Good Bye Lenin… Che Ostalgie!

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“Good Bye Lenin” è un film che ho visto per la prima volta al liceo, durante una lezione di tedesco.

Ho rivisto questo film anni dopo in italiano e ieri, non sapendo cosa guardare, ho deciso di rivederlo in tedesco, con i sottotitoli in italiano.

Il film è del 2003, regia di Wolfgang Becker ed è – come avrete intuito – un film tedesco. La colonna sonora è firmata Yann Tiersen (il compositore delle musiche de Il favoloso mondo di Amelie, per intenderci).

Ambientato a Berlino, qualche mese prima della caduta del Muro (1989) il film parla di una famiglia che vive nella Berlino est, all’epoca sotto il governo socialista filo – sovietico. Christiane, madre di due figli, in seguito all’abbandono del marito diventa una fervida sostenitrice del socialismo. Il figlio Alex lavora come riparatore di televisioni, la figlia Ariane (già madre di una bimba) è una studentessa universitaria.

Durante una manifestazione contro all’opprimente regime sovietico, Alex viene pestato ed arrestato dalla polizia, sotto agli occhi della madre che stava andando a un ricevimento ufficiale in onore dei 40 anni della DDR (Repubblica Democratica tedesca). La madre è colpita da un infarto per lo shock ed entra in coma per 8 mesi.

In quei mesi cambia tutto: il muro crolla, la Germania si avvia verso la riunificazione, Alex perde il lavoro e diventa un installatore di parabole satellitari e si fidanza con Lara, l’infermiera della madre, Ariane trova lavoro al Burger King e si mette assieme a un tizio dell’Ovest.

Quando Alex viene informato del risveglio della madre e apprende che per lei qualsiasi forte emozione potrebbe causarle un secondo infarto, decide di non rivelarle nulla circa i profondi cambiamenti del paese.

Il film ruota attorno agli stratagemmi (geniali i finti TG) che Alex si inventa per nascondere alla madre malata (e costretta a letto) la trasformazione di Berlino Est, anch’essa ormai invasa da consumismo e capitalismo.

Alex si fa prendere un po’ la mano e si rende conto che la realtà fittizia (e socialista) che sta costruendo per la madre è la realtà in cui lui stesso avrebbe voluto vivere.

Un giorno però la madre riesce ad uscire dalla camera e dall’appartamento… Lo spettacolo che le si para davanti la lascia senza parole: immagini di Gesù, pubblicità di prodotti occidentali, una svastica disegnata sull’ascensore… Per non parlare della statua di Lenin che viene portata via in volo…

Alex quindi deve giustificare tutto questo alla madre incredula.

Questo film è davvero originale e un po’ nostalgico. Le atmosfere “tedesche” mi lasciano sempre un po’ scossa, non lo so perché… Avete presente quando certe immagini vi suonano famigliari e vi entrano sottopelle?

La splendida e triste musica che incalza alcune scene del film è un perfetto accompagnamento per questa commedia dalle tinte un po’ drammatiche. Sebbene certe situazioni siano divertenti, il tutto è pervaso da un velo polveroso che sa di rimpianto. Berlino è cambiata, sì… Ma in meglio o in peggio? La cosiddetta Ostalgie, la nostalgia per la vecchia DDR (in seguito al crollo del regime infatti alcuni tedeschi sentirono la mancanza della vita di prima, ormai invasa da prodotti americani ecc) inizia a farsi sentire. Tuttavia il regime socialista si è rivelato deludente, ecco perché Alex si aggrappa a quella speranza nel ricreare per la madre le atmosfere del passato, che però non è autentico… Lui lo rende migliore, sia per lei che per se stesso.

Citazioni:

La sera del 7 ottobre 1989 svariate centinaia di persone si radunarono nel centro di Berlino per sgranchirsi un po’ le gambe. Rivendicavano il diritto di passeggiare senza muri fra i piedi.

L’orologio di Alexanderplatz scandiva i secondi che mi separavano dal compleanno della mamma. Intanto un banale pallone da calcio riunificava la nazione sotto una bandiera. Un altro mattone che cadeva dal muro.

Devo ammetterlo, ormai il gioco mi aveva preso la mano. La Repubblica Democratica che stavo creando per mia madre, assomigliava sempre più a quella che avrei potuto desiderare io.

“La vita di Adele”, una semplice storia d’amore (?)

“La vita di Adele” è un film che a quanto pare è piaciuto a molti: ho letto solo critiche positive a riguardo.

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E francamente non concepisco tutto questo entusiasmo, addirittura persone che lo definiscono un capolavoro… Ma ritornerò sulle mie perplessità più in là.

Ieri lo hanno dato in televisione e così ho deciso di vederlo.

Il film racconta la storia d’amore e di passione tra due ragazze: Adele, una giovane liceale, ed Emma, una studentessa al quarto anno di Belle Arti.

Adele dopo aver scaricato un tizio che non la coinvolge più di tanto sessualmente (e soprattutto mentalmente ) accetta di trascorrere la serata in un locale gay assieme al suo migliore amico.

Lì un po’ spaesata, gira per il locale fino a quando incontra una ragazza dai capelli blu, Emma, che da subito la colpisce molto. Le due chiacchierano per un po’ e si rincontrano fuori da scuola, attirandosi gli sguardi e le critiche delle “amiche” di Adele.

Abbastanza interessante il litigio tra Adele e la bulletta (che in teoria era sua amica). La bulletta infatti accusa Adele di essere lesbica e si mostra disgustata per averle permesso di trascorrere la notte a casa sua tempo prima.

Nel frattempo Adele ed Emma iniziano la loro storia d’amore.

Emma è una ragazza sicura di sé, molto dolce ed eccentrica. Inoltre è un’artista. Un giorno, dopo l’amore con Adele, decide di ritrarre la sua amante nuda mentre fuma una sigaretta…

Ed è subito Jack e Rose in Titanic.

La classica furbata di film e libri.. Prendi una tizia, le tingi i capelli di blu, le fai nominare due pittori ed eccola qua: una super artista alternativa.

Insomma, la storia d’amore prosegue tra alti e bassi, tra le insicurezze di Adele, mostre d’arte, un tradimento…

Vediamo le due protagoniste crescere e maturare, soprattutto Adele che è più giovane e insicura di Emma, già realizzata e consapevole.

Vediamo le rispettive famiglie, contrapposte, diverse. Quella di Emma è aperta mentalmente, mentre quella di Adele è più “limitata”, tant’è che Adele non si confida con i genitori sulla sua storia d’amore.

A ogni modo, questo film non mi è piaciuto. Le scene di sesso troppo lunghe, le ragazze ovviamente sono belle da vedere altrimenti dubito che il film avrebbe funzionato… E per carità ci sta. Ci stanno le scene di sesso, ma senza tutta quella bellezza ostentata il film avrebbe avuto il medesimo successo?

Forse sì, forse no.

I dialoghi sono un po’ piatti, l’attrice che interpreta Adele invece l’ho trovata molto credibile.

L’espressione spesso persa, il disagio nello stare con gli amici della sua ragazza, le fitte di gelosia che in certi momenti prova: l’attrice rende bene il tutto e credo sia quasi l’unica cosa che mi sia piaciuta del film.

Perché questo film è piaciuto così tanto al pubblico?

Non è niente di eccezionale (parere mio, s’intende): è una storia d’amore che parte bene, poi prende una brutta piega, poi finisce e ognuna va per la sua strada.

Direi quasi banale.

Però… Però è una storia d’amore tra due ragazze.

Si può definire banale una storia d’amore tra due ragazze al giorno d’oggi?

Per quanto mi riguarda sì, perché per me francamente le persone possono farsi chi caspita vogliono.

Capisco che nel 2017 ci siano ancora un sacco di pregiudizi sull’omosessualità e che quindi un amore tra due persone dello stesso sesso può creare più – come dire – impatto sullo spettatore (in fin dei conti è stupido negare che siamo più abituati a vedere “l’eterosessualità”) e che magari il regista è stato anche “coraggioso” (o paraculo?) a mettere in scena la tematica in modo esplicito, però io giudico questo film obiettivamente, e questo film non è niente di che.

Diciamo che potrei giudicarlo un inno all’amore e alla libertà d’amare e perché no, di amarsi pubblicamente: nel film infatti c’è un continuo “ostentare” l’amore nei luoghi pubblici, al bar, alle manifestazioni e così via.

Inoltre l’amore non viene etichettato. Lo spettatore non pensa per forza di cose che Adele sia lesbica, tant’è che si concede durante il film a diversi uomini. Potrebbe significare che Adele deve ancora maturare, che è alla ricerca della propria identità… Oppure semplicemente che Adele è innamorata di Emma e non dobbiamo per forza catalogarla per i suoi gusti, il che secondo me sarebbe un bel punto su cui riflettere.

Il problema qual è? Che certe volte ho come l’impressione che un amore per così dire meno convenzionale faccia più breccia nel cuore della gente.

Il film non mi ha emozionata, tranne forse in una scena dove Adele guarda Emma con curiosità e desiderio per la prima volta: le due sono in un parco e il regista inquadra un accenno di pelle di Emma e l’espressione incantata e bramosa di Adele.

In quella scena è reso bene il fascino (anche solo estetico) che Emma esercita sulla protagonista.

Detto ciò, non consiglio né sconsiglio questo film, forse l’avrei apprezzato di più in giovane età (ma il film è uscito nel 2013) o forse sto diventando troppo cinica o magari devo solo prenderlo per quello che è: un banale film per adolescenti.

Ovaie in giostra? Un film per l’occasione

Tempo fa scrissi un articoletto sulle cronologie (ossia ciò che digito su Google) in quei giorni.

I giorni dei fiumi di porpora, brrrrrr…

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Foto da qui

Ecco, io in questi giorni mi sento parecchio pucci pucci, emotiva, sentimentale… Quasi romantica.

Anche se detto fra noi temo sia soprattutto merito degli analgesici che prendo per i crampi… Maaaaaa lasciamo perdere.

La Lines con le sue illuminanti frasi stampate sugli assorbenti dice che in quei giorni è preferibile evitare latticini: e io che di natura sono trasgressiva mi sono preparata una bella tazza di cioccolata calda e ci ho pure schiaffato sopra quintali di panna.

La Lines inoltre assicura che in quei giorni si può tranquillamente fare il bagno al mare.

CHE COOOSA?

Ho vissuto in una menzogna per tutto questo tempo…

Dunque amiche di blog: mettetevi comode, infilate pinne ed occhialini che tanto a quanto pare il bagno lo possiamo fare e niente, leggetevi il post.

Oggi infatti voglio suggerirvi una commedia leggera leggera da vedere in questo periodo in cui siamo giustificate per la nostra emotività. 

Si tratta del film No Strings Attached (uscito nel 2011 e diretto da Ivan Reitman)  che nella becera “traduzione” italiana è chiamato Amici, amanti e… (Il film l’ho visto in lingua originale).

I protagonisti sono Emma (Natalie Portman), una ragazza che sta facendo il tirocinio in ospedale e Adam (Ashton Kutcher) assistente televisivo.

Sinceramente ho visto questo film solo perché Natalie Portman è una delle mie attrici preferite e Kutcher boh: ha quella faccia da cucciolo bastonato che mi fa simpatia, sebbene faccia sempre il coglione in tutti i film.

I due si conoscono da ragazzini a un campeggio estivo e si rivedono dopo molti anni. Hanno caratteri opposti: lui è caloroso, espansivo e piuttosto dolce, lei invece è freddina, sulle sue, incapace di legarsi sentimentalmente a qualcuno.

Tra i due nasce una certa intesa e dopo varie disavventure decidono di imbarcarsi in una relazione di solo sesso, senza sentimento.

Del tipo proprio così: hey, che ne dici di copulare come conigli lasciando fuori dalla camera da letto ogni sentimento?

Okay.

Però se poi uno rimane cotto dell’altro allora interrompiamo il tutto, va bene?

Certamente.

Cose che capitano tutti i giorni, insomma.

I due quindi si accoppiano in ogni dove e a ogni ora: del tipo che lei finisce il turno alle 5 del mattino e chiama lui per fare sesso, che mi sembra un ottimo modo per risparmiare i soldi della palestra, tra parentesi…

La storia prosegue fino a quando uno dei due non si innamora dell’altro… Ma non mi dire!

Cioè voi mi state dicendo che se due stanno bene insieme, si piacciono esteticamente, si trovano simpatici e trombano pure alla grande… Poi finiscono con l’innamorarsi?

Ma veramente???

Il film è molto prevedibile, però ci sono dei momenti in cui è divertente e fa ridere.

Il tutto è molto scorrevole, leggero al punto giusto, non demenziale (nonostante la presenza di Ashton Kutcher). La Portman secondo me potrebbe recitare qualsiasi ruolo e risultare comunque credibile.

C’è una scena del film che mi ha fatto ridere e che ho trovato davvero dolce. Emma e le sue coinquiline hanno appunto il ciclo e lui si presenta a casa loro con un cd che contiene tutte canzoni a tema: Sunday Bloody Sunday, Keep bleeding in love & altre.

Emma: You made me a period mix??

In effetti io proponendo questo filmetto ho scopiazzato l’idea dal film stesso spudoratamente.

E niente, è un film che di tanto in tanto rivedo con piacere ed è una di quelle commedie un po’ frivole e senza grandi pretese che alleggerisce l’umore.

Certo, se poi voi in questi giorni vi sentite tipo Maria La Sanguinaria… Non saprei proprio cosa consigliarvi!

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Scena dal film

Film della domenica: Taxi Driver

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Oggi mi sono rivista Taxi Driver, uno dei film più cupi e malinconici che esista, per quanto – ovviamente – mi riguarda. (Film del 1976 di Martin Scorsese)

(Spoiler, tanto spoiler)

Travis Bickle (interpretato dal gigante, Dio in terra, magistrale e chi più ne ha, più ne metta Robert De Niro) è un giovane ex marine che siccome soffre di insonnia decide di fare il tassista di notte, per le strade di New York. Nel suo tempo libero guarda film porno nei cinema a luci rosse e scrive un diario, riflettendo su quanto è solo e su quanto degrado ci sia a New York, degrado che lo spettatore ha ben presente grazie alle frequenti riprese di prostitute e gentaglia varia. Le ambientazioni sono quasi tutte cupe, squallide e deprimenti, la casa stessa di Travis incute tristezza.

Un giorno Travis conosce una donna di nome Betsy («La prima volta che la vidi fu all’ufficio della campagna elettorale per Palantine a Broadway. Aveva un vestito tutto bianco e mi apparì come un angelo in mezzo a tutto quel sozzume, è sola ma loro non osano neanche sfiorarla.»), bionda e affascinante, cattura immediatamente l’attenzione e il desiderio del protagonista. Betsy è impegnata nella campagna elettorale per il senatore Palantine, candidato alle elezioni presidenziali.

Travis la invita a prendere un caffè e lei dopo una certa esitazione accetta l’invito e anche quello successivo di andare al cinema con lui. Travis la porta quindi a vedere un film a luci rosse e lei indignata scappa via, rifiutando le sue chiamate con grande freddezza, lasciandolo nuovamente solo e amareggiato.

Travis si imbatte in una prostituta tredicenne di nome Iris, nientepopodimeno che Jodie Foster. Schifato e deluso dal degrado newyorchese che lo circonda, decide di voler salvare Iris dal suo destino, poiché una ragazzina dovrebbe vivere coi genitori e andare a scuola, non certo prostituirsi. Inizia quindi il cambiamento di Travis, fisico e mentale. Comincia a pensare che le colpe del degrado cittadino siano del senatore Palantine e pensa quindi di ucciderlo durante un comizio elettorale ma viene e scoperto, ciò nonostante riesce a scappare.

Palantine per Travis incarna tutta l’ipocrisia della società.

Travis decide dunque di recarsi nel quartiere dove lavora la giovane prostituta e qui ucciderà vari personaggi coinvolti nel giro della prostituzione, rimanendo però gravemente ferito. Grazie al suo gesto estremo Iris tornerà dai genitori e Travis viene considerato un eroe, poiché tutti ignorano il fatto che volesse uccidere anche il senatore Palantine.

Nella scena finale del film, Travis guida il suo taxi e il suo sguardo nello specchietto lascia aperte varie interpretazioni, perché è parecchio inquietante.

Secondo me nonostante il finale “positivo” del film, Travis non è un eroe. È un uomo depresso e solitario e quella solitudine lo ha portato alla follia. Ha qualità positive, questo sì, ma è comunque un uomo non in grado di risolvere i suoi conflitti e i suoi problemi. Ha ragioni nobili, vuole ripulire lo sporco della città uccidendo i papponi e i delinquenti, ma al contempo è intenzionato a uccidere anche un “innocente”. Credo che in molti possano immedesimarsi nell’inquietudine di Travis che nel suo caso sfocia in follia. Il tenersi tutto dentro a un certo punto fa scoppiare. Travis è un incompreso, forse è pure un tantino ingenuo, perlomeno prima di macchiarsi di sangue lo sembra. Non lo paragonerei agli inetti letterari (quelli che si lamentano e non fanno niente), perché è comunque un uomo di azione, che a modo suo rivoluziona le cose, non è un personaggio statico ma estremamente dinamico che combatte la violenza usando violenza a sua volta.

A me è piaciuto moltissimo, non solo perché venero De Niro come le ragazzine venerano boh, i loro idoli, ma anche per le considerazioni che Travis fa durante il film, sulla necessità di contatto, sulla solitudine, sulla moralità.

Alcune citazioni del film:

Io ho sempre sentito il bisogno di avere uno scopo nella vita, non credo che uno possa dedicarsi solo a se stesso, al proprio benessere. Secondo me uno deve cercare di avvicinarsi alle altre persone.

Cercai tante volte di telefonarle ma poi non veniva più neanche al telefono. Le mandai dei fiori ma me li riportavano tutti a casa. L’odore dei fiori mi dava la nausea, e il mal di testa mi torturava. Mi pareva di avere il cancro allo stomaco… Non dovevo lamentarmi però, la salute è una cosa che dipende da come ti senti. Più pensi di sentirti male e più stai male.

La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo.

“Come fai ad avere un orgasmo senza che sembri un luogo comune”? (Impressioni su un film)

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(Scena del film, foto Web)

La citazione del titolo è tratta da “E morì con un felafel in mano”, regia di Richard Lowenstein anno 2001. Si tratta di un film di produzione italo – australiana e Wikipedia (e non solo) me lo classifica come “commedia”.Non saprei, io trovo sia uno dei film più drammatici che abbia visto e non esagero.

Che sia in apparenza leggero, non direi, il film da subito ha chiari intenti drammatici: si apre infatti con la morte di un tizio con in mano un felafel con la salsa che cola, sulle note di Golden Brown degli Stranglers. Già il titolo che svela “tutto” trovo sia una gran trovata (dimenticavo di dire che il film è tratto dall’omonimo libro di  John Birmingham) e per me il film guadagna già mille punti così, con un gigantesco spoiler della trama…

A me, dico la verità, i finali non interessano mai, spesso leggo libri o vedo film di cui conosco già i finali, preferisco di gran lunga gli inizi e in questo caso inizio e fine coincidono, lo spettatore quindi già si aspetta la morte di uno dei personaggi a cui probabilmente si affezionerà.

La trama è di base scarna, il protagonista è un aspirante scrittore di nome Danny, interpretato da Noah Taylor. Danny ha scritto un racconto su un tizio che a forza di masturbarsi si è innamorato della propria mano (l’agghindava e tutto quanto)… Danny è costretto a cambiare appartamento più di 47 volte, continuando a non pagare l’affitto e trovandosi degli strambi inquilini ogni volta: una ragazza lesbica, un tossicodipendente, un omosessuale, una tizia che fa assurdi riti pagani ed è bisessuale, tutte vite che si trascinano apparentemente senza uno scopo preciso, senza reali ambizioni, sullo sfondo di una bella colonna sonora e dialoghi piuttosto particolari.

Il film presenta caratteristiche “kafkiane”: coloro che hanno letto il libro “Il processo” o visto il film troveranno infatti delle scene simili: la giustizia per niente imparziale, personaggi che non hanno diritto di difendersi di fronte alle autorità e via dicendo.

Questo è un film di un’intensità pazzesca, basta guardare l’espressione perennemente malinconica del protagonista per rendersene conto, basta lasciarsi coinvolgere dall’emotività dell’amica di Danny o dall’apatia e dall’apparente assenza di emozioni di una delle inquiline, è anche semplice immedesimarsi nella miserabilità delle loro vite, nei loro fallimenti… E poi il fatto che abbia un gusto così europeo, stile favoloso mondo di Amelie (non per la trama) ma per le immagini vivide, l’accuratezza nell’inquadrare i dettagli, le tipiche musiche dall’aria spensierata ma terribilmente malinconiche… Che dire? Non è un film semplicissimo, nel senso che a tratti ha dell’assurdità, ma pone lo spettatore di fronte a diversi aspetti della vita: sesso e sessualità, droga, amicizia, morte, ma non in modo banale (a mio parere).

Qualche citazione che mi ha colpita, (potrebbero essere considerate spoiler, io nel dubbio vi avviso):

Tu hai una profonda consapevolezza del tuo personaggio. Non hai fiducia in te stesso, però dagli altri la pretendi. Proietti le tue insicurezze su coloro che ti circondano. Rifiuti la felicità perché la ritieni scialba e superficiale. Ti sei convertito al post-modernismo per evitare un pensiero tuo originale. Critichi te stesso perché così cerchi di vanificare le critiche. Desideri ciò che odi e odi ciò che desideri. Devi sempre distruggere ciò che ami di più.

Tu sei troppo sensibile. Senti troppo. Perché devi sempre sentire così tanto?

Sam: Ci sono un sacco di parole per definire una donna che non vuole fare sesso: frigida, inerte, insensibile, fredda. Ma riesci a pensare anche a una sola parola per definire un uomo che non vuole fare sesso?
Danny: Morto?

Volevo farvi notare, che non mi sta affatto bene che accettiate la mia omosessualità senza stupirvi.

 

“Scusate se esisto!”

Per la rubrica “film puliti”, che non esiste, me la sono inventata io sul momento, è che esordire dicendo “per la rubrica” era uno dei miei sogni proibiti…

Dicevo, per l’immaginaria rubrica “film puliti” e aggiungo: italiani, oggi vorrei spendere due parole sul film “Scusate se esisto!”, diretto da Riccardo Milani, con Paola Cortellesi e Raoul (si scrive così?) Bova, film del 2015. Ma, prima di tutto, devo confessarvi una cosa. Che poi l’avevo già confessata secoli fa, ma dubito che qualcuno all’epoca avesse letto l’articolo perciò posso tranquillamente ripetermi: io amo e venero Paola Cortellesi, da sempre. Si tratta di un amore innocente e disinteressato, ma pur sempre amore è.

Perciò, anche se ha avuto alti e bassi, le ho perdonato ogni cosa, perché i suoi alti erano talmente alti che era impossibile criticarla, e poi lei non sbaglia mai. Cioè, ve la ricordate quando imitava Franca Leosini? O la Santanchè? Mi ripeto ancora dicendo che a me gli uomini in tv non fanno un granché ridere, li trovo poco esilaranti, io rido solo con due comiche: Paola Cortellesi e Virginia Raffaele, che seguo da ben prima di Sanremo, ma da molto prima, tipo da Mai dire e dagli sketch con Lillo e Greg che presentava la Serena Dandini, ecco. Il fatto che in tv non ci siano solo donnette belle belle ma prive di spessore, ma anche donne belle e capaci, mi fa davvero piacere.

Ad ogni modo questo film non mi ha entusiasmata molto, non è ai livelli di Nessuno mi può giudicare, film ben più coraggioso, che affrontava il tema della prostituzione (la madre vedova che si mette a fare la escort) certo, “Scusate se esisto” è comunque un film scorrevole che tenta di sollevare tematiche attuali e delicate come l’omosessualità e la difficoltà per una donna di fare carriera, spogliandosi dai soliti stereotipi, ma secondo me non ci riesce benissimo, anzi, finisce con lo sguazzare in altri stereotipi, come il volemose bene e la famiglia del sud tutto cibo e una buona parola per tutti.

Non è che non mi sia piaciuto, ma secondo me è rimasto troppo in superficie. Di che parla questo film? Serena Bruno (Paola Cortellesi) è una donna intelligente di origini abruzzesi che fa l’architetto a Londra, parla molte lingue e all’estero è piuttosto rispettata, ma trovando Londra fredda e piovosa decide di tornare in Italia, a Roma. Lì, però, la concorrenza maschile è alta, per una donna è difficile emergere e Serena deve accontentarsi di qualche lavoretto poco appagante per guadagnare due spicci. S’inventerà quindi un sotterfugio per conquistarsi un posto di lavoro come architetto, aiutata da un uomo con il quale stringe un’insolita amicizia.

Per carità, il tutto risulta verosimile, però affrontato in modo quasi banale, la Cortellesi è brava e pure Bova (che solitamente non mi fa impazzire) risulta credibile, tuttavia il film è un po’ troppo piatto per i miei gusti… Diciamo che lo metto tra i film gradevoli italiani, quelli senza i soliti drammi patetici dove lui c’ha l’amante e bla bla, che davvero non reggo proprio, e comunque, l’ho già detto che adoro la Cortellesi?

Hotel Rwanda, quando l’odio è di “casa”

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Di recente ho rivisto Hotel Rwanda, film che mi è stato consigliato e io sono sempre contenta di accettare un consiglio su un bel film o libro, anche perché – soprattutto per quanto riguarda i film – ho degli ottimi “suggeritori”, ed è bello circondarsi di persone che anziché tormentarti con le loro vicende amorose ti parlano di un film che hanno tanto apprezzato (o schifato, anche quello è divertente, schifare insieme un film!). Infatti quando si parla di robe amorose, tipo il fidanzato nuovo o l’ex ossessivo, io solitamente parto con gli interminabili “ma dai?”, “che bello!”, “che stronzo”, e così via, che tanto gli interlocutori meno vengono interrotti più sono contenti, così nel mentre ci si rilassa pure pensando agli affari propri (che diciamocelo, sono ben più importanti delle turbe sentimentali altrui).

E dunque, “Hotel Rwanda”, film del 2004, diretto da Terry George e ambientato in Ruanda, nel 1994, anno in cui le rivalità fra le due etnie del paese Tutsi e Hutu sfociano nel Genocidio del Ruanda, dove le vittime sono prevalentemente Tutsi. Paul Rusesabagina di etnia Hutu (interpretato da Don Cheadle) direttore di un prestigioso hotel della capitale ruandese è sposato con una donna Tutsi e ospiterà nel suo hotel diverse persone Tutsi, salvandole dalla morte.

Il paese è nel caos, i ribelli Hutu uccidono a colpi di machete i Tutsi e l’hotel sembra l’unica zona sicura, poiché vi sono le forze ONU rappresentate da un colonnello canadese. All’hotel giungono sempre più profughi in cerca di rifugio e la situazione comincia a farsi critica, le risorse scarseggiano. Paul riesce a corrompere più volte il capo della polizia per ottenere protezione per i rifugiati dell’hotel. Emblematico l’abbandono di tutti gli ospiti europei dell’hotel: segno che l’occidente è disinteressato alle sanguinose vicende, così come lo sono i governi occidentali. Il film è piuttosto crudo, si prova rabbia nel vedere cittadini uccidersi fra loro, e rabbia nel sapere che l’occidente ha chiuso gli occhi sul genocidio. Paul, che a me ha ricordato la figura di Schindler per il coraggio che dimostra e per la situazione in cui si trova può contare sui contatti che conosce e sugli incassi dell’hotel per tentare di risolvere la situazione, ma il denaro non basta a sfamare per giorni tutti i rifugiati del suo hotel. Si assiste quindi al terrore che assale i personaggi della storia, abbandonati al loro destino, indifesi di fronte alla violenza dei loro stessi concittadini.

La storia di Paul è vera, ed è raccontata bene, con una toccante colonna sonora che accompagna le scene più tristi. Purtroppo, quando vengono narrati fatti come questo, spesso trovo che si dia poca importanza alla recitazione e il film risulta godibile, sì, ma quasi elementare, con dialoghi banali, dove si dà un gran risalto alla storia vera, mentre gli attori sembrano quasi messi lì per caso (fatta eccezione per qualche personaggio).

Vi lascio dei link dove viene spiegato il motivo della rivalità fra le due etnie.

Radici del conflitto

Articolo sulle radici del genocidio

Guerra fra Hutu e Tutsi

 

Germano Vs Scamarcio, non solo a livello interpretativo

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(Scena del film)

Un film semplice, scorrevole, pulito e senza fronzoli , che a dirvela tutta ogni tanto appesantiscono la pellicola e la forzano fino a non farmela piacere… Ecco un film così è Mio fratello è figlio unico, film di Daniele Luchetti del 2007, visto proprio quando uscì.

Il film s’ispira al libro Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi. Il titolo è chiaramente tratto dall’omonima canzone di Rino Gaetano (di cui gli Afterhours hanno fatto una cover, non so se l’abbiano realizzata anche altri artisti).

Il film si basa sulle differenze di pensiero politico di due fratelli, Manrico Benassi (comunista) interpretato da Riccardo Scamarcio (unica nota stonata del cast) e Antonio Benassi, detto Accio (fascista), interpretato da Elio Germano (che je poi dì a Elio Germano di brutto? NIENTE).

La storia è ambientata negli anni 60, a Latina, dove sopravvivono ancora i residui del dopo guerra, le incertezze e l’arretratezza che questa ha portato. Accio – che è il protagonista del film – appena dodicenne (Accio ragazzino è interpretato da Vittorio Emanuele Propizio) è entrato in seminario ma si rende conto che quella non è la sua strada nel momento in cui “pecca” masturbandosi  sulla foto di un’attrice. Uscito dal seminario fa ritorno a casa, dove la famiglia stravede per Manrico e per i suoi ideali e Accio è la pecora nera, nera in tutti i sensi. Incuriosito  e affascinato dal venditore di tovaglie Mario Nastri (Luca Zingaretti) fervido sostenitore di Mussolini decide infatti di iscriversi al Movimento Sociale Italiano, entrando in totale conflitto con la famiglia. Accio è giovane, forse un po’ ingenuo, colto e attaccato ai suoi ideali.

Elio Germano regala la solita interpretazione impeccabile, in netto contrasto con quella del bambolotto Scamarcio, che sarà pure bono (mah…) però fijo mio impara a recitare. Che poi pure nella scena di sesso, dove ti chiedi “almeno lì, ce la regalerà un’espressione?” E nisba, una noia, che tutte le ragazzine del pianeta si son prosciugate. A ogni modo, il film mette in luce la violenza di entrambe le fazioni, la passione di alcuni giovani per i loro ideali, in particolare quella di Accio che si dichiara sempre pronto ad agire per il partito. Nonostante tutto Accio ha una sua morale, decisamente più profonda di quella del fratello e infatti quando le azioni del partito prenderanno una piega troppo violenta comincerà a ricredersi, complice anche l’amore per una donna che appartiene al partito opposto.

Le musiche le ho adorate, a partire da Chariot di Betty Curtis a Ma che freddo fa di Nada, tutte in perfetta armonia con il film. Ho apprezzato molto anche l’interpretazione di Angela Finocchiaro, la madre disperata dei tre fratelli: Accio, Manrico e la sorella Violetta, (Alba Rohrwacher). Il finale è stato un po’ frettoloso, inverosimile e amaro, con una punta di speranza per la situazione economica della famiglia Benassi, non certo florida.

Signor Nessuno

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In questi giorni, tipo cinque, ho guardato un film di cui avevo “sentito” parlare, o meglio, in molti ne tessevano le lodi nel web, dispiacendosi perché non era stato doppiato in italiano. In streaming infatti si trova in originale, sottotitolato in italiano. Siccome ero curiosa e mi pareva uno di quei film “strani” che in un certo modo ti prendono ho deciso di vederlo pure io.

Il film è Mr Nobody, anno 2009, regia di Jaco Van Dormael. Il protagonista si chiama Nemo ed è interpretato da Jared Leto, attore che ho avuto modo di apprezzare in Requiem for a dream e – seppure per una piccola parte – in Fight Club.

Nemo, che di cognome fa Nobody è l’ultimo mortale rimasto sulla terra (pensa che sfiga) mentre tutti gli altri esseri umani sono immortale. Il povero Nemo è anche protagonista di un reality, proprio perché sarà l’unico a morire di vecchiaia. E qui, vuoi per il fatto del reality, vuoi per il taglio di capelli, Jared Leto mi ha ricordato un sacco Jim Carrey in “The Truman Show”. Il film è perlopiù drammatico, oltre ad essere chiaramente “fantascientifico” (passatemi il termine) anche se secondo me tutto è un pretesto per mettere in scena i soliti drammi amorosi ed esistenziali senza farli passare per tali. Ossia: piazziamo due adolescenti innamorati, condiamo il tutto con qualche termine scientifico, tante particelle e il gioco è fatto!

Il film vede Nemo alle prese con tre momenti della sua vita: infanzia, età adulta e vecchiaia, ed è un continuo slittare da una scena all’altra, per mostrare allo spettatore “cosa sarebbe successo se”. Nemo infatti sembra vivere parallelamente non solo tre età diverse, ma anche tre storie d’amore diverse, con rispettive famiglie. L’intero film però si basa sull’idea che tutti i bambini prima di nascere conoscano già tutto e dimentichino tutto grazie agli “Angeli dell’oblio” che però non rimuovono la memoria al piccolo Nemo che è infatti convinto di conoscere già il suo futuro.

Il film è un continuo riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte, ciò che comporta intraprendere una strada o l’altra e in questo caso vengono messe in scena tutte le opzioni possibili, analizzandole accuratamente. Lo spettatore assieme al protagonista sembra rivivere le stesse situazioni più volte, ma da un punto di vista differente. Il film non mi è dispiaciuto, soprattutto per la bravura di certi attori e le immagini di forte impatto. Non ho invece approvato la scelta delle musiche: vi faccio un esempio. In una scena in cui Nemo adolescente e la sua ragazza fumano una canna il regista opta per “Where is my mind” dei Pixies, celebre brano presente nel film Fight Club. Perché svilire così il brano e ciò che ricorda piazzandolo in una scena banalissima? Anche le scelte degli altri brani (belli, eh) non mi sono piaciute, perché continuavo a dirmi “ah, questa musica stava in quel film”, distogliendo quindi l’attenzione dal film che invece stavo guardando.

Non l’ho guardato tutto d’un fiato, un po’ perché dura abbastanza, un po’ perché non avevo tempo, magari lo rivedrò tutto intero con calma e mi entusiasmerò di più. Concludendo, alcune musiche a parte, è un buon film, soprattutto perché immagino sia stato alquanto complicato realizzarlo e dargli una certa coerenza (nonostante nel film, in apparenza, l’incoerenza regni sovrana).

Neppure un passo

Il Padrino è un “sior” film. E okay.

Sono capolavori e tutto quanto (d’altronde c’è De Niro) però al di là della perfezione del film c’è un’esaltazione della criminalità che mi fa ribollire un po’ il sangue. Capisco che poi l’intento sia quello, ma non ditemi che è un film sulla mafia. Perché a me è parsa pura goliardia, mafiosi o criminali in generale (tipo in C’era una volta in America, tra l’altro uno dei miei film preferiti) visti come eroi, ambientazioni bellissime e tutto quel che vi pare, ma la mafia è solo un pretesto per gonfiare il già gonfissimo ego americano.

Un film che racconta con semplicità la mafia è “I cento passi”. Storia vera di Giuseppe Impastato, detto Peppino, figlio e nipote di mafiosi, intellettuale impegnato di Cinisi (Palermo) che prenderà le distanze dal padre per combattere la mafia, tenendo comizi, fondando una radio libera (Radio Aut) dove recita poesie farcite da commenti sarcastici sulla politica, sulla sua famiglia mafiosa, sulla corruzione del suo paese. Peppino è un ragazzo coraggioso, è un ragazzo che non tace, che non si piega, fino alla fine denuncia le attività mafiose della sua terra, nonostante le prime minacce, i primi avvertimenti. La sua morte viene fatta passare per suicidio, ma tutti sanno che è stato semplicemente fatto tacere perché parlava troppo.

Peppino muore il 9 maggio 1978, la notte in cui venne ritrovato il corpo di Aldo Moro e questo fatto oscurò la morte sospetta del giovane. Piccola parentesi: l’attore che interpreta Peppino (Luigi Lo Cascio) recita divinamente, guardando il film sembra di stare a teatro con l’attore che tiene comizi davanti a noi. Il film più che riflettere, fa vergognare. Cento passi separano la casa di Peppino da quella del boss mafioso (“amico” di famiglia). Per me cento passi significano anche la lotta di Peppino contro alla mafia, i passi che fa per portare a galla quella piaga.

Oltre a questo “piccolo” capolavoro, se vi interessa il genere c’è pure il film di Pif “La mafia uccide solo d’estate” che, Cristiana Capotondi a parte è davvero un buon film. Dico così perché la Capotondi che scimmiotta l’accento siciliano fa venir la pelle d’oca (non per questo la reputo pessima, anzi). Vi lascio questo meraviglioso pezzo dei Modena City Ramblers che riassume il film.

Mio padre! La mia famiglia! Il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! – Peppino Impastato, nel film.