Bulli e pupe

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(Foto da qui)

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il gel impiastricciava quei capelli biondo scuro. Occhi verdi e volto angelico, quasi buono. Jeans cascanti che scoprivano il bordo dei boxer lasciandone intravedere la marca. T – shirt sportiva e Nike ai piedi. Non era molto alto rispetto a certi suoi coetanei, ma aveva quell’aria così sicura di sé.

Era un bravo ragazzo.

Aveva tredici anni e andava a scuola in corriera. Sedeva in ultima fila. Certe volte dormiva in grembo alla più carina della classe. Capelli castano chiaro, morbidi come le sue forme. Seni pieni ma non esagerati che sbucavano da sotto al maglione stretto. Gli occhi color nocciola e un lieve velo di sfida che li attraversava, di tanto in tanto.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

I ragazzini gli stavano sempre intorno, adoranti. I volti prematuri sporcati dall’acne. Le voci non ancora formate, alcune infantili, altre basse e profonde, difficili da regolare a quell’età.

Pantaloni gonfi per quelle strisce di pancia appena scoperte. La paura di non appartenenza, voler essere simili facendo le stesse cose, pensando le stesse cose.

Si bagnavano quando lui li degnava di attenzione.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo. A scuola prendeva voti bassi. I professori chiudevano sempre un occhio se alzava un po’ la voce. Solo una professoressa disse alla madre di quel ragazzo che in classe era un po’ arrogante. La madre rispose che lui era un bravo ragazzo.

Su quel bus saliva anche un ragazzo dai vestiti larghi e fuori moda, quella tuta ridicola da sfigato al posto dei jeans. In corriera stava nelle prime file, il Walkman tra le mani, seppellire le chiacchiere degli altri, seppellire il dolore della solitudine con la musica. Emozioni nascoste dentro a un guscio, anche lui voleva essere come tutti ma non ci riusciva.

A scuola non parlava quasi mai, era sempre solo. La schiena ingobbita, gli occhi rivolti verso il basso, nessuno ricordava di che colore fossero.

Un giorno alla fermata delle corriere il bravo ragazzo lo derise per i suoi vestiti brutti, per quell’aria un po’ patetica e miserabile che si trascinava dietro.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Il giorno dopo le risate non erano sufficienti. Il bravo ragazzo gli diede uno spintone. L’altro non reagì. Tra i ragazzini adoranti passò un fremito. La ragazza più carina sussultò appena, quell’aria da donna cresciuta che vacillava. Nessuno disse nulla.

Sul bus il solito chiacchiericcio. Quel ragazzo solo seduto davanti non osava voltarsi, le mani che tremavano appena, questa volta il Walkman rimase spento, le cuffiette comunque alle orecchie, come a volersi proteggere.

Tornò a casa e non disse nulla, il rossore dell’umiliazione che gli cuoceva le guance.

Il giorno dopo alla fermata del bus il bravo ragazzo decise che quello spintone non era sufficiente. Gli diede un pugno, gli lasciò un livido. L’altro ragazzo accusò il colpo, qualcuno lanciò un gridolino di sorpresa. La ragazza questa volta offrì un’espressione sprezzante. Se l’ha deciso lui, allora così deve essere.

Un brivido passò in mezzo a quei ragazzini dall’aria adorante. Nessuno fece nulla, nessuno disse nulla.

Il ragazzo tornò a casa. Che cosa ti è successo, chiese sua mamma. Non è successo niente.

Il giorno dopo la mamma disse ai professori che cos’era successo. Nessuno sapeva nulla. Chi potevano incolpare?

Ed eccoli di nuovo alla fermata, era sceso dal letto a fatica, il cuore in gola, la paura che premeva nel petto. Per cosa sarebbe stato punito, questa volta?

Sei andato a dirlo a tua mamma.

Quella volta fece ancora più male. Qualche ragazzino dall’aria adorante non prese parte allo spettacolo, ma non dissero comunque nulla. Quella volta furono calci. Forti. Uno dopo l’altro. Qualche ragazzino partecipò al pestaggio, la foga del gruppo che offuscava la mente. Lo sguardo del leader che li obbligava a reagire, paura di essere esclusi da quel circolo esclusivo.

Era un bravo ragazzo e non era mai solo.

Pantaloni della tuta di acrilico zuppi.

Gocce di vergogna che cadevano sul cemento.

Non sono come loro. Sono diverso. Sono sbagliato.

Ti eri pisciato sotto.

Dov’è finito quel ragazzo solitario, quel ragazzo dall’aria cupa?

Non l’ho visto salire sul bus. Non è venuto a scuola, oggi.

Non vedo più quel ragazzo che sta sempre da solo. Che fine ha fatto?

Dov’è quel ragazzo. I ragazzini tacciono. Coscienze luride. Passa un fremito tra quei volti, ma solo per un attimo. Il silenzio è come quei calci, quei pugni.

Ha scritto su un pezzo di carta sono sbagliato, sono diverso. Non sono come loro. Scritte umide e rassegnate. Forse ha tremato, mentre scriveva.

Dov’è ora quel ragazzo?

In un mondo dove le persone non tacciano, tendono la mano per non farti cadere, ti stringono se barcolli. Un mondo dove può parlare tanto, senza paura.

Non è più salito su quel bus, non è più andato a scuola.

Il silenzio degli altri gli è stato fatale.

A scuola la madre di quel bravo ragazzo ha detto che suo figlio non farebbe male a una mosca. Li vedi quei ragazzini dall’aria adorante, sono suoi amici. Perché mio figlio, mio figlio è un bravo ragazzo e non è mai solo.

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Fertility day

Oggi parlavo con mia madre che è in ferie, perciò abbiamo pranzato a casa insieme.

Con lei si può parlare davvero di tutto, è una donna aperta e intelligente, con una gran sensibilità. In tutto questo è anche una cagacazzi pazzesca, ma chi non lo è?

Mentre parlavamo (lei ha Facebook ma non lo apre ogni cinque minuti – secondi, quindi non sapeva e credo che ancora non le sia giunta voce della storia del Fertility day) che voglio dire, non bastava il Family day? Na.

Quindi la conversazione è stata del tutto casuale. Si parlava di bambini, madri, educazione e via così.

Lei è madre adottiva e io pensavo chissà che le passerà per la testa nel leggere di questa campagna del fare più figli (più figli eh, non va bene manco il figlio unico), lei che è in menopausa (forzata) dall’età di 35 anni, lei che ha un corpo bello ma segnato sulla pancia da una dolorosissima operazione, una pancia che nasconde. Mi chiedo cosa possa pensare, mentre si parla di fertilità, quasi come fosse un dovere della donna, un obbligo per essere considerata tale, essere fertile e procreare.

Lei ha sempre desiderato figli ma non ne poteva avere in modo naturale e così ha scelto di adottare. Penso quindi a quelle madri adottive (e non solo) che nella giornata Fertility day si chiederanno cosa c’entrino con tutto questo? Se il loro ventre è rimasto vuoto eppure i figli li hanno.

E a quelle donne che avrebbero voluto diventare madri e invece non ci sono riuscite. E quelle invece madri di figli naturali, che se ne fanno di questa giornata?

Questa giornata sa di esclusione.

Si parlava delle differenze tra madri, quelle adottive hanno per forza di cosa un lavoro diverso da fare, imparare ad amare a conoscere un figlio e via dicendo.

Mi piacerebbe che nel 2016 al posto di queste campagne prive di sensibilità e soprattutto di senso si lanciassero giornate più intense e significative, tenendo conto di più fattori.

Mi piacerebbe che si iniziasse a rispettare le scelte altrui e soprattutto la condizione altrui.

“La bellezza non ha età. La fertilità sì.”

“Datti una mossa, non aspettare la cicogna.”

Questi i due slogan più criticati.

Diciamo che se la giornata avesse un altro nome, degli slogan meno idioti, se coinvolgesse tutte le donne e non solo quelle “privilegiate” dalla natura allora potrebbe anche avere un senso.

Per ora davvero non ce l’ha.

Questioni di sangue

AVVISO: post dai toni altamente polemici, forse esageratamente polemici, forse molto di parte (per motivi diversi dal tema principale del post). Ovviamente chi non fosse d’accordo può dirlo, non me lo mangio mica.

Oggi vorrei ritornare su un argomento che avevo accennato tempo fa: le madri surrogate. Sui giornali è partita una vera e propria crociata contro a questa pratica. Nel giornale Repubblica di oggi si legge «Strasburgo dà la linea “No all’utero in affitto ma più diritti ai gay”» che a me suona come un “siamo dei bigottoni però con la mente aperta, vedi qua che noi i gay li accettiamo”. Ma leggiamo le motivazioni che spingono a opporsi a questa pratica scandalosa. Leggo che la maternità surrogata «compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce» Bastaaaaa, basta, basta, con sta storia della merce. Ma santissimo cielo, femministe, una donna potrà fare quello che vuole del suo maledettissimo corpo? Perché sempre a pontificare sull’utilizzo che le donne ne fanno? Non siete stufe? E poi l’ipocrisia di fondo, voi siete qui, per difendere la donna. Ma davvero? La state difendendo o giudicando e condannando per ciò che desidera fare? Non sto a ripetermi sulla storia del pagare una donna affinché porti a termine una gravidanza nel terzo mondo, quello è un discorso a parte che credo chiunque con un briciolo di cervello bocci a priori, senza considerarne pro e contro. Però, veniamo alle vostre motivazioni, sì. Ieri sul Corriere della Sera Elisa Grimi – laureata in filosofia e docente universitaria – ha detto: «Un figlio ha una sola madre, la vita è una grazia che può dare soltanto Dio.» Ho letto bene? La invito a casa mia a bere un caffè, metto su la moka, nella mia cucina, dove non troverà nessuno con il mio stesso sangue e mi spiegherà se Dio ci ha fatto la grazia pure a noi, che, le sembrerà strano: viviamo benissimo! Forse anche meglio di lei, radicata nelle sue convinzioni, dai appelliamoci a Dio quando non sappiamo che cazzo di argomentazioni portare per sostenere la propria tesi. Ma andiamo avanti. Alla docente Grimi viene posta un’altra domanda: «Esiste un limite al di là del quale si deve accettare di non avere un figlio?» La risposta è l’assurdità: «I calcoli umani non sempre vanno in porto, per quanti ausili si possa disporre. Ci siamo abituati a una società in cui il concetto di sacrificio è visto come nemico dell’uomo, come quello di pazienza. Invece sacrificio e pazienza hanno fatto la nostra storia.» Potrei aver frainteso e nel caso sono pronta a scusarmi ma… Una donna sterile non può ricorrere ad altri metodi per avere figli? Deve accettare pazientemente il suo destino? La sua natura? Strano, pensavo che fossimo nel 2015, quasi 2016. Per quanto riguarda l’articolo di oggi, su Repubblica, è presente un’intervista alla regista Cristina Comencini, contraria all’utero in affitto. Come sostiene il suo parere? Così: «La relazione che nasce tra la donna e il bambino durante la gravidanza, una realtà che non si può cancellare, escludere, ignorare.» Sicuramente una motivazione più sensata di quella della dottoressa Grimi ma che comunque mi rende perplessa. Che cosa fa realmente inorridire chi è contrario alle madri surrogate? Certo, io sono obiettiva (si fa per dire…), rifletto sulla differenza tra un legame mamma – bambino reciso per cause di forza maggiore (bambini in adozione) e quello in cui sono le donne a sceglierlo (madri surrogate) eppure continuo a pensare che non sia un metodo barbaro, se si tratta di una libera scelta. Ne discutevo con mia madre e lei mi ha detto che il problema si presenta quando bisogna spiegarlo al bambino. Sapete, detesto fare la sentimentale, ma la penso così: se nella famiglia c’è un rapporto basato sulla sincerità non sarà un problema spiegare al bambino le sue origini, anzi. Quel bambino è stato desiderato, è davvero un crimine questo?

Articolo di Repubblica scritto da Caterina Pasolini, intervista a Cristiana Comencini fatta da Ivan Scalfarotto e intervista sul Corriere a Elisa Grimi fatta da Giusi Fasano.