Della stampa e di altri demoni: qualche esempio

Ultimamente ho poco tempo da dedicare a questo spazio, mancanza di wifi, esami, varie noie… No, è quasi solo mancanza di wifi, perché il tempo per cazzeggiare si trova sempre. Vorrei tornare al post precedente, perché si sa che a lamentarsi e a parlare a vanvera son capaci tutti, ma poi senza dati alla mano restiamo solo dei gran fessacchiotti. E dunque, approfittando del libro di testo che sto “studiando” (ahimè un po’ datato) voglio condividere alcuni esempi importanti, che si riallacciano al post precedente (Della stampa e di altri demoni). Mi ero infatti concentrata sul condizionamento che subiamo a causa di stampa e media, soprattutto per quanto riguarda la delinquenza a opera di immigrati.

In “Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era digitale” viene sottolineato come «l’immigrazione diventa notizia quando è legata a situazioni d’emergenza» e viene detto che «le notizie di cronaca relative ad arrivi, sbarchi, incidenti in mare e respingimenti sono in numero pressoché uguale a quelle relative al trattamento tematico della questione immigrazione (…)», con la conclusione che «la cronaca svolge un ruolo decisivo nell’informazione sull’immigrazione». Queste considerazioni sono state fatte nel 2011, dal gruppo ProsMedia che ha svolto una ricerca sull’agenzia di informazioni Ansa. Nel libro è presente anche un paragrafo intitolato “La strada dei pregiudizi: incidenti stradali e guidatori stranieri” che si occupa di mostrare come vengono rappresentati gli stranieri coinvolti negli incidenti e come vengono dipinti invece gli italiani. Un tantino diversamente, per usare un eufemismo. Ci avete fatto caso? I dati e gli esempi sono stati raccolti per una tesi di laurea nell’anno accademico 2010 – 2011 con il docente Maurizio Corte, autore del libro che ho citato prima e che continuo a citare. I casi che vengono elencati sono accaduti tra il 2008 e il 2011. Primo caso: Vittima straniera e colpevole italiano: “Pirati strada: tredicenne travolta e uccisa vicino Roma. Donna alla guida di una Mercedes fugge, arrestata dopo poche ore”. Secondo caso: Vittima e colpevole entrambi stranieri: “Pirata strada: Roma; romeno ubriaco uccide pedone, arrestato. Altre due vittime in incidenti stradali sulla via Tiburtina”. Terzo caso: Vittima e colpevole entrambi italiani: “Anziana travolta: trascinata per metri, autista sotto shock”. Quarto caso: Vittima italiana e colpevole straniero: “Non si ferma ad alt polizia, travolge auto e uccide ragazzo”. Quinto caso: vittima giovane e colpevole italiano: “Morto bimbo investito, si costituisce donna pirata strada. È sbucato dietro una palla; piccolo trovato agonizzante”. Quinto caso: vittima giovane e colpevole straniero: “Pirati strada: romeno ubriaco travolge ragazzino in bici vicino Roma. Vittima voleva il battesimo.” Che cosa possiamo dedurre da questa ricerca? Cito dal libro: «quando il colpevole dell’incidente è straniero, il fatto acquista una connotazione più grave; c’è più tensione, il racconto è più drammatico (…)». E ancora: «se guidatore e vittima sono italiani troviamo articoli di poche righe; e possiamo riscontrare che il guidatore colpevole viene giustificato con lo stato di shock, oppure l’attenzione si sposta sulla vittima. Quando il guidatore colpevole è straniero non viene mai giustificato (…) Si espongono dettagli poco rilevanti al fine dell’incidente (…)». Nel caso di italiani si narra  (spesso, non sempre) il fatto come se fossero le auto a provocare l’incidente, ed ecco che anziché dire “italiano alla guida…” si leggerà il tipo di auto. «Un racconto quasi oggettivo quando l’incidente è provocato da un guidatore italiano. Se è coinvolto un autista straniero, l’incidente diventa un racconto ricco di elementi poco oggettivi, di avverbi, aggettivi, frasi di contorno poco rilevanti (…)».

Ecco due esempi che ho trovato io in rete, vi lascio i link: colpevole stranierocolpevole italiano. Questa non vuol essere una gara tra straniero e italiano, non è un post volto a difendere la delinquenza ad opera di stranieri. Questo è un post che vuole sottolineare lo schifo della stampa italiana, che non si limita quasi mai a descrivere oggettivamente un fatto e, sapendo che noi abbiamo bisogno di una valvola di sfogo, ci propina che se a delinquere è un immigrato allora è più grave. Ci sarebbero molte cose da aggiungere per approfondire (io purtroppo scado nel banale) ma ahimè non ho il tempo necessario, ma più avanti lo farò sicuramente.

Tutte le informazioni, le citazioni, le idee le ho trovate nel libro Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era digitale (Il ruolo dei media in una società pluralistica), scritto da Maurizio Corte.

Indignarsi è davvero meglio di niente? Riflessioni sterili sull’immigrazione

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Oggi ho letto un articolo nel Venerdì di Repubblica (scritto da Antonella Barina) intitolato Il tam – tam che salva i ragazzini. Si sta parlando di giovani afgani che fuggono dal loro paese in cerca di una sorte migliore, si ripercorre un po’ il loro tragitto, da dove arrivano, come viaggiano, dove finiscono. In questo caso nel centro A28 di Internos, a Roma. Allora pensavo a tutto ciò che le testate ci stanno propinando sul fenomeno immigrazione, appellandosi alla nostra emotività con immagini di forte impatto, tragiche e via così. Come quella del bambino siriano annegato o del video del bambino a cui la reporter fece lo sgambetto. Due storie diverse, due metodi efficaci per farci indignare e poi tornare al cosa mi metto oggi che non fa ne caldo ne freddo, ma poi verso sera cala la temperatura e chi lo sa. Immagini agghiaccianti che ci turbano per un istante ma che abbandoniamo subito dopo. Ma forse non ci scuotono neppure tanto, considerando che ci movimentiamo (sempre da casa, col culo comodo) per fermare il massacro di cani in Cina. Che barbari sti cinesi che si pappano Fido, mentre noi invece preferiamo schiaffarci Babe nel panino. Noi comunque ci limitiamo a mettere un like di circostanza alla foto del giorno, più truculenta è la foto, più ci sentiamo partecipi, più ci sembra di fare qualcosa di utile per il mondo.L’articolo in questione affronta il tema della comunicazione tra questi ragazzini. Entrano in scena i social più conosciuti e noi qui a chiederci ma se è un poveraccio come può permettersi un telefonino? L’autrice scrive che a volte è più importante procurarsi una ricarica che sfamarsi. Poi parla di tutti gli imbrogli, le estorsioni e gli inganni che questi ragazzini subiscono. L’articolo è commovente, molto più delle immagini che girano per il web. Io mi sono lasciata tentare dalla cruda semplicità con cui l’autrice spiega che fine fanno questi ragazzini. I più, come me, pagano i trafficanti un po’ alla volta: i familiari si indebitano per farti partire e poi cercano di inviarti soldi a ogni passaggio di frontiera. Rimanessero a casa loro! Il confine più drammatico è tra Iran e Turchia, che il tam tam dei ragazzini chiama “terra dei ladri”: chi si perde sui monti finisce preda delle bande curde (…) Questi arrivano qui e ci rubano il lavoro! C’è chi arriva al Centro A28 con la febbre alta dopo trenta ore in una cella frigorifera tra i quarti di bue; chi ha le gambe ustionate per essersi nascosto nel motore di un tir (…) Sono ospitati in hotel a 5 stelle e si lamentano pure se non gli cambiano l’asciugamano una volta al giorno. Facessero le vacanze a casa loro!!! Hanno disturbi del sonno, dell’alimentazione, della personalità, dell’umore…  Non accettano il cibo che gli vien offerto, fanno i preziosi, gli schizzinosi…(E grazie tante, anche lì: casi di cibo scaduto. Se dobbiamo aiutare, facciamolo bene).

Le reazioni che foto e articoli sul tema immigrazione, talvolta effettivamente populisti, appositamente confezionati per vendere (d’altra parte siamo tutti dei venduti) sono diverse, ma quelle che preferisco sono quelle dei soldatini di Salvini. Me li vedo tutti sempliciotti, con gli occhioni spalancati, inebetiti dalle pillole di saggezza del loro Mahatma in felpa Fruit of the Loom. Poi ci siamo noi, che pensiamo di aver compiuto la nostra buona azione versando lacrime virtuali sulla vittima siriana del giorno, spalmata sugli schermi per sconvolgerci un po’. Ma alla fine sì, reazioni diverse con risultati uguali, altrettanto inconcludenti, altrettanto patetiche.

(Foto dal Web)