Una storia di me

Avvertenze: si tratta di un post lungo e incasinato. Probabilmente in certi punti ci sarà un po’ di miele: già dalla foto, eh. In altri sembrerò voler fare la vittima e me ne scuso anticipatamente.

Giorni fa ho letto un breve articolo sui problemi delle adozioni, le pratiche lunghe, famiglie italiane che aspettano eccetera eccetera. (Questo è l’articolo).

Ho pensato che qui parlo spesso dei fatti miei, di ciò che mi piace e non mi piace fare e così via, ma mi sono sempre limitata ad accennare (raramente) al fatto di essere figlia adottiva.

Non lo so, sarà che per me è non è un fatto eclatante e neppure per la gente che mi conosce (più o meno bene), come i miei parenti o le mie amicizie. Raramente si accenna a questo fatto, ma non perché sia un tabù, semplicemente perché per noi è la normalità.

Tuttavia le persone che non mi conoscono mi pongono spesso domande, la maggior parte delle volte stupide. Alcune volte mi vengono fatte osservazioni superficiali e banali, ma di sicuro pure a me capita di farle agli altri.

La prima cosa che mi viene chiesta è: sei italiana? Oppure mi viene chiesto di dove sono.

E io lì fingo ingenuità e rispondo con “sì, sono italiana” (il che è vero) e “sono di…” (dicendo a grandi linee dove abito).

E loro scuotono la testa e insistono: “sei italiana, ma non sei nata qui”. Perspicace.

No, non sono nata qui. E allora partono ad affibbiarmi una marea di nazionalità. Mi sono sentita dare della venezuelana, della tunisina, della marocchina, della filippina e poi boh, ho perso il conto. Io ascolto tutto molto pazientemente, anche se dentro me spero che finisca il solito supplizio. Poi dico “no, sono nata in India”. E c’è sempre qualcuno che interviene dicendo “l’avevo detto io”. Sì ma non è che si vinca qualcosa, eh. Il fatto è che io sono parecchio alta e secca, le mie forme sono piuttosto scarse e quindi si fa difficoltà ad inquadrare bene la provenienza, considerando che le donne indiane solitamente hanno le tette grosse (mannaggia!) e sono culone. Anche se l’India è talmente vasta che tutto è possibile.

Va detto che nessuno mi ha mai scambiata per una svedese, questo no.

Dico la verità, mi brucia. Mi brucia pronunciare quelle parole, raramente dico “sono indiana”. Perché io non lo sono. Le mie radici non sono italiane, ma la mia infanzia come la vita fino a oggi l’ho vissuta qui, in Italia. La mia famiglia è italiana, le mie amicizie sono italiane, la mia cultura è italiana. Sono qui dall’anno e mezzo d’età, come potrebbe essere altrimenti?

Mi è capitato spesso, in sede d’esame che professori tanto acculturati mi ponessero domande banali sulla mia nazionalità. Ma forse per le persone si tratta solo di semplice curiosità, per me invece è invadenza.

La gente mi chiede spesso se so qualcosa dei miei veri genitori. I miei veri genitori? Per me è chiaro che il sangue non conta, non potrebbe essere altrimenti. Non somiglio a nessun mio famigliare (esteticamente), eppure ho gli stessi atteggiamenti di mia madre e lo stesso caratteraccio di mio padre.

Poi mi chiedono se conosco la mia lingua. Ma voi a 1 anno parlavate italiano fluente e recitavate la Divina Commedia a menadito?

Io non credo, eh.

Eh, ma ti sarà venuta voglia di imparare la tua lingua.

Io la mia lingua la conosco bene, grazie.

Poi ci sono quelli che mi chiedono se sono mai ritornata in India.

Ritornare in India?

A fare cosa?

Io l’India la vedo con occhi da occidentale. Un posto esotico, caldo, sgargiante, sporco e forse pure ambiguo. Perché dovrei tornarci?

A scoprire le tue origini.

La gente resta perplessa, si rattrista di fronte alla mia freddezza. Come se per me fosse un dovere o fosse naturale sentire la necessità di vedere quei posti.

Mi capita di leggere storie di figli adottivi che non vedono l’ora di fare questi viaggi alla ricerca di loro stessi e alla scoperta dei loro posti di origine. Non li capisco, mi infastidiscono quasi.

Questa smania di voler ostentare la loro diversità.

Posso capire chi è venuto qui a una certa età, quando i ricordi non sfumano e qualcosa ti rimane.

Questo sì, posso capirlo.

Poi ci sono state le classiche offese. Come nel caso di chi ha le orecchie a sventola o è strabico. Le caratteristiche fisiche si sono sempre prestate alle offese.

Da bambina io ero molto sicura di me e orgogliosa, pure. Sentivo la mia “diversità” come un punto di forza. Crescendo (sebbene nessuno mi abbia mai fatto pesare nulla) ho cominciato a perdere quella sicurezza.

Quando mi offendevano io non sapevo per cosa prendermela.

Non potevo offendermi perché io ero italiana, non ero indiana. Ma loro attaccavano quella parte di me che mi faceva risaltare tra gli altri, quella parte che in fin dei conti mi rendeva diversa.

Mi è capitato di guardare quelle famiglie indiane numerose che viaggiano per mete europee, e i loro figli vanno a scuola in Occidente. E possono indignarsi se qualcuno li attacca, perché loro hanno radici, loro sì, sono indiani. Hanno una doppia cultura e se qualcuno l’attacca sanno per cosa offendersi.

Soffrire per me era faticoso. Ho cominciato a non voler più andare al mare. Da ragazzina ero parecchio spigolosa, in più (ovviamente) al mare mi abbronzavo. Tenevo su la maglietta, non volevo essere bersaglio di sguardi. Mia madre si rattristava molto. Io mi coprivo il più possibile, mi piaceva tanto andare al mare ma al contempo avevo paura. Paura che la gente mi guardasse, che mi giudicasse. E sapete perché? Perché non volevo essere giudicata per quei dettagli che io non sentivo miei, che per me non mi appartenevano sebbene invece fossero parte di me.

Andavo al mare con le amiche e loro avevano già le forme, la pelle chiara che si abbronzava delicatamente, i ragazzi che già si interessavano a loro. Io mi vergognavo, volevo solo scomparire. Ero magrissima (sana, ma magra di costituzione), avevo i capelli spettinati e nerissimi, il seno piatto, le gambe chilometriche. Ero sgraziata perché avevo messo su tanti centimetri in un colpo.

Non ero proprio una bellezza, da ragazzina.

Poi sono cresciuta, maturata un poco. Qualcosa è cambiato, certamente le paranoie sono rimaste, ma non legate all’aspetto, perlomeno.

Complice il mio ex ragazzo che mi ha aiutata a sdrammatizzare su tutti quei dettagli che io consideravo difetti, un marchio di cui avrei fatto volentieri a meno. Quando qualcuno ti ama davvero, ti insegna anche ad amarti di più.

Il fatto di non nascondermi più mi rendeva finalmente quella ragazza che non ero mai stata, in mezzo alle altre. Finalmente risaltavo, la bellezza delle altre non celava più la mia, solo perché ero io a scegliere, ero io a scegliere di mostrarmi di più.

Imparare a volersi bene è faticoso e richiede tempo, non lo so se si arrivi nella vita a un punto di completa accettazione, francamente temo di no. Tuttavia piacersi un po’ di più e nascondersi di meno sono ottimi punti di partenza… E talvolta di arrivo.

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Di nuovo perdonatemi per l’eccessivo miele, ma credo che questa storia meriti una breve testimonianza. Qui sono io tremila anni fa con mia mamma, quando sono venuti a “prendermi”: nello sfondo c’è l’Oceano Indiano.

Neve e estate, ricordi

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(Foto da qui)

Ricordo lo strato di neve, compatta, avere paura di calpestarla, impronta volgare di vecchi scarponi di seconda mano. Ricordo le tute da sci, sebbene abitassimo in campagna. Era la vigilia di Natale e c’eravamo proprio tutti, oggi qualche posto rimane vuoto, il tuo lo è ormai da tempo, rimane intatto il ricordo della neve fitta che cade, i nasi appiccicati alle finestre, l’alito caldo sui vetri, disegnare sogni con le mani, cancellare, rifare. Le nostre madri ci coprivano, sciarpe di lana calde fatte a mano, guanti che si inzuppavano con la neve e mentre tutti si riscaldavano nelle case, luci accese che feriscono chi è più solo, noi stavamo fuori, nella notte, si giocava nella neve, in quel quartiere che ricordo immenso e senza fine, ora è una piccola realtà e la neve ha smesso di cadere.

Ricordo quando il caldo non era una scusa per stare fermi, si pedalava veloce, le giornate esplodevano per il calore, i gomiti sbucciati, le ginocchia striate di rosso vivo, i capelli appiccicati alla fronte. La piscina con il ghiaccio e le bibite a rinfrescarsi, le panche di legno, la tavola con la frittura croccante, mia nonna e la sua friggitrice, patate sottili e grumi di sale sul fondo della terrina, le canzonette estive. La torta del panificio, con quella frolla un po’ insapore, le birre nelle bottiglie per i grandi. E chi aveva fretta di diventare adulto e perdersi quella magia? La notte che calava gentile, lasciando brividi di sollievo sulle pelli abbronzate, ma tanto si correva ancora, si correva sempre.

L’albero decorato e mio nonno che si vestiva da Babbo Natale, è così facile ingannare i bambini, è così facile essere piccoli. Eravamo in tanti, a ciascuno diversi regali, dentro al sacco nero gigante, quel Babbo Natale dall’aria così famigliare consegnava i presenti, sapeva tutti i nostri nomi, l’emozione quando arrivava il proprio turno, un grazie sussurrato piano e poi lontano a scartare il pacchetto.

L’odore degli spray anti zanzare, l’erba umida sotto ai piedi, l’altalena nel mezzo del giardino, quel verde smeraldo e scuro della notte. Un bacio frettoloso sulle guance, un buon compleanno biascicato velocemente e poi via a giocare, ogni minuto prezioso, ogni minuto era vita intensa. Ricordo i cani di mia nonna, i suoi gatti spelacchiati, ogni giorno animali nuovi.

Ricordo mia nonna, il volto cupo e la smorfia, il taglio sempre corto, quella cucina che odorava di fumo. Il latte a bollire, quella patina bianca che mi faceva rivoltare lo stomaco. Ricordo mia nonna, quella parigina finita nell’ostile campagna del Friuli, ricordo quel volto scuro e insoddisfatto. Ricordo l’amore con cui curava il suo gatto malato.

Ricordo di non averti voluto molto bene, ma ogni tanto ti penso, se tu avessi resistito oggi saresti stata così soddisfatta della tua famiglia, anticonvenzionale come lo eri tu, sboccata come lo eri tu e anche molto fiera.

Siamo cresciuti bene, siamo belli, non lo so se siamo tristi, c’è sempre un velo di malinconia in tutti noi, quando mi guardo attorno.

Ti ricordo nonna, raramente, senza amore, ma ti ricordo. Eri ostile e fredda, dura come la tua erre francese e i tuoi modi poco ortodossi, eppure oggi saresti soddisfatta dei nostri volti cresciuti.

Oggi sei solo un pretesto per scrivere del passato, ti ricordo, una bestia solitaria che però ci accoglieva come una madre, forse hai asciugato molte lacrime.

Hai deciso di farla finita anni fa, perché nessuno ha asciugato le tue, di lacrime?

Credo tu abbia sbagliato, perché se tu avessi resistito a questa vita oggi saresti soddisfatta di vederci ancora insieme. Ogni tanto ti ricordo, rivedo i ciliegi maestosi nel tuo orto, mi rivedo bambina nel tuo cortile. Ogni tanto ricordo e sorrido, un poco.

 

Regali particolari

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Ieri sera la mia casa era invasa da parenti: cugini di ogni età, zii, genitori. Sembrava un po’ la Sala Grande di Harry Potter, senza però le decorazioni natalizie e senza i maghetti, ora che ci penso.

Come ogni anno, per ogni compleanno si imbandisce la tavola con dolci, patatine, spumante, bibite, biscottini, cioccolatini. Io trovo sia una tradizione dolcissima.

Spesso mi capita di leggere o sentire la parola ipocrisia associata a questi incontri, come per Natale eccetera. Nel senso, quando la gente parla di ritrovi famigliari per le feste e così via ci piazza un “che cosa ipocrita”. Oppure “che periodo ipocrita”. Ma voglio direi, ipocriti sarete voi (non voi voi eh), se mi stanno sul cazzo i famigliari non vado a trovarli e stop, non vedo perché farla tanta lunga. Da me ipocrisia non ce n’è, ci divertiamo un sacco, io ho riso praticamente tutta la sera. C’è stata più autenticità e intimità in famiglia che con la birra tra amici, per quanto mi riguarda. Ma per me da sempre è così, ho un legame molto forte e se non ce l’avessi eviterei semplicemente gli incontri con tutta la sacra famiglia e fine.

Va detto che noi in famiglia siamo veramente tanti, inoltre i cugini più grandi hanno avuto figli, quindi sembrava pure un asilo, ieri.

Comunque, ieri ho ricevuto dei pensierini per il compleanno davvero personali e particolari, onestamente ero quasi commossa.

Non sto a elencarli perché non ho cinque anni, ma due in particolare voglio dirveli.

Una scatola grande con i gufi dove all’interno c’era tantissimo tè! Sfuso e in bustine e pure la teiera con il filtro.15302421_1301202433270518_988181830_o

E poi mia cugina (va detto che in famiglia non sono molto normali) mi ha regalato un aggeggio che avrebbe già voluto regalarmi l’anno scorso: la famosa e temutissima coppetta mestruale!!!

wp_20161201_11_37_58_pro-2Quindi sono finalmente una donna moderna, che bello! L’anno scorso ricordo di averla nominata e i commenti mi avevano un po’ lasciata perplessa, nel senso che mi aspettavo più entusiasmo da parte delle femmene, però poco male.

Mia cugina mi ha detto che le sue amiche erano un tantino scandalizzate dal fatto che lei usasse la coppetta durante il ciclo. Io invece ero super affascinata dal mondo delle coppette, ma la mia pigrizia schiacciante mi ha sempre trattenuta dal comprarla. Sinceramente non concepisco questa paura e il lieve disgusto e imbarazzo che la gente mostra quando l’argomento viene toccato. Cioè, lì dentro credo che la maggior parte di noi abbia infilato ben altro, no?

Comunque, finalmente è arrivato il freddo ma non le felpe natalizie da H&M che aspettavo con molta ansia, visto che costavano qualcosa come 10 euri. Come da tradizione (in realtà è una tradizione che ho inventato e cominciato l’anno scorso) a Natale sfoggio una mise natalizia, quest’anno pensavo di lasciar perdere le renne visto che mi hanno portato una sfiga incredibile e di ripiegare appunto su una felpa a tema… Vedremo, ah che progetti intensi che ho!

Fertility day

Oggi parlavo con mia madre che è in ferie, perciò abbiamo pranzato a casa insieme.

Con lei si può parlare davvero di tutto, è una donna aperta e intelligente, con una gran sensibilità. In tutto questo è anche una cagacazzi pazzesca, ma chi non lo è?

Mentre parlavamo (lei ha Facebook ma non lo apre ogni cinque minuti – secondi, quindi non sapeva e credo che ancora non le sia giunta voce della storia del Fertility day) che voglio dire, non bastava il Family day? Na.

Quindi la conversazione è stata del tutto casuale. Si parlava di bambini, madri, educazione e via così.

Lei è madre adottiva e io pensavo chissà che le passerà per la testa nel leggere di questa campagna del fare più figli (più figli eh, non va bene manco il figlio unico), lei che è in menopausa (forzata) dall’età di 35 anni, lei che ha un corpo bello ma segnato sulla pancia da una dolorosissima operazione, una pancia che nasconde. Mi chiedo cosa possa pensare, mentre si parla di fertilità, quasi come fosse un dovere della donna, un obbligo per essere considerata tale, essere fertile e procreare.

Lei ha sempre desiderato figli ma non ne poteva avere in modo naturale e così ha scelto di adottare. Penso quindi a quelle madri adottive (e non solo) che nella giornata Fertility day si chiederanno cosa c’entrino con tutto questo? Se il loro ventre è rimasto vuoto eppure i figli li hanno.

E a quelle donne che avrebbero voluto diventare madri e invece non ci sono riuscite. E quelle invece madri di figli naturali, che se ne fanno di questa giornata?

Questa giornata sa di esclusione.

Si parlava delle differenze tra madri, quelle adottive hanno per forza di cosa un lavoro diverso da fare, imparare ad amare a conoscere un figlio e via dicendo.

Mi piacerebbe che nel 2016 al posto di queste campagne prive di sensibilità e soprattutto di senso si lanciassero giornate più intense e significative, tenendo conto di più fattori.

Mi piacerebbe che si iniziasse a rispettare le scelte altrui e soprattutto la condizione altrui.

“La bellezza non ha età. La fertilità sì.”

“Datti una mossa, non aspettare la cicogna.”

Questi i due slogan più criticati.

Diciamo che se la giornata avesse un altro nome, degli slogan meno idioti, se coinvolgesse tutte le donne e non solo quelle “privilegiate” dalla natura allora potrebbe anche avere un senso.

Per ora davvero non ce l’ha.

La scimmia è l’evoluzione dell’uomo

In un clima in cui si dibatte su chi deve scopare con chi mi viene in mente la canzone “Bonobo Power” di Caparezza, dove parla appunto delle scimmie Bonobo che se la spassano alla grandissima e che risolvono le loro questioni con del sano sesso. O meglio, il fatto che siano appagati sessualmente li rende meno aggressivi. Ahhh, questo sì che è un ottimo punto di vista. Mi chiedo spesso che cosa spinga le persone a sindacare sui gusti sessuali altrui, a ostentare il modello di famiglia ideale per le piazze… Che poi, scendere in piazza per manifestare che cosa, esattamente? Che siete delle famiglie ottuse? Che discriminate chiunque non sia come voi? E che esempio date ai vostri figli, di grazia? Pensavo che una famiglia si fondasse sull’amore, non sul puntare il dito contro chiunque non incarni il modello di famiglia “ideale”. Ehh, sull’amore, che banale. No, dico davvero, io non vedo altre faccende, anzi ne vedo solo due: amore e rispetto. Tutto il resto è noia. Tutto questo disprezzo lo trovo immotivato, non ne trovo un senso, non lo concepisco. Come la scritta luminosa e ammiccante comparsa sul Pirellone: family day. Io amo la mia famiglia eppure quella scritta così finta, così fasulla, così presuntuosa, non mi trasmette positività, non mi invoglia a costruirne una mia. Mi fa venire l’orticaria l’idea che qualcuno si senta in dovere di imporre agli altri chi devono amare, con chi si devono accoppiare e così via, mi fa schifo pensare che quel “family”, messo là così, in realtà non includa amore, non includa insegnamenti profondi, ma solo superficialità, solo veleno. Quel family dovrebbe brillare per chiunque, non per le famiglie selezionate, quelle che vanno bene. Tutto questo impegno, questo sforzo che ci mettono nell’odiare e nel sentirsi nel giusto mi fa rabbrividire. Quella scritta non mi rappresenta, non rappresenta mia madre, non rappresenta mio padre, non rappresenta nulla dei valori che mi sono stati trasmessi. Quella scritta luminosa in realtà non illumina niente, non è una luce, è il solito buio, il solito fango di una società che non accetta e che a quanto pare non scopa a sufficienza per tenere la mente occupata da altro. Un corpo appagato non si prenderebbe la briga di giudicare i gusti sessuali altrui.

Per il bonobo il sesso è alla base dei rapporti sociali, si accoppia sia con etero che con omosessuali davanti a cibo i bonobo prima fanno un orgia e dopo mangiano senza mai litigare il bonobo non è aggressivo è sessualmente appagato, non discrimina il diverso non va al family day…la scimmia è l’evoluzione dell’uomo. (Caparezza).

 

La “famigghia” ha sempre ragione?

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(Foto presa dal Web)

Quando penso a un ambiente famigliare “coercitivo” mi viene in mente la classica figlia costretta a casa e chiesa, che deve arrivare illibata fino al matrimonio. Oppure la figlia che non può dialogare con i propri genitori poiché molti argomenti sono considerati tabù e via così.

Insomma, non penso certo a un ambiente libertino, con persone acculturate, dove si può parlare di tutto e confrontarsi. Eppure mi sono dovuta ricredere, leggendo l’opera “Dove le donne” dell’autore spagnolo: Álvaro Pombo.

All’inizio il fascino di questa famiglia composta solo da donne mi aveva condizionata a tal punto da credere che quella potesse essere la famiglia ideale, un po’ come la figlia maggiore – voce narrante del romanzo – che fino a una certa età è convinta che la sua famiglia sia perfetta, poiché diversa dalle altre.

La figlia maggiore, che è anche la protagonista della storia (il suo nome non viene mai rivelato) vive su un’isola assieme ai suoi fratelli, alla loro madre e alla zia. I tre figli crescono quindi sotto l’influenza delle due donne di casa, che sembrano detestare tutto ciò che è convenzionale: chiesa, matrimonio e relazioni.

La protagonista si sente superiore rispetto alle persone “comuni” definite nel libro come “uccelli da cortile”. Cresce inoltre nella convinzione che le figure maschili non siano necessarie (e che siano intercambiabili) che gli uomini al limite possano compiacerla e non certo ricoprire un ruolo fondamentale nella sua vita, questo perché la madre le inculca i suoi valori, descrivendo inoltre il loro padre come un uomo frivolo, privo di spessore, superficiale che le ha infatti abbandonate.

La sicurezza di appartenere a un nucleo famigliare esclusivo e superiore a quello degli altri comincia a vacillare quando incontra Fernando, il “vero” padre. Fernando le fa notare quanto somigli alla madre, negli atteggiamenti, nella sicurezza di essere migliore rispetto alla “massa”.

In quel momento la protagonista si rende conto di aver semplicemente imitato i sentimenti della madre, senza mai metterli in discussione. Fernando accusa la protagonista di “mandare a spasso”gli uomini e di essere incapace di provare emozioni, la definisce “sterile”. Sebbene le parole di Fernando siano dure permetteranno alla protagonista di disilludersi e di chiedersi il motivo che induce la madre a detestare gli uomini.

L’approccio della protagonista con i ragazzi è fortemente condizionato dall’opinione della madre, non riesce a legarsi a loro poiché sa che la madre non approverebbe. Si impone quindi di imitare il modello materno, “con i ragazzi succede che mi annoio” si racconta. La sua vita è volta a volersi distinguere dalle altre ragazze, ma non secondo il suo punto di vista bensì seguendo quello materno. Tutte le certezze nutrite nei confronti di quello stile di vita apparentemente libero crolleranno quando la madre e il padre riprenderanno a frequentarsi. La protagonista si rende conto che sua madre non ha fatto altro che mentire a se stessa e, di conseguenza, a lei.

La vera rottura con la madre avverrà soltanto in seguito alla scoperta di un segreto sulla sua famiglia. La protagonista deciderà quindi di fuggire da quell’ambiente soffocante e di riappropriarsi della sua autonomia e della sua libertà di pensiero.

Questo libro è insolito, diverso da tutti i libri che ho letto e offre molti (s)punti di riflessione. Il condizionamento famigliare, che non sempre ci rendiamo conto di subire, lasciarsi inculcare valori che ci sembrano validi, che non ci prendiamo la briga di analizzare o di contestare (tanto lo dice mammà!).

Sebbene inizialmente la pensassi come la protagonista, ossia che la sua fosse una famiglia emancipata e affascinante nella sua eccentricità mi sono dovuta ricredere, assieme alla protagonista. Questo è un romanzo di formazione, dove la protagonista crescendo smaschera i suoi famigliari, riuscendo a trovare finalmente la propria individualità.

L’étrangère

Avverto l’utenza che questo post non c’entra nulla con quanto successo a Parigi.

Da tempo desidero far leggere qualcosa su una persona con cui non ho condiviso altro che baci frettolosi sulle guance ai compleanni. Non ho mai avuto un rapporto con mia nonna, non il classico rapporto tra nipote e nonna, intendo. Mia madre mi obbligava ad andare a trovare i nonni ed io lo facevo. Il fatto è che quando i miei lavoravano mi lasciavano da mia zia, qui in parte e non ho mai avuto l’occasione di stare a stretto contatto con i nonni. Quando morirono non provai un gran dispiacere, solo rabbia per come mia nonna decise di morire. Non mi sono mai sentita in colpa per non aver costruito un rapporto con i nonni, avevano comunque altri nipoti e ancora oggi mi sento nel giusto. Di una cosa però sono certa: mia nonna la capivo. E anche lei me lo diceva, tu mi capisci V. Sai che se la gente è stupida, che la gente giudica. Mia nonna arrivò in Italia, in aperta campagna, quando aveva ventisei anni. Prima viveva nella banlieue parigina, assieme al marito e alle figlie. Qui non si adattò mai, visse una vita infelice e intraprese la via dell’autodistruzione, fino a compiere il gesto “finale”. In molti la incolparono per questo, quel coglione del prete addirittura non voleva celebrarle la messa per il funerale. Figuriamoci: atea, vedova con nuovo compagno in casa e pure suicida. Il top della gamma. Il funerale infatti fu freddo, ricordo che appunto, provai più rabbia che dispiacere. Io non volevo bene a mia nonna, piansi più quando morì la mia gatta, a dirvela tutta. Ma la rispettavo molto, pensavo che fosse stata un’incompresa e che una personalità contorta e affascinante come la sua non potesse trovare pace in un paesino arretrato e campagnolo com’era il nostro ai tempi in cui lei arrivò. Le sue figlie (tra cui mia madre) erano tutte sposate e con prole quando lei decise di abbandonare tutto per sempre. Era una roccia, ma dentro si sgretolava, incapace di comunicare le sue emozioni, dura e fredda, con la erre marcata tipica dei parigini, questa era lei. Non ne sento la mancanza, ma ho provato ad immaginarmi come era stata la partenza, lasciare Parigi per vivere la vita di suo marito, qui. I riferimenti del pezzo che vado a condividere ora sono veri, la bambina più grande è mia madre. E’ poca roba, pure piuttosto scarna, conclusa bruscamente.

Le mie quattro figlie erano felicissime. Infagottate nei loro cappotti, non stavano ferme un attimo. I visi puliti, gli occhi sgranati, acquosi, in cui nuotare per cercarvi conforto. Le guardavo sempre, mi piaceva stare lì ad ammirarle, in perfetta adorazione. Loro si tuffavano tra le mie braccia, mi guardavano contente, mi amavano e io le amavo, a modo mio.

La più grande aveva nove anni quando lasciammo la Francia alle nostre spalle. Per sempre. La decisione l’aveva presa lui, il loro padre, il mio uomo. Un uomo italiano che lavorava da una vita, un uomo bello, dal volto scottato dal sole, gli occhi scuri. Le mie amiche un po’ me lo invidiavano, o così pareva a me. Ero giovane. Avevo ventisei anni. Il mio cuore si preparava ad inghiottire il cambiamento. Temevo che non l’avrebbe mai assimilato del tutto. L’Italia agli occhi delle mie bambine era una succulenta meta esotica. Un posto bello, con il sole, le spiagge. Un posto con la vita. Lasciammo il nostro appartamento parigino, io con un peso sullo stomaco. Stavo lasciando la mia vita, per sempre. Le mie figlie chiacchierarono lungo tutto il viaggio in auto. Il loro accento francese, che presto le avrebbe abbandonate tutte. Il mio accento, che per me era come una croce. Una croce che mi sarei portata tutta una vita sulla schiena. Mio marito mi sorrideva incoraggiante. Scorgevo nel suo sguardo una speranza, una voglia che non avevo mai visto prima. Eppure in Francia ci aveva vissuto per qualche tempo. Ero convinta che non avrebbe più voluto far ritorno nel suo paese natale. Ma laggiù c’era già un lavoro ad aspettarlo, c’erano i suoi vecchi amici, le sue abitudine, la sua casa. Lui me la descriveva come un posto arioso, luminoso e molto spazioso. L’opposto del nostro appartamento francese: un posto piccolo, squallido, che ci aveva tenuti attaccati, come calamite. La mia bambina più grande era eccitata quanto le altre. Ma più timorosa. Aveva detto addio alla sua amica d’infanzia, Nadine. Un’algerina dagli occhi vispi, la pelle olivastra. Le aveva detto che si sarebbero riviste presto. Chissà perché ne era convinta. Nadine aveva pianto, le aveva detto che sarebbe venuta via con noi. La mia bambina allora mi aveva implorato di portare via anche Nadine. Paziente le avevo spiegato che i suoi genitori non avrebbero voluto separarsi da lei. Poi le avevo mentito. Le avevo detto che saremo tornate a trovarla, un giorno. Chissà perché avevo mentito. Chissà a chi avevo mentito.

In auto non feci altro che guardare fuori dal finestrino. Osservavo l’asfalto, le case, i miei luoghi. Osservavo il tutto, incapace di dir loro addio. Mio marito sorrideva sereno. Scherzava con le nostre bambine. Non faceva altro che imbambolarle coi racconti sulla sua Italia. Poi cercava di far ridere anche me, di farmi sognare un po’. Io rimasi muta, mi sentivo estranea. Mi sentivo estranea alla loro gioia. Guardavo le mie figlie e le odiavo. Odiavo la loro ingenuità. Odiavo il fatto che si sarebbero adattate, mentre io già ci stavo rinunciando. Quando arrivammo, la prima cosa che avvertii fu l’odore acre di campagna, l”odore del fieno e del letame. La casa di mio marito si trovava in fondo a una strada ghiaiosa, in un piccolo paesino di provincia. Scendemmo dall’auto e mio marito cominciò a tirare fuori gli scatoloni e i nostri averi, i nostri vestiti. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. C’era la Francia in ogni cosa. Mio marito era troppo intento a far calmare le bambine per accorgersene. Lo aiutai a svuotare l’auto. Le bambine facevano un baccano infernale. Non le zittii. Sovrastavano i miei timori, in quel momento. Entrammo in casa. Sentivo il caos delle galline, rinchiuse nel loro pollaio. Sentivo rumori che in realtà non avevo mai ascoltato prima. La casa era sporca e sapeva di chiuso. Mio marito spalancò le finestre. Faceva freddo, ma non come in Francia. Subito vennero da noi i suoi parenti. Mi bombardarono con il loro dialetto. Non conoscevo bene l’italiano, figuriamoci il friulano. Fu la prima ferita che mi inflissero. Mio marito faceva da tramite. Era gonfio d’orgoglio. Le mie bambine parlavano a raffica, mischiando l’italiano al francese. Si ambientarono quasi subito. I parenti di lui mi parvero di un’altra epoca. La prima spiacevole scoperta fu sapere che il cesso non era dentro casa, bensì fuori, nel cortile.

Ecco, io me la son immaginata così la partenza di mia nonna, con le figlie al carico, col suo accento forte e invadente e i suoi modi sbrigativi da cittadina. Chissà quanto si è sentita sola e poi il fatto di avere il bagno fuori e non in casa, come a Parigi. Chissà che avrà pensato, che era capitata nella giungla, nell’inciviltà. Ecco, volevo condividere queste righe, perché per me la sua storia è sempre stata molto affascinante per quanto tormentata e con un finale tragico.