Libri 2016: qualcosa di buono e qualcosa di meno buono!

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Quest’anno ho più riletto che letto, infatti i libri letti nel 2016 non sono molti, anche se di sicuro ne ho dimenticato qualcuno per strada. Qualche libro è stato un fortunato acquisto da Libraccio (sia online, che nella libreria fisica), sebbene io non sopporti comprare libri dalle pagine già ingiallite e invecchiate in chissà quale angusta stanzetta… Però oh, bisogna sapersi accontentare, soprattutto quando si è poveri. Detto ciò, il post è un po’ lunghetto, io non so recensire, quindi sono proprio brevi impressioni che i libri mi hanno lasciato. Ah, su Libraccio (online) ci sono ancora molti sconti (anche se io non ho acquistato nulla) e nel sito Feltrinelli potete ordinare libri senza pagare le spese di spedizione. Io ho acquistato Arancia Meccanica!

Ecco i libri letti nel 2016.

Franny e Zooey di J. D. Salinger non mi ha fatta impazzire, sebbene il libro sia piuttosto breve, ho faticato a proseguire la lettura in certi punti. Ho ammirato (come avevo già avuto modo di ammirare ne Il giovane Holden) l’abilità di Salinger nel descrivere e caratterizzare i personaggi, in questo caso ci troviamo di fronte a un’intera famiglia, quella dei Glass. La mia preferita è sicuramente Franny, la sorella minore, che si ritrova circondata da intellettuali ben vestiti, gli hipster di oggi, i personaggini borghesi del momento, annoiata dai discorsi del suo ragazzo Lane, Franny si rende conto di quanto sia monotono e impostato e artificioso nei discorsi. Zooey è il fratello di Franny e fa l’attore. Lui non mi ha appassionata un granché, l’ho trovato troppo costruito ed esagerato, forse ho sentito un po’ la nostalgia di Holden (mannaggia!!!) e della sua autenticità. Come sempre ho apprezzato la copertina bianca, pura, senza fronzoli del libro (tipico di Salinger). Una citazione che mi ha colpita dal libro: “Lane” – Franny lo salutò contenta: lei non apparteneva certo alla categoria di quelli che svuotano la faccia di qualsiasi espressione.

Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Questo libro erano anni che mi dicevo di leggerlo. Inizialmente l’ho trovato un po’ lento, poi da un certo momento in poi ho cominciato a leggerlo tutto d’un fiato. È il classico libro che ti fa rodere per le ingiustizie che accadono, d’altra parte si tratta di un processo di un ragazzo negro, accusato di aver violentato una donna bianca. L’avvocato Atticus, padre di famiglia e della voce narrante (Scout) è un personaggio fantastico, dotato di morale e di un certo umorismo, rende il processo da leggere molto scorrevole e avvincente. Ci sono diversi punti di suspense e un antagonista che a me ha messo inquietudine e paura. I personaggi sono descritti benissimo ed è (almeno per me) stato impossibile non affezionarmici. Citazione: Ma prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

Lolita di Nabokov. Avrei voluto scrivere un post a parte su questo libro, che ha suscitato in me sentimenti contrastanti. Anzitutto l’ho letto perché qualche anno fa mi imbattei nella trasposizione cinematografica di Lolita di Kubrick. Ecco, a me Kubrick non piace come regista (eresia, lo so, ma è la verità) e il suo film mi mise addosso un malessere pazzesco, tant’è che non lo terminai di vedere. Trovato il libro a pochi dindini ho deciso di comprarlo. La storia è scritta divinamente. In questo momento direi che è il miglior stile in cui io mi sia imbattuta. Sarà per tutto quel francese che è stato ficcato nei dialoghi e nella narrazione. La trama (credo nota ai più) racconta dell’infatuazione di un professore molto colto per una ragazzina (Lolita), la figlia di una signora che gli affitta una stanza. Si parla quindi di un tema delicatissimo, affrontato in modo mai (o quasi) volgare, né troppo esplicito. Chiaramente il lettore capisce perfettamente cosa sta succedendo, ma il linguaggio è raffinato, in netto contrasto con la tematica. Personalmente ho trovato ogni singolo personaggio sgradevole. Lolita è una ragazzina precoce e sveglia, dotata di un certo senso dell’umorismo e di una lingua tagliente. Il professore ne è ossessionato e la sorte giocherà a suo favore: potrà avere Lolita, la ninfetta (come la chiama lui) tutta per sé. C’è un dettaglio o comunque un aspetto del professore che mi ha colpita positivamente, in mezzo a tutto quel disgusto. Il professore è un uomo che detesta i discorsi banali, le convenzioni, le cose dette tanto per dire. Ho letto opinioni contrastanti su questo libro, qualcuno l’ha definito pesante nello stile. Io non sono d’accordo e vi assicuro che non sono una fan del prolisso. Il libro non è noioso, ma secondo me per apprezzarlo bisogna avere una certa maturità. Bisogna essere in grado di giudicare l’opera in sé, come è stata scritta e non la morale, altrimenti è abbastanza scontato che il giudizio sarebbe negativo. Citazione: Cercava le parole. Gliele fornii mentalmente. (“Lui mi ha spezzato il cuore, tu hai solo spezzato la mia vita”).

I love shopping a Hollywood di Sophie Kinsella. L’autrice è famosa per il suo stile frizzante, divertente e ironico. Ho apprezzato la saga I love shopping e ho riso di gusto diverse volte. Purtroppo però questo libro è stata una delusione, fortuna che l’ho pagato la metà, perché davvero non val la pena comprarlo. Non ha nulla a che vedere con lo stile che caratterizza gli altri libri della saga, è spento, ridicolo, monotono. Becky non ha un minimo di verve né di carattere, si caccia in situazioni che la rendono proprio una nullità. Il libro è vuoto e superficiale, che okay, la frivolezza era condimento essenziale degli altri libri, ma in questo caso non è più frivolezza,  è proprio il nulla totale. Poi è inutilmente lungo, pagine e pagine di vuoto e di noia… Per poi scoprire che non è finito lì! Per sapere come si risolve il grandissimo mistero (pff) che tecnicamente dovrebbe far appassionare alle vicende, dovrete acquistare un altro libro ancora! Veramente una trovata triste. Perché gli altri “I love shopping” perlomeno hanno ognuno un finale, sebbene si tratti di una saga. Questo invece no e fa pure schifo! Non compratelo, dico davvero. Non mi vengono in mente citazioni degne di nota, onestamente.

Dracula di Bram Stoker. Okay, questo è stato un libro con un inizio pazzesco, scorrevole, ritmo veloce, da subito avvincente. Mi coricavo e bam, leggiamoci un po’ di Dracula per conciliare il sonno. Poi ecco che sono arrivata a un punto in cui non ne potevo più. Ma dico davvero, ha cominciato ad annoiarmi, a incagliarsi, così l’ho più volte accantonato perdendo il filo. Lo so, è brutto da dire di un libro, ma onestamente l’inizio è stato un po’ traditore. Che poi gli inizi sono fondamentali eh, infatti continuo a reputarlo un bel libro soprattutto per l’inizio. Quando l’autore ha cominciato ad infilare un personaggio dietro l’altro nella storia io mi sono un po’ persa… Poi io, sebbene dotata di grande memoria, faccio sempre un casino coi nomi dei personaggi e fatico a ricordarli. Consiglio per chi intende leggerlo e si ritrova nel punto in cui “aiuto, ho perso il filo del discorso” di non demordere, perché il libro riacquista velocità verso la fine. Citazione: Benvenuto nella mia casa. Entrate liberamente. Andate tranquillo, e date a questo luogo qualcosa della felicità che recate con voi!

Infine cito nuovamente Harry Potter e la maledizione dell’erede di J.K. Rowling, John Tiffany & Jack Thorne. Ne ho parlato ampiamente in questo post, quindi ovviamente non starò a ripetermi. Non ho trovato frasi che mi abbiano colpita particolarmente.

Questo è quanto!

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Una non – storia da lettrice

Oggi vi invito a leggere le mie quasi letture preferite commentate da KalosfAvvocatolo e Ysingrinus.

Andate a leggervi pure le altre storie di lettori mandate al pazzesco trio Kavvingrinus e inviategli pure le vostre, tanto che ve costa? Qui vi ricopio la mia “storia” che non è affatto una storia ma dire storia suona molto bene, però è molto più interessante arricchita dai loro commenti (più una bellissima foto), ve lo assicuro!

Infanzia ad oggi: letture più o meno significative

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” (J.D. Salinger). Ecco qui alcuni di quei libri.

Piccole donne (Louisa M. Alcott): prima elementare, mia zia si presenta a casa mia con sto libro e io mi chiedo: e mò chi glielo dice a questa che io leggo solo i Piccoli Brividi? Fingo quindi di leggerlo, mia madre si vanta con parenti e amiche di quanto io sia una lettrice precoce e la maestra dice ai miei compagni di prendere esempio da me, che questi sì che sono libri da leggere. Io non smentisco e leggo quel libro solo qualche anno dopo. Mi taglio pure i capelli come la ribelle Jo (una delle protagoniste), solo che mi stanno di merda e so che quel taglio osceno è la giusta punizione per aver mentito anni prima.

Harry Potter (J.K. Rowling): sono alle medie, suppergiù in seconda, c’è il boom di Harry Potter e io lo snobbo, mi vanto di essere una delle poche a non averlo letto. Un’amica mi regala il primo volume e io non lo leggo, pensando che sia proprio un libro per mentecatti. Così, quando una tizia me lo chiede in prestito non esito un secondo. Quel libro però, non l’ho più rivisto. Anni dopo mi regalano il terzo volume e io mi dico “va beh, famo sto sforzo” e da lì fu amore. Amo tutti e sette i libri. Harry Potter ha personaggi autentici, sia nel bene che nel male. È verosimile, nonostante si parli di magia, è facile immedesimarsi in molti dei personaggi, anche in quelli più ambigui. I protagonisti non sono dei vincenti, vengono derisi, faticano per emergere e devono contare solo sulle proprie forze… Che poi, essendo dotati di bacchette magiche non è che sia così difficile, eh. I “cattivi” principali hanno alle spalle delle storie affascinanti, che spingono il lettore a volerne sapere di più, talvolta si prova quasi compassione per loro, nonostante siano il male in persona. La morte è una costante in tutti e sette i libri, la Rowling non esita ad eliminare personaggi vicini al lettore. Non manca mai l’ironia, ingrediente (a mio parere) fondamentale per la buona riuscita di un libro.

Il giovane Holden (J.D. Salinger): lo leggo in seconda superiore e mi convinco che Holden sia l’uomo della mia vita, forse perché alto e “contaballe”. (Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado in edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente gli dico che sto andando all’opera.). È sicuramente il mio libro preferito. Holden è un incompreso, sospeso fra l’innocenza e la maturità, troppo maturo per adattarsi ai coetanei, ma ancora legato all’innocenza, alla purezza dell’infanzia, come d’altra parte si sa leggendo la scena centrale del campo di segale.

La signora Dalloway (Virginia Woolf): la storia di questa scrittrice mi ha sempre affascinata molto, vuoi per la fine che ha fatto, vuoi per le turbe che aveva, la Woolf è stata sicuramente una donna interessante. In questo libro credo che la Woolf abbia trasferito parecchie delle sue inquietudini, tentando di concedergli un finale “luminoso”, a differenza del suo, di finale. Lo sfondo scelto per la storia è Londra e l’occasione è una festa organizzata da Clarissa Dalloway, protagonista del romanzo: donna ricca dell’alta società inglese, frivola e sposata a un uomo per convenienza. Clarissa è una donna che si crogiola nei ricordi di un passato piacevole e intenso. È un personaggio nostalgico, che sembra vivere di ricordi. E alla sua festa si circonda di presenze del passato. (Una vecchia fiamma e una vecchia amica). E in quella festa, fra il chiacchiericcio e lo sfarzo, irrompe la morte, la morte di un altro personaggio che Clarissa non conosce. Un reduce di guerra tormentato dal passato, che decide di suicidarsi. La notizia della morte di Septimus (è così che si chiama) porta Clarissa alla consapevolezza di essere viva ed è finalmente in grado di apprezzare il presente.

Il marito in collegio (Giovannino Guareschi): questo è un libro paradossale, la protagonista (Carlotta) è frivola e benestante ed è costretta dallo zio a trovarsi un marito se vuole ereditare i suoi soldi. Tutti i candidati che lei gli propone non vanno bene, tutti tranne Camillo, un uomo poco colto e goffo, ma di buon cuore e perdutamente innamorato di Carlotta. Dal canto suo Carlotta non lo sopporta e Camillo viene mandato in collegio ad imparare le buone maniere. Le vicende sono assurde, i dialoghi brillanti, l’ironia la fa da padrone. È un ottimo libro, con un’ottima trama, scorrevole e con una sua morale nascosta dietro alla satira e allo stile irriverente tipici di Guareschi.

La “famigghia” ha sempre ragione?

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(Foto presa dal Web)

Quando penso a un ambiente famigliare “coercitivo” mi viene in mente la classica figlia costretta a casa e chiesa, che deve arrivare illibata fino al matrimonio. Oppure la figlia che non può dialogare con i propri genitori poiché molti argomenti sono considerati tabù e via così.

Insomma, non penso certo a un ambiente libertino, con persone acculturate, dove si può parlare di tutto e confrontarsi. Eppure mi sono dovuta ricredere, leggendo l’opera “Dove le donne” dell’autore spagnolo: Álvaro Pombo.

All’inizio il fascino di questa famiglia composta solo da donne mi aveva condizionata a tal punto da credere che quella potesse essere la famiglia ideale, un po’ come la figlia maggiore – voce narrante del romanzo – che fino a una certa età è convinta che la sua famiglia sia perfetta, poiché diversa dalle altre.

La figlia maggiore, che è anche la protagonista della storia (il suo nome non viene mai rivelato) vive su un’isola assieme ai suoi fratelli, alla loro madre e alla zia. I tre figli crescono quindi sotto l’influenza delle due donne di casa, che sembrano detestare tutto ciò che è convenzionale: chiesa, matrimonio e relazioni.

La protagonista si sente superiore rispetto alle persone “comuni” definite nel libro come “uccelli da cortile”. Cresce inoltre nella convinzione che le figure maschili non siano necessarie (e che siano intercambiabili) che gli uomini al limite possano compiacerla e non certo ricoprire un ruolo fondamentale nella sua vita, questo perché la madre le inculca i suoi valori, descrivendo inoltre il loro padre come un uomo frivolo, privo di spessore, superficiale che le ha infatti abbandonate.

La sicurezza di appartenere a un nucleo famigliare esclusivo e superiore a quello degli altri comincia a vacillare quando incontra Fernando, il “vero” padre. Fernando le fa notare quanto somigli alla madre, negli atteggiamenti, nella sicurezza di essere migliore rispetto alla “massa”.

In quel momento la protagonista si rende conto di aver semplicemente imitato i sentimenti della madre, senza mai metterli in discussione. Fernando accusa la protagonista di “mandare a spasso”gli uomini e di essere incapace di provare emozioni, la definisce “sterile”. Sebbene le parole di Fernando siano dure permetteranno alla protagonista di disilludersi e di chiedersi il motivo che induce la madre a detestare gli uomini.

L’approccio della protagonista con i ragazzi è fortemente condizionato dall’opinione della madre, non riesce a legarsi a loro poiché sa che la madre non approverebbe. Si impone quindi di imitare il modello materno, “con i ragazzi succede che mi annoio” si racconta. La sua vita è volta a volersi distinguere dalle altre ragazze, ma non secondo il suo punto di vista bensì seguendo quello materno. Tutte le certezze nutrite nei confronti di quello stile di vita apparentemente libero crolleranno quando la madre e il padre riprenderanno a frequentarsi. La protagonista si rende conto che sua madre non ha fatto altro che mentire a se stessa e, di conseguenza, a lei.

La vera rottura con la madre avverrà soltanto in seguito alla scoperta di un segreto sulla sua famiglia. La protagonista deciderà quindi di fuggire da quell’ambiente soffocante e di riappropriarsi della sua autonomia e della sua libertà di pensiero.

Questo libro è insolito, diverso da tutti i libri che ho letto e offre molti (s)punti di riflessione. Il condizionamento famigliare, che non sempre ci rendiamo conto di subire, lasciarsi inculcare valori che ci sembrano validi, che non ci prendiamo la briga di analizzare o di contestare (tanto lo dice mammà!).

Sebbene inizialmente la pensassi come la protagonista, ossia che la sua fosse una famiglia emancipata e affascinante nella sua eccentricità mi sono dovuta ricredere, assieme alla protagonista. Questo è un romanzo di formazione, dove la protagonista crescendo smaschera i suoi famigliari, riuscendo a trovare finalmente la propria individualità.

Clotilde scalza dal trono le eroine della Austen

Oggi – dopo aver riletto un libro – ho riflettuto sulle coppie letterarie più famose.

E fra i soliti Darcy ed Elizabeth, Catherine ed Heathcliff (sei il mio psicopatico preferito!) e via dicendo ho pensato che la coppia (letteraria) più bella del mondo fosse quella formata da Clotilde e Filimario.

Forse proprio perché non sono una coppia. (Chiedo scusa a Ron e Hermione, ho sempre fatto il tifo per voi). Per chi non lo sapesse (neppure io l’avrei saputo se non mi avessero regalato questo libro) Clotilde e Filimario sono frutto dell’ingegno dell’autore Giovannino Guareschi.

L’opera a cui mi riferisco è “Il destino si chiama Clotilde” (pubblicata per la prima volta nel 1942).

Si tratta di un’opera davvero geniale, non riesco a trovare un aggettivo che gli renda più giustizia di così. Oltre al fatto che il libro è scritto benissimo, perché per scrivere un libro così ironico e apparentemente leggero bisogna essere davvero capaci, è soprattutto un libro divertente.

Il protagonista della vicenda è un certo Filimario Dublè, uomo sarcastico e parecchio testardo che deve bere un bicchiere di olio di ricino se vuole ereditare le fortune della madre defunta. (Questo è il patto). Filimario ovviamente si rifiuta, come rifiuta le avances dell’affascinante Clotilde Troll, innamorata perdutamente di lui.

Clotilde piace a tutti gli uomini e grazie alla sua astuzia e al semplice fatto di essere una donna fa rincretinire tutti i maschietti della storia (tranne Fil). La storia parla del viaggio che Filimario e altri due singolari compagni di sventure, Pio Pis e Settembre Nort sono costretti a fare perché Clotilde ha deciso di allontanarli da Nevaslippe, dove tutti loro vivono.

I personaggi sono pieni di difetti e ovviamente assurdi, come già s’intuisce dai loro nomi. Potremmo definirli quasi delle caricature. Guareschi si serve delle donne – in questo caso della bionda e bellissima Ketty e dell’affascinante e ricca Clotilde – per far emergere la stupidità degli uomini (tranne quella di Filimario) e decide quindi di presentarci delle donne piuttosto inclini al comando. In un passo del libro infatti Filimario dice “È proprio destino dunque che la mia vita sia sempre alla mercé di una donna?”.

Mentre gli altri personaggi si piegano alla volontà delle donne, lui continua a fare di testa sua e questo è ammirevole, soprattutto perché ci troviamo di fronte a una storia non proprio convenzionale (perlomeno in letteratura). È Clotilde, infatti, che vuole conquistare Filimario e lui non intende cedere al corteggiamento (che non avviene comunque in modo diretto, ma non anticipo niente). Altra cosa insolita è che l’eccentrica (viene spesso definita così dall’autore) Clotilde è in realtà fidanzata con Giorgino. E in una conversazione gli confida che è innamorata di Filimario e di fronte alla sua reazione gli dice: “Giorgino, perché mi fai quella stupida faccia? Se non confido le mie pene a te che sei il mio fidanzato, a chi le devo confidare?”.

La storia prende una piega interessante nel momento in cui Clotilde e Filimario si ritrovano più volte faccia a faccia. Lei afferma di odiarlo e lui la prende continuamente in giro, mettendo in dubbio tutto quello che lei gli dice. I battibecchi fra i due li spunta sempre Filimario, che con ironia e un’ammirevole calma contraddice continuamente la sua corteggiatrice.

A fare da sfondo ai continui diverbi fra i due ci sono le paradossali vicende che avvengono via mare e via terra. Tutte architettate a regola d’arte dal destino. Il finale è inaspettato, epilogo, epilogone ed epiloghissimo sono davvero qualcosa di sublime.

Se avete bisogno di un po’ di sana ironia questo libro fa decisamente al caso vostro.

Un’altra possibilità per John Fante

Con John Fante non è stato amore a priva vista. E manco a seconda, a dirvela tutta.

Fante è stato uno scrittore statunitense, figlio di un immigrato italiano. Giusto per inquadrarvelo un attimo vi dico che è nato nel 1909 ed è morto nel 1983 (pace all’anima sua). In un sito di recensioni ho letto diversi commenti positivi alla sua opera “Chiedi alla polvere” e così qualche anno fa l’ho acquistata, convinta che mi sarebbe piaciuta.

In realtà non è una brutta storia ma non mi ha lasciato grandi sensazioni, né negative né positive. Diciamo che mi ha lasciata indifferente e infatti non ho voglia di parlarvene. Qualche settimana fa ho deciso di dare un’altra chance all’autore e così ho comprato (usato) “La confraternita dell’uva”.

Dunque, spendo due parole per il romanzo “La confraternita dell’uva” che mi sento di consigliarvi. La storia (che è poi autobiografica) parla di una famiglia italo americana. Il padre (Nick Molise) è un muratore di origini italiane e vorrebbe che i suoi figli seguissero le sue orme “lavorative” ma chiaramente i figli hanno altri interessi e obiettivi.

La storia è raccontata in prima  persona dal figlio (Henry Molise), l’unico tra i suoi fratelli che deciderà di compiacere la volontà del padre aiutandolo in un lavoro faticoso di muratura. Henry è uno scrittore e non tollera le amicizie alquanto rozze del padre, ossia un branco di burberi alcolizzati. Henry è anche l’unico figlio preoccupato per la salute sempre più precaria del padre e se ne prenderà cura, nonostante non sembri provare un grande amore per quest’ultimo, con il quale è infatti in perenne conflitto.

La storia non è un granché, nel senso che non succedono fatti eclatanti, ma il continuo richiamo alle tradizioni italiane è davvero piacevole. Piatti tipici e vino (nella versione originale vengono scritti in italiano assieme ad altre espressioni) fanno da contorno alle vicende, trasportando il lettore in un gustoso quadretto familiare “tipicamente” italiano. I personaggi non si sono conquistati (per la seconda volta, nel caso di Fante) la mia simpatia, punto che comunque non gioca troppo a sfavore poiché la storia risulta scorrevole e tutto sommato piacevole.

I personaggi sono dei “falliti”: la madre di Henry è un soggetto pittoresco e malinconico, sembra quasi una caricatura. Uno dei personaggi più interessanti è l’infermiera del padre, che porta il lettore ad esaltarsi per un attimo e poi a deprimersi, del tutto. (Leggere per credere). I personaggi sono un po’ spenti e c’è un contrasto fra la vitalità dell’ambiente familiare italiano e l’infelicità che li caratterizza. Più marginale (per assurdo) il ruolo della letteratura nel libro. Nonostante il protagonista sia uno scrittore e un lettore appassionato di Dostoevskij non ho visto in lui questa passione che l’autore (secondo me) avrebbe dovuto far emergere di più. Non basta dire che nelle pause lavorative Henry si legge un tascabile per fare di lui un lettore accanito. Quello che invece va apprezzato è il fatto che Henry decida di sporcarsi le mani, rinunciando per un attimo alla scrittura e impegnandosi a capire le esigenze del padre (che però non comprende quelle dei suoi figli).

Citazione dal libro: Osservai i vestiti, ci frugai in mezzo. Lo sapeva Dio dove era andata a dissotterrarli – magari da un baule in quella soffitta bollente e stipata di roba, dove ogni cosa si mummificava – jeans, camicie, un paio di stivali, persino la mia felpa da baseball con le due grosse lettere SE incorniciate sul petto. L’idea che perfino i miei vestiti da bambino potessero essere conservati con cura da qualche parte mi diede i brividi. C’era, nella resurrezione di quegli indumenti, qualcosa di astuto, come un piano prestabilito, una ragnatela tessuta ad arte: e io ero la preda.

La realtà raccontata da Margaret Mazzantini, un’autrice che mi piace ma che non sempre piace

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Oggi voglio spendere qualche riga per un’autrice che da qualche anno apprezzo molto. Si tratta di Margaret Mazzantini, scrittrice i cui libri suscitano sempre opinioni contrastanti. Vuoi per il realismo quasi feroce tipico delle storie che racconta, vuoi per le tematiche forti che propone, vuoi per i personaggi difficili che narra, vuoi pure perché talvolta sembra cedere all’adolescenziale…  La Mazzantini o la si ama o la si odia.

Io trovo che sia una penna originalissima, nonostante molti l’accostino ad autori come Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi) per le sue storie tristi con personaggi fragili e complessati.

Penso che la Mazzantini si mangi tutti questi autori che marciano un po’ su quello stile trito e ritrito che oscilla tra il deprimente e il malinconico, con risultati assai mediocri.

Il primo suo romanzo che ho letto è “Nessuno si salva da solo”, una storia che fa stare male, che ti svuota e ti lacera. E sono le sensazioni che a volte cerco nei libri e quando le trovo mi piace crogiolarmici un po’.

Il romanzo che ho preferito è sicuramente “Venuto al mondo” di cui non ho apprezzato la trasposizione cinematografica (per una mia difficoltà a scindere le due cose: libro e film) e forse anche per la presenza di due attori che non sopporto proprio (Penelope Cruz e Emile Hirsch, il protagonista di Into the Wild, per capirci).

Le ambientazioni nel libro sono state rese in modo magistrale, sembrava davvero di trovarsi nella Sarajevo piegata in due dalla guerra. I personaggi erano talmente nitidi e vividi che pareva di poterli toccare.

Io non sono una grande amante delle descrizioni prolisse, sicuramente questo fa di me una lettrice distratta e mediocre, ma se mi descrivi un armadio nei minimi particolari mi fai solo venire voglia di cambiare pagina. Quello che invece mi manda in brodo di giuggiole sono le descrizioni realistiche che la Mazzantini riesce a fare, ponendo il lettore faccia a faccia con l’ambiente o il carattere dei suoi personaggi. Una delle scene che preferisco è custodita nel libro “Non ti muovere” quando Italia (la coprotagonista) prepara il sugo per gli spaghetti. Scena banale, forse, ma che mi ha fatto venire l’acquolina in bocca.

Molti lettori criticano la crudezza che caratterizza le storie di quest’autrice, io invece penso che più di crudezza si tratti di realtà. Sicuramente non digeribile da tutti, anche se non ne capisco il motivo.

Citazioni tratte dai libri suoi che ho letto:

-Forse non doveva portarla in un ristorante, a lei non interessa mangiare, aspettare i piatti. I loro momento migliori sono stati per caso, con un kebab, con un cartoccio di castagne, le bucce sputate in terra. Nei ristoranti non è mai andata tanto bene. Hanno cominciato ad andarci quando avevano già un po’ di soldi, quando l’idillio già scricchiolava come una dondola che non fa più bene il suo lavoro.- (Nessuno si salva da solo).

-Il coraggio Angela appartiene agli amori nuovi. Gli amori vecchi sono sempre un po’ vili.- (Non ti muovere)

-Perché nella vita capita di rinunciare alle persone migliori a favore di altre che non ci interessano, che non ci fanno del bene, semplicemente ci capitano tra i passi, ci corrompono con le loro menzogne, ci abituano a diventare conigli?- (Venuto al mondo)

-Tutte le relazioni d’amore nascono da una mancanza, ci immoliamo a qualcuno che semplicemente sa accomodarsi in questo spazio aperto e dolorante per farne quello che vuole: farci del bene oppure distruggerci.- (Splendore).

“Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi” Virginia Woolf

virginia-woolfOggi voglio parlarvi di un saggio scritto da Virginia Woolf, meglio nota come Virginia Wolf, o Uolf. Perdonate la premessa, ma il mio cane si chiama Wolf e ho pensato di renderlo partecipe, in qualche modo. Dunque, la siora Woolf – fosse vissuta oggi – l’avrei definita la classica fricchettona intellettuale con la puzza sotto al naso e, probabilmente, l’avrei adorata. La sua storia è di una tristezza infinita… SPOILER: alla fine muore suicida. (Nasce nel 1882 e muore nel 1941).

Il saggio che voglio commentare s’intitola “Una stanza tutta per sé” e nasce da due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo” che la Woolf tenne nell’ottobre del 1928. Tra una tazza di tè e un piatto di pernici, Virginia si cala nella fittizia parte di “Mary Beton, Mary Seton, Mary Carmichael o come meglio vi piace, non ha alcuna importanza”  e parte a tormentarsi con domande tipo “perché gli uomini bevevano vino e le donne acqua? Perché un sesso era così prospero e l’altro così povero? Quale può essere l’effetto della povertà sul romanzo? Quali sono le condizioni necessarie per la creazione di un’opera d’arte?”. Insomma, le classiche domande che ci poniamo noi prima di lavarci i denti e infilarci il pigiama. La Woolf, prima di provare a darsi una risposta, pone un’altra fondamentale domanda: “avete idea di quanti libri si pubblicano sulle donne in un anno? Avete idea di quanti fra questi libri sono scritti da uomini?”. Dopodiché s’interroga sul perché gli uomini scrivono che le donne sono inferiori. Virginia fa un primo tentativo, che io parafraso per voi. Che quel gran zoticone che ha scritto che le donne sono mentalmente inferiori all’uomo fosse brutto, disprezzato e malvoluto dal sesso opposto? E allora eccolo lì, a scriver cattiverie sulle decine di donne che lo avevan rifiutato. Insomma, la vecchia storia della volpe che non arriva all’uva e dice che è acerba. Virginia poi si dà una risposta piuttosto decisa: “Probabilmente quando il professore insisteva (…) sull’inferiorità delle donne, stava pensando non alla loro inferiorità, bensì alla propria superiorità”. Dopodiché passa alla metafora dello specchio, dicendo che per secoli le donne sono state lo specchio degli uomini, in grado di rifletterli. E poi dice “senza questa facoltà, la terra probabilmente sarebbe ancora palude e giungla”. Perché? “La visione dello specchio è per loro immensamente importante, perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Se gliela togliete, l’uomo può morire, come il cocainomane privato della droga”. 

This is an undated photo of British author Virginia Woolf. (AP Photo)

La Woolf continua a fare altre affermazioni, tra le quali spicca la seguente: “ma ciò che mi sembra deplorevole (…) è il fatto che non si sappia niente sulla donna prima del Settecento”. Perché le donne non scrivevano poesie nell’epoca elisabettiana, si chiede l’autrice. “Evidentemente non avevano denaro” si risponde subito. Poi parte con uno spunto che trovo davvero interessante, ovvero s’immagina che Shakespeare abbia una sorella e mentre lui è a scuola a studiare la grammatica lei se ne rimane a casa. E Virginia si dice subito che questa sorella potrebbe benissimo esser stata altrettanto intelligente e avventurosa, avida di conoscenza, come il fratello. E quando tentava di leggere qualche libro i suoi genitori la spedivano a rammendare calzini. Insomma, ci siamo capiti. La poverella immaginaria poi si sarebbe dovuta sposare, ma invece decide di fuggire e cercar fortuna altrove. Però tutti la rifiutano, nessuno vuole assumerla e così si suicida. Ecco come la Woolf s’immagina la storia di un’ipotetica sorella di Shakespeare, amante della letteratura.

the_hours__2002__8528_north_522xCosì Virginia dice che una donna, se vuole scrivere ha bisogno di un bel gruzzoletto di soldi e di una stanza tutta per sé. E poi s’immagina Charlotte Brontë scrivere con rabbia “quando dovrebbe scrivere tranquillamente”. “Parlerà di se stessa quando dovrebbe parlare dei suoi personaggi.” La Woolf ritiene che tutto sarebbe andato diversamente se la Brontë avesse avuto soldi da parte e più esperienza di vita. Sostiene che “sapeva quanto il suo genio si sarebbe avvantaggiato a non doversi disperdere in visioni solitarie sui campi lontani; se le fosse stata concessa l’esperienza, i contatti e i viaggi. Ma non le erano stati concessi”. Virginia ritiene che la letteratura non debba esprimere la nostra personalità bensì deve limitarsi ad essere arte. Personalmente non sono proprio d’accordo con le idee della Woolf, o meglio, alcune le trovo geniali, altre un po’ riduttive. Il saggio però è davvero interessante, perché offre molti spunti di riflessione. Vi consiglio, oltre a questo saggio anche il romanzo “La signora Dalloway” (sempre di Virginia Woolf) e il film “The hours”, che parla della vita di tre donne (Virginia Woolf, Clarissa Dalloway e Laura Brown), lascio a voi il piacere di trovarne i collegamenti! 

(Foto dal Web)