Un libro per…

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C’era una volta un periodo fiacco, fiacchissimo. Dallo sguardo fiacco e dai capelli fiacchi.

Un periodo in cui tornavo a casa, andavo a letto e dormivo subito. Sul comodino una pila di libri variegati: qualche classico e un paio di romanzi di qualche anno fa.

Ma io ero fiacca e sul comodino oltre alla polvere si accumulavano libri.

Questi periodi di magra vanno e vengono. Certe volte odio leggere. La gente che dice che ama leggere mi annoia terribilmente.

Cosa significa?

Che ti piace leggere tutto? Le etichette? Le ricette? I tomi di fisica? I Promessi Sposi? Il giornale? La rivista di gossip?

Ti piace leggere tra le righe? Sopra le righe?

Quelli che con tono solenne assicurano il prossimo che loro amano leggere li detesto.

Come se nella vita uno potesse avere certezze simili.

Ci sono periodi in cui leggere mi fa schifo.

Da bambina mia madre mi costrinse a leggere “La casa sull’albero” di Bianca Pitzorno.

Dio, detestavo quel libro. Ancora oggi, dopo anni, non ricordo di cosa parlasse. Sicuramente di una tizia che voleva vivere su un albero o cretinate del genere.

Io quel libro non l’ho mai letto. Lo sfogliavo, in preda all’agonia.

Poi in quello stesso periodo mi capitò tra le mani (beh, fu un regalo) “Ascolta il mio cuore”, sempre di Bianca Pitzorno.

Ho letto quel libro tutto d’un fiato. In quel momento se mi aveste chiesto “ti piace leggere?” vi avrei risposto di sì. Che mi piaceva leggere; quel libro.

Perché “La casa sull’albero” non mi piaceva leggerlo affatto.

Ci fu poi un periodo in cui leggere nuovi libri mi atterriva.

Rileggevo e basta, certa di cosa vi avrei trovato dentro. Solo parole che già conoscevo.

E poi mi capitò di leggere Norwegian Wood di Haruki Murakami. Mi prese benissimo quel libro; anche se poi ho provato a leggerne altri, suoi e no, non fanno per me. Ma quel libro sì, eccome se faceva per me.

Perché io della lettura mi innamoro e mi disinnamoro alla velocità della luce.

Ieri sera invece ho finito di leggere un romanzo che Romolo Giacani del blog Viaggi Ermeneutici consigliò parecchio tempo fa: Non c’è niente che non va, almeno credo di Maddie Dawson.

Provando un’immediata simpatia per il titolo decisi di acquistarlo, ma solo due settimane fa ho cominciato a leggerlo.

È uno di quei libri leggeri che ogni tanto fanno bene all’umore. Che poi libro leggero non significa libro scritto coi piedi, sia chiaro.

Tornavo a casa e sorridevo all’idea di immergermi in una lettura rilassante, ero felice. Felice che ci fosse un libro leggero ad attendermi. Un libro che non mi sarei dovuta sforzare di capire: si è lasciato leggere come niente.

Terminare quel libro è stata una piccola vittoria, di questo periodo fiacco, fiacchissimo. Dove francamente non mi sta riuscendo nulla.

Mi sono sentita contenta, come non mi sentivo da tempo.

Certo, non è stato faticoso, anzi. Ma io non dedico il mio tempo a gente che mi annoia, figuriamoci a libri che mi annoiano.

Sapere che a casa c’era un libro ad attendermi, che mi avrebbe raccontato le paturnie degli altri mi ha reso felice.

Ci sono periodi in cui detesto leggere. Mi pesa. Periodi in cui la presunzione degli altri che dicono con aria saputella “ahhhh, io amo leggere” mi fa passare la voglia.

Poi ci sono periodi in cui leggo un libro che la voglia me la fa tornare. Di avere un nuovo libro della buonanotte ad aspettarmi, un libro come chiusa di una giornata brutta, un libro per mettere a tacere i mostri, per addormentarsi pensando ai problemi di personaggi fittizi.

Un libro per stare bene, che si occupi di me quella ventina di minuti prima di chiudere gli occhi.

Un libro che mi dia pace, almeno venti minuti al giorno.

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Femminismi di oggi: “Limbo – L’industria del salvataggio”

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Di recente ho letto Limbo – L’industria del salvataggio , romanzo scritto dall’autrice del blog Abbatto i muri (Eretica Withebread).

È la storia di Erèsia – una donna arrestata durante una manifestazione – e stuprata durante la perquisizione da tre agenti della polizia.

Per la rabbia la protagonista registra un video – messaggio in cui rivela la violenza subita, convinta di suscitare indignazione e di creare uno scandalo, volto a smascherare i tre agenti.

Tuttavia tre soldatesse della cosiddetta “industria del salvataggio”, chiamata “Save the Women” che si occupa della violenza sulle donne interrogano Erèsia sull’accaduto.

Save the Women invita la protagonista a denunciare la violenza nella loro sede e lei accetta, convinta che troverà comprensione e giustizia.

Da quel momento per la protagonista inizierà l’incubo, una sorta di  processo “kafkiano”, dove la legge non è dalla parte del cittadino e dove nessuno può difendersi e far valere le proprie ragioni e i propri diritti.

Erèsia si ritrova prigioniera senza aver commesso alcun crimine e scoprirà di non essere l’unica. Che fine fanno i prigionieri? In cosa consiste la loro condanna? Ma soprattutto perché sono stati condannati? Di chi può fidarsi la protagonista? Riuscirà ad evadere dal “carcere”?

Il libro sottolinea tutta l’ipocrisia di un certo tipo di femminismo in chiave romanzata (consiglio di leggere anche la prefazione al libro): il fatto che una donna sia realizzata solo quando è madre, la presunta superiorità della donna, la condanna della prostituzione e dell’industria del porno, il divieto di cambiare sesso e di portare il velo poiché ritenuto denigratorio e lesivo della libertà della donna e così via.

Le donne non devono “vendere” il proprio corpo, non sono pertanto libere di disporne come meglio credono. E questo lo stabiliscono altre donne. E gli uomini?

Gli uomini sembrano colpevoli a prescindere. Colpevoli se pagano una prostituta in cambio di una prestazione sessuale. Colpevoli anche senza prove. A meno che non si tratti di agenti pagati profumatamente, ovvio.

Save the Women parla esclusivamente di femminicidi ad opera di uomini. Non menziona mai casi di violenza commessi da altre donne. Tuttavia gli uomini carcerati non subiscono alcuna rieducazione.

Erèsia è una donna che sostiene la parità dei sessi e non la prevaricazione. Lotta affinché donne e uomini possano esprimere liberamente la propria sessualità e rimane incredula di fronte a ogni tipo di discriminazione: sessuale e razziale che sia.

Il romanzo è decisamente scorrevole, mi è piaciuto il modo in cui l’autrice smaschera le assurdità di alcuni tipi di femminismo (oggi molto in voga) sostenendo quella che dovrebbe essere l’uguaglianza (ossia avere pari diritti) tra i sessi e il diritto di servirsi del proprio corpo come meglio crediamo.

Io penso che molte donne non abbiano ben chiara questa uguaglianza e questa libertà, perciò quando mi imbatto in persone che ragionano in modo normale e non in termini medioevali provo sempre gratitudine e un certo sollievo.

Il giovane (inetto) James

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Foto da qui

In questi giorni ho letto un libro piuttosto piacevole.

Un libro tra l’altro recente, cosa che non accadeva da un sacco perché io non compro novità da quando in vetrina vedo solo libri scritti (se va beh) dalle idole delle ragazzette o da Saviano, o dal lagnoso Baricco che pare sforni un libro al giorno, o i titoli con le varie ragazze sparse per il mondo, quella seduta sulla panca, quella sul vagone, quella che… Va beh. Insomma, le novità mi deprimono da morire, gli unici libri nuovi che compravo erano quelli della Mazzantini.

E infatti il libro su cui voglio spendere qualche riga mi è stato regalato. Si intitola “Un giorno questo dolore ti sarà utile” ed è scritto da Peter Cameron e pubblicato nel 2007.

Già che per me un libro datato 2007 sia una novità la dice lunga. Mi credo ancora una ragazzina, per me il 2000 era l’altro ieri, figuriamoci.

Comunque, prima di leggerlo sono andata a spulciare fra le recensioni e sbucava sempre il mio amato Holden. Insomma, il libro è stato paragonato a Il giovane Holden per la tematica, per il personaggio (disadattato) e così via.

Il protagonista qui è il giovane James, un ragazzo di 18 anni che potremmo definire come un moderno (ma classico) inetto letterario.

James è un ragazzo che non riesce e sembra non voglia trovare un posto fra i suoi coetanei: è un po’ spocchioso a dirvela tutta, il classico ragazzo più o meno dotato (d’intelletto, schiettezza e senso critico) che proprio a causa di queste qualità non riesce ad essere felice. Storia già sentita?

James ha finito il liceo ma non vuole andare alla Brown perché detesta i suoi coetanei. Come dargli torto?

Gli universitari sono creature abominevoli. Pieni di vita, ridono, scherzano, fanno branco.

Effettivamente sono fastidiosi, la penso come James.

Ovviamente la mia e quella di James è pura invidia per la facilità con cui la gente crea legami dal nulla, come se fosse una cosa all’ordine del giorno diventare super amici di qualcuno.

Comunque.

James ha una famiglia particolare, i suoi sono divorziati, sua sorella è un po’ stronza, sua madre schizzata (ma a tratti comprensiva) e il padre è un emerito coglione che si fa dei ritocchini al viso e accusa il figlio di essere omosessuale perché mangia le penne al pomodoro al posto della bistecca.

L’unica persona che James stima è Nanette, sua nonna.

I personaggi meritavano qualche riga in più per ciascuno, compreso il protagonista. L’autore visto che ha incentrato la sua opera sulla psicologia del personaggio (che tra l’altro andrà dalla psicologa) avrebbe dovuto offrire al lettore più dettagli sui personaggi, perché effettivamente il libro scorre veloce (forse troppo) senza però lasciare una vera e propria traccia dei vari personaggi e pure di certe situazioni, come appunto gli incontri con la psicologa.

Forse è un libro che presenta qualche stereotipo, anzi senza il forse.

La nonna comprensiva e buona, la madre con le relazioni fallite, la sorella libertina e poi lui, il protagonista. Disadattato e infelice.

Il finale poi, un non – finale. Il classico trucco di non dare un vero e proprio finale alla storia e di lasciare come dire… Libertà al lettore. Ma a me questa cosa dei finali non disturba, a me i finali non interessano.

Per dire che non mi interessava manco sapere chi sarebbe morto tra Voldemort e Harry.

Ah, per la cronaca… Crepa Voi – sapete – chi.

Tornando al libro, lo stile mi è piaciuto. Io sono una fan sfegatata di Holden e dello stile con cui è stato scritto, cosa che rendeva Holden così particolare. In questo libro invece lo stile è asciutto e incolore. E vi dirò che secondo me è piuttosto azzeccato, io sono comunque riuscita ad “affezionarmi” al protagonista, sebbene l’autore non sia stato proprio l’anima della festa e non ci abbia messo molto sentimento nel raccontare.

James è un personaggio che apprezzo per la sua sincerità, per il fatto che non si sforzi ad essere quello che non è.

Ma è la solita storia, isolarsi eccetera… Ci fa sentire “superiori” alla massa, forse. Ma alla fine ci rende degli infelici.

Alla fine James vorrebbe essere quell’universitario allegro, spensierato e un po’ deficiente che lui odia tanto o almeno, questa è l’impressione che ho avuto.

Citazione dal libro: Volevo solo un posto dove stare da solo.
Per me è un bisogno primario, come l’acqua e il cibo ,ma ho capito che non lo è per tutti.

Libri 2016: qualcosa di buono e qualcosa di meno buono!

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Quest’anno ho più riletto che letto, infatti i libri letti nel 2016 non sono molti, anche se di sicuro ne ho dimenticato qualcuno per strada. Qualche libro è stato un fortunato acquisto da Libraccio (sia online, che nella libreria fisica), sebbene io non sopporti comprare libri dalle pagine già ingiallite e invecchiate in chissà quale angusta stanzetta… Però oh, bisogna sapersi accontentare, soprattutto quando si è poveri. Detto ciò, il post è un po’ lunghetto, io non so recensire, quindi sono proprio brevi impressioni che i libri mi hanno lasciato. Ah, su Libraccio (online) ci sono ancora molti sconti (anche se io non ho acquistato nulla) e nel sito Feltrinelli potete ordinare libri senza pagare le spese di spedizione. Io ho acquistato Arancia Meccanica!

Ecco i libri letti nel 2016.

Franny e Zooey di J. D. Salinger non mi ha fatta impazzire, sebbene il libro sia piuttosto breve, ho faticato a proseguire la lettura in certi punti. Ho ammirato (come avevo già avuto modo di ammirare ne Il giovane Holden) l’abilità di Salinger nel descrivere e caratterizzare i personaggi, in questo caso ci troviamo di fronte a un’intera famiglia, quella dei Glass. La mia preferita è sicuramente Franny, la sorella minore, che si ritrova circondata da intellettuali ben vestiti, gli hipster di oggi, i personaggini borghesi del momento, annoiata dai discorsi del suo ragazzo Lane, Franny si rende conto di quanto sia monotono e impostato e artificioso nei discorsi. Zooey è il fratello di Franny e fa l’attore. Lui non mi ha appassionata un granché, l’ho trovato troppo costruito ed esagerato, forse ho sentito un po’ la nostalgia di Holden (mannaggia!!!) e della sua autenticità. Come sempre ho apprezzato la copertina bianca, pura, senza fronzoli del libro (tipico di Salinger). Una citazione che mi ha colpita dal libro: “Lane” – Franny lo salutò contenta: lei non apparteneva certo alla categoria di quelli che svuotano la faccia di qualsiasi espressione.

Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Questo libro erano anni che mi dicevo di leggerlo. Inizialmente l’ho trovato un po’ lento, poi da un certo momento in poi ho cominciato a leggerlo tutto d’un fiato. È il classico libro che ti fa rodere per le ingiustizie che accadono, d’altra parte si tratta di un processo di un ragazzo negro, accusato di aver violentato una donna bianca. L’avvocato Atticus, padre di famiglia e della voce narrante (Scout) è un personaggio fantastico, dotato di morale e di un certo umorismo, rende il processo da leggere molto scorrevole e avvincente. Ci sono diversi punti di suspense e un antagonista che a me ha messo inquietudine e paura. I personaggi sono descritti benissimo ed è (almeno per me) stato impossibile non affezionarmici. Citazione: Ma prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

Lolita di Nabokov. Avrei voluto scrivere un post a parte su questo libro, che ha suscitato in me sentimenti contrastanti. Anzitutto l’ho letto perché qualche anno fa mi imbattei nella trasposizione cinematografica di Lolita di Kubrick. Ecco, a me Kubrick non piace come regista (eresia, lo so, ma è la verità) e il suo film mi mise addosso un malessere pazzesco, tant’è che non lo terminai di vedere. Trovato il libro a pochi dindini ho deciso di comprarlo. La storia è scritta divinamente. In questo momento direi che è il miglior stile in cui io mi sia imbattuta. Sarà per tutto quel francese che è stato ficcato nei dialoghi e nella narrazione. La trama (credo nota ai più) racconta dell’infatuazione di un professore molto colto per una ragazzina (Lolita), la figlia di una signora che gli affitta una stanza. Si parla quindi di un tema delicatissimo, affrontato in modo mai (o quasi) volgare, né troppo esplicito. Chiaramente il lettore capisce perfettamente cosa sta succedendo, ma il linguaggio è raffinato, in netto contrasto con la tematica. Personalmente ho trovato ogni singolo personaggio sgradevole. Lolita è una ragazzina precoce e sveglia, dotata di un certo senso dell’umorismo e di una lingua tagliente. Il professore ne è ossessionato e la sorte giocherà a suo favore: potrà avere Lolita, la ninfetta (come la chiama lui) tutta per sé. C’è un dettaglio o comunque un aspetto del professore che mi ha colpita positivamente, in mezzo a tutto quel disgusto. Il professore è un uomo che detesta i discorsi banali, le convenzioni, le cose dette tanto per dire. Ho letto opinioni contrastanti su questo libro, qualcuno l’ha definito pesante nello stile. Io non sono d’accordo e vi assicuro che non sono una fan del prolisso. Il libro non è noioso, ma secondo me per apprezzarlo bisogna avere una certa maturità. Bisogna essere in grado di giudicare l’opera in sé, come è stata scritta e non la morale, altrimenti è abbastanza scontato che il giudizio sarebbe negativo. Citazione: Cercava le parole. Gliele fornii mentalmente. (“Lui mi ha spezzato il cuore, tu hai solo spezzato la mia vita”).

I love shopping a Hollywood di Sophie Kinsella. L’autrice è famosa per il suo stile frizzante, divertente e ironico. Ho apprezzato la saga I love shopping e ho riso di gusto diverse volte. Purtroppo però questo libro è stata una delusione, fortuna che l’ho pagato la metà, perché davvero non val la pena comprarlo. Non ha nulla a che vedere con lo stile che caratterizza gli altri libri della saga, è spento, ridicolo, monotono. Becky non ha un minimo di verve né di carattere, si caccia in situazioni che la rendono proprio una nullità. Il libro è vuoto e superficiale, che okay, la frivolezza era condimento essenziale degli altri libri, ma in questo caso non è più frivolezza,  è proprio il nulla totale. Poi è inutilmente lungo, pagine e pagine di vuoto e di noia… Per poi scoprire che non è finito lì! Per sapere come si risolve il grandissimo mistero (pff) che tecnicamente dovrebbe far appassionare alle vicende, dovrete acquistare un altro libro ancora! Veramente una trovata triste. Perché gli altri “I love shopping” perlomeno hanno ognuno un finale, sebbene si tratti di una saga. Questo invece no e fa pure schifo! Non compratelo, dico davvero. Non mi vengono in mente citazioni degne di nota, onestamente.

Dracula di Bram Stoker. Okay, questo è stato un libro con un inizio pazzesco, scorrevole, ritmo veloce, da subito avvincente. Mi coricavo e bam, leggiamoci un po’ di Dracula per conciliare il sonno. Poi ecco che sono arrivata a un punto in cui non ne potevo più. Ma dico davvero, ha cominciato ad annoiarmi, a incagliarsi, così l’ho più volte accantonato perdendo il filo. Lo so, è brutto da dire di un libro, ma onestamente l’inizio è stato un po’ traditore. Che poi gli inizi sono fondamentali eh, infatti continuo a reputarlo un bel libro soprattutto per l’inizio. Quando l’autore ha cominciato ad infilare un personaggio dietro l’altro nella storia io mi sono un po’ persa… Poi io, sebbene dotata di grande memoria, faccio sempre un casino coi nomi dei personaggi e fatico a ricordarli. Consiglio per chi intende leggerlo e si ritrova nel punto in cui “aiuto, ho perso il filo del discorso” di non demordere, perché il libro riacquista velocità verso la fine. Citazione: Benvenuto nella mia casa. Entrate liberamente. Andate tranquillo, e date a questo luogo qualcosa della felicità che recate con voi!

Infine cito nuovamente Harry Potter e la maledizione dell’erede di J.K. Rowling, John Tiffany & Jack Thorne. Ne ho parlato ampiamente in questo post, quindi ovviamente non starò a ripetermi. Non ho trovato frasi che mi abbiano colpita particolarmente.

Questo è quanto!

Giornata mondiale del libro

Oggi per dispetto non aprirò manco un libro!

Una non – storia da lettrice

Oggi vi invito a leggere le mie quasi letture preferite commentate da KalosfAvvocatolo e Ysingrinus.

Andate a leggervi pure le altre storie di lettori mandate al pazzesco trio Kavvingrinus e inviategli pure le vostre, tanto che ve costa? Qui vi ricopio la mia “storia” che non è affatto una storia ma dire storia suona molto bene, però è molto più interessante arricchita dai loro commenti (più una bellissima foto), ve lo assicuro!

Infanzia ad oggi: letture più o meno significative

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” (J.D. Salinger). Ecco qui alcuni di quei libri.

Piccole donne (Louisa M. Alcott): prima elementare, mia zia si presenta a casa mia con sto libro e io mi chiedo: e mò chi glielo dice a questa che io leggo solo i Piccoli Brividi? Fingo quindi di leggerlo, mia madre si vanta con parenti e amiche di quanto io sia una lettrice precoce e la maestra dice ai miei compagni di prendere esempio da me, che questi sì che sono libri da leggere. Io non smentisco e leggo quel libro solo qualche anno dopo. Mi taglio pure i capelli come la ribelle Jo (una delle protagoniste), solo che mi stanno di merda e so che quel taglio osceno è la giusta punizione per aver mentito anni prima.

Harry Potter (J.K. Rowling): sono alle medie, suppergiù in seconda, c’è il boom di Harry Potter e io lo snobbo, mi vanto di essere una delle poche a non averlo letto. Un’amica mi regala il primo volume e io non lo leggo, pensando che sia proprio un libro per mentecatti. Così, quando una tizia me lo chiede in prestito non esito un secondo. Quel libro però, non l’ho più rivisto. Anni dopo mi regalano il terzo volume e io mi dico “va beh, famo sto sforzo” e da lì fu amore. Amo tutti e sette i libri. Harry Potter ha personaggi autentici, sia nel bene che nel male. È verosimile, nonostante si parli di magia, è facile immedesimarsi in molti dei personaggi, anche in quelli più ambigui. I protagonisti non sono dei vincenti, vengono derisi, faticano per emergere e devono contare solo sulle proprie forze… Che poi, essendo dotati di bacchette magiche non è che sia così difficile, eh. I “cattivi” principali hanno alle spalle delle storie affascinanti, che spingono il lettore a volerne sapere di più, talvolta si prova quasi compassione per loro, nonostante siano il male in persona. La morte è una costante in tutti e sette i libri, la Rowling non esita ad eliminare personaggi vicini al lettore. Non manca mai l’ironia, ingrediente (a mio parere) fondamentale per la buona riuscita di un libro.

Il giovane Holden (J.D. Salinger): lo leggo in seconda superiore e mi convinco che Holden sia l’uomo della mia vita, forse perché alto e “contaballe”. (Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado in edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente gli dico che sto andando all’opera.). È sicuramente il mio libro preferito. Holden è un incompreso, sospeso fra l’innocenza e la maturità, troppo maturo per adattarsi ai coetanei, ma ancora legato all’innocenza, alla purezza dell’infanzia, come d’altra parte si sa leggendo la scena centrale del campo di segale.

La signora Dalloway (Virginia Woolf): la storia di questa scrittrice mi ha sempre affascinata molto, vuoi per la fine che ha fatto, vuoi per le turbe che aveva, la Woolf è stata sicuramente una donna interessante. In questo libro credo che la Woolf abbia trasferito parecchie delle sue inquietudini, tentando di concedergli un finale “luminoso”, a differenza del suo, di finale. Lo sfondo scelto per la storia è Londra e l’occasione è una festa organizzata da Clarissa Dalloway, protagonista del romanzo: donna ricca dell’alta società inglese, frivola e sposata a un uomo per convenienza. Clarissa è una donna che si crogiola nei ricordi di un passato piacevole e intenso. È un personaggio nostalgico, che sembra vivere di ricordi. E alla sua festa si circonda di presenze del passato. (Una vecchia fiamma e una vecchia amica). E in quella festa, fra il chiacchiericcio e lo sfarzo, irrompe la morte, la morte di un altro personaggio che Clarissa non conosce. Un reduce di guerra tormentato dal passato, che decide di suicidarsi. La notizia della morte di Septimus (è così che si chiama) porta Clarissa alla consapevolezza di essere viva ed è finalmente in grado di apprezzare il presente.

Il marito in collegio (Giovannino Guareschi): questo è un libro paradossale, la protagonista (Carlotta) è frivola e benestante ed è costretta dallo zio a trovarsi un marito se vuole ereditare i suoi soldi. Tutti i candidati che lei gli propone non vanno bene, tutti tranne Camillo, un uomo poco colto e goffo, ma di buon cuore e perdutamente innamorato di Carlotta. Dal canto suo Carlotta non lo sopporta e Camillo viene mandato in collegio ad imparare le buone maniere. Le vicende sono assurde, i dialoghi brillanti, l’ironia la fa da padrone. È un ottimo libro, con un’ottima trama, scorrevole e con una sua morale nascosta dietro alla satira e allo stile irriverente tipici di Guareschi.

Biblioteche verdi… Speranza

 

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(Foto presa dal Web)

In questo articolo presente nella pagina Facebook Il Libraio ho letto che è in voga da diverso tempo un’iniziativa chiamata Little Free Library, iniziativa che nasce negli Stati Uniti nel 2009, da un’idea di Todd Bol. Il sior Bol ha costruito «una cassetta (come quelle utilizzate per gli uccelli o i pipistrelli) che ospita libri accessibili a tutti, gratuitamente (…)» Un altro americano, Rick Brooks si premura invece di catalogare tutte quelle già esistenti nel mondo. Che cosa accomuna queste singolari biblioteche?

Le possiamo trovare nei parchi di alcune città, nei cortili di condomini, ai giardinetti. C’è la possibilità di lasciare i propri libri e di prenderne in prestito altri. L’iniziativa ha preso piede anche in Europa, a Berlino ad esempio queste biblioteche verdi sono ricavate «nei tronchi degli alberi morti», a Reykjavík ce n’è una nel parco di Tjörnin e alcuni dei libri presenti sono stati donati dagli scrittori locali.

In Italia la prima biblioteca all’aperto è nata nel 2012, nel quartiere Vigna Clara a Roma, grazie all’insegnante Giovanna Iorio. Affascinata dall’idea di trovare libri in mezzo al caos cittadino, l’insegnante ha aperto anche un blog dove dà consigli per realizzare questo progetto a chi è interessato. Le “free library” non si trovano solo nelle grandi città italiane, ma sono presenti anche nelle realtà più piccole e pure da un pezzo. (Informarsi per credere). I “contro” quali sono? C’è il rischio che i libri vengano rubati, maltrattati, o che si possano trovare vecchi manuali polverosi in pessimo stato che qualcuno ha pensato bene di schiaffare nelle “cassette free”. Rischi che possiamo tranquillamente correre vista la bella iniziativa.

Vi lascio i link da dove ho tratto le informazioni:

http://www.illibraio.it/little-free-library-italia-211000/

http://www.lenius.it/little-free-library-cosa-sono-e-come-funzionano/

http://littlefreelibrary.org/

http://littlefreelibraryitaly.blogspot.it/

 

 

In treno mi racconto

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(Presa dalla pagina Libreriamo)

Qualche giorno fa ho letto di questa iniziativa per noi pendolari imbronciati, che come zombie ci spostiamo in bus, treno, auto, moto e ragnatela (i più atletici di noi) per raggiungere l’università, l’ufficio, la fabbrica, quel che l’è, trovandoci in mezzo a situazioni surreali, divertenti, drammatiche, piccanti (i più fortunati). L’iniziativa a cui mi riferisco si chiama PendoLibro (2016) e “avrà come protagonisti la fantasia e la voglia di raccontare di migliaia di italiani”. Dunque, se qualcuno di voi una mattina si sveglia e si sente molto J.K. Rowling (a chi non è mai capitato?) e ha una gran voglia di raccontare gioie e dolori di una vita da pendolare potrà farlo “scrivendo uno o più racconti brevi (…) per un numero di caratteri compreso tra un minimo di 6.000 ed un massimo di di 30.000, spazi inclusi. I racconti potranno essere caricati sul sito o sulla pagina Facebook di Libreriamo“.

L’iniziativa – che ha già avuto successo nelle prime due edizioni  –  si concluderà il 15 febbraio 2016.  Il premio? Vedere il proprio racconto finire in un ebook pubblicato da Feltrinelli Zoom. Si tratterà del quarto libro realizzato “con i racconti della gente”, ne è un esempio un’altra iniziativa realizzata sempre da Libreriamo chiamata “L’intimo delle donne”, un modo per raccontarsi e denunciare i disagi che in molte non hanno avuto il coraggio di “dichiarare” (mannaggia a voi!).

A ogni modo: se la vostra idea è quella di parlare di un treno espresso dove strafogarsi di dolcetti, che vi porta dritti in una scuola di magia che gli altri non possono vedere… Beh, inutile dirvi di lasciar perdere…

La “famigghia” ha sempre ragione?

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(Foto presa dal Web)

Quando penso a un ambiente famigliare “coercitivo” mi viene in mente la classica figlia costretta a casa e chiesa, che deve arrivare illibata fino al matrimonio. Oppure la figlia che non può dialogare con i propri genitori poiché molti argomenti sono considerati tabù e via così.

Insomma, non penso certo a un ambiente libertino, con persone acculturate, dove si può parlare di tutto e confrontarsi. Eppure mi sono dovuta ricredere, leggendo l’opera “Dove le donne” dell’autore spagnolo: Álvaro Pombo.

All’inizio il fascino di questa famiglia composta solo da donne mi aveva condizionata a tal punto da credere che quella potesse essere la famiglia ideale, un po’ come la figlia maggiore – voce narrante del romanzo – che fino a una certa età è convinta che la sua famiglia sia perfetta, poiché diversa dalle altre.

La figlia maggiore, che è anche la protagonista della storia (il suo nome non viene mai rivelato) vive su un’isola assieme ai suoi fratelli, alla loro madre e alla zia. I tre figli crescono quindi sotto l’influenza delle due donne di casa, che sembrano detestare tutto ciò che è convenzionale: chiesa, matrimonio e relazioni.

La protagonista si sente superiore rispetto alle persone “comuni” definite nel libro come “uccelli da cortile”. Cresce inoltre nella convinzione che le figure maschili non siano necessarie (e che siano intercambiabili) che gli uomini al limite possano compiacerla e non certo ricoprire un ruolo fondamentale nella sua vita, questo perché la madre le inculca i suoi valori, descrivendo inoltre il loro padre come un uomo frivolo, privo di spessore, superficiale che le ha infatti abbandonate.

La sicurezza di appartenere a un nucleo famigliare esclusivo e superiore a quello degli altri comincia a vacillare quando incontra Fernando, il “vero” padre. Fernando le fa notare quanto somigli alla madre, negli atteggiamenti, nella sicurezza di essere migliore rispetto alla “massa”.

In quel momento la protagonista si rende conto di aver semplicemente imitato i sentimenti della madre, senza mai metterli in discussione. Fernando accusa la protagonista di “mandare a spasso”gli uomini e di essere incapace di provare emozioni, la definisce “sterile”. Sebbene le parole di Fernando siano dure permetteranno alla protagonista di disilludersi e di chiedersi il motivo che induce la madre a detestare gli uomini.

L’approccio della protagonista con i ragazzi è fortemente condizionato dall’opinione della madre, non riesce a legarsi a loro poiché sa che la madre non approverebbe. Si impone quindi di imitare il modello materno, “con i ragazzi succede che mi annoio” si racconta. La sua vita è volta a volersi distinguere dalle altre ragazze, ma non secondo il suo punto di vista bensì seguendo quello materno. Tutte le certezze nutrite nei confronti di quello stile di vita apparentemente libero crolleranno quando la madre e il padre riprenderanno a frequentarsi. La protagonista si rende conto che sua madre non ha fatto altro che mentire a se stessa e, di conseguenza, a lei.

La vera rottura con la madre avverrà soltanto in seguito alla scoperta di un segreto sulla sua famiglia. La protagonista deciderà quindi di fuggire da quell’ambiente soffocante e di riappropriarsi della sua autonomia e della sua libertà di pensiero.

Questo libro è insolito, diverso da tutti i libri che ho letto e offre molti (s)punti di riflessione. Il condizionamento famigliare, che non sempre ci rendiamo conto di subire, lasciarsi inculcare valori che ci sembrano validi, che non ci prendiamo la briga di analizzare o di contestare (tanto lo dice mammà!).

Sebbene inizialmente la pensassi come la protagonista, ossia che la sua fosse una famiglia emancipata e affascinante nella sua eccentricità mi sono dovuta ricredere, assieme alla protagonista. Questo è un romanzo di formazione, dove la protagonista crescendo smaschera i suoi famigliari, riuscendo a trovare finalmente la propria individualità.

L’abito non fa il libro (?)

bookmob

(Foto trovata in rete)

Oggi ho letto questo articolo intitolato “La libreria che vende libri al buio”.

I libri in questione vengono impacchettati in una carta marrone e non è quindi possibile sceglierli in base alla copertina. Si va proprio alla cieca. Succede in Australia, “nella catena di librerie indipendenti Elizabeth’s Bookshops”. In barba ai pregiudizi di ogni genere che scoraggiano a scegliere un libro e a preferirne un altro, in queste librerie è possibile acquistare un libro basandosi solo su “parole chiave, brevi frasi o aggettivi” che lo descrivono.

Tutto questo è frutto di un progetto chiamato “Blind date with a book” , ossia“appuntamento al buio con un libro”.

La direttrice delle librerie coinvolte nel progetto – Melanie Prosser – ha detto in un’intervista che “il progetto era partito per incoraggiare le persone a uscire dalla propria comfort zone letteraria”.

Ora, non voglio lanciarmi in una di quelle lagnose domande del tipo “come scegli un libro” maaaa… Voi come li scegliete i libri? Perché io sono una pessima acquirente. Prima di tutto sono mesi che compro solo libri usati, spesso e volentieri direttamente da internet e da persone comuni che si “sbarazzano” dei loro vecchi libri. Per quanto riguarda la scelta dei libri io non sono una che si lancia sulle novità (a meno che non mi vengano caldamente consigliate) e solitamente evito le copertine troppo luccicanti, vistose ed eccessive. Per farvi un esempio, il mio libro preferito in assoluto è Il giovane Holden di Salinger e trovo che anche esteticamente sia fatto apposta per me! Bianco, con titolo, autore e casa editrice scritti in nero. Ospedaliero al punto giusto e molto rassicurante. Se penso invece alle ultime/nuove edizioni di Harry Potter… Mi vien da piangere! Alcune delle case editrici che sfornano libri con illustrazioni sobrie e che mi piacciono sono la Neri Pozza e l’Adelphi. Ma apprezzo molto anche le copertine dei libri di Palahniuk editi da Mondadori. Trovo sia sempre interessante notare l’affinità fra illustrazione e tema del libro.
A ogni modo mi trasferirei volentieri in una libreria, tipo la Lovat (anche se odio gli intellettuali o presunti tali che albergano lì giorno e notte decantando vini e sfogliando il giornale) oppure da Libraccio, però compro sempre meno in libreria e questa non è proprio una cosa positiva.

L’iniziativa australiana mi sembra interessante, ovviamente non è che si gioca a mosca cieca con tutti i libri, c’è uno scaffale apposito dove potersi “divertire” a scegliere un libro in base a qualche indizio. Pare che il progetto sia stato attuato pure in Italia. Io mi limiterei a cercare di azzeccare il titolo, senza però acquistare il volume.