con l’innamorarsi?

Ma veramente???

Il film è molto prevedibile, però ci sono dei momenti in cui è divertente e fa ridere.

Il tutto è molto scorrevole, leggero al punto giusto, non demenziale (nonostante la presenza di Ashton Kutcher). La Portman secondo me potrebbe recitare qualsiasi ruolo e risultare comunque credibile.

C’è una scena del film che mi ha fatto ridere e che ho trovato davvero dolce. Emma e le sue coinquiline hanno appunto il ciclo e lui si presenta a casa loro con un cd che contiene tutte canzoni a tema: Sunday Bloody Sunday, Keep bleeding in love & altre.

Emma: You made me a period mix??

In effetti io proponendo questo filmetto ho scopiazzato l’idea dal film stesso spudoratamente.

E niente, è un film che di tanto in tanto rivedo con piacere ed è una di quelle commedie un po’ frivole e senza grandi pretese che alleggerisce l’umore.

Certo, se poi voi in questi giorni vi sentite tipo Maria La Sanguinaria… Non saprei proprio cosa consigliarvi!

1235309_10202188370656996_374645034_n

Scena dal film

Regali particolari

darlin_harry-potter-great-hall-09292015

Ieri sera la mia casa era invasa da parenti: cugini di ogni età, zii, genitori. Sembrava un po’ la Sala Grande di Harry Potter, senza però le decorazioni natalizie e senza i maghetti, ora che ci penso.

Come ogni anno, per ogni compleanno si imbandisce la tavola con dolci, patatine, spumante, bibite, biscottini, cioccolatini. Io trovo sia una tradizione dolcissima.

Spesso mi capita di leggere o sentire la parola ipocrisia associata a questi incontri, come per Natale eccetera. Nel senso, quando la gente parla di ritrovi famigliari per le feste e così via ci piazza un “che cosa ipocrita”. Oppure “che periodo ipocrita”. Ma voglio direi, ipocriti sarete voi (non voi voi eh), se mi stanno sul cazzo i famigliari non vado a trovarli e stop, non vedo perché farla tanta lunga. Da me ipocrisia non ce n’è, ci divertiamo un sacco, io ho riso praticamente tutta la sera. C’è stata più autenticità e intimità in famiglia che con la birra tra amici, per quanto mi riguarda. Ma per me da sempre è così, ho un legame molto forte e se non ce l’avessi eviterei semplicemente gli incontri con tutta la sacra famiglia e fine.

Va detto che noi in famiglia siamo veramente tanti, inoltre i cugini più grandi hanno avuto figli, quindi sembrava pure un asilo, ieri.

Comunque, ieri ho ricevuto dei pensierini per il compleanno davvero personali e particolari, onestamente ero quasi commossa.

Non sto a elencarli perché non ho cinque anni, ma due in particolare voglio dirveli.

Una scatola grande con i gufi dove all’interno c’era tantissimo tè! Sfuso e in bustine e pure la teiera con il filtro.15302421_1301202433270518_988181830_o

E poi mia cugina (va detto che in famiglia non sono molto normali) mi ha regalato un aggeggio che avrebbe già voluto regalarmi l’anno scorso: la famosa e temutissima coppetta mestruale!!!

wp_20161201_11_37_58_pro-2Quindi sono finalmente una donna moderna, che bello! L’anno scorso ricordo di averla nominata e i commenti mi avevano un po’ lasciata perplessa, nel senso che mi aspettavo più entusiasmo da parte delle femmene, però poco male.

Mia cugina mi ha detto che le sue amiche erano un tantino scandalizzate dal fatto che lei usasse la coppetta durante il ciclo. Io invece ero super affascinata dal mondo delle coppette, ma la mia pigrizia schiacciante mi ha sempre trattenuta dal comprarla. Sinceramente non concepisco questa paura e il lieve disgusto e imbarazzo che la gente mostra quando l’argomento viene toccato. Cioè, lì dentro credo che la maggior parte di noi abbia infilato ben altro, no?

Comunque, finalmente è arrivato il freddo ma non le felpe natalizie da H&M che aspettavo con molta ansia, visto che costavano qualcosa come 10 euri. Come da tradizione (in realtà è una tradizione che ho inventato e cominciato l’anno scorso) a Natale sfoggio una mise natalizia, quest’anno pensavo di lasciar perdere le renne visto che mi hanno portato una sfiga incredibile e di ripiegare appunto su una felpa a tema… Vedremo, ah che progetti intensi che ho!

disgusto.

Premesso che su Facebook, quando c’era la moda del “bravoh” non avevo ben inteso di cosa si trattasse e perché tutti si divertissero un mondo a scrivere “hai fatto il video/foto, bravoh”, poi mi sono state date delucidazioni in merito piuttosto sommarie e bon, effettivamente poteva essere divertente.

Nel senso che non avendo approfondito (diciamo che non me ne fregava di approfondire) la cosa, avevo capito (ma frainteso) che una tizia avesse fatto un porno amatoriale con un amante/attore o chessò io e l’avesse volontariamente (e consapevolmente) caricato nel web per guadagnarci qualcosa.

Oggi leggo che la signora/signorina in questione si è suicidata perché quel video era stato caricato contro la sua volontà, insomma, video finito in mani sbagliate e sbandierato nel web.

Non so perché o meglio, so perché ma questa cosa mi ha scossa profondamente. Mi è venuto un magone lancinante e non lo dico per fare la classica commossa/triste della situazione o la buonista di stocazzo, no, lo dico perché mi è presa un’amarezza e uno sconforto assurdi di fronte a questa notizia.

Sento che il web ci sta rincoglionendo di brutto, sembra o anzi è un mondo parallelo, dove tutto è concesso, immediato, dove possiamo essere noi stessi e non è sempre un bene, la libertà.

Avete presente quando ci si prende una bella sbronza e c’è chi diventa super divertente/amichevole e chi invece tende a incattivirsi e via dicendo?

Ecco, il web è un po’ la fiaschetta dell’alcol. Nel web la nostra personalità trasborda, le sensazioni sfilano in passerella, i pensieri – anche i più violenti – si palesano, quelli di tutti.

Nel web ci si può fingere migliori, eppure spesso emerge il lato peggiore di alcune persone.

Si è anche tutti giudici, io stessa mi permetto di giudicare situazioni filtrate dal web, ma ciò che mi spaventa è questa leggerezza nel dare opinioni, nel sputare veleno così, tanto per. Tanto mi è concesso.

E quindi, dopo che questa donna si è tolta la vita c’è chi dice che alla fine se l’è cercata. Piazzata nel web, di dominio pubblico, messa a nudo in tutti i sensi alla mercé dell’utenza.

Questa cosa mi ferisce e non ne comprendo il motivo, ma mi ferisce. L’idea che una persona possa sentirsi così vulnerabile, priva di difese, priva di forza per reagire, così sconfortata dal privarsi della sua stessa vita, tutto perché qualcuno ha caricato il suo video nel web, esponendola alle fauci di internet. Cioè alle nostre fauci.

La leggerezza delle parole, dei commenti, non ce ne rendiamo conto di quanto possa nuocere. Perché sì la colpa è di chi ha caricato quel video, ma è anche di chi oggi pronuncia o meglio scrive quell’orribile frase, “se l’è cercata”… Ma de che?

A volte la gente nel web mi spaventa più che dal vivo eppure sono le stesse persone, non lo so, provo tanto disgusto.

Fertility day

Oggi parlavo con mia madre che è in ferie, perciò abbiamo pranzato a casa insieme.

Con lei si può parlare davvero di tutto, è una donna aperta e intelligente, con una gran sensibilità. In tutto questo è anche una cagacazzi pazzesca, ma chi non lo è?

Mentre parlavamo (lei ha Facebook ma non lo apre ogni cinque minuti – secondi, quindi non sapeva e credo che ancora non le sia giunta voce della storia del Fertility day) che voglio dire, non bastava il Family day? Na.

Quindi la conversazione è stata del tutto casuale. Si parlava di bambini, madri, educazione e via così.

Lei è madre adottiva e io pensavo chissà che le passerà per la testa nel leggere di questa campagna del fare più figli (più figli eh, non va bene manco il figlio unico), lei che è in menopausa (forzata) dall’età di 35 anni, lei che ha un corpo bello ma segnato sulla pancia da una dolorosissima operazione, una pancia che nasconde. Mi chiedo cosa possa pensare, mentre si parla di fertilità, quasi come fosse un dovere della donna, un obbligo per essere considerata tale, essere fertile e procreare.

Lei ha sempre desiderato figli ma non ne poteva avere in modo naturale e così ha scelto di adottare. Penso quindi a quelle madri adottive (e non solo) che nella giornata Fertility day si chiederanno cosa c’entrino con tutto questo? Se il loro ventre è rimasto vuoto eppure i figli li hanno.

E a quelle donne che avrebbero voluto diventare madri e invece non ci sono riuscite. E quelle invece madri di figli naturali, che se ne fanno di questa giornata?

Questa giornata sa di esclusione.

Si parlava delle differenze tra madri, quelle adottive hanno per forza di cosa un lavoro diverso da fare, imparare ad amare a conoscere un figlio e via dicendo.

Mi piacerebbe che nel 2016 al posto di queste campagne prive di sensibilità e soprattutto di senso si lanciassero giornate più intense e significative, tenendo conto di più fattori.

Mi piacerebbe che si iniziasse a rispettare le scelte altrui e soprattutto la condizione altrui.

“La bellezza non ha età. La fertilità sì.”

“Datti una mossa, non aspettare la cicogna.”

Questi i due slogan più criticati.

Diciamo che se la giornata avesse un altro nome, degli slogan meno idioti, se coinvolgesse tutte le donne e non solo quelle “privilegiate” dalla natura allora potrebbe anche avere un senso.

Per ora davvero non ce l’ha.

Considerando le donne

ORIENTE-OCCIDENTE1

(Foto dal Web)

Tempo fa trovai questa immagine, non ricordo dove, forse su Facebook (sto parlando di anni fa) e ricordo di averla piazzata a mia volta su Facebook, non tanto per provocare quanto per dar da pensare. Io ho attraversato diverse fasi, c’è stato un periodo in cui ero adolescente e leggevo tantissimi libri sulle donne occidentali letteralmente fottute da uomini di fede islamica, nel senso che questi vivevano chessò nella civile (risate registrateAmerica, sposavano donne americane e poi le portavano nel loro paese e pretendevano di tenercele lì, facendole vivere come donne musulmane, minacciandole di tenersi i figli e bla bla. Insomma, libri come Mai senza mia figlia e Vendute li ho riletti fino alla nausea, versando fiumi di lacrime e indignandomi un sacco.

Poi ho iniziato a distaccarmi da quella visione negativa sull’uomo musulmano, mantenendo sempre un certo pregiudizio alimentato sicuramente dalla televisione e via dicendo, ma cercando di non dare giudizi tanto per, perché so bene quanto male facciano. In realtà in vita mia ho viaggiato, non dico abbastanza perché i viaggi non sono mai abbastanza, e poi ci sono viaggi e viaggi , quelli dove fai quattro fotografie alla Chiesa principale e allo Starbucks e ciao, quelli in cui vivi per un po’ in una famiglia del luogo, quelli in cui non ti limiti a passeggiare per Oxford Street ma approfondisci e via così.

Bene, nelle metropoli sono sempre stata molto affascinata dalle donne arabe, quelle che lasciavano il volto scoperto ed erano truccate perfettamente, con le sopracciglia curatissime e tutto il resto coperto, capisco che tutto ciò era solo uno spicchio di realtà, che forse mi facevo un’idea televisiva della cosa, ma ho iniziato a pensare che ci fosse un’altra faccia della medaglia, quella della scelta. Non nego che la rabbia di fondo rimane, che anche a me sembra una costrizione girare tutte coperte, così un giorno, durante un esame di spagnolo in cui non sapevo una regola grammaticale che fosse una, partii a parlare col prof di questa cosa, chiedendogli chi fosse davvero libera, la donna coperta o quella scoperta? E quella coperta è costretta? E quella coperta, se fosse scoperta, la vivrebbe come una costrizione, a sua volta? Divagai un sacco e quasi mi convinsi che il prof mi stesse prestando attenzione… Lui alla fine mi disse che capiva che io fossi una donna “libera” (magari…) e che detestassi le convenzioni, ma le regole di grammatica dovevo studiarle lo stesso. Colpita e affondata. 

12670712_537689349746851_1536455378461869563_n

(Foto dalla pagina Facebook Antro della Femminista)

Così, oggi scorrendo la home di Facebook mi sono trovata un’immagine simile, a distanza di qualche anno, da quella precedentemente postata. Eeee boh, non mi è piaciuta. La foto – come potete vedere – reca la domanda “tu sei sicura di essere libera?”.

E lì mi sono cascate. Lo so, sono argomenti delicati e tutto quanto, ma ho un po’ la nausea di leggere sempre donne che si lamentano perché siamo zoccole se la diamo, frigide se ce la teniamo stretta, siamo costrette a fare figli e se non li facciamo siamo strane e se li facciamo sacrifichiamo tutto il resto e bla bla.

Io non sono d’accordo, l’ho detto spesso, non sono d’accordo e soprattutto non mi vedo così, né mi sento vista così (e se dovessero vedermi in un modo o nell’altro tanti saluti, voglio dire: basta poco). Che un uomo preferisca un certo tipo di donna sarà vero per quell’uomo, come è falso per un altro e se questo discorso vale per lui, vale anche per come vediamo noi gli uomini. E se io decido di farmi una famiglia di certo non devo pretendere collaborazione, perché l’uomo che mi sceglierei sa che è così, sa che i compiti si dividono e tutto quanto, se una si sceglie un uomo egoista sono fattacci suoi, bisogna anche smetterla con sta storia che le donne sono vittime (non sto parlando di certi casi, sto chiaramente esprimendo un’opinione piuttosto blanda), perché la vita è anche fatta di scelte, non è che a me un uomo coglione è capitato e me lo tengo, no grazie, lo rispedisco al mittente e fine. Nell’immagine leggo “sempre curata, truccata e bla bla oppure ti dicono che sei trasandata”, ma chi, chi me lo dice, di grazia? “Scomoda ma composta o non sei femminile“… Va beh, qui si esagera, dai. “In bilico sui tacchi o non sei elegante”… Mai messo un paio di tacchi ed effettivamente non sono elegante ed effettivamente non me ne fotte un granché. Ma se li mettessi, li metterei per piacere e non ci trovo nulla di scandaloso a riguardo.

Ecco, a me tutti questi luoghi comuni mi stanno stancando e non li reputo proprio verissimi. Tutto ha un fondo di verità, sì, ma si può anche scegliere, frignare un po’ di meno e scegliere meglio. Fermo restando che secondo me nessuno è libero e che tutti non facciamo altro che ostentare la propria merce, che può essere una quarta abbondante, un capello liscio, una poesia, un disegno, una bella voce, siamo tutti schiavi dell’approvazione altrui, altrimenti vivremmo in una caverna, lontani dai giudizi altrui. Quindi sì, quel “e tu sei sicura di essere libera” trovo sia una domanda un po’ banale, perché la risposta è chiaramente no e vale per tutti.

 

 

Donne con la D maiuscola! Sì, okay.

Ieri, imbattendomi in questo articolo “Dopo 8 marzo: sul web c’è una svergognata da lapidare” (pagina https://abbattoimuri.wordpress.com/)  mi sono detta non devo fare commenti, non devo fare commenti, non devo fare commenti…

Ma non ho resistito e così ho buttato giù qualche riga su Facebook, questo perché quando leggo certe cose mi risulta difficile tacere/non scriverci niente su. Insomma, l’articolo menziona una foto di una tizia che festeggia l’otto marzo letteralmente sopra a uno spogliarellista, la foto è stata ripresa da una pagina Facebook e commentata con toni al limite della follia: la tizia in questione meriterebbe di essere bruciata viva, stando alle parole dell’amministratrice della pagina Facebook. La tizia è una topa di fogna, una che non merita manco di essere definita donna e via col vento, insomma, na tragedia.

Siccome io cerco di essere il più onesta possibile, ammetto che per me strusciare la patata addosso a spogliarellisti mezzi nudi non mi sembra un’idea entusiasmante, non ci andrei perché mi sentirei a disagio e non sopporterei tutta quella goliardia, così come non sopporto un sacco di altre cose. Non festeggio l’otto marzo, non amo i fiori, ma se qualcuno vuole regalarmi una scatola di cioccolatini (al latte, preferibilmente) dicendomi “congratulazioni per avere la patata” io li accetto volentieri…

A ogni modo, tornando ai commenti, mi sono messa a riflettere sui vari stati Facebook che sono comparsi l’8 marzo… In molti hanno augurato buon 8 marzo solo ad alcune donne, della serie “auguri solo alle donne con la D maiuscola, tranne a quella troia della mia ex… “ o “auguri solo alle vere donne, non a quelle vacche col culo che je casca”… O “auguri donne, siete tutte bellissime, tranne quella stronza, quella che non me la smolla…

Insomma, ci siamo capiti? Gli auguri – non tutti – erano diventati pretesto per insultare la sorella di Tizio, o la moglie di Caio, o la squadra di calcio femminile. Gli auguri erano un modo come un altro per dare delle troie a una fetta di donne, che non si è capito bene per quale motivo, non meritano di essere festeggiate, né di chiamarsi donne. Qualcuna stando alla foto in questione merita addirittura la morte. Insomma, l’8 marzo si è riempito di insulti, di moralisti, di bigottoni, di frustrati che hanno preso a male parole molte donne, tanto così, per passare il tempo… Immancabili i “se l’è andata a cercare, se li cerca gli insulti, bla bla”, sentenza che viene sputata spesso da altre donne.

Vorrei pubblicare alcuni commenti che sono andata a leggermi nella pagina Facebook che ha virtualmente messo alla gogna la tizia:

Vista anch’io. .che schifo…le povere donne morte si stanno girando nella tomba per la vergogna 

certe cose si fanno in privato e col proprio uomo nn in mezzo ad un locale e con uno sconosciuto! Queste donne se così possiamo chiamarle, fanno veramente schifo e degradano il sesso femminile!

La festa della donna è stata rovinata per queste merde umane. Posso capire le ragazze che festeggiano con le amiche nella pizzeria mangiando pizze e bevendo birra o coca cola, ma non condivido assolutamente le ragazze che vanno in quei locali a fare le troie. Ma almeno quel giorno dovrebbero contenersi e che cavolo. Sono morte tantissime donne nella fabbrica per lavoro, per un misero stipendio non di certo andando nei locali a fare queste porcherie, e dando omaggio anche alle donne morte per mariti violenti, mamme che hanno perso la vita sempre per colpa dei mariti lasciando al mondo dei figli facendoli rimanere orfani. Ma la dignità queste dove l’hanno lasciata? Perché non si creano tra di loro la festa della zoccola? Allora si, che quel giorno potranno fare quello che vogliono.

Ma che schifo c’è nel mondo!!! L’8 marzo non dovrebbe essere la festa delle zoccole che vanno col primo che capita.. non dovrebbe neanche essere un giorno da festeggiare ma da ricordare. ..ricordare quelle povere DONNE che sono morte lavorando.

Pensieri profondi e sensati, questi sono i commenti più in vista direttamente sotto alla foto incriminata.

 

Primi e a volte ultimi appuntamenti

6806_tall

Andò più o meno così: ovviamente io sarei quella seduta. (Foto Web)

Parlando con un’amica è uscito fuori il resoconto di un suo primo appuntamento con un tipo che è stato superfantastico e tutto quanto e lei era al settimo cielo e via dicendo, e così riflettevo sui miei di primi appuntamenti e devo dire che sono stati uno peggio dell’altro.

Ne ricordo uno, un’uscita a quattro, io e una mia amica con due tizi conosciuti la sera prima, ricordo ancora questo ragazzo, mi aveva colpita perché tra le domande di rito del corteggiamento gli era venuta fuori un’uscita geniale: hai un animale domestico? Giuro, mi chiese proprio questo e così pensai che ne valesse la pena.

Il giorno dell’appuntamento io e la mia amica avevamo una gran voglia di non presentarci affatto e di andarcene per negozi, ma il buon senso e la buona educazione prevalsero… Venne fuori che il tipo non aveva capito il mio nome e per i primi cinque minuti non fece che chiamarmi Miriam. Guarda che io non mi chiamo Miriam. Come no? Me l’hai detto tu! No, no, credimi, lo saprei se mi chiamassi Miriam. In effetti raramente qualcuno capisce al volo il mio nome, di solito sono costretta a ripeterlo una decina di volte e alla fine ci rinuncio, accettando le storpiature. L’ultima volta che mi sono presentata a qualcuno e lui ha imparato subito il mio nome stavo discutendo con un bambino di quattro anni, per dire…

Ma comunque, fu un appuntamento fallimentare, soprattutto perché a una certa mi ero quasi convinta di chiamarmi Miriam. Che poi voglio dire, dalla M alla V ne passano di lettere, eh. Ricordo però che facemmo merenda in una pasticceria e io mi abbuffai di dolcetti, segno che quel tipo non m’interessava affatto. In effetti mi sarei potuta defilare con una scusa ma quella era proprio una Siora Pasticceria e se non ci fossi andata me ne sarei pentita una vita intera. Il tipo continuava a chiamarmi Miss, Lady, perché diciamocelo, non riusciva a credere che non mi chiamassi Miriam.

Un altro appuntamento fallimentare si svolse all’ora di pranzo, il tipo in questione disse proprio “ci vediamo per pranzo”. Quando lo raggiunsi gli chiesi “allora, dove pranziamo?”… “Ah, io ho già pranzato con i miei amici”. Così mi disse che potevo prendermi un trancio di pizza e consumarlo su una panchina, che lui mi avrebbe fatto compagnia… Beh, gentile da parte sua. Ci sedemmo su una panchina gelida e solitaria. Io avevo lo stomaco chiuso e non riuscivo a mangiare il mio trancio di pizza dignitosamente, la mozzarella colava e tutto quanto, così gli chiesi se lo volesse lui con la scusa che “non ho fame, sai”… Lui mi rimbeccò dicendomi che “non è che non hai fame, è che non sei in grado di mangiarla” e nonostante la sincerità paga sempre non andammo molto lontano, ci rintanammo infatti in un bar e per tutto il tempo lui rimase a fissare una gnocca da urlo spalmata generosamente sul bancone del bar, tant’è che a una certa, per ricordargli la mia presenza dissi pure “figa quella…”, che tanto, peggio di così.

Ci fu poi un appuntamento con un tipo che mi piaceva sul serio, tant’è che mi ero pure depilata le gambe nell’attesa di vederlo. Lui sapeva che avevo una gran passione per i fast food, che voglio dire, è una passione che tutti dovrebbero avere. E così ebbe la brillante idea di propormi il Burger King, che detto fra noi a me proprio non piace, io sono più tipa da Mc Donald’s. Ma poi, chi vuole sbrodolarsi con salse e panini a un primo appuntamento? Ordinai quindi la cosa più semplice e “pulita” da mangiare e quando la tizia del Burger King mi chiese “vuoi anche la salsa? È in omaggio”, che è una delle domande più belle che possano farti io rifiutai, sentendomi come quelle che da Mc Donald’s ordinano l’insalata. Non mangiai quasi nulla e a stomaco semi vuoto e presa dall’ansia trascinai il tipo in un locale e mi presi una sbronza epica pensando che forse l’alcol avrebbe placato le mie ansie. Devo dire che non solo placò le mie ansie ma tirò fuori tutta la mia libido e beh, il resto non ve lo racconto.

Insomma, i primi appuntamenti per me non dovrebbero esistere, tutte quelle stronzate sullo scoprirsi piano piano, sul conoscersi e condividere interessi e il fingersi terribilmente interessanti e interessati… Brrrr!

Pregiudizi all’italiana

an-american-girl-in-italy

(Foto presa dal Web di Ruth Orkin)

Oggi voglio condividere con voi una notizia riportata da varie testate giornalistiche, relativa all’uscita infelice dello scrittore Carlo Panella, ospite nel programma Unomattina. Premesso che io il programma non l’ho mai visto, quindi mi baso su uno spizzico di puntata che vi assicuro è più che sufficiente per capire.

Lo scrittore Panella – invitato a intervenire sul tema “Razzisti? Chi non denuncia le molestie dei migranti”– tema inerente ai recenti fatti di Colonia ha la brillante idea di pronunciare le seguenti parole: “Dietro Colonia c’è la dinamica del branco, un gruppo di maschi ubriachi, testosterone, che fanno le porcate che facevano i maschi in Sicilia e che forse fanno ancora in Sicilia. Ci sono delle foto clamorose della Sicilia, la foto degli anni ’50 la bella ragazza che passa e tutti i galletti…”, parole che potete trovare in questo video.

Giustamente le parole del sior Panella hanno suscitato una gran polemica, soprattutto tra i siciliani, che a sentirsi chiamar “ubriaconi che forse stuprano le donne” non hanno certo fatto i salti di gioia. Per non parlare dell’errore che Panella ha commesso prendendo come esempio la foto della turista americana che fa girare le teste di tutti i presenti. La foto “incriminata” pare sia stata scattata a Firenze nel 1951 e, ahimè, non ha nulla di volgare.

Ma torniamo alle parole dello scrittore: è davvero l’unico a pensarla così? L’unico a considerare i siciliani degli zoticoni? Leggendo qua e là ho trovato questo articolo, dove si parla dell’immagine distorta della Sicilia data dal cinema, argomento che avevo accennato parlando di un film sulla mafia, tempo fa.

In un vecchio post notavo infatti come la mafia fosse esaltata nei filmoni americani e di come la gente più ingenua si lasciasse tentare dal fascino malavitoso trasmesso dalle pellicole oltreoceano, tralasciando la visione di film ben più realistici. Cito un pezzo dell’articolo che vi ho linkato poco fa: sin dal dopo guerra, prima ancora dei film sulla mafia, la Sicilia era descritta dal mondo del cinema come terra di contadini analfabeti, signorotti ignoranti, terra di superstizioni, uomini ferocemente gelosi delle proprie donne. Insomma una terra di tradizioni arcaiche, prigioniera di sentimenti e passioni a livello primitivo, priva di raziocinio. 

Quello che mi chiedo è: come possiamo parlare di immigrazione, integrazione, rispetto, se non riusciamo ancora a capacitarci del fatto che esista un sud d’Italia? Io che vivo nel civilissimo Friuli ho sentito parlar male spesso dei siciliani (o del sud, in generale) anche dalle menti più navigate, che naviga naviga in Sicilia ancora non ci hanno messo piede. Però all’estero sì! Londra? Fighissima. E gli immigrati? Una risorsa. Erasmus? Tutta la vita! Già, tante belle cose, menti aperte e preparate che poi si perdono in un bicchier d’acqua, quello di casa propria, quello pieno di esperienze formative e interessanti che a me sanno solo d’acqua stantia, quello colmo di parole dette tanto per dire.

Io in Sicilia ci sono stata, diverse volte e sì, c’è sempre da magnà! sì, il caffè ad ogni ora! sì, sono tutti calorosi! Però… Tutti quei terroni nullafacenti dipinti dal nord io non li ho visti. Ho visto solo gente giovane mandare avanti i locali, non ho visto vecchi decrepiti arrancare fra i tavoli e le donne? Dio, mio, le donne giravano in shorts! Non stavano in casa a fare la calzetta, perché invece le donne friulane ohhh, tutte emancipate, nessuna di loro aspetta in casa il marito con la cena pronta, nessuna eh? Mica come le terrone, che, che… Che cosa fanno le terrone? Ah, sì, fanno le stesse cose che facciamo noi. Qualcuna studia, qualcuna si sposa, qualcuna lavora. No, perché io ho sentito anche questa. Che i siciliani sono gelosissimi, che tu sei mia o di nessuno, che là le donne sono esseri inferiori, che per loro non c’è cosa più importante della famiglia. Strano, perché è stato il mio tipo siculo a doversi sorbire tutte le festività in famiglia made in NORD, mica io, le sue. È stato lui a dover accettare il mio attaccamento per la famiglia, non certo io il suo. Ahhh, dovrete sicuramente sposarvi! Quelli sono timorati di Dio. Ma davvero? Perché manco il membro più anziano della sua famiglia andava a messa, no, tanto per dire. Sembra esagerato a raccontarvelo, sembra che io stia gonfiando la cosa, ma purtroppo qui al nord abbiamo un’idea del sud molto simile all’Islam made in tv che vediamo ogni giorno. E prima di scrivere, di parlare, anche solo prima di pensare: bisogna toccare con mano, bisogna uscire dal paesino nordico, andare a vedere che l’Italia non è tutta qui.

E se non possiamo? E se non ci interessa? Allora si sta zitti, non si interviene, perché le parole hanno un peso e i giudizi dati tanto per dare hanno delle conseguenze. Non puoi andare in tv a fare il fenomeno, l’uomo di cultura e poi spararle così grosse, non puoi farlo, perché la gente ascolta e ahimè c’è molta gente che crede a tutto quello che sente, ma che però non vede e non si prende la briga di approfondire, di capirci qualcosa. Che senso ha andare in tv a parlare di immigrazione quando si sentono ancora frasi come “il prof è un terrone, cosa vuoi che sappia”, “come pretende di insegnare inglese con quell’accento napoletano”? Già, perché noi al nord abbiamo un accento così raffinato, così di classe. A me chi fa più paura non è il nonnetto che si beve il “taglio di nero” al bar e dice due cose sul Sud. A me fa paura lo studente universitario che si vanta della sua cultura, dei suoi viaggi, delle sue conoscenze, che ha amici da ogni parte del mondo… Ma che “senza offesa, ma i terroni sono proprio tutti uguali”, ma lui non è razzista no, lui è uomo di mondo.

Qualche link:

http://www.lavocedinewyork.com/Perche-il-cinema-a-partire-dagli-anni-50-ha-dato-della-Sicilia-un-immagine-distorta-/d/11657/

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/colonia-timperi-panella-lha-fatta-fuori-vaso-1214342.html

http://video.corriere.it/unomattina-carlo-panella-gli-immigrati-colonia-hanno-fatto-porcate-che-maschi-fanno-sicilia/4f69b202-bcf8-11e5-9ebd-3d31e1693d62

http://www.artsblog.it/post/7559/an-american-girl-in-italy-compie-60-anni

Questioni di sangue

AVVISO: post dai toni altamente polemici, forse esageratamente polemici, forse molto di parte (per motivi diversi dal tema principale del post). Ovviamente chi non fosse d’accordo può dirlo, non me lo mangio mica.

Oggi vorrei ritornare su un argomento che avevo accennato tempo fa: le madri surrogate. Sui giornali è partita una vera e propria crociata contro a questa pratica. Nel giornale Repubblica di oggi si legge «Strasburgo dà la linea “No all’utero in affitto ma più diritti ai gay”» che a me suona come un “siamo dei bigottoni però con la mente aperta, vedi qua che noi i gay li accettiamo”. Ma leggiamo le motivazioni che spingono a opporsi a questa pratica scandalosa. Leggo che la maternità surrogata «compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce» Bastaaaaa, basta, basta, con sta storia della merce. Ma santissimo cielo, femministe, una donna potrà fare quello che vuole del suo maledettissimo corpo? Perché sempre a pontificare sull’utilizzo che le donne ne fanno? Non siete stufe? E poi l’ipocrisia di fondo, voi siete qui, per difendere la donna. Ma davvero? La state difendendo o giudicando e condannando per ciò che desidera fare? Non sto a ripetermi sulla storia del pagare una donna affinché porti a termine una gravidanza nel terzo mondo, quello è un discorso a parte che credo chiunque con un briciolo di cervello bocci a priori, senza considerarne pro e contro. Però, veniamo alle vostre motivazioni, sì. Ieri sul Corriere della Sera Elisa Grimi – laureata in filosofia e docente universitaria – ha detto: «Un figlio ha una sola madre, la vita è una grazia che può dare soltanto Dio.» Ho letto bene? La invito a casa mia a bere un caffè, metto su la moka, nella mia cucina, dove non troverà nessuno con il mio stesso sangue e mi spiegherà se Dio ci ha fatto la grazia pure a noi, che, le sembrerà strano: viviamo benissimo! Forse anche meglio di lei, radicata nelle sue convinzioni, dai appelliamoci a Dio quando non sappiamo che cazzo di argomentazioni portare per sostenere la propria tesi. Ma andiamo avanti. Alla docente Grimi viene posta un’altra domanda: «Esiste un limite al di là del quale si deve accettare di non avere un figlio?» La risposta è l’assurdità: «I calcoli umani non sempre vanno in porto, per quanti ausili si possa disporre. Ci siamo abituati a una società in cui il concetto di sacrificio è visto come nemico dell’uomo, come quello di pazienza. Invece sacrificio e pazienza hanno fatto la nostra storia.» Potrei aver frainteso e nel caso sono pronta a scusarmi ma… Una donna sterile non può ricorrere ad altri metodi per avere figli? Deve accettare pazientemente il suo destino? La sua natura? Strano, pensavo che fossimo nel 2015, quasi 2016. Per quanto riguarda l’articolo di oggi, su Repubblica, è presente un’intervista alla regista Cristina Comencini, contraria all’utero in affitto. Come sostiene il suo parere? Così: «La relazione che nasce tra la donna e il bambino durante la gravidanza, una realtà che non si può cancellare, escludere, ignorare.» Sicuramente una motivazione più sensata di quella della dottoressa Grimi ma che comunque mi rende perplessa. Che cosa fa realmente inorridire chi è contrario alle madri surrogate? Certo, io sono obiettiva (si fa per dire…), rifletto sulla differenza tra un legame mamma – bambino reciso per cause di forza maggiore (bambini in adozione) e quello in cui sono le donne a sceglierlo (madri surrogate) eppure continuo a pensare che non sia un metodo barbaro, se si tratta di una libera scelta. Ne discutevo con mia madre e lei mi ha detto che il problema si presenta quando bisogna spiegarlo al bambino. Sapete, detesto fare la sentimentale, ma la penso così: se nella famiglia c’è un rapporto basato sulla sincerità non sarà un problema spiegare al bambino le sue origini, anzi. Quel bambino è stato desiderato, è davvero un crimine questo?

Articolo di Repubblica scritto da Caterina Pasolini, intervista a Cristiana Comencini fatta da Ivan Scalfarotto e intervista sul Corriere a Elisa Grimi fatta da Giusi Fasano.