Un libro per le festività natalizie: Arancia Meccanica

61hoq1anutl

Arancia Meccanica è un libro che ho letto durante queste feste natalizie, perché siccome in tv non hanno trasmesso film natalizi che mi piacessero o se li hanno trasmessi io me li sono persi mi sono dovuta arrangiare da me.

Quale libro incarna al meglio tutti i valori del “Santo” Natal? Ma Arancia Meccanica, naturalmente.

Premetto che io il film di Kubrick l’ho visto a pezzi e lo ricordo vagamente. Non avendo una gran passione per Kubrick ho trovato il film noioso e gli avevo dato un giudizio alquanto superficiale. Ahimè, io Kubrick non lo digerisco ma dopo aver letto Arancia Meccanica intendo guardarmi nuovamente (con molta più attenzione) anche la sua trasposizione cinematografica.

Il libro è di Anthony Burgess e in Gran Bretagna è uscito nel 1962.

Arancia Meccanica racconta i fattacci di un certo Alex, un giovanissimo teppista che passa le sue giornate assieme ai suoi compari, i cosiddetti “soma” (chiamati così nella traduzione, che ho apprezzato perché nel film invece sono chiamati “drughi” e i drughi mi ricordano sempre Il grande Lebowski, ma questo è un “problema” di traduzione italiana).

Alex e i suoi soma di cui lui è il “capo” commettono furti, violenze e stupri passandola sempre liscia. Alex però si differenzia dai suoi compari per una sorta di “raffinatezza”, nonostante si comporti da delinquente e sia un bullo a tutti gli effetti Alex non sopporta la volgarità e i modi rozzi dei suoi soma e infatti li rimprovera spesso con loro grande disappunto.

Alex è anche un grande appassionato di musica classica e quando l’ascolta pensa sempre agli atti di violenza che vorrebbe compiere. La musica nel libro ha un ruolo fondamentale che non sto a precisare o vi rovino la festa.

Alex fa una riflessione interessante: perché ci si interroga sulla causa che spinge la gente a fare del male, mentre nessuno chiede quale sia la «la causa della bontà». Perché gli va di fare del male? Per la stessa ragione per cui le persone fanno del bene: «perché così gli piace». Alex fa del male perché così è la sua natura.

Il libro è incentrato su due principali atti di violenza ad opera di Alex e la sua banda: l’irruzione nella casa di uno scrittore e della moglie e quella nella casa di una vecchia ricca signora.

Il secondo atto porta  all’arresto di Alex, successivamente avviene la rieducazione tramite la “Tecnica Ludovico”(che non spoilero poiché merita davvero) e infine la scarcerazione.

Alex quindi è di nuovo “libero”. Libero di fare del male. Ma ci riesce? Se prima sceglieva di commettere violenza ora è costretto a comportarsi correttamente dopo il lavaggio del cervello subito.

Alex prima sceglieva di comportarsi male ora invece si comporta bene ma solo perché non ha altra scelta: «E io? E a me non chiedete nulla? Sono forse una specie di bestia o un cane?»

Il mondo in cui vive Alex è ingiusto e disgustoso. La polizia picchia, le sue vecchie vittime la fanno pagare ad Alex per le violenze subite, il Governo vuole ridurre Alex ad una macchina, annientarlo, fargli perdere lo stimolo della violenza ma anche qualsiasi altro stimolo: lo vogliono privare della sua volontà di agire.

Ed ecco che il lettore quasi prova compassione per la sofferenza di Alex. Ma perché la prova? Perché Alex viene snaturato, privato della sua essenza che nonostante fosse malvagia era pur sempre autentica.

Il linguaggio è particolare, il narratore è Alex di conseguenza troveremo tutta una terminologia gergale di cui lui si serve che rende il romanzo piuttosto credibile.

Cito da qui «degli esempi: “planetario”, che sta per testa; “trucca” = cosa; “mommo” = latte; “sviccio” = svelto e veloce; “denghi”, “bella maria”, “truciolo” = soldi; “poldo” = vecchio; “mammola” = ragazza ; “granfia” = mano; “truglio” = bocca; “rovellarsi il cardine” = pensare; “glutare” = bere; “babusca” = vecchia; “malcico” = ragazzo; “locchiare”= guardare; “snicchiare” = capire; “cupa” = notte; “fari” = occhi; “sguana” = robaccia; “patte” = piedi; e via dicendo.»

Nell’edizione del libro (quella in foto) c’è una testimonianza dell’autore e una del regista Kubrick che vi consiglio di leggere perché entrambe offrono una stringata e interessante analisi del romanzo.

Consiglio questo libro con molto sentimento.

Annunci

Bulli e pupe

share-it-to-end-it-jpg-copia

(Foto da qui)

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il gel impiastricciava quei capelli biondo scuro. Occhi verdi e volto angelico, quasi buono. Jeans cascanti che scoprivano il bordo dei boxer lasciandone intravedere la marca. T – shirt sportiva e Nike ai piedi. Non era molto alto rispetto a certi suoi coetanei, ma aveva quell’aria così sicura di sé.

Era un bravo ragazzo.

Aveva tredici anni e andava a scuola in corriera. Sedeva in ultima fila. Certe volte dormiva in grembo alla più carina della classe. Capelli castano chiaro, morbidi come le sue forme. Seni pieni ma non esagerati che sbucavano da sotto al maglione stretto. Gli occhi color nocciola e un lieve velo di sfida che li attraversava, di tanto in tanto.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

I ragazzini gli stavano sempre intorno, adoranti. I volti prematuri sporcati dall’acne. Le voci non ancora formate, alcune infantili, altre basse e profonde, difficili da regolare a quell’età.

Pantaloni gonfi per quelle strisce di pancia appena scoperte. La paura di non appartenenza, voler essere simili facendo le stesse cose, pensando le stesse cose.

Si bagnavano quando lui li degnava di attenzione.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo. A scuola prendeva voti bassi. I professori chiudevano sempre un occhio se alzava un po’ la voce. Solo una professoressa disse alla madre di quel ragazzo che in classe era un po’ arrogante. La madre rispose che lui era un bravo ragazzo.

Su quel bus saliva anche un ragazzo dai vestiti larghi e fuori moda, quella tuta ridicola da sfigato al posto dei jeans. In corriera stava nelle prime file, il Walkman tra le mani, seppellire le chiacchiere degli altri, seppellire il dolore della solitudine con la musica. Emozioni nascoste dentro a un guscio, anche lui voleva essere come tutti ma non ci riusciva.

A scuola non parlava quasi mai, era sempre solo. La schiena ingobbita, gli occhi rivolti verso il basso, nessuno ricordava di che colore fossero.

Un giorno alla fermata delle corriere il bravo ragazzo lo derise per i suoi vestiti brutti, per quell’aria un po’ patetica e miserabile che si trascinava dietro.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il giorno dopo le risate non erano sufficienti. Il bravo ragazzo gli diede uno spintone. L’altro non reagì. Tra i ragazzini adoranti passò un fremito. La ragazza più carina sussultò appena, quell’aria da donna cresciuta che vacillava. Nessuno disse nulla.

Sul bus il solito chiacchiericcio. Quel ragazzo solo seduto davanti non osava voltarsi, le mani che tremavano appena, questa volta il Walkman rimase spento, le cuffiette comunque alle orecchie, come a volersi proteggere.

Tornò a casa e non disse nulla, il rossore dell’umiliazione che gli cuoceva le guance.

Il giorno dopo alla fermata del bus il bravo ragazzo decise che quello spintone non era sufficiente. Gli diede un pugno, gli lasciò un livido. L’altro ragazzo accusò il colpo, qualcuno lanciò un gridolino di sorpresa. La ragazza questa volta offrì un’espressione sprezzante. Se l’ha deciso lui, allora così deve essere.

Un brivido passò in mezzo a quei ragazzini dall’aria adorante. Nessuno fece nulla, nessuno disse nulla.

Il ragazzo tornò a casa. Che cosa ti è successo, chiese sua mamma. Non è successo niente.

Il giorno dopo la mamma disse ai professori che cos’era successo. Nessuno sapeva nulla. Chi potevano incolpare?

Ed eccoli di nuovo alla fermata, era sceso dal letto a fatica, il cuore in gola, la paura che premeva nel petto. Per cosa sarebbe stato punito, questa volta?

Sei andato a dirlo a tua mamma.

Quella volta fece ancora più male. Qualche ragazzino dall’aria adorante non prese parte allo spettacolo, ma non dissero comunque nulla. Quella volta furono calci. Forti. Uno dopo l’altro. Qualche ragazzino partecipò al pestaggio, la foga del gruppo che offuscava la mente. Lo sguardo del leader che li obbligava a reagire, paura di essere esclusi da quel circolo esclusivo.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Pantaloni della tuta di acrilico zuppi.

Gocce di vergogna che cadevano sul cemento.

Non sono come loro. Sono diverso. Sono sbagliato.

Ti eri pisciato sotto.

Dov’è finito quel ragazzo solitario, quel ragazzo dall’aria cupa?

Non l’ho visto salire sul bus. Non è venuto a scuola, oggi.

Non vedo più quel ragazzo che sta sempre da solo. Che fine ha fatto?

Dov’è quel ragazzo. I ragazzini tacciono. Coscienze luride. Passa un fremito tra quei volti, ma solo per un attimo. Il silenzio è come quei calci, quei pugni.

Ha scritto su un pezzo di carta sono sbagliato, sono diverso. Non sono come loro. Scritte umide e rassegnate. Forse ha tremato, mentre scriveva.

Dov’è ora quel ragazzo?

In un mondo dove le persone non tacciano, tendono la mano per non farti cadere, ti stringono se barcolli. Un mondo dove può parlare tanto, senza paura.

Non è più salito su quel bus, non è più andato a scuola.

Il silenzio degli altri gli è stato fatale.

A scuola la madre di quel bravo ragazzo ha detto che suo figlio non farebbe male a una mosca. Li vedi quei ragazzini dall’aria adorante, sono suoi amici. Perché mio figlio, mio figlio è un bravo ragazzo e non è mai solo.

Siamo donne… Oltre le gambe c’è (?)

Oggi ho letto l’articolo “Scuola o famiglia, qualcuno parli di sesso alle ragazze italiane” di Alex Saragosa (nel Venerdì di Repubblica).

Come sempre sembra che internet la faccia da padrone, che sia un po’ la causa di tutti i mali e infatti subito l’autore dice “In un’epoca in cui bastano pochi click per avere informazioni (…) sul sesso è logico pensare che i giovani sappiano tutto in materia.” Proseguendo nella lettura apprendo che “un sondaggio rivela l’ignoranza delle nostre ventenni in materia”. A parte che ventenni mi pare eccessivo, visto che si parla di scuola, io di anni ne ho ventitré (ancora per poco, ahimè) e onestamente non mi sento parte della generazione che in passato si è informata sul sesso nel web, anche perché dubito fortemente che i miei coetanei all’epoca si sparassero pornazzi con la 56k, ma okay.

Nell’articolo si apprende che tra 500 italiane intervistate (tra i 20 e i 30 anni) il 66 per cento “ritiene che sia normale per una donna provare dolore durante i rapporti sessuali, il 56 per cento non ha ancora un’idea chiara dell’anatomia femminile, l’11 per cento pensa che non si possa rimanere incinte durante le mestruazioni e il 4 per cento che un bagno caldo sia un valido contraccettivo”.

Vaaaa beeeeeeh. Intanto io queste siorette che hanno risposto al sondaggio vorrei proprio conoscerle, già me le vedo nella vasca con le candele profumate e l’olio di patchouli, sigarettina e fumetto “e anche stasera si tromba senza problemi”, ma dai, su! A ogni modo, la ginecologa Valeria Dubini non si mostra perplessa davanti all’ignoranza dilagante e si chiede chi dovrebbe informare i giovani italiani. “La scuola?”. E dice che l’Italia è uno dei sette Paesi dove non sono previsti corsi di educazione sessuale.

Effettivamente in Italia il sesso è un grande, gigantesco tabù, non per tutti, ovvio, ma nelle scuole (parlo per la mia epoca) lo era sicuramente. La ginecologa spiega che pure nelle famiglie c’è molto imbarazzo e che “spesso i genitori ne sanno meno dei figli”. (Si saranno riprodotti per mitosi?!). E quindi ecco che le povere ragazzuole hanno un’unica alternativa: rivolgersi a Santo Google. Addirittura pare che sto benedetto sondaggio abbia rivelato che “un quinto delle giovani italiane ha appreso bufale sul sesso proprio dalla rete”. È stato quindi aperto un blog “Scegli tu” dove gli esperti rispondono alle domande dei giovani. L’autore ne cita una “Se mi lavo con la Coca – Cola dopo un rapporto, evito di restare incinta”? Ma questa è vecchia come il mondo, dai! Viene poi detto che il 45 per cento delle donne italiane tra i 18 e i 45 anni “non usa contraccettivi, e la pillola per timore infondato che faccia ingrassare la prende solo il 16 per cento”. Io più che timore speravo che m’avrebbe fatto crescere le tette e invece manco quello.

Comunque, continuano i dati sul sesso non sicuro, il preservativo dimenticato da Dio e via così. L’articolo si conclude con un accenno alle gravidanze minorili, dove l’Italia si piazza tra gli ultimi posti “in Occidente” (anche per quanto riguarda gli aborti). Ma l’autore ci dà la mazzata finale dicendo che questi dati “positivi” sono frutto di uno stile di vita italiano che vede le giovini ancora a casa con i genitori e perciò “sorvegliate” a vista.

Io sono sempre d’accordo sul parlarne il più possibile, anche se spesso se ne discute dopo la prima volta e le prime esperienze in generale e onestamente avrei preferito leggere qualche dato pure sulla controparte maschile, ma ci accontentiamo. Un’altra cosa che non condivido è la presenza di programmi (americani o italiani sul modello americano) di minorenni alle prese coi figli. Non lo so, non dico che non se ne debba parlare, ma pare diventata una moda (si pensi a 16 anni incinta e via dicendo), magari un bel programma sul sesso sicuro sarebbe più appropriato, ecco, fatelo almeno per noi “ventenni” (si fa per dire) costrette a informarci su internet!!!

Mamma, non portarmi al family day!

condoms-preservativi

Leggo questo articolo e noto che come sempre i leghisti sono in prima linea per tutelare l’italiota dal nemico di turno. Dopo la propaganda “gli stranieri ci rubano il lavoro” si scagliano contro alla teoria del gender. Avete presente l’intelligentissima espressione “ce l’ho duro” utilizzata dal “sior” Bossi? Ecco, siamo più o meno a quei livelli di politica lì. Ma mica mi stupisco eh.

Prima di continuare vi copio la spiegazione che la sociologa Chiara Saraceno dà riguardo a questa teoria:In realtà esistono tante teorie di genere. Il concetto di genere è stato sviluppato dalle femministe americane per sottolineare come i ruoli sociali attribuiti all’uno o all’altro sesso siano costruzioni sociali. In parole povere: non discende dalla conformazione del corpo il fatto che l’uomo lavori in modo remunerato e la donna stia in casa, o che gli uomini guadagnino più delle donne, o che gli uomini si occupino di politica e le donne meno, così come non discende dalla conformazione del corpo il fatto che le donne siano per natura più passive, dolci, e gli uomini più aggressivi e così via: sono tutti costrutti sociali. Il corpo è importante, la conformazione del corpo è anche qualcosa che va riflettuta, pensata, elaborata, insomma non ignoriamo come siamo fatti, ma da questo non discendono né caratteristiche psicologiche né comportamenti sociali. Qui trovare l’intervista.

Bene. Al di là del fatto che questa teoria non sembra essere scientificamente valida. Non m’interessa, io da bambina giocavo con soldatini, dinosauri e macchinine ma anche con Barbie e pentoline. Sarei dovuta crescere con forti dubbi sulla mia identità sessuale e invece no, sono semplicemente molto fantasiosa. Io ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia apertissima mentalmente, dove l’unico insegnamento che mi è stato dato è il seguente: rispettare il prossimo, a meno che questo non manchi di rispetto a te. Io sono figlia adottiva, vengo da molto lontano, bla bla, perciò non so se questo abbia contribuito a farmi crescere con una mentalità “aperta”, fatto sta che dei gusti sessuali degli altri non me n’è mai importato granché. Mia madre dovrebbe essere considerata contro natura perché non ha procreato? Può essere, ma qual è il problema? Voglio dire, illuminare una stanza con una lampadina non mi pare proprio naturalissimo eppure non ci sono leghisti che condannano l’utilizzo delle lampadine. Quindi mi chiedo, siamo davvero arrivati a tanto? Siamo davvero persone che vanno al family day? Io ho un padre e una madre. Ma vi assicuro che quando ci vedono in giro non ci considerano certo una famiglia tradizionale. Una volta una fotografa doveva scattarci una foto al matrimonio di mia cugina. Ci chiese “ma siete tutti assieme”? Siamo contro natura anche noi, quindi. Dunque, etichettiamo i gay come persone innaturali. Ma ce ne frega davvero tanto di come fanno l’amore gli altri? A quanto pare non pensiamo ad altro. A scuola vorrei che insegnassero cose contro natura, sì. Come ad esempio l’utilizzo del preservativo e della pillola anticoncezionale. Come prevenire gravidanze indesiderate, come prevenire malattie a trasmissione sessuale. Quindi sì, ben vengano le cose contronatura. I leghisti sono davvero preoccupati per amor di scienza o hanno solo paura che le generazioni future crescano pensando che ognuno è libero di scoparsi chi vuole, sempre nel rispetto del prossimo? Who knows.

(Foto dal Web)