Il Processo: tipico film da terza ora al liceo

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Scena del film

Correva l’anno echiseloricorda, azzardo: era il duemilae(colpoditosse). Io e una mia compagna di classe avevamo deciso di saltare senza tante cerimonie e a piè pari le prime due ore di lezione (matematica) perché la prof si era messa in testa di interrogare. Non solo era colpevole di insegnare una delle materie più brutte dell’universo – o perlomeno del liceo linguistico – ma le era pure venuta la malsana idea di porre quesiti sull’argomento, pretendendo che una massa di studenti che avevano casualmente preso la strada spianata delle lingue straniere fossero pure in grado di scarabocchiare sulla lavagna cose simili a… Com’è che si chiamano? Numeri. Da non credere. Rifiutandoci di prendere parte a quel teatrino dell’orrore ci siamo rintanate in un bar a sorseggiare caffè macchiato.

Annoiate e quasi pentite della scelta di saltare le prime ore siamo riuscite (schifosamente) ad entrare alla terza ora in ritardo, ma tanto c’era filosofia. Il prof era un tizio poco incline all’insegnamento, molto dedito al cazzeggio e perciò ci teneva sempre buoni con qualche film in aula magna, mentre lui ammazzava il tempo insultando gli studenti o leggendo il giornale. E insomma, quel giorno sono entrata in aula magna con un perdonabile ritardo, accolta dai grugniti poco incoraggianti del prof.

Sullo schermo c’era il viso pulito di Anthony Perkins (bravo! bravissimo!) noto per aver il vizio di travestirsi da mamma defunta e accoppare sventurate nel suo motel (a ciascuno il proprio hobby)… Per farla breve: Norman Bates in Psyco. Ma in quel caso il film era Il Processo, diretto da Orson Welles, tratto dall’omonima opera di Kafka che non ho ancora letto. Il protagonista, interpretato appunto da Anthony Perkins è Josef K., un impiegato dedito al lavoro, dalla vita piuttosto ordinaria. Vita che verrà stravolta dall’accusa di aver commesso un reato mai specificato. Il film è raccontato in modo freddo e distaccato eppure ho trovato semplice immedesimarmi nella frustrazione del protagonista che viene contraddetto di continuo. Josef viene condotto alla corte suprema dove nessuno gli dà ascolto né spiegazioni sensate. Tutto sembra insensato, i personaggi sinistri che incontra non rivelano mai la verità, mettendo lo spettatore e il protagonista in uno stato di angoscia e di inquietudine. L’inquietudine derivata dall’incomprensione e dal non essere ascoltati, nessuno prende Josef sul serio. Niente è chiaro per il protagonista, la legge non è dalla sua parte. Lo spettatore – assieme a Josef – precipita nella claustrofobia delle scartoffie, della gente ossessiva, dei giudizi altrui infondati. Per quanto Josef cerchi di non piegarsi alla volontà della giustizia non riesce comunque ad emergere, rimane solo e indifeso con la sua ragione che però non lo porta da nessuna parte. Il finale è piuttosto amaro.

Lo spettatore prova rabbia nei confronti dei personaggi che opprimono il protagonista, a loro volta oppressi e corrotti da chi occupa un gradino più alto del loro. Nel film prevale la follia, descritta (paradossalmente) in maniera lucida e fredda, tanto da confondere il protagonista che viene fatto passare per “pazzo”.

Insomma, vedetevi sto film se avete voglia di imparanoiarvi di brutto. Io l’ho rivisto da poco e le ambientazioni soffocanti e grottesche che rispecchiano le caratteristiche dei personaggi mi hanno scossa come quella volta, in aula magna. Correva l’anno…

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I miei inetti preferiti… (Vi consiglio un film)

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Oggi voglio parlarvi di un film che mi è stato consigliato da un’amica. Ricordo che mi disse che lo considerava uno dei i suoi film preferiti e così mi sono fidata. Solitamente seguo sempre i consigli riguardo a film e a libri e raramente rimango delusa. Oltretutto son convinta che sia una gran forma di rispetto e stima guardare o leggere qualcosa che ci è stato consigliato da un amico.

Il film in questione è Little Miss Sunshine. In questa sorta di commedia i protagonisti sono una famiglia di moderni inetti, per i quali è impossibile non provare una forte empatia (ahinoi!) e pure una certa simpatia. A partire dalla piccola della famiglia, Olive, una bambina che vuole partecipare a tutti i costi a un famoso concorso di bellezza, nonostante non sia bellissima (io la trovo adorabile!). La famiglia di Olive è piuttosto particolare. La madre, interpretata da Toni Collette accoglie in casa il fratello omosessuale, depresso e aspirante suicida (Steve Carell), il padre (interpretato da Greg Kinnear) è un “fallito” che non riesce ad avere successo in ambito lavorativo, il fratello maggiore invece è un ragazzo fissato con Nietzsche che ha deciso di non parlare finché non entrerà nell’accademia di aeronautica. Infine c’è il pezzo forte, che è il nonno (Alan Arkin), un eccentrico eroinomane che aiuta la nipote a preparare lo stacchetto per il concorso di bellezza.

Il film è scorrevole, a tratti comico, a tratti invece drammatico. Quindi il mix perfetto, per quanto mi riguarda. È verosimile, per quanto assurdo, proprio perché le caratteristiche (davvero ben delineate) dei personaggi sono comuni ed è facile immedesimarsi in loro. Il finale è qualcosa di memorabile, ed è un po’ uno schiaffo in faccia a tutti i perbenisti dell’universo, anche se direi che l’intero film lo è.

Citazione che preferisco: You know what? Fuck beauty contests. Life is one fucking beauty contest after another. School, then college, then work… Fuck that. And fuck the Air Force Academy. If I want to fly, I’ll find a way to fly. You do what you love, and fuck the rest.

Sai una cosa? Vaffanculo i concorsi di bellezza! In fondo, la vita è tutta un fottuto concorso di bellezza dopo l’altro. Il liceo, l’università, poi il lavoro… vaffanculo! E vaffanculo l’accademia aeronautica! Se voglio volare il modo per volare lo troverò. Fai la cosa che ami e vaffanculo il resto.

Non datemi del Lei, sono ancora una ragazzina

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Daria.

È ufficiale: non sono ancora uscita dall’adolescenza.

Ho ventitré anni suonati e mi sto avvicinando pericolosamente ai ventiquattro. Improvvisamente e giuro, è capitato così, all’improvviso: la gente mi dà del Lei.

Non so perché lo faccia. Forse vogliono dirmi che non sono più una ragazzina spensierata. Che è ora di metter su famiglia, che bisogna fare i seri.

E pensare che manco quando ero una ragazzina spensierata, mi sentivo spensierata.

Io, per tutta risposta ho iniziato a dare del tu a tutti. Non lo faccio apposta. Ma più la gente m’invecchia più io la ringiovanisco.

Fino allo scorso anno mi chiedevano se andassi a scuola. No, veramente mi sto per laureare… Ma davvero? Sì. E mi faceva incazzare sta cosa che mi davano dieci anni in meno di quelli che avevo. E mò, all’improvviso, sono vecchia. Non vi dico che cos’ho provato quando mi hanno dato della “signora”, una volta. Ma ti sembro una signora? Fino a ieri mi chiedevano i documenti a Londra nei pub perché non credevano che fossi maggiorenne. E non sono passata dal chirurgo nel frattempo.

Succede che finalmente la gente mi dà ventitré anni e io non li voglio avere. Ve li cedo volentieri. Insomma, dai. Continuo ad ascoltare gruppi come i Verdena. I Baustelle. I Subsonica. Gli Afterhours. E mò si aspettano che io diventi qualcuno. Che faccia carriera. Perché tutti intorno a me sembrano aver smesso di essere adolescenti. Ora fanno progetti, roba seria. Insomma, se li portano bene sti ventitré anni e passa. Dovrei rivoluzionare un po’ la mia routine, forse. Il fatto è che sono pigra, sto comoda così.

Che poi io da adolescente non ero proprio giovanissima. Ero parecchio vecchia, davvero. Perciò non so cosa mi sia successo, all’improvviso…

Ecco, appunto.