Happy birthday Mr President

 

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“Ciao V, vieni a vedere questo video mirabolante”.

Scatto, come una lepre inseguita da un cane, anzi dal mio cane ed entro nell’ufficio della mia capa.

“Obbedisco”.

Il video non carica (per la cronaca, si trattava di una diretta con il presidente dell’azienda e altri pezzi grossi) di conseguenza la mia capa mi chiede gentilmente di provare a caricarlo dal mio pc, decisamente più obsoleto del suo, ma a quanto pare più prestante in quanto a connessione.

E che ci vuole per far partire un video?

Clicco con mani esperte, come la migliore delle informatiche e taaaaac: il video parte.

Me ne compiaccio e avviso la mia capa che il video nel mio pc si riesce a vedere, incapace di nascondere un certo compiacimento.

“Ottimo V, ottimo lavoro, sei la migliore delle informatiche, ti meriti una laurea in ingegneria elettronica ad honorem”.

“Ma si figuri, per così poco, basterà un aumento di stipendio”.

A una certa mentre sono comodamente seduta alla mia scrivania entrano nel mio ufficio la mia capa, il presidente dell’azienda e un altro pezzo grosso.

Strabuzzo gli occhi, guardando se c’è una torta gigante da qualche parte nella quale infilarmi ed uscire a sorpresa cantando “Happy birthday Mr President”.

In fin dei conti la mia chioma bionda può trarre in inganno anche l’occhio più esperto.

“Ecco, vediamo il video dal tuo pc, V”.

Porca troia. Guardo la scrivania che è praticamente la dispensa di casa mia: pacchetto di Tuc aperto, briciole ovunque, schiacciatine, frutta secca, una tazza con la bustina di tè dentro.

C’è inoltre il mio telefonino con l’applicazione che simula il rumore della pioggia a tutto spiano. Spengo con studiata nonchalance l’applicazione e mi concentro sul monitor.

“Fai partire il video, V”.

Okay, ce la posso fare. Che cosa avevo schiacciato prima? Ah sì, il tasto play.

Il video parte e prego Dio che non saltino fuori le solite pubblicità imbarazzanti della Durex o degli assorbenti che mettono le ali o della pornostar che ti dice “ciao, vivo a pochi chilometri da te, chattiamo?”.

Per fortuna fila tutto liscio, mi tolgo la parrucca bionda, le protesi alle zinne e il rossetto rosso… Ah no scusate, ero entrata troppo nella parte.

Happy Halloween.

 

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Festeggiamenti

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Uao.

Sono sopravvissuta – quasi indenne – al primo giorno di lavoro in ufficio!

Dico “indenne” perché alzarsi alle 6 del mattino non era nella mia routine da tempo. E sì, ditelo pure “beata te che non facevi alzatacce” e c’avete ragione, c’avete.

Mi sono alzata in realtà alle 6 e 30, facendo una colazione che avrebbe dovuto saziarmi fino le 12 e 45, ma alle 10 del mattino il mio stomaco già reclamava – a gran voce – cibo.

Ovviamente la mia borsa, come dicono le mie amiche è come quelle delle bulimiche (lo so, non si scherza sulle malattie, ma oh, l’han detto loro). In qualsiasi mia borsa c’è del cibo, aggiungete il fatto che peso 54 kg (circa) e le battute si sprecano.

Così ho mangiucchiato biscotti secchi (e tristi) alle 10 e 30, cercando di placare i borbottii del mio stomaco: vile traditor.

Avevo il mio badge, la mia scrivania, la mia sedia (comodissima) e anche una discreta dose di dignità che ero riuscita ad infilare di straforo stamani, tra un cambio di pantaloni e l’altro.

Tuttavia non ho ancora la mia postazione pc, di conseguenza mi sono girata i pollici a inizio giornata, bevendo tra l’altro ben due caffè.

Io l’azienda già la conoscevo, dato che ci ho fatto il tirocinio due estati fa. E sapete, due anni fa esatti aprii anche questo blog.

Sembra l’altro ieri che vi offrivo tramezzini al tonno e salatini stantii per festeggiare il primo anno di questo blog fantasmagorico ed ora eccomi qui, di nuovo nella stessa azienda e ancora tra queste pagine (?) a tediarvi/ deliziarvi con i miei super post sulla fase premestruale, sulle disavventure al ristorante e oggi su questa vecchia, ma nuova avventura.

Non saprei che aggiungere, a parte il fatto che dover timbrare e calcolare le ore è qualcosa che richiede una concentrazione non indifferente, soprattutto per chi, come me, non sa contare.

Ah quasi dimenticavo: lì ci sono delle birre immaginarie, se qualcuno di voi sa tramutare l’acqua in vino e si chiama Gesù qui è il benvenuto.

Con affetto, V!

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Fenomeno youtuberZzz… Il lavoro altrui ci nobilita

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Oggi ho letto sul Venerdì di Repubblica (sono sempre sul pezzo, ah!) un articolo sugli “youtubers” che ultimamente vanno come il pane. Un po’ come i blogger (doppio ah!). Gli youtubers sono soliti allietare le nostre uggiose giornate con video che toccano gli argomenti più disparati (parodie, recensioni, consigli, commenti). Vi dice qualcosa?

L’articolo inizia così: “PewDiePie, al secolo Felix Kjellberg, è un test anagrafico vivente. Se il nome non ti dice nulla sei vecchio, dal momento che 34 milioni di giovani sono iscritti al suo canale YouTube e solo l’anno scorso bla bla”. Allora sono vecchia, e ti pareva. Io non lo conoscevo – non che la cosa mi turbi più di tanto – sia chiaro. Continuando a leggere – “La sua filosofia entra tutta in una frase: Non essere te stesso. Sii una pizza. A tutti piace la pizza”. Viene anche citata una raccolta di suoi aforismi, ma date le premesse, non intendo approfondire. Dopodiché l’autore parte a dire che su Youtube non si guadagna quasi nulla, nonostante tutti siano convinti del contrario. Poi cita altri “youtubers” che chiaramente io – essendo vecchia – non conosco. L’articolo è più incentrato sul fattore guadagno, sponsor, bannerini, views. Cito: “Non esiste un’unità di misura certa per valutare a quanti soldi corrispondono le visualizzazioni. Nel senso che la tradizionale metrica pubblicitaria del costo per migliaio (…), ovvero pagare X ogni 1000 persone che hanno visto lo spot, ormai vale poco o niente.”

Ora, tralasciando tutti gli introiti economici, continuo a scorrere l’articolo che finalmente nomina qualche “personaggio” che conosco (forse per farmi sentire giovine). L’autore cita infatti Favij (di cui non conosco i video, ma li vedo sempre in prima pagina sul Tubo) e Federico Clapis, che come spiega l’autore ha cominciato la sua carriera “postando video di brani originali di musica elettronica”. La cosa che mi ha colpita dell’articolo è stata questa: “servirà per dimostrare che non si tratta di deficienti che dicono parolacce in cameretta”. Questo lo dice Favij, a proposito di un futuro action movie che sta realizzando. Ecco, questo per me è il punto centrale dell’intero articolo. Perché quante volte critichiamo il lavoro degli altri, perché non ci piacciono i contenuti proposti o le idee che ci propinano? Io personalmente sono una gran criticona, se una cosa che deve far ridere non mi fa ridere la stronco. Però poi rifletto e mi chiedo: ma io questa cosa la saprei fare? Non so manco scattare una fotografia decente, perdio. Figuriamoci girare un video. Molti criticano il successo di questi ragazzi, dicendo che sono degli idioti perditempo. Forse invidia per il prodotto finale? Probabile. Da parte mia stimo e seguo solo pochi “youtuber” come un ragazzo che fa le recensioni di film trash (Yotobi). Il resto per me è noia. Però! Però, c’è sempre un però. Non me la sento di sminuire il lavoro altrui solo perché non mi è piaciuto o perché non riguarda argomenti che m’interessano (tipo i gameplay). Ricordo che in quarta superiore il mio prof d’italiano (che mi odiava) disse una cosa che mi fece incazzare: La gastronomia non è cultura. Disse così, quel gran simpaticone, che era parecchio colto sì, ma anche terribilmente chiuso. Stavo per alzarmi e chiedergli di spiegarmi la storia del tiramisù e di prepararmene uno, già che c’era. Sì, perché ci vuole umiltà nel giudicare il lavoro altrui, soprattutto se noi non siamo in grado di farlo. Certo, poi c’è un limite tutto… Se nel video troviamo Paolo Ruffini o Andrea Diprè: nessuna pietà!

(Foto dal Web)