Giudico dunque sono

Poco fa ho letto l’unica cosa sensata riguardo la vicenda del sedicenne morto suicida a Lavagna e la potete trovare qui, l’articolo si intitola Mamme degeneri e altre catastrofi: sulla madre del sedicenne suicida.

Ho letto anche altre riflessioni su quel figlio suicidatosi perché (prendete con le pinze questo perché) la madre ha chiamato la Finanza dopo aver trovato droga leggera che gli apparteneva.

Quello che più mi ha turbata di questa faccenda, perché i suicidi mi turbano più degli omicidi quasi, indipendentemente dall’età della vittima, sono state alcune delle riflessioni partorite da “psicologi” improvvisati, profondi conoscitori della gioventù di oggi… Ah ah.

La maggior parte di queste grande menti ha accusato la donna di essere una cattiva madre, di essersi scandalizzata per un po’ di fumo… Poi ci sono stati i soliti fricchettoni “comunisti” che hanno accusato addirittura la Finanza e che hanno detto che è assurdo che nel 2017 la gente ancora rompa le palle per le canne.

Insomma, la colpa sarebbe in primis della madre, la quale non avrebbe saputo capire il figlio… Perché si sa, il mondo è pieno di genitori modello, che conoscono tutte le turbe e paturnie dei loro pargoli, che sanno tutto quello che i figli fanno e non fanno, le loro paure e debolezze… Io non sono madre ma sinceramente non ci vuole un genio o un genitore per capire la stronzata colossale che si cela dietro a quella sentenza pungente “non ha saputo capire il figlio”. Ma non perché non sia vera, bensì perché nessuno può capire a fondo un altro essere umano.

La gente poi si è scatenata (fortunatamente poca gente) quando ha scoperto che il figlio era stato adottato, dunque si trattava di una madre non “naturale”.

Ah, quanto ci piace parlare di cosa sia o non sia naturale, al giorno d’oggi.

Qualcuno è addirittura giunto alla conclusione che quel figlio non fosse stato capito proprio perché adottato…

Tralasciando quest’aspetto che mi preme meno, vorrei concentrarmi su quella canna.

Ma noi davvero abbiamo gli strumenti per giudicare questa madre e questo figlio?

Davvero possiamo ridurre tutto a un “lei era una madre cagacazzi che non lasciava fumare il figlio in santa pace?”.

Mi viene la pelle d’oca.

E sapete una cosa?

Tutti o quasi hanno dato contro a queste parole della madre:  “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi”.

Io sono d’accordo con lei.

Non lo so cosa ci sia dietro alla loro storia e non lo voglio manco sapere, non conosco il dolore di quella famiglia, ci sono persone che soffrono e semplicemente non lo dicono, si portano macigni dentro e alla fine vengono schiacciati.

Ma credo che quando manca dialogo in una famiglia, quando i figli sono viziati, fanno ciò che vogliono perché “tanto sono ragazzi”… Beh, quei figli sono spesso dei deboli.

Così come accade per i figli delle cosiddette “madri chiocce”… Questo per dire che nessun genitore è perfetto, nessun figlio è perfetto, nessuna persona è perfetta.

In tanti hanno detto che la canna non porta all’eroina.

Certo, ma nel mezzo ci sono tante sfumature.

E vi assicuro che conosco persone a me care che dalla canna all’eroina non ci sono arrivate. Ma alla ketamina, agli acidi e ad altre droghe non certo leggere ci sono arrivati eccome.

Non sto dicendo che per forza di cose uno finisca drogato, sul marciapiede, sia chiaro. Ci sono persone che si realizzano lo stesso, ci mancherebbe.

Persone che si fumano le canne e vanno tranquillamente avanti con la loro vita.

Ma non biasimo una madre per essersi preoccupata che il figlio si fumasse le canne.

Ma soprattutto non lo possiamo sapere se fosse tutta lì la questione.

Giorni fa è morto un trentenne (se non ricordo male) qui in Friuli, suicida. La sua lettera d’addio ha fatto il giro della nazione. Quasi tutti si sono soffermati su quel “precario”, quella mancanza di lavoro che fa perdere le speranze, la voglia.

Ma quella lettera parlava d’altro, non solo di lavoro. Parlava di insensibilità, difficoltà a trovare l’amore. Di tutta una serie di mancanze, non solo lavorative, ma affettive.

Ma ecco che riduciamo tutto a una sola causa. Perché fa comodo, fa più clamore.

Precariato, il fumo.

Sarà, ma – sebbene io non lo possa sapere – secondo me c’è sempre altro e noi non siamo nessuno per puntare il dito contro ai genitori.

Nelle parole che ho letto, non tutte, fortunatamente, era un continuo incolpare la madre per essersi preoccupata delle canne che il figlio si faceva.

A me non interessa riflettere sul gesto di questa madre che ha chiamato la Finanza.

Mi interessa capire la presunzione di chi attacca questa donna, la sicurezza che la colpa fosse sua, la cattiveria nell’etichettarla come una pessima madre…

Noi invece siamo sempre tutte brave persone, sedute comode, davanti al pc… Ci vedete? Leggiamo, commentiamo, giudichiamo e siamo sempre migliori degli altri e prendiamo sempre le decisioni migliori degli altri… E ovviamente, al posto di questi cattivi genitori, ci saremmo comportati in modo esemplare.

 

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Una storia di me

Avvertenze: si tratta di un post lungo e incasinato. Probabilmente in certi punti ci sarà un po’ di miele: già dalla foto, eh. In altri sembrerò voler fare la vittima e me ne scuso anticipatamente.

Giorni fa ho letto un breve articolo sui problemi delle adozioni, le pratiche lunghe, famiglie italiane che aspettano eccetera eccetera. (Questo è l’articolo).

Ho pensato che qui parlo spesso dei fatti miei, di ciò che mi piace e non mi piace fare e così via, ma mi sono sempre limitata ad accennare (raramente) al fatto di essere figlia adottiva.

Non lo so, sarà che per me è non è un fatto eclatante e neppure per la gente che mi conosce (più o meno bene), come i miei parenti o le mie amicizie. Raramente si accenna a questo fatto, ma non perché sia un tabù, semplicemente perché per noi è la normalità.

Tuttavia le persone che non mi conoscono mi pongono spesso domande, la maggior parte delle volte stupide. Alcune volte mi vengono fatte osservazioni superficiali e banali, ma di sicuro pure a me capita di farle agli altri.

La prima cosa che mi viene chiesta è: sei italiana? Oppure mi viene chiesto di dove sono.

E io lì fingo ingenuità e rispondo con “sì, sono italiana” (il che è vero) e “sono di…” (dicendo a grandi linee dove abito).

E loro scuotono la testa e insistono: “sei italiana, ma non sei nata qui”. Perspicace.

No, non sono nata qui. E allora partono ad affibbiarmi una marea di nazionalità. Mi sono sentita dare della venezuelana, della tunisina, della marocchina, della filippina e poi boh, ho perso il conto. Io ascolto tutto molto pazientemente, anche se dentro me spero che finisca il solito supplizio. Poi dico “no, sono nata in India”. E c’è sempre qualcuno che interviene dicendo “l’avevo detto io”. Sì ma non è che si vinca qualcosa, eh. Il fatto è che io sono parecchio alta e secca, le mie forme sono piuttosto scarse e quindi si fa difficoltà ad inquadrare bene la provenienza, considerando che le donne indiane solitamente hanno le tette grosse (mannaggia!) e sono culone. Anche se l’India è talmente vasta che tutto è possibile.

Va detto che nessuno mi ha mai scambiata per una svedese, questo no.

Dico la verità, mi brucia. Mi brucia pronunciare quelle parole, raramente dico “sono indiana”. Perché io non lo sono. Le mie radici non sono italiane, ma la mia infanzia come la vita fino a oggi l’ho vissuta qui, in Italia. La mia famiglia è italiana, le mie amicizie sono italiane, la mia cultura è italiana. Sono qui dall’anno e mezzo d’età, come potrebbe essere altrimenti?

Mi è capitato spesso, in sede d’esame che professori tanto acculturati mi ponessero domande banali sulla mia nazionalità. Ma forse per le persone si tratta solo di semplice curiosità, per me invece è invadenza.

La gente mi chiede spesso se so qualcosa dei miei veri genitori. I miei veri genitori? Per me è chiaro che il sangue non conta, non potrebbe essere altrimenti. Non somiglio a nessun mio famigliare (esteticamente), eppure ho gli stessi atteggiamenti di mia madre e lo stesso caratteraccio di mio padre.

Poi mi chiedono se conosco la mia lingua. Ma voi a 1 anno parlavate italiano fluente e recitavate la Divina Commedia a menadito?

Io non credo, eh.

Eh, ma ti sarà venuta voglia di imparare la tua lingua.

Io la mia lingua la conosco bene, grazie.

Poi ci sono quelli che mi chiedono se sono mai ritornata in India.

Ritornare in India?

A fare cosa?

Io l’India la vedo con occhi da occidentale. Un posto esotico, caldo, sgargiante, sporco e forse pure ambiguo. Perché dovrei tornarci?

A scoprire le tue origini.

La gente resta perplessa, si rattrista di fronte alla mia freddezza. Come se per me fosse un dovere o fosse naturale sentire la necessità di vedere quei posti.

Mi capita di leggere storie di figli adottivi che non vedono l’ora di fare questi viaggi alla ricerca di loro stessi e alla scoperta dei loro posti di origine. Non li capisco, mi infastidiscono quasi.

Questa smania di voler ostentare la loro diversità.

Posso capire chi è venuto qui a una certa età, quando i ricordi non sfumano e qualcosa ti rimane.

Questo sì, posso capirlo.

Poi ci sono state le classiche offese. Come nel caso di chi ha le orecchie a sventola o è strabico. Le caratteristiche fisiche si sono sempre prestate alle offese.

Da bambina io ero molto sicura di me e orgogliosa, pure. Sentivo la mia “diversità” come un punto di forza. Crescendo (sebbene nessuno mi abbia mai fatto pesare nulla) ho cominciato a perdere quella sicurezza.

Quando mi offendevano io non sapevo per cosa prendermela.

Non potevo offendermi perché io ero italiana, non ero indiana. Ma loro attaccavano quella parte di me che mi faceva risaltare tra gli altri, quella parte che in fin dei conti mi rendeva diversa.

Mi è capitato di guardare quelle famiglie indiane numerose che viaggiano per mete europee, e i loro figli vanno a scuola in Occidente. E possono indignarsi se qualcuno li attacca, perché loro hanno radici, loro sì, sono indiani. Hanno una doppia cultura e se qualcuno l’attacca sanno per cosa offendersi.

Soffrire per me era faticoso. Ho cominciato a non voler più andare al mare. Da ragazzina ero parecchio spigolosa, in più (ovviamente) al mare mi abbronzavo. Tenevo su la maglietta, non volevo essere bersaglio di sguardi. Mia madre si rattristava molto. Io mi coprivo il più possibile, mi piaceva tanto andare al mare ma al contempo avevo paura. Paura che la gente mi guardasse, che mi giudicasse. E sapete perché? Perché non volevo essere giudicata per quei dettagli che io non sentivo miei, che per me non mi appartenevano sebbene invece fossero parte di me.

Andavo al mare con le amiche e loro avevano già le forme, la pelle chiara che si abbronzava delicatamente, i ragazzi che già si interessavano a loro. Io mi vergognavo, volevo solo scomparire. Ero magrissima (sana, ma magra di costituzione), avevo i capelli spettinati e nerissimi, il seno piatto, le gambe chilometriche. Ero sgraziata perché avevo messo su tanti centimetri in un colpo.

Non ero proprio una bellezza, da ragazzina.

Poi sono cresciuta, maturata un poco. Qualcosa è cambiato, certamente le paranoie sono rimaste, ma non legate all’aspetto, perlomeno.

Complice il mio ex ragazzo che mi ha aiutata a sdrammatizzare su tutti quei dettagli che io consideravo difetti, un marchio di cui avrei fatto volentieri a meno. Quando qualcuno ti ama davvero, ti insegna anche ad amarti di più.

Il fatto di non nascondermi più mi rendeva finalmente quella ragazza che non ero mai stata, in mezzo alle altre. Finalmente risaltavo, la bellezza delle altre non celava più la mia, solo perché ero io a scegliere, ero io a scegliere di mostrarmi di più.

Imparare a volersi bene è faticoso e richiede tempo, non lo so se si arrivi nella vita a un punto di completa accettazione, francamente temo di no. Tuttavia piacersi un po’ di più e nascondersi di meno sono ottimi punti di partenza… E talvolta di arrivo.

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Di nuovo perdonatemi per l’eccessivo miele, ma credo che questa storia meriti una breve testimonianza. Qui sono io tremila anni fa con mia mamma, quando sono venuti a “prendermi”: nello sfondo c’è l’Oceano Indiano.

Bulli e pupe

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(Foto da qui)

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il gel impiastricciava quei capelli biondo scuro. Occhi verdi e volto angelico, quasi buono. Jeans cascanti che scoprivano il bordo dei boxer lasciandone intravedere la marca. T – shirt sportiva e Nike ai piedi. Non era molto alto rispetto a certi suoi coetanei, ma aveva quell’aria così sicura di sé.

Era un bravo ragazzo.

Aveva tredici anni e andava a scuola in corriera. Sedeva in ultima fila. Certe volte dormiva in grembo alla più carina della classe. Capelli castano chiaro, morbidi come le sue forme. Seni pieni ma non esagerati che sbucavano da sotto al maglione stretto. Gli occhi color nocciola e un lieve velo di sfida che li attraversava, di tanto in tanto.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

I ragazzini gli stavano sempre intorno, adoranti. I volti prematuri sporcati dall’acne. Le voci non ancora formate, alcune infantili, altre basse e profonde, difficili da regolare a quell’età.

Pantaloni gonfi per quelle strisce di pancia appena scoperte. La paura di non appartenenza, voler essere simili facendo le stesse cose, pensando le stesse cose.

Si bagnavano quando lui li degnava di attenzione.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo. A scuola prendeva voti bassi. I professori chiudevano sempre un occhio se alzava un po’ la voce. Solo una professoressa disse alla madre di quel ragazzo che in classe era un po’ arrogante. La madre rispose che lui era un bravo ragazzo.

Su quel bus saliva anche un ragazzo dai vestiti larghi e fuori moda, quella tuta ridicola da sfigato al posto dei jeans. In corriera stava nelle prime file, il Walkman tra le mani, seppellire le chiacchiere degli altri, seppellire il dolore della solitudine con la musica. Emozioni nascoste dentro a un guscio, anche lui voleva essere come tutti ma non ci riusciva.

A scuola non parlava quasi mai, era sempre solo. La schiena ingobbita, gli occhi rivolti verso il basso, nessuno ricordava di che colore fossero.

Un giorno alla fermata delle corriere il bravo ragazzo lo derise per i suoi vestiti brutti, per quell’aria un po’ patetica e miserabile che si trascinava dietro.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il giorno dopo le risate non erano sufficienti. Il bravo ragazzo gli diede uno spintone. L’altro non reagì. Tra i ragazzini adoranti passò un fremito. La ragazza più carina sussultò appena, quell’aria da donna cresciuta che vacillava. Nessuno disse nulla.

Sul bus il solito chiacchiericcio. Quel ragazzo solo seduto davanti non osava voltarsi, le mani che tremavano appena, questa volta il Walkman rimase spento, le cuffiette comunque alle orecchie, come a volersi proteggere.

Tornò a casa e non disse nulla, il rossore dell’umiliazione che gli cuoceva le guance.

Il giorno dopo alla fermata del bus il bravo ragazzo decise che quello spintone non era sufficiente. Gli diede un pugno, gli lasciò un livido. L’altro ragazzo accusò il colpo, qualcuno lanciò un gridolino di sorpresa. La ragazza questa volta offrì un’espressione sprezzante. Se l’ha deciso lui, allora così deve essere.

Un brivido passò in mezzo a quei ragazzini dall’aria adorante. Nessuno fece nulla, nessuno disse nulla.

Il ragazzo tornò a casa. Che cosa ti è successo, chiese sua mamma. Non è successo niente.

Il giorno dopo la mamma disse ai professori che cos’era successo. Nessuno sapeva nulla. Chi potevano incolpare?

Ed eccoli di nuovo alla fermata, era sceso dal letto a fatica, il cuore in gola, la paura che premeva nel petto. Per cosa sarebbe stato punito, questa volta?

Sei andato a dirlo a tua mamma.

Quella volta fece ancora più male. Qualche ragazzino dall’aria adorante non prese parte allo spettacolo, ma non dissero comunque nulla. Quella volta furono calci. Forti. Uno dopo l’altro. Qualche ragazzino partecipò al pestaggio, la foga del gruppo che offuscava la mente. Lo sguardo del leader che li obbligava a reagire, paura di essere esclusi da quel circolo esclusivo.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Pantaloni della tuta di acrilico zuppi.

Gocce di vergogna che cadevano sul cemento.

Non sono come loro. Sono diverso. Sono sbagliato.

Ti eri pisciato sotto.

Dov’è finito quel ragazzo solitario, quel ragazzo dall’aria cupa?

Non l’ho visto salire sul bus. Non è venuto a scuola, oggi.

Non vedo più quel ragazzo che sta sempre da solo. Che fine ha fatto?

Dov’è quel ragazzo. I ragazzini tacciono. Coscienze luride. Passa un fremito tra quei volti, ma solo per un attimo. Il silenzio è come quei calci, quei pugni.

Ha scritto su un pezzo di carta sono sbagliato, sono diverso. Non sono come loro. Scritte umide e rassegnate. Forse ha tremato, mentre scriveva.

Dov’è ora quel ragazzo?

In un mondo dove le persone non tacciano, tendono la mano per non farti cadere, ti stringono se barcolli. Un mondo dove può parlare tanto, senza paura.

Non è più salito su quel bus, non è più andato a scuola.

Il silenzio degli altri gli è stato fatale.

A scuola la madre di quel bravo ragazzo ha detto che suo figlio non farebbe male a una mosca. Li vedi quei ragazzini dall’aria adorante, sono suoi amici. Perché mio figlio, mio figlio è un bravo ragazzo e non è mai solo.

Fertility day

Oggi parlavo con mia madre che è in ferie, perciò abbiamo pranzato a casa insieme.

Con lei si può parlare davvero di tutto, è una donna aperta e intelligente, con una gran sensibilità. In tutto questo è anche una cagacazzi pazzesca, ma chi non lo è?

Mentre parlavamo (lei ha Facebook ma non lo apre ogni cinque minuti – secondi, quindi non sapeva e credo che ancora non le sia giunta voce della storia del Fertility day) che voglio dire, non bastava il Family day? Na.

Quindi la conversazione è stata del tutto casuale. Si parlava di bambini, madri, educazione e via così.

Lei è madre adottiva e io pensavo chissà che le passerà per la testa nel leggere di questa campagna del fare più figli (più figli eh, non va bene manco il figlio unico), lei che è in menopausa (forzata) dall’età di 35 anni, lei che ha un corpo bello ma segnato sulla pancia da una dolorosissima operazione, una pancia che nasconde. Mi chiedo cosa possa pensare, mentre si parla di fertilità, quasi come fosse un dovere della donna, un obbligo per essere considerata tale, essere fertile e procreare.

Lei ha sempre desiderato figli ma non ne poteva avere in modo naturale e così ha scelto di adottare. Penso quindi a quelle madri adottive (e non solo) che nella giornata Fertility day si chiederanno cosa c’entrino con tutto questo? Se il loro ventre è rimasto vuoto eppure i figli li hanno.

E a quelle donne che avrebbero voluto diventare madri e invece non ci sono riuscite. E quelle invece madri di figli naturali, che se ne fanno di questa giornata?

Questa giornata sa di esclusione.

Si parlava delle differenze tra madri, quelle adottive hanno per forza di cosa un lavoro diverso da fare, imparare ad amare a conoscere un figlio e via dicendo.

Mi piacerebbe che nel 2016 al posto di queste campagne prive di sensibilità e soprattutto di senso si lanciassero giornate più intense e significative, tenendo conto di più fattori.

Mi piacerebbe che si iniziasse a rispettare le scelte altrui e soprattutto la condizione altrui.

“La bellezza non ha età. La fertilità sì.”

“Datti una mossa, non aspettare la cicogna.”

Questi i due slogan più criticati.

Diciamo che se la giornata avesse un altro nome, degli slogan meno idioti, se coinvolgesse tutte le donne e non solo quelle “privilegiate” dalla natura allora potrebbe anche avere un senso.

Per ora davvero non ce l’ha.

Questioni di sangue

AVVISO: post dai toni altamente polemici, forse esageratamente polemici, forse molto di parte (per motivi diversi dal tema principale del post). Ovviamente chi non fosse d’accordo può dirlo, non me lo mangio mica.

Oggi vorrei ritornare su un argomento che avevo accennato tempo fa: le madri surrogate. Sui giornali è partita una vera e propria crociata contro a questa pratica. Nel giornale Repubblica di oggi si legge «Strasburgo dà la linea “No all’utero in affitto ma più diritti ai gay”» che a me suona come un “siamo dei bigottoni però con la mente aperta, vedi qua che noi i gay li accettiamo”. Ma leggiamo le motivazioni che spingono a opporsi a questa pratica scandalosa. Leggo che la maternità surrogata «compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce» Bastaaaaa, basta, basta, con sta storia della merce. Ma santissimo cielo, femministe, una donna potrà fare quello che vuole del suo maledettissimo corpo? Perché sempre a pontificare sull’utilizzo che le donne ne fanno? Non siete stufe? E poi l’ipocrisia di fondo, voi siete qui, per difendere la donna. Ma davvero? La state difendendo o giudicando e condannando per ciò che desidera fare? Non sto a ripetermi sulla storia del pagare una donna affinché porti a termine una gravidanza nel terzo mondo, quello è un discorso a parte che credo chiunque con un briciolo di cervello bocci a priori, senza considerarne pro e contro. Però, veniamo alle vostre motivazioni, sì. Ieri sul Corriere della Sera Elisa Grimi – laureata in filosofia e docente universitaria – ha detto: «Un figlio ha una sola madre, la vita è una grazia che può dare soltanto Dio.» Ho letto bene? La invito a casa mia a bere un caffè, metto su la moka, nella mia cucina, dove non troverà nessuno con il mio stesso sangue e mi spiegherà se Dio ci ha fatto la grazia pure a noi, che, le sembrerà strano: viviamo benissimo! Forse anche meglio di lei, radicata nelle sue convinzioni, dai appelliamoci a Dio quando non sappiamo che cazzo di argomentazioni portare per sostenere la propria tesi. Ma andiamo avanti. Alla docente Grimi viene posta un’altra domanda: «Esiste un limite al di là del quale si deve accettare di non avere un figlio?» La risposta è l’assurdità: «I calcoli umani non sempre vanno in porto, per quanti ausili si possa disporre. Ci siamo abituati a una società in cui il concetto di sacrificio è visto come nemico dell’uomo, come quello di pazienza. Invece sacrificio e pazienza hanno fatto la nostra storia.» Potrei aver frainteso e nel caso sono pronta a scusarmi ma… Una donna sterile non può ricorrere ad altri metodi per avere figli? Deve accettare pazientemente il suo destino? La sua natura? Strano, pensavo che fossimo nel 2015, quasi 2016. Per quanto riguarda l’articolo di oggi, su Repubblica, è presente un’intervista alla regista Cristina Comencini, contraria all’utero in affitto. Come sostiene il suo parere? Così: «La relazione che nasce tra la donna e il bambino durante la gravidanza, una realtà che non si può cancellare, escludere, ignorare.» Sicuramente una motivazione più sensata di quella della dottoressa Grimi ma che comunque mi rende perplessa. Che cosa fa realmente inorridire chi è contrario alle madri surrogate? Certo, io sono obiettiva (si fa per dire…), rifletto sulla differenza tra un legame mamma – bambino reciso per cause di forza maggiore (bambini in adozione) e quello in cui sono le donne a sceglierlo (madri surrogate) eppure continuo a pensare che non sia un metodo barbaro, se si tratta di una libera scelta. Ne discutevo con mia madre e lei mi ha detto che il problema si presenta quando bisogna spiegarlo al bambino. Sapete, detesto fare la sentimentale, ma la penso così: se nella famiglia c’è un rapporto basato sulla sincerità non sarà un problema spiegare al bambino le sue origini, anzi. Quel bambino è stato desiderato, è davvero un crimine questo?

Articolo di Repubblica scritto da Caterina Pasolini, intervista a Cristiana Comencini fatta da Ivan Scalfarotto e intervista sul Corriere a Elisa Grimi fatta da Giusi Fasano.