Una storia di me

Avvertenze: si tratta di un post lungo e incasinato. Probabilmente in certi punti ci sarà un po’ di miele: già dalla foto, eh. In altri sembrerò voler fare la vittima e me ne scuso anticipatamente.

Giorni fa ho letto un breve articolo sui problemi delle adozioni, le pratiche lunghe, famiglie italiane che aspettano eccetera eccetera. (Questo è l’articolo).

Ho pensato che qui parlo spesso dei fatti miei, di ciò che mi piace e non mi piace fare e così via, ma mi sono sempre limitata ad accennare (raramente) al fatto di essere figlia adottiva.

Non lo so, sarà che per me è non è un fatto eclatante e neppure per la gente che mi conosce (più o meno bene), come i miei parenti o le mie amicizie. Raramente si accenna a questo fatto, ma non perché sia un tabù, semplicemente perché per noi è la normalità.

Tuttavia le persone che non mi conoscono mi pongono spesso domande, la maggior parte delle volte stupide. Alcune volte mi vengono fatte osservazioni superficiali e banali, ma di sicuro pure a me capita di farle agli altri.

La prima cosa che mi viene chiesta è: sei italiana? Oppure mi viene chiesto di dove sono.

E io lì fingo ingenuità e rispondo con “sì, sono italiana” (il che è vero) e “sono di…” (dicendo a grandi linee dove abito).

E loro scuotono la testa e insistono: “sei italiana, ma non sei nata qui”. Perspicace.

No, non sono nata qui. E allora partono ad affibbiarmi una marea di nazionalità. Mi sono sentita dare della venezuelana, della tunisina, della marocchina, della filippina e poi boh, ho perso il conto. Io ascolto tutto molto pazientemente, anche se dentro me spero che finisca il solito supplizio. Poi dico “no, sono nata in India”. E c’è sempre qualcuno che interviene dicendo “l’avevo detto io”. Sì ma non è che si vinca qualcosa, eh. Il fatto è che io sono parecchio alta e secca, le mie forme sono piuttosto scarse e quindi si fa difficoltà ad inquadrare bene la provenienza, considerando che le donne indiane solitamente hanno le tette grosse (mannaggia!) e sono culone. Anche se l’India è talmente vasta che tutto è possibile.

Va detto che nessuno mi ha mai scambiata per una svedese, questo no.

Dico la verità, mi brucia. Mi brucia pronunciare quelle parole, raramente dico “sono indiana”. Perché io non lo sono. Le mie radici non sono italiane, ma la mia infanzia come la vita fino a oggi l’ho vissuta qui, in Italia. La mia famiglia è italiana, le mie amicizie sono italiane, la mia cultura è italiana. Sono qui dall’anno e mezzo d’età, come potrebbe essere altrimenti?

Mi è capitato spesso, in sede d’esame che professori tanto acculturati mi ponessero domande banali sulla mia nazionalità. Ma forse per le persone si tratta solo di semplice curiosità, per me invece è invadenza.

La gente mi chiede spesso se so qualcosa dei miei veri genitori. I miei veri genitori? Per me è chiaro che il sangue non conta, non potrebbe essere altrimenti. Non somiglio a nessun mio famigliare (esteticamente), eppure ho gli stessi atteggiamenti di mia madre e lo stesso caratteraccio di mio padre.

Poi mi chiedono se conosco la mia lingua. Ma voi a 1 anno parlavate italiano fluente e recitavate la Divina Commedia a menadito?

Io non credo, eh.

Eh, ma ti sarà venuta voglia di imparare la tua lingua.

Io la mia lingua la conosco bene, grazie.

Poi ci sono quelli che mi chiedono se sono mai ritornata in India.

Ritornare in India?

A fare cosa?

Io l’India la vedo con occhi da occidentale. Un posto esotico, caldo, sgargiante, sporco e forse pure ambiguo. Perché dovrei tornarci?

A scoprire le tue origini.

La gente resta perplessa, si rattrista di fronte alla mia freddezza. Come se per me fosse un dovere o fosse naturale sentire la necessità di vedere quei posti.

Mi capita di leggere storie di figli adottivi che non vedono l’ora di fare questi viaggi alla ricerca di loro stessi e alla scoperta dei loro posti di origine. Non li capisco, mi infastidiscono quasi.

Questa smania di voler ostentare la loro diversità.

Posso capire chi è venuto qui a una certa età, quando i ricordi non sfumano e qualcosa ti rimane.

Questo sì, posso capirlo.

Poi ci sono state le classiche offese. Come nel caso di chi ha le orecchie a sventola o è strabico. Le caratteristiche fisiche si sono sempre prestate alle offese.

Da bambina io ero molto sicura di me e orgogliosa, pure. Sentivo la mia “diversità” come un punto di forza. Crescendo (sebbene nessuno mi abbia mai fatto pesare nulla) ho cominciato a perdere quella sicurezza.

Quando mi offendevano io non sapevo per cosa prendermela.

Non potevo offendermi perché io ero italiana, non ero indiana. Ma loro attaccavano quella parte di me che mi faceva risaltare tra gli altri, quella parte che in fin dei conti mi rendeva diversa.

Mi è capitato di guardare quelle famiglie indiane numerose che viaggiano per mete europee, e i loro figli vanno a scuola in Occidente. E possono indignarsi se qualcuno li attacca, perché loro hanno radici, loro sì, sono indiani. Hanno una doppia cultura e se qualcuno l’attacca sanno per cosa offendersi.

Soffrire per me era faticoso. Ho cominciato a non voler più andare al mare. Da ragazzina ero parecchio spigolosa, in più (ovviamente) al mare mi abbronzavo. Tenevo su la maglietta, non volevo essere bersaglio di sguardi. Mia madre si rattristava molto. Io mi coprivo il più possibile, mi piaceva tanto andare al mare ma al contempo avevo paura. Paura che la gente mi guardasse, che mi giudicasse. E sapete perché? Perché non volevo essere giudicata per quei dettagli che io non sentivo miei, che per me non mi appartenevano sebbene invece fossero parte di me.

Andavo al mare con le amiche e loro avevano già le forme, la pelle chiara che si abbronzava delicatamente, i ragazzi che già si interessavano a loro. Io mi vergognavo, volevo solo scomparire. Ero magrissima (sana, ma magra di costituzione), avevo i capelli spettinati e nerissimi, il seno piatto, le gambe chilometriche. Ero sgraziata perché avevo messo su tanti centimetri in un colpo.

Non ero proprio una bellezza, da ragazzina.

Poi sono cresciuta, maturata un poco. Qualcosa è cambiato, certamente le paranoie sono rimaste, ma non legate all’aspetto, perlomeno.

Complice il mio ex ragazzo che mi ha aiutata a sdrammatizzare su tutti quei dettagli che io consideravo difetti, un marchio di cui avrei fatto volentieri a meno. Quando qualcuno ti ama davvero, ti insegna anche ad amarti di più.

Il fatto di non nascondermi più mi rendeva finalmente quella ragazza che non ero mai stata, in mezzo alle altre. Finalmente risaltavo, la bellezza delle altre non celava più la mia, solo perché ero io a scegliere, ero io a scegliere di mostrarmi di più.

Imparare a volersi bene è faticoso e richiede tempo, non lo so se si arrivi nella vita a un punto di completa accettazione, francamente temo di no. Tuttavia piacersi un po’ di più e nascondersi di meno sono ottimi punti di partenza… E talvolta di arrivo.

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Di nuovo perdonatemi per l’eccessivo miele, ma credo che questa storia meriti una breve testimonianza. Qui sono io tremila anni fa con mia mamma, quando sono venuti a “prendermi”: nello sfondo c’è l’Oceano Indiano.

L’albero di Natale no, non l’avevo considerato

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(Foto presa dal Web)

Ricordo ancora (seppur vagamente) le parole (preferirei chiamarle cazzate colossali) di Salvini (l’anno scorso, qui l’articolo) in merito alla scelta di vietare il presepe nelle scuole. Parole che suonavano come una paraculata pazzesca!

Dico la verità, più una roba è commerciale, più ci sguazzo dentro, più ne rimango ammaliata, poco m’importa se non credo, lo testimoniano le righe che ho speso a novembre sul Natale e, se non erro, pure a settembre.

In casa mia il presepe si faceva, nonostante mia madre fosse l’anticristo, in fin dei conti non ci ho mai visto nulla di male, io con gli animaletti del presepe ci giocavo, figuriamoci. I bambini pure se hanno qualche credenza campano lo stesso e se come tradizione hanno il bambin Gesù messo il 25 dicembre nella stalla o la punta sull’albero di natale, poco cambia.

Leggo infatti questo articolo in cui ci si pone il problema del presepe nelle scuole, facendo un riferimento all’istituto Garofani di Rozzano, dove il dirigente scolastico che per comodità chiamerei Grinch ha abolito il consueto concerto di Natale (rimandandolo al 21 gennaio, in veste più laica). Nell’articolo ci si chiede infatti se il presepe possa essere pertinente, viste le numerose “minoranze” presenti nelle scuole, appartenenti ad altre religioni. Quesito sensato? In realtà non si fa riferimento solo ad altre religioni ma anche alla grande quantità di bambini italiani che non hanno ricevuto alcuna “educazione” religiosa. L’aspetto che mi è piaciuto di più dell’articolo è stato questo che vado a citare: “potrebbe anche trattarsi però, di una laicità non tanto per sottrazione, ma per moltiplicazione. Nel caso del Natale, ad esempio, si tratterebbe non di togliere tutti i simboli, ma accostarne diversi.” Una considerazione sensata, finalmente! Non c’è cosa più bella di contaminare la propria cultura con quella altrui, che non è una privazione bensì un utilissimo arricchimento.

E ancora “Chi sostiene come Matteo Salvini, più presente in tv che in Chiesa, che così ci indeboliamo di fronte all’Isis, non capisce che la laicità vera – sia nella variante per sottrazione che per moltiplicazione dei simboli – porta con sé un universalismo etico forte e insieme inclusivo.” Stessa cosa che ho pensato io mentre leggevo le sue polemiche, va bene tutto, ma perché quando si tratta della consueta battaglia allo straniero diventiamo improvvisamente tutti dei timorati di Dio?

Secondo me la religione cristiana ha dei bellissimi principi (non la Chiesa, attenzione!) e, per dire, le parabole erano davvero interessanti, un po’ come le favole di Fedro. Sui simboli puramente “cristiani” se tenerli o meno (tipo il crocifisso) non ci ho mai riflettuto granché, perché per me è del tutto irrilevante. E l’albero di Natale? Perché non decorarlo con degli addobbi che richiamino le varie tradizioni che i bambini si portano appresso, così da fare tutti contenti? Farebbe troppo “volemose bene”? Eh, io rimango sempre una gran sognatrice…

Insolite amicizie

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Pigna a caso presa dal Web

 

Fin da piccola ho dimostrato una scarsa predisposizione per fare la “mamma”. Quando le bambine mi costringevano a giocare a “famiglia” io al massimo facevo la figlia o meglio ancora la “cugggina”. Le mie bambole finivano sempre abbandonate in qualche angolo della casa e udite udite preferivo di gran lunga giocare con mio cugino e i suoi soldatini, o con le macchinine. I miei giochi comprendevano spesso animaletti, dinosauri, macchinine e  solo successivamente le Barbie. In pratica una sentinella, una di quelle che a quanto pare si trovano nelle peggiori manifestazioni, non faccio nomi: FAMILY DAY, ecco, una di quelle che io userei come bambola vudù o come pallina antistress mi avrebbe sicuramente bollata come papabile lesbica. (Esiste gente che la pensa davvero così, ahimè). Aggiungendo il fatto che da bambina mi vestivo da maschiaccio e mio padre diceva “ma mia figlia la metterà mai una gonna?” e io “no, no, no, e poi no!”, “le gonne non mi avranno mai.”.. E invece alla fine mi hanno avuta, mannaggia a me! Ecco, da bambina non facevo mai la mamma di bambolotti e chiedevo sempre ai miei “ma quando me lo prendete un cane?” e niente, non volevano prendermene uno.

Insomma, ho dovuto arrangiarmi e sapete che ho fatto? Mi sono presa cura di una pigna. Sì, una pigna. Mi ci fissai di brutto, la portavo ovunque, mentre tutte giravano con passeggino e bambino finto vestito da battesimo io portavo a spasso una pigna. E non ero povera, ero solo boh, strana? Inquietante? Sì, sicuro. Giravo con questa pigna, nonostante da bambina avessi  amici con cui stare e anche giocattoli dignitosi, ma quella pigna per me era tutto. Quando le mamme dei miei compagni mi chiedevano “perché ti porti in giro una pigna?” io rispondevo “i miei non vogliono prendere un cane”. Le diedi  pure un nome, la infilai in un calzino per portarla alle feste dei miei amichetti (ussignur!), le facevo il bagno, dormiva in una scatola di scarpe. E mentre un bambino del terzo mondo mi spiava col cannocchiale dicendo “ma guarda sta stronza, piena di giochi, fa la fricchettona di turno con la pigna, te possino…” io imperterrita ostentavo la mia pigna.

Probabilmente se una sentinella di quelle che dicono “i figli devono avere un papà e una mamma!” e a me vien da pensare, speriamo che tu non ti riproduca mai… Ecco, se mi avesse potuta vedere all’epoca mi avrebbe rifilato tutte le macchinette possibili e immaginabili, della serie se proprio devi fare la strana gioca con robe da “maschio”, perché chissà che cosa avrebbero pensato di me, una bimba che gira con una pigna, altro che GENDER e compagnia.

Comunque, i miei genitori (benedetti loro) non mi dissero mai nulla, né ostacolarono quella malsana mania. Siccome oltre ad avere hobby discutibili ero pure parecchio distratta, un giorno persi quella pigna nel bosco e piansi tutte le mie lacrime. Davvero, soffrii come un cane e spirituale com’ero pregavo di ritrovarla, un giorno. Ovviamente non l’ho più trovata quella povera pigna, che compariva pure in certe mie foto di famiglia, però la ricorderò sempre con affetto, ci avevo proiettato sopra un sacco di cose, roba che uno psicanalista avrebbe fatto la sua fortuna, insomma.

Fatto sta che anni dopo i miei pensarono bene di assecondarmi e di pigliarmi un cane…