Il giovane (inetto) James

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Foto da qui

In questi giorni ho letto un libro piuttosto piacevole.

Un libro tra l’altro recente, cosa che non accadeva da un sacco perché io non compro novità da quando in vetrina vedo solo libri scritti (se va beh) dalle idole delle ragazzette o da Saviano, o dal lagnoso Baricco che pare sforni un libro al giorno, o i titoli con le varie ragazze sparse per il mondo, quella seduta sulla panca, quella sul vagone, quella che… Va beh. Insomma, le novità mi deprimono da morire, gli unici libri nuovi che compravo erano quelli della Mazzantini.

E infatti il libro su cui voglio spendere qualche riga mi è stato regalato. Si intitola “Un giorno questo dolore ti sarà utile” ed è scritto da Peter Cameron e pubblicato nel 2007.

Già che per me un libro datato 2007 sia una novità la dice lunga. Mi credo ancora una ragazzina, per me il 2000 era l’altro ieri, figuriamoci.

Comunque, prima di leggerlo sono andata a spulciare fra le recensioni e sbucava sempre il mio amato Holden. Insomma, il libro è stato paragonato a Il giovane Holden per la tematica, per il personaggio (disadattato) e così via.

Il protagonista qui è il giovane James, un ragazzo di 18 anni che potremmo definire come un moderno (ma classico) inetto letterario.

James è un ragazzo che non riesce e sembra non voglia trovare un posto fra i suoi coetanei: è un po’ spocchioso a dirvela tutta, il classico ragazzo più o meno dotato (d’intelletto, schiettezza e senso critico) che proprio a causa di queste qualità non riesce ad essere felice. Storia già sentita?

James ha finito il liceo ma non vuole andare alla Brown perché detesta i suoi coetanei. Come dargli torto?

Gli universitari sono creature abominevoli. Pieni di vita, ridono, scherzano, fanno branco.

Effettivamente sono fastidiosi, la penso come James.

Ovviamente la mia e quella di James è pura invidia per la facilità con cui la gente crea legami dal nulla, come se fosse una cosa all’ordine del giorno diventare super amici di qualcuno.

Comunque.

James ha una famiglia particolare, i suoi sono divorziati, sua sorella è un po’ stronza, sua madre schizzata (ma a tratti comprensiva) e il padre è un emerito coglione che si fa dei ritocchini al viso e accusa il figlio di essere omosessuale perché mangia le penne al pomodoro al posto della bistecca.

L’unica persona che James stima è Nanette, sua nonna.

I personaggi meritavano qualche riga in più per ciascuno, compreso il protagonista. L’autore visto che ha incentrato la sua opera sulla psicologia del personaggio (che tra l’altro andrà dalla psicologa) avrebbe dovuto offrire al lettore più dettagli sui personaggi, perché effettivamente il libro scorre veloce (forse troppo) senza però lasciare una vera e propria traccia dei vari personaggi e pure di certe situazioni, come appunto gli incontri con la psicologa.

Forse è un libro che presenta qualche stereotipo, anzi senza il forse.

La nonna comprensiva e buona, la madre con le relazioni fallite, la sorella libertina e poi lui, il protagonista. Disadattato e infelice.

Il finale poi, un non – finale. Il classico trucco di non dare un vero e proprio finale alla storia e di lasciare come dire… Libertà al lettore. Ma a me questa cosa dei finali non disturba, a me i finali non interessano.

Per dire che non mi interessava manco sapere chi sarebbe morto tra Voldemort e Harry.

Ah, per la cronaca… Crepa Voi – sapete – chi.

Tornando al libro, lo stile mi è piaciuto. Io sono una fan sfegatata di Holden e dello stile con cui è stato scritto, cosa che rendeva Holden così particolare. In questo libro invece lo stile è asciutto e incolore. E vi dirò che secondo me è piuttosto azzeccato, io sono comunque riuscita ad “affezionarmi” al protagonista, sebbene l’autore non sia stato proprio l’anima della festa e non ci abbia messo molto sentimento nel raccontare.

James è un personaggio che apprezzo per la sua sincerità, per il fatto che non si sforzi ad essere quello che non è.

Ma è la solita storia, isolarsi eccetera… Ci fa sentire “superiori” alla massa, forse. Ma alla fine ci rende degli infelici.

Alla fine James vorrebbe essere quell’universitario allegro, spensierato e un po’ deficiente che lui odia tanto o almeno, questa è l’impressione che ho avuto.

Citazione dal libro: Volevo solo un posto dove stare da solo.
Per me è un bisogno primario, come l’acqua e il cibo ,ma ho capito che non lo è per tutti.

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Una non – storia da lettrice

Oggi vi invito a leggere le mie quasi letture preferite commentate da KalosfAvvocatolo e Ysingrinus.

Andate a leggervi pure le altre storie di lettori mandate al pazzesco trio Kavvingrinus e inviategli pure le vostre, tanto che ve costa? Qui vi ricopio la mia “storia” che non è affatto una storia ma dire storia suona molto bene, però è molto più interessante arricchita dai loro commenti (più una bellissima foto), ve lo assicuro!

Infanzia ad oggi: letture più o meno significative

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” (J.D. Salinger). Ecco qui alcuni di quei libri.

Piccole donne (Louisa M. Alcott): prima elementare, mia zia si presenta a casa mia con sto libro e io mi chiedo: e mò chi glielo dice a questa che io leggo solo i Piccoli Brividi? Fingo quindi di leggerlo, mia madre si vanta con parenti e amiche di quanto io sia una lettrice precoce e la maestra dice ai miei compagni di prendere esempio da me, che questi sì che sono libri da leggere. Io non smentisco e leggo quel libro solo qualche anno dopo. Mi taglio pure i capelli come la ribelle Jo (una delle protagoniste), solo che mi stanno di merda e so che quel taglio osceno è la giusta punizione per aver mentito anni prima.

Harry Potter (J.K. Rowling): sono alle medie, suppergiù in seconda, c’è il boom di Harry Potter e io lo snobbo, mi vanto di essere una delle poche a non averlo letto. Un’amica mi regala il primo volume e io non lo leggo, pensando che sia proprio un libro per mentecatti. Così, quando una tizia me lo chiede in prestito non esito un secondo. Quel libro però, non l’ho più rivisto. Anni dopo mi regalano il terzo volume e io mi dico “va beh, famo sto sforzo” e da lì fu amore. Amo tutti e sette i libri. Harry Potter ha personaggi autentici, sia nel bene che nel male. È verosimile, nonostante si parli di magia, è facile immedesimarsi in molti dei personaggi, anche in quelli più ambigui. I protagonisti non sono dei vincenti, vengono derisi, faticano per emergere e devono contare solo sulle proprie forze… Che poi, essendo dotati di bacchette magiche non è che sia così difficile, eh. I “cattivi” principali hanno alle spalle delle storie affascinanti, che spingono il lettore a volerne sapere di più, talvolta si prova quasi compassione per loro, nonostante siano il male in persona. La morte è una costante in tutti e sette i libri, la Rowling non esita ad eliminare personaggi vicini al lettore. Non manca mai l’ironia, ingrediente (a mio parere) fondamentale per la buona riuscita di un libro.

Il giovane Holden (J.D. Salinger): lo leggo in seconda superiore e mi convinco che Holden sia l’uomo della mia vita, forse perché alto e “contaballe”. (Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado in edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente gli dico che sto andando all’opera.). È sicuramente il mio libro preferito. Holden è un incompreso, sospeso fra l’innocenza e la maturità, troppo maturo per adattarsi ai coetanei, ma ancora legato all’innocenza, alla purezza dell’infanzia, come d’altra parte si sa leggendo la scena centrale del campo di segale.

La signora Dalloway (Virginia Woolf): la storia di questa scrittrice mi ha sempre affascinata molto, vuoi per la fine che ha fatto, vuoi per le turbe che aveva, la Woolf è stata sicuramente una donna interessante. In questo libro credo che la Woolf abbia trasferito parecchie delle sue inquietudini, tentando di concedergli un finale “luminoso”, a differenza del suo, di finale. Lo sfondo scelto per la storia è Londra e l’occasione è una festa organizzata da Clarissa Dalloway, protagonista del romanzo: donna ricca dell’alta società inglese, frivola e sposata a un uomo per convenienza. Clarissa è una donna che si crogiola nei ricordi di un passato piacevole e intenso. È un personaggio nostalgico, che sembra vivere di ricordi. E alla sua festa si circonda di presenze del passato. (Una vecchia fiamma e una vecchia amica). E in quella festa, fra il chiacchiericcio e lo sfarzo, irrompe la morte, la morte di un altro personaggio che Clarissa non conosce. Un reduce di guerra tormentato dal passato, che decide di suicidarsi. La notizia della morte di Septimus (è così che si chiama) porta Clarissa alla consapevolezza di essere viva ed è finalmente in grado di apprezzare il presente.

Il marito in collegio (Giovannino Guareschi): questo è un libro paradossale, la protagonista (Carlotta) è frivola e benestante ed è costretta dallo zio a trovarsi un marito se vuole ereditare i suoi soldi. Tutti i candidati che lei gli propone non vanno bene, tutti tranne Camillo, un uomo poco colto e goffo, ma di buon cuore e perdutamente innamorato di Carlotta. Dal canto suo Carlotta non lo sopporta e Camillo viene mandato in collegio ad imparare le buone maniere. Le vicende sono assurde, i dialoghi brillanti, l’ironia la fa da padrone. È un ottimo libro, con un’ottima trama, scorrevole e con una sua morale nascosta dietro alla satira e allo stile irriverente tipici di Guareschi.