13 Reasons Why: per me è sì!

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Benvenuto nella tua cassetta: questa è la “recensione” di Tredici.

Ho deciso di guardare 13 Reasons Why (Tredici) perché questa serie è praticamente sulla bocca di tutti. E la cosa mi ha incuriosita alquanto!

Mi sono imbattuta in molti spoiler (troppi!) e anche in diverse recensioni che ho evitato di leggere per non guastarmi del tutto la visione.

Questa serie ha tutti gli ingredienti per essere un “teen drama” coi fiocchi: liceali americani, cheerleader snodabili, outsider e giocatori di basket pompati, stalker, stupratori, consulenti della scuola, festicciole alcoliche e… Suicidi.

Ai miei tempi i teen drama erano un tantino più leggeri e frivoli, tipo The O.C, Gossip Girl e quel polpettone per finti giovani di Dawson’s Creek che francamente non ho mai digerito.

Celebre Marissa Cooper che si scolava fiumi di alcol e… Cos’altro faceva Marissa Cooper?

Come in ogni teen drama che si rispetti (sì, mi piace proprio dire teen drama) la scuola è un inferno. I liceali sono essere immondi, senza scrupoli, bestie di Satana. Non hanno praticamente una coscienza, tranne un paio di loro che ovviamente diventano bersaglio dei più fighetti o dei bulli e così via.

Ma bando alle ciance o questo post diventa lungherrimo. Di che accidenti parla 13 Reasons Why?

Parla del suicidio della liceale  Hannah Baker che lascia ai posteri 7 cassette registrate personalmente dove sono spiegati i 13 motivi che l’hanno portata al suicidio.

Ci si aspetta che Anna Fornaia sia la tipica sfigata secchiona che tutti schifano perché ha un briciolo di cultura e porta l’apparecchio… Quindi merita derisione e vessazioni di ogni tipo. Invece no. Hannah è una ragazza carina, che non fa la cheerleader, no, ma che comunque non passa inosservata.

Hannah non è la più bella della scuola, ma… Famo a capisse: piace ai ragazzi, ha degli amici, una bella famiglia. Sembra che non le manchi davvero nulla.

Il suo calvario ha inizio da un primo episodio spiacevole, episodio di grandissima attualità: un tizio che lei bacia diffonde tramite smartphone una foto di Hannah un po’ “osè”, la foto fa il giro della scuola e iniziano a circolare voci sulla condotta sessuale della ragazza. Hannah passa per quella facile e disinibita.

Da quell’episodio si diramano una serie di sfortunati eventi che assumono man mano tinte sempre più tragiche. Eventi che non coinvolgono solo Hannah, ma anche i suoi compagni di scuola, in particolare la controparte maschile della storia: Clay Jensen, suo amico e collega di lavoro al cinema.

Clay scopre di essere una delle 13 ragioni per le quali Hannah si è tolta la vita. Perché anche lui è colpevole quando non ha mostrato altro che solidarietà nei confronti della ragazza?

Clay sembra l’unico ragazzo con una coscienza, l’unico che non si fa risucchiare dal vortice di menzogne creato dagli altri compagni coinvolti. Con il supporto morale dell’amico Tony ascolterà tutte le cassette, scoprendo tutti i tasselli del puzzle, portando a galla due fatti molto gravi.

La serie inizialmente è lenta, ma poi appassiona. Si vuole capire assieme a Clay, smascherare i colpevoli. Ho letto che qualcuno non è riuscito a provare empatia per Hannah, che in qualche caso ha accusato ingiustamente gli altri del suo suicidio.

Sicuramente Hannah non è la tipica protagonista per cui si prova una simpatia incondizionata. E questo mi è piaciuto, l’ho trovato anticonvenzionale. Hannah fa scelte ingenue e talvolta sbagliate, non è “sfigatissima” perciò non si riesce a compatirla fino in fondo, finisce in una lista in cui il suo culo è giudicato il più bello e lei si indigna anziché lusingarsi, tutti la giudichiamo esagerata inizialmente, come alcuni dei suoi compagni: sembra che Hannah se la prende a male per ogni cosa e addossi le colpe a chiunque per la sua infelicità.

Tuttavia, conoscendola nel corso del telefilm si inizia a guardarla con altri occhi: prima critici, poi compassionevoli. La guardiamo affondare, completamente sola.

Siamo impotenti di fronte alla tristezza degli altri, alla loro solitudine.

Anche noi contribuiamo alla solitudine degli altri? Anche noi meritiamo di ricevere una cassetta in cui ci accusano di non aver mosso un dito? Di essere stati indifferenti?

Chi lo sa.

L’amico Clay alla fine capisce e tenta in qualche modo di rimediare, di non restare indifferente davanti al dolore – seppure ben mascherato – degli altri.

13 è una buona serie, ha una colonna sonora interessante, per certi versi forse è esageratamente stereotipata, in alcuni punti risulta un po’ forzata, ma è una serie che offre spunti di riflessione, che trasmette la giusta inquietudine (dato l’argomento) e che non è così banale come si potrebbe pensare.

I temi trattati sono svariati e moderni, la tecnologia che all’inizio sembra giocare un ruolo fondamentale poi perde d’importanza. Si pensi all’utilizzo dei biglietti, l’articolo sul giornale cartaceo, la radio, l’utilizzo di cassette e non di strumenti più “tecnologici”.

Tecnologia o meno, gli adolescenti di oggi hanno gli stessi problemi di quelli di ieri: bullismo, emarginazione, depressione… Sono sempre dietro l’angolo.

La serie porta a galla tutte queste tematiche e credo che più o meno tutti, per un motivo o per l’altro, alla fine riusciamo a vestire i panni di Hannah, di Clay e perché no, anche dei personaggi più negativi della storia.

L’unica cosa che non capisco, invece, è perché intendano produrre una seconda stagione… 13 ragioni non sono sufficienti? È vero che il finale lascia un po’ col fiato sospeso, date alcune questioni irrisolte, ma non ha alcun senso forzare la trama ulteriormente, si è conclusa così e va bene.

Detto ciò: consiglio questo telefilm e spero di non trovare una cassetta a me dedicata nella quale mi accusate di aver contribuito a frantumarvele con questa chiacchieratissima serie.

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“La vita di Adele”, una semplice storia d’amore (?)

“La vita di Adele” è un film che a quanto pare è piaciuto a molti: ho letto solo critiche positive a riguardo.

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E francamente non concepisco tutto questo entusiasmo, addirittura persone che lo definiscono un capolavoro… Ma ritornerò sulle mie perplessità più in là.

Ieri lo hanno dato in televisione e così ho deciso di vederlo.

Il film racconta la storia d’amore e di passione tra due ragazze: Adele, una giovane liceale, ed Emma, una studentessa al quarto anno di Belle Arti.

Adele dopo aver scaricato un tizio che non la coinvolge più di tanto sessualmente (e soprattutto mentalmente ) accetta di trascorrere la serata in un locale gay assieme al suo migliore amico.

Lì un po’ spaesata, gira per il locale fino a quando incontra una ragazza dai capelli blu, Emma, che da subito la colpisce molto. Le due chiacchierano per un po’ e si rincontrano fuori da scuola, attirandosi gli sguardi e le critiche delle “amiche” di Adele.

Abbastanza interessante il litigio tra Adele e la bulletta (che in teoria era sua amica). La bulletta infatti accusa Adele di essere lesbica e si mostra disgustata per averle permesso di trascorrere la notte a casa sua tempo prima.

Nel frattempo Adele ed Emma iniziano la loro storia d’amore.

Emma è una ragazza sicura di sé, molto dolce ed eccentrica. Inoltre è un’artista. Un giorno, dopo l’amore con Adele, decide di ritrarre la sua amante nuda mentre fuma una sigaretta…

Ed è subito Jack e Rose in Titanic.

La classica furbata di film e libri.. Prendi una tizia, le tingi i capelli di blu, le fai nominare due pittori ed eccola qua: una super artista alternativa.

Insomma, la storia d’amore prosegue tra alti e bassi, tra le insicurezze di Adele, mostre d’arte, un tradimento…

Vediamo le due protagoniste crescere e maturare, soprattutto Adele che è più giovane e insicura di Emma, già realizzata e consapevole.

Vediamo le rispettive famiglie, contrapposte, diverse. Quella di Emma è aperta mentalmente, mentre quella di Adele è più “limitata”, tant’è che Adele non si confida con i genitori sulla sua storia d’amore.

A ogni modo, questo film non mi è piaciuto. Le scene di sesso troppo lunghe, le ragazze ovviamente sono belle da vedere altrimenti dubito che il film avrebbe funzionato… E per carità ci sta. Ci stanno le scene di sesso, ma senza tutta quella bellezza ostentata il film avrebbe avuto il medesimo successo?

Forse sì, forse no.

I dialoghi sono un po’ piatti, l’attrice che interpreta Adele invece l’ho trovata molto credibile.

L’espressione spesso persa, il disagio nello stare con gli amici della sua ragazza, le fitte di gelosia che in certi momenti prova: l’attrice rende bene il tutto e credo sia quasi l’unica cosa che mi sia piaciuta del film.

Perché questo film è piaciuto così tanto al pubblico?

Non è niente di eccezionale (parere mio, s’intende): è una storia d’amore che parte bene, poi prende una brutta piega, poi finisce e ognuna va per la sua strada.

Direi quasi banale.

Però… Però è una storia d’amore tra due ragazze.

Si può definire banale una storia d’amore tra due ragazze al giorno d’oggi?

Per quanto mi riguarda sì, perché per me francamente le persone possono farsi chi caspita vogliono.

Capisco che nel 2017 ci siano ancora un sacco di pregiudizi sull’omosessualità e che quindi un amore tra due persone dello stesso sesso può creare più – come dire – impatto sullo spettatore (in fin dei conti è stupido negare che siamo più abituati a vedere “l’eterosessualità”) e che magari il regista è stato anche “coraggioso” (o paraculo?) a mettere in scena la tematica in modo esplicito, però io giudico questo film obiettivamente, e questo film non è niente di che.

Diciamo che potrei giudicarlo un inno all’amore e alla libertà d’amare e perché no, di amarsi pubblicamente: nel film infatti c’è un continuo “ostentare” l’amore nei luoghi pubblici, al bar, alle manifestazioni e così via.

Inoltre l’amore non viene etichettato. Lo spettatore non pensa per forza di cose che Adele sia lesbica, tant’è che si concede durante il film a diversi uomini. Potrebbe significare che Adele deve ancora maturare, che è alla ricerca della propria identità… Oppure semplicemente che Adele è innamorata di Emma e non dobbiamo per forza catalogarla per i suoi gusti, il che secondo me sarebbe un bel punto su cui riflettere.

Il problema qual è? Che certe volte ho come l’impressione che un amore per così dire meno convenzionale faccia più breccia nel cuore della gente.

Il film non mi ha emozionata, tranne forse in una scena dove Adele guarda Emma con curiosità e desiderio per la prima volta: le due sono in un parco e il regista inquadra un accenno di pelle di Emma e l’espressione incantata e bramosa di Adele.

In quella scena è reso bene il fascino (anche solo estetico) che Emma esercita sulla protagonista.

Detto ciò, non consiglio né sconsiglio questo film, forse l’avrei apprezzato di più in giovane età (ma il film è uscito nel 2013) o forse sto diventando troppo cinica o magari devo solo prenderlo per quello che è: un banale film per adolescenti.

Bulli e pupe

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(Foto da qui)

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il gel impiastricciava quei capelli biondo scuro. Occhi verdi e volto angelico, quasi buono. Jeans cascanti che scoprivano il bordo dei boxer lasciandone intravedere la marca. T – shirt sportiva e Nike ai piedi. Non era molto alto rispetto a certi suoi coetanei, ma aveva quell’aria così sicura di sé.

Era un bravo ragazzo.

Aveva tredici anni e andava a scuola in corriera. Sedeva in ultima fila. Certe volte dormiva in grembo alla più carina della classe. Capelli castano chiaro, morbidi come le sue forme. Seni pieni ma non esagerati che sbucavano da sotto al maglione stretto. Gli occhi color nocciola e un lieve velo di sfida che li attraversava, di tanto in tanto.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

I ragazzini gli stavano sempre intorno, adoranti. I volti prematuri sporcati dall’acne. Le voci non ancora formate, alcune infantili, altre basse e profonde, difficili da regolare a quell’età.

Pantaloni gonfi per quelle strisce di pancia appena scoperte. La paura di non appartenenza, voler essere simili facendo le stesse cose, pensando le stesse cose.

Si bagnavano quando lui li degnava di attenzione.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo. A scuola prendeva voti bassi. I professori chiudevano sempre un occhio se alzava un po’ la voce. Solo una professoressa disse alla madre di quel ragazzo che in classe era un po’ arrogante. La madre rispose che lui era un bravo ragazzo.

Su quel bus saliva anche un ragazzo dai vestiti larghi e fuori moda, quella tuta ridicola da sfigato al posto dei jeans. In corriera stava nelle prime file, il Walkman tra le mani, seppellire le chiacchiere degli altri, seppellire il dolore della solitudine con la musica. Emozioni nascoste dentro a un guscio, anche lui voleva essere come tutti ma non ci riusciva.

A scuola non parlava quasi mai, era sempre solo. La schiena ingobbita, gli occhi rivolti verso il basso, nessuno ricordava di che colore fossero.

Un giorno alla fermata delle corriere il bravo ragazzo lo derise per i suoi vestiti brutti, per quell’aria un po’ patetica e miserabile che si trascinava dietro.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il giorno dopo le risate non erano sufficienti. Il bravo ragazzo gli diede uno spintone. L’altro non reagì. Tra i ragazzini adoranti passò un fremito. La ragazza più carina sussultò appena, quell’aria da donna cresciuta che vacillava. Nessuno disse nulla.

Sul bus il solito chiacchiericcio. Quel ragazzo solo seduto davanti non osava voltarsi, le mani che tremavano appena, questa volta il Walkman rimase spento, le cuffiette comunque alle orecchie, come a volersi proteggere.

Tornò a casa e non disse nulla, il rossore dell’umiliazione che gli cuoceva le guance.

Il giorno dopo alla fermata del bus il bravo ragazzo decise che quello spintone non era sufficiente. Gli diede un pugno, gli lasciò un livido. L’altro ragazzo accusò il colpo, qualcuno lanciò un gridolino di sorpresa. La ragazza questa volta offrì un’espressione sprezzante. Se l’ha deciso lui, allora così deve essere.

Un brivido passò in mezzo a quei ragazzini dall’aria adorante. Nessuno fece nulla, nessuno disse nulla.

Il ragazzo tornò a casa. Che cosa ti è successo, chiese sua mamma. Non è successo niente.

Il giorno dopo la mamma disse ai professori che cos’era successo. Nessuno sapeva nulla. Chi potevano incolpare?

Ed eccoli di nuovo alla fermata, era sceso dal letto a fatica, il cuore in gola, la paura che premeva nel petto. Per cosa sarebbe stato punito, questa volta?

Sei andato a dirlo a tua mamma.

Quella volta fece ancora più male. Qualche ragazzino dall’aria adorante non prese parte allo spettacolo, ma non dissero comunque nulla. Quella volta furono calci. Forti. Uno dopo l’altro. Qualche ragazzino partecipò al pestaggio, la foga del gruppo che offuscava la mente. Lo sguardo del leader che li obbligava a reagire, paura di essere esclusi da quel circolo esclusivo.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Pantaloni della tuta di acrilico zuppi.

Gocce di vergogna che cadevano sul cemento.

Non sono come loro. Sono diverso. Sono sbagliato.

Ti eri pisciato sotto.

Dov’è finito quel ragazzo solitario, quel ragazzo dall’aria cupa?

Non l’ho visto salire sul bus. Non è venuto a scuola, oggi.

Non vedo più quel ragazzo che sta sempre da solo. Che fine ha fatto?

Dov’è quel ragazzo. I ragazzini tacciono. Coscienze luride. Passa un fremito tra quei volti, ma solo per un attimo. Il silenzio è come quei calci, quei pugni.

Ha scritto su un pezzo di carta sono sbagliato, sono diverso. Non sono come loro. Scritte umide e rassegnate. Forse ha tremato, mentre scriveva.

Dov’è ora quel ragazzo?

In un mondo dove le persone non tacciano, tendono la mano per non farti cadere, ti stringono se barcolli. Un mondo dove può parlare tanto, senza paura.

Non è più salito su quel bus, non è più andato a scuola.

Il silenzio degli altri gli è stato fatale.

A scuola la madre di quel bravo ragazzo ha detto che suo figlio non farebbe male a una mosca. Li vedi quei ragazzini dall’aria adorante, sono suoi amici. Perché mio figlio, mio figlio è un bravo ragazzo e non è mai solo.

I poveri (culturalmente) ai tempi di Internet

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(Foto presa dal Web)

Stamattina ho letto un interessante spunto di riflessione sul Corriere della Sera, scritto da Corrado Stajano: Il ruolo centrale della cultura per contrastare un presente povero. L’autore inizia citando la seguente frase: «Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità.» (Luciano Gallino). Dopo l’esordio a dir poco sconfortante, l’autore prosegue menzionando la proposta di Renzi di dare un bonus di 500 euro ai diciottenni italiani da spendere in attività culturali, quali spettacoli, visite ai musei, libri e così via. «Manca ora evidentemente una conoscenza della società.», scrive l’autore. Già, perché (parafraso) in certe zone d’Italia i neo maggiorenni si servirebbero di quel bonus per vivere, mentre in altre più “benestanti” sfrutterebbero i 500 euro per locali e vestiti firmati. In entrambi i casi una full immersion nella cultura sarebbe piuttosto improbabile. L’autore poi cita l’uscita più o meno infelice del ministro del Lavoro Poletti, che ha affermato che uscire con votoni all’università perdendo anni preziosi non serve a un fico secco. Effettivamente l’Italia è un paese fortunato e coerente: da una parte vogliono concedere soldoni agli studenti per nutrirli con arte e letteratura dall’altra viene sconsigliata l’università, che tanto non serve a una cippa. È sempre piacevole ascoltare le parole di conforto e incoraggiamento della classe dirigente italiana nei confronti dei giovani. (Ogni riferimento alla Fornero e al suo definirci “choosy” è puramente casuale). Proseguendo nella lettura l’autore si pone una domanda, come si informano i giovani? Medaglia d’oro per Internet, con i social più famosi e la versione online dei quotidiani (spesso gli articoli sono pieni di refusi, ma anche io trovo comodo informarmi così, complici pigrizia e immediata fruibilità). E libri? I giovani leggono? Qui l’autore a mio parere fa una considerazione un po’ riduttiva: vengono letti pochi classici (embè?) e i giovani in generale leggono sempre meno. Sarà, io non ho dati alla mano e neppure l’autore li ha e preferisce attribuire la colpa alla tecnologia: smartphone, tablet, palmari. Uno la passione per la lettura ce l’ha o non ce l’ha, indipendentemente dai nuovi mezzi di comunicazione.

La ragazza dello zoo di Berlino

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Berlino, capodanno 2010/11. Metropolitana. Data sulla foto errata, foto della mia amica Alice.

A diciannove anni ho fatto un viaggio a Berlino con tre amiche. Ci siamo sorbite diciotto ore di corriera all’andata  e diciotto al ritorno, perché nessuna voleva spendere soldoni per l’aereo e avevamo trovato quest’offerta che includeva viaggio più albergo. L’hotel era davvero bellissimo, la colazione offriva ogni ben di Dio e il posto era centrale. Con cinque minuti di metro si arrivava in centro, sulla  Friedrichstraße. Era Capodanno, perciò faceva un freddo cane, nevicava spesso, ci si congelava. Ricordo che m’innamorai di Berlino perché era proprio una città giovane, sparatana e aperta. Mi era infatti venuta voglia di vederla, seppure con gli occhi ingenui da turista, perché era stata teatro di una storia che mi aveva molto colpita.

Anni fa, ne avevo quindici credo, ho letto infatti Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Credo che la storia di Christiane F sia nota ai più, è un libro autobiografico davvero intenso che descrive appunto la storia di una ragazzina (nata nel 1962) che a quattordici anni già si prostituiva e si iniettava l’eroina in vena. Insomma, uno spasso.

Il libro l’ho letto diverse volte, all’epoca avevo ancora fiducia negli esseri umani e perciò lo prestai a diverse persone. Una di queste non me lo tornò più. Ti auguro non ti dico cosa, che è meglio…

Tornando alla storia, Christiane F si trasferisce con la sua famiglia da Amburgo nella periferia berlinese di Gropiusstadt. Christiane è una bambina e in quel posto non ci sono aree dove poter scorrazzare liberi, i bambini si annoiano, per loro c’è il divieto di giocare. Vi dico la verità, la storia e il seguito della storia hanno dell’incredibile, se ne leggono di ogni, in entrambi i libri, ma la parte che mi ha commossa di più è stata proprio quella dei bambini che non possono giocare. Vietato calpestare il prato, vietato fare questo, vietato fare quello. L’ho trovato triste. In casa di Christiane c’è un regime soffocante, da parte del padre, che picchia le figlie e la moglie, perché sostanzialmente è un fallito. Beve, torna a casa e sfoga la sua frustrazione sulla famiglia, sputtana lo stipendio della moglie comprandosi una Porsche e via dicendo. La madre è impotente, non è una donna forte, finge di non vedere ciò che succede. Christiane presto inizia ad evadere da quel clima costrittivo frequentando pessime compagnie. Altro passo alquanto deprimente è che Christiane inizia a frequentare la Haus der Mitte, un circolo per giovani della chiesa. E’ in quel circolo che Christiane entra in contatto con le prime droghe leggere. Dopodiché con la sua amica Kessi inizia a frequentare una discoteca berlinese piuttosto in voga in quegli anni: Il Sound. Qui si cala i primi acidi, inizia a volersi mostrare più grande di quello che è e infatti grazie alla sua compagna di classe Kessi che dimostra più anni di quelli che ha possono entrare in discoteca senza problemi.

Al Sound circola droga a volontà, ci sono i ragazzi, le ragazze si concedono, ma Christiane non è ancora pronta (stiamo parlando di una ragazzina che non ha ancora tredici anni). Christiane entrerà in contatto con l’eroina dopo il concerto del suo idolo David Bowie (che accetterà di prendere parte alla trasposizione cinematografica della storia). Nel film infatti le prime scappatelle dei ragazzi sono accompagnate dal brano Heroes. E’ chiaro che Christiane ormai è entrata nel giro di cui non voleva fare parte, perché è convinta che la peggior cosa sia l’eroina. Da qui inizia una vera e propria odissea per l’autrice, che ancora bambina si prostituisce e frequenta la Bahnhof Zoo (la celebre fermata della metropolitana) dove si buca assieme al suo primo ragazzo, Detlef, anche lui giovanissimo. Entrambi si dividono i clienti per procurarsi la dose, entrambi sfuggono alle retate della polizia.

Ciò che colpisce è l’indifferenza del mondo adulto di fronte a quel fenomeno. La madre di Christiane tenta di aiutarla senza imporsi. Sa che la figlia si droga ma non prende in mano la situazione. Christiane è abbandonata a se stessa e ben presto capirà che il gruppo di amici eroinomani che frequenta sono egoisti come lei, che in quel mondo si è soli, ed è solo un mondo di convenienza e autodistruzione.

Mentre leggevo questa storia volevo tendere una mano alla protagonista, dirle che non tutti siamo indifferenti. Christiane era in fin dei conti una persona sola, senza stimoli. Nel seguito della storia che ho letto da poco “La mia seconda vita” Christiane spiega che nonostante le numerose disintossicazioni non ne è mai realmente uscita. La punizione più grande per i suoi errori gliel’hanno data gli assistenti sociali, togliendole il figlio.

Quello che però emerge leggendo le parole di Christiane è un assurdo amore per la vita. Per gli animali, per il suo bambino. Christiane ne ha viste di ogni eppure ha conservato un’ingenuità che commuove il lettore. Come quando dice che suo padre insultava sua madre perché quando era incinta era grassa. La chiamava cicciona. E Christiane osserva che non tollera gli insulti sull’aspetto fisico. Christiane oggi è “famosa”, ha pubblicato due libri, dal primo è stato tratto un film che ha avuto un grande successo. In molti pensavano che intorno ai vent’anni sarebbe sicuramente morta, eppure ne ha più di cinquanta.
La vita che ha condotto e il successo che in qualche modo l’ha investita – nel bene e nel male – l’hanno portata a condurre un’esistenza riservata, lontana dai giornalisti.

Il secondo libro mi è piaciuto di meno, perché ho trovato più difficile compatire la Christiane adulta che ricadeva negli stessi errori e anche le ambientazioni non mi hanno suscitato le emozioni del primo libro. Sono invece rimasta di stucco quando ho letto che un ex della protagonista frequentava il Tresor, discoteca berlinese in cui sono stata (perché ho un’amica fissata con la musica techno, non per altro). Ho ancora l’immagine stampata in faccia di una stanza del locale dove su alcune sedie sparse sedevano certi tizi che fissavano il soffitto, probabilmente strafatti. Dopo questo bel papiro posso solo consigliarvi a chi non l’ha fatto di leggere almeno il primo libro e perché no di vedersi anche il film.

Fenomeno youtuberZzz… Il lavoro altrui ci nobilita

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Oggi ho letto sul Venerdì di Repubblica (sono sempre sul pezzo, ah!) un articolo sugli “youtubers” che ultimamente vanno come il pane. Un po’ come i blogger (doppio ah!). Gli youtubers sono soliti allietare le nostre uggiose giornate con video che toccano gli argomenti più disparati (parodie, recensioni, consigli, commenti). Vi dice qualcosa?

L’articolo inizia così: “PewDiePie, al secolo Felix Kjellberg, è un test anagrafico vivente. Se il nome non ti dice nulla sei vecchio, dal momento che 34 milioni di giovani sono iscritti al suo canale YouTube e solo l’anno scorso bla bla”. Allora sono vecchia, e ti pareva. Io non lo conoscevo – non che la cosa mi turbi più di tanto – sia chiaro. Continuando a leggere – “La sua filosofia entra tutta in una frase: Non essere te stesso. Sii una pizza. A tutti piace la pizza”. Viene anche citata una raccolta di suoi aforismi, ma date le premesse, non intendo approfondire. Dopodiché l’autore parte a dire che su Youtube non si guadagna quasi nulla, nonostante tutti siano convinti del contrario. Poi cita altri “youtubers” che chiaramente io – essendo vecchia – non conosco. L’articolo è più incentrato sul fattore guadagno, sponsor, bannerini, views. Cito: “Non esiste un’unità di misura certa per valutare a quanti soldi corrispondono le visualizzazioni. Nel senso che la tradizionale metrica pubblicitaria del costo per migliaio (…), ovvero pagare X ogni 1000 persone che hanno visto lo spot, ormai vale poco o niente.”

Ora, tralasciando tutti gli introiti economici, continuo a scorrere l’articolo che finalmente nomina qualche “personaggio” che conosco (forse per farmi sentire giovine). L’autore cita infatti Favij (di cui non conosco i video, ma li vedo sempre in prima pagina sul Tubo) e Federico Clapis, che come spiega l’autore ha cominciato la sua carriera “postando video di brani originali di musica elettronica”. La cosa che mi ha colpita dell’articolo è stata questa: “servirà per dimostrare che non si tratta di deficienti che dicono parolacce in cameretta”. Questo lo dice Favij, a proposito di un futuro action movie che sta realizzando. Ecco, questo per me è il punto centrale dell’intero articolo. Perché quante volte critichiamo il lavoro degli altri, perché non ci piacciono i contenuti proposti o le idee che ci propinano? Io personalmente sono una gran criticona, se una cosa che deve far ridere non mi fa ridere la stronco. Però poi rifletto e mi chiedo: ma io questa cosa la saprei fare? Non so manco scattare una fotografia decente, perdio. Figuriamoci girare un video. Molti criticano il successo di questi ragazzi, dicendo che sono degli idioti perditempo. Forse invidia per il prodotto finale? Probabile. Da parte mia stimo e seguo solo pochi “youtuber” come un ragazzo che fa le recensioni di film trash (Yotobi). Il resto per me è noia. Però! Però, c’è sempre un però. Non me la sento di sminuire il lavoro altrui solo perché non mi è piaciuto o perché non riguarda argomenti che m’interessano (tipo i gameplay). Ricordo che in quarta superiore il mio prof d’italiano (che mi odiava) disse una cosa che mi fece incazzare: La gastronomia non è cultura. Disse così, quel gran simpaticone, che era parecchio colto sì, ma anche terribilmente chiuso. Stavo per alzarmi e chiedergli di spiegarmi la storia del tiramisù e di prepararmene uno, già che c’era. Sì, perché ci vuole umiltà nel giudicare il lavoro altrui, soprattutto se noi non siamo in grado di farlo. Certo, poi c’è un limite tutto… Se nel video troviamo Paolo Ruffini o Andrea Diprè: nessuna pietà!

(Foto dal Web)