Scomposta

Il fatto di non aver incontrato uomini galanti oggi mi ha dato il colpo di grazia. Già sono uscita con il muso lungo, vestita di grigio, un bel po’ invernale, glaciale quasi, come il mio umore. Il collo alto, la faccia seccata da morire, mi sono proprio imbruttita, mettendo abiti noiosi e pure scomodi, tipo il tempo che c’era fuori. E’ che non mi andava di essere guardata, oggi avevo solo voglia di guardare male. Prendere a schiaffi sta giornata. E poi in stazione, uomini che volevano salire in treno a tutti i costi per primi, passavano davanti alle donne, sì abbiamo voluto la parità dei sessi, ma io della gentilezza non è che mi lamento, anzi. Già avevo una gran voglia di piangere, giorni che non piango, forse mesi, c’avevo i nervi un po’ a pezzi. Un groviglio di sensazioni che pesavano, volevo solo levarmele di dosso. Quelle premevano, io mandavo giù, che non era il momento. In treno mi son scese due lacrime, non è che sono stata lì a contarle, ma credo fossero due, manco il tempo di sciogliere la tensione che avevo e si sono seccate subito. Questo il primo viaggio della giornata, il vagone vuoto. Al secondo viaggio, vagone zeppo di deficienti, quelli di prima, che sgomitavano per salire, m’era già passata la tristezza. Non so, a me gli uomini galanti piacciono un sacco, tipo quelli che spostano la roba in treno per fare spazio alla tua e cose di questo genere. O che aiutano le vecchine con le valigie e altre sciocchezze del genere. Che ne so, il fatto è che oggi non avevo voglia, il dentista, dai ripetizioni a uno studentello, tre ore di treno, saluta i cani, Dio come mi pesa salutare i cani, mi fanno sempre una gran pena. E poi arrivo in appartamento, nella città dove dovevo arrivare e prima di prendere l’ascensore incontro un bambino dello stabile. E quello mi dice “sssalve” con tono reverente, manco fossi una vecchia. Vi giuro che se m’avesse detto “sssalve signora” sarei scoppiata a piangere.

Quelle sensazioni da sagra

Da bambina avevo un debole per le sagre, soprattutto quelle nei paesini. Il debole è sfumato via intorno ai sedici anni (mai stata precoce, io) quando sei convinta che il mondo non ti capisce (e io mi spiego malissimo, perciò c’avevo ragione), quando sfidi i tuoi, quando pensi che gli amici siano tutto e snobbi un po’ la tua famiglia. Mi vergognavo a farmi vedere in giro con i miei, mi annoiavano i loro discorsetti educativi, a scuola ero brava di mio ma non m’impegnavo più di tanto e i professori pensavano che fosse successo qualcosa di irreparabile a casa (mai sentito parlare di adolescenza?). E insomma, con gli ormoni a mille, le delusioni e la voglia di mettere tutto in discussione tranne me stessa affrontavo la vita perennemente incazzata, piantavo il muso per tutto, frignavo per i fatti miei, ero una palla mortale, più o meno. E con quella “rabbia” lasciavo perdere le piccole cose, troppo semplici per me, poco interessanti. Scivolava via la tradizione, che vedevo come una minaccia, di certo non mi sarei fatta vedere in quelle sagre paesane, io. Recuperata la testa e un po’ di serenità mi sono riavvicinata alla realtà, perché davvero mi chiedo sempre cosa sia meglio della birra gelata con le patatine fritte. Venerdì sera sono uscita con amiche e amici di amici per andare in una sagra, quella dei “santi” che si tiene dalle mie parti. La sensazione che mi danno le sagre è quella di trovarsi a casa e in buona compagnia. Tutti sembrano degli ottimi compagni di chiacchiere profonde e vino bianco più o meno scadente, tutti hanno un’incredibile voglia di vivere. Faceva freddo e io (lo ripeto sempre) che sono freddolosa ero l’unica della combriccola col giubbottone invernale e tutti pensavano che fossi esagerata. Ma poi è calata la temperatura di brutto e mentre loro tremavano io stavo da Dio. E niente, abbiamo mangiato in abbondanza e bevuto in altrettanta abbondanza (ehm, siamo in Friuli, non giudicate). E in queste sagre si ha la sensazione di trovare solo persone genuine, che poi magari le incontri al supermercato e manco ti salutano, ma in sagra sì, sorridono tutti, inebetiti dall’atmosfera che c’è. Finiva ottobre e con lui si alzava un po’ il vento, non quello da neve, ancora, ma faceva pur sempre freddo ed era piacevole starsene fuori. Liberi dai nostri ruoli, frivoli eppure veri, dentro ai cappotti più o meno graziosi, fissandoci e ridendo per niente, stringendo la birra alla zucca fra le mani, aggrappandoci alla sensazione che si sarebbe potuti rimanere così bene per sempre. Finiva ottobre e noi non volevamo lasciarci, un po’ per l’alcol, un po’ perché ce la godevamo un sacco. Restiamo ancora un po’, facciamoci ancora un po’ del bene che domani si riprende a fingere, o forse stavamo già fingendo così? Non m’importava granché, ciò che importava era stare in quel modo, all’aperto eppure al sicuro. Per me l’intensità stava tutta racchiusa nelle nostre mani e nei nostri discorsi, un po’ da bar, un po’ da gente “navigata”. Che fosse magia quella che ci circondava, ci sentivamo davvero sazi, pieni di quella vita notturna che impregna la bocca di parole che suonano sincere, che tanto si possono dire, svelare, che poi l’indomani si ritorna alla solita circostanza…

Germi

Soffro il freddo ma non mi lamento.

Finalmente i germi iniziano a morire, finalmente si ha la scusa per stare al sicuro. Finalmente i mandaranci, finalmente si scioglie un po’ di dolore accanto al fuoco. Manca sempre meno al gelo, gelo che mi fa da corazza quando esco. Protegge un po’ quello che sono, tenendomi lontana da occhi indiscreti, occhi morbosi che non capiscono. Lentamente i germi iniziano a sparire e assieme a loro i miei malumori, messi a stendere fuori da qualche mese, in attesa che si congelino. Finalmente il caos si estingue, me ne sto da sola, freddando la tristezza, lasciandola morire per un po’. Ci si addobba per sembrare meno deboli, più fasulli, mettendosi addosso qualcosa che possa tenerci lontano da ciò che gli altri pensano, con la speranza però di compiacerli. Addobbarsi per togliersi l’aria stupida di dosso. Si avvicina il momento in cui le malelingue vanno in letargo, le lasciamo da parte, le osserviamo poltrire in attesa di colpire di nuovo, ma per il momento sono solo miserabili. Si avvicinano i momenti in cui si beve una birra seduti su sedie fredde, stringendosi nei giubbotti che rassicurano un po’, tremando, ma anche di piacere. Si avvicina il momento in cui uscire di casa non è una battaglia, è solo un’uscita, tanto fa freddo, nessuno si ferma. Si avvicina il momento in cui il calore che troviamo dentro, scavando a fondo, diventa conforto. E i germi scivolano via, ma è solo finzione. Se ne stanno prigionieri nel ghiaccio, come nell’ambra. Poi tornano liberi, più forti di prima e così le nostre paure, pronte a sfidarci, di nuovo. Ma intanto pensiamo che tra un po’ si starà bene, che le chiacchiere non si sprecano, che ci si può beare, nell’attesa.

Ascoltati

In seconda o terza elementare la maestra di italiano ci assegnò un tema di fantasia da svolgere. Avremmo dovuto seguire uno schema preciso, scegliere tra vari personaggi già proposti, seguire una traccia. Ecco, io non sono mai stata tipa da traccia. Non sono fuori dagli schemi, per carità, io manco li so fare gli schemi, è questo il punto. Ma tu come studi? Ti fai una scaletta? Ma quale scaletta. Non ho mai seguito scalette in vita mia. E così quel giorno ho capito che non sarei mai stata in grado di fare qualcosa di preciso. Di pulito, organizzato. Ordinato. Impossibile per me. Ricordo di essermi guardata un attimo attorno, con una punta di panico. I miei compagni con carta e penna osservavano la maestra in attesa di istruzioni. Le più brave avevano già scritto la data, in alto del foglio. Io non avevo nessuna voglia di mettermi a riflettere. Presi la penna e iniziai a scrivere di una tizia che non era proprio una bellezza. Ricordo che la chiamai Marilyn, anche se non avevo mai sentito parlare della celebre Monroe. Mi figuravo la mia Marilyn bionda ma bruttina, col fisico asciutto. Il suo salvatore si sarebbe chiamato Gerardo. Un tizio brutto, un po’ rozzo ma comunque principesco nel complesso. A pensarci ora quel Gerardo era l’uomo della mia vita. Ma come, Gerardo, non puoi chiamarlo così, devi scegliere tra questi nomi, tra questi personaggi… Non ascoltai i consigli delle più diligenti, ma andai avanti. L’oggetto magico era una caffettiera e via così. Inventavo una storia che non aveva alcun senso ma non me ne importava proprio. D’altra parte era un tema di fantasia. Quella fu l’unica volta in cui la mia testardaggine fu premiata. Nonostante questo ho sempre ascoltato me stessa e poco gli altri, perché davvero quando la gente è convinta di doverti dare consigli e istruzioni per l’uso mi fa scocciare parecchio. Eh, ma se facessi così o prova a dire così. No, non voglio fare così… Ma facendo così saresti… Sì, sarei come te. Appunto. Ho sempre tenuto molto alla mia identità, annullarla nei consigli degli altri mi sembra una grave mancanza di rispetto verso me stessa. Certo, se poi volete dirmi come fare una buona frittata sono tutta orecchi…

The winner is.

Piccola borghese

borghesia_Cailebotte

Che cosa sono? Sono quella che non ha un’identità estetica. Non so mai che cazzo mettermi addosso per darmi una definizione. Sono quasi arrivata al punto di svolta. O meglio, a quello d’arrivo. Quello in cui non me ne frega un cazzo delle definizioni e perciò mi autodefinisco, perché chi meglio di me potrebbe definirmi? E dico quasi perché se fossi davvero arrivata non sarei qui a “parlarne”, ma mi limiterei a vivere. Sono una cazzo di borghesotta, che va al centro commerciale di domenica e ne esce con una tazza. Una cazzo di tazza con un gufo. Ci potete credere? E fino all’altro ieri odiavo quei cazzo di gufetti. Sono uscita da un centro commerciale gigante e affollato da morire con una fottutissima tazza, con tanto di scritta francese: “c’est bon”! Vi viene in mente qualcosa di più borghese di una tazza del genere, presa di domenica, in un enorme centro commerciale? Vi viene in mente qualcosa di più borghese di un centro commerciale di domenica? In pratica sono il bersaglio facile di tutti quei pseudo comunisti che girano con le Superga rosse e il parka alla moda. E guai a dirgli che sono alla moda o s’offendono da morire. Sono borghese perché ho la fissa per le carole natalizie. Dico sul serio. Mi piacciono da morire. E non vedo l’ora di sentirle dentro ai centri commerciali, pieni di piccoli borghesi affannati che si lamentano che i centri commerciali di domenica sono pieni. Figuriamoci sotto alle feste. Sono borghese perché oggi ho fotografato un set di tazzine, immaginandole a casa mia. Sono borghese perché se mi serve un mobile vado all’Ikea. Sono borghese perché non ho abbastanza soldi per essere ricca e superficiale. Sono borghese perché non sono abbastanza povera per concedermi il lusso di essere profonda. Mi capite? Io non ci sto capendo un cazzo e dire che ho bevuto solo una coca cola. Cosa c’è di più borghese della coca cola? E poi ho cenato in una di quelle cazzo di catene di ristoranti, immaginando che quella potesse essere la felicità. Robe da pazzi, lo so. Ma che posso farci. Non sono abbastanza intelligente per essere serena e non pensare a cazzate di questo tipo. Ma non sono neppure abbastanza stupida per pensare a cazzate di questo tipo ed essere felice. Sono mediocremente borghese. Tipo che vivrei in un film natalizio americano, dove c’è la neve fintissima e l’albero di natale che cova pacchetti regalo bellissimi. Vuoti, finti, ma impeccabili nella loro forma. Vivrei davvero in una realtà così ovattata, comoda comoda. E poi davvero, siamo seri, c’è qualcosa di più borghese di qualcuno che vi ammorba con il natale in pieno settembre? Assolutamente nulla. Nulla di più mediocre di tutto ciò. E scusate se vi ho rotto le palle con questo discorso. Pure le scuse per pararsi il culo sono parecchio borghesi. Eh sì.

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Domenica

Avete presente quando vi trovate in uno stato d’animo che non è negativo né positivo? Siete lì, immobili, assorbiti da emozioni indecifrabili. Una sorta di limbo emotivo, ecco. Io mi sento così. Credo sia la mia tipica fase pre – esame, quella fase in cui dovrei studiare ma invece rileggo libri, ascolto melodie prive di parole, mi crogiolo nei ricordi, insomma cazzeggio abbondantemente versando pure qualche lacrima. In queste fasi riscopro il piacere di scrivere, senza uno scopo preciso. E’ come se mi prendesse una voglia matta di gridare al mondo ciò che provo, ma non lo so neppure io cosa provo, perciò prendo a riempire pagine con pensieri vaganti, che non hanno né capo né coda. E vi dirò, mi fa stare bene fare così. Ovvero non reagire. Perché reagendo supererei la malinconia e tornerei ad essere noiosamente concreta. Preferisco rimanere ferma, a riflettere su come mi sento. Quando poi decido che è il momento di spezzare questa monotonia emotiva lo faccio, semplicemente. Torno a respirare, torno nella realtà, nella banalità del quotidiano. Invece ora resto nella mia bolla, guardando gli altri da dentro, che tendono aghi, pronti a farla scoppiare. Ma cosa ne capiscono loro? Cosa ne sanno loro di ciò che sento? Le sensazioni che mi provocano i ricordi, non possono capirle. Non sanno nulla, mentre a me viene la pelle d’oca se ci penso…

Buona domenica : )

I miei piaceri della vita

SPEZIE

Sono la classica persona da tè caldo. Penso sia il piacere più grande che la vita mi abbia offerto. Una tazza di tè fumante, che sia un Earl Grey o la bustina anonima del discount per me è sempre festa. Amo il tè. E’ terribilmente poetico.

Mi piace perdere tempo fra gli scaffali quando devo scegliere quale candela profumata acquistare. Fermarmi ad annusare il pot pourri, l’incenso, le varie fragranze. L’odore che preferisco è mela verde, ma non disdegno neppure i profumi vanigliati. Sono la classica maleducata che stappa i bagnoschiuma e gli shampoo per sniffarli prima di metterli nel carrello. Commesse di tutto il pianeta, chiedo venia. Ma amo anche altre cose.

Amo l’odore del pop corn nei cinema.

Amo sciacquarmi la bocca con il caffè bollente.

Amo quando la gente che non ti conosce ti sorride. Amo l’educazione, forse una delle cose di cui sento più nostalgia ultimamente.

Amo le persone riservate, che sanno ascoltare, che pongono interrogativi intelligenti, che non parlano solo di se stesse.

Amo sgranocchiare patatine sorseggiando spritz bianco.

Amo la birra, solo se in compagnia.

Amo le spezie.

Amo la galanteria maschile.

Amo le librerie che hanno i libri ordinati per autore.

Amo la mia libreria, l’unica parte ordinata della mia stanza.

Amo le sagre paesane, quando fa caldo fino a sera tardi e c’è musica dal vivo.

Amo l’acqua. Credo sia il mio elemento. L’acqua per me è libertà, totale.

Amo camminare con il mio cane in campagna, specie all’ora del tramonto.

Amo il mio cane perché non ha il dono della parola. Se l’avesse, non so se l’amerei.

Amo cantare sotto la doccia.

Amo le persone che salutano sempre.

Amo starmene da sola, non sento la necessità di avere sempre qualcuno accanto.

Amo pochissime persone. E so che quelle poche amano me.

Amo guardare le famiglie che cenano assieme.

Amo il natale, amo il fatto che sia una festa commerciale, che si spendano soldi per i regali. Amo le vetrine decorate e gli alberi illuminati. Amo tutto del natale, soprattutto i film natalizi americani. Il giovane Holden direbbe che gli mettono una malinconia del diavolo.

Amo le grandi città, piene di turisti e persone alla moda.

Amo i centri commerciali.

Amo le foto che ritraggono calici.

Amo le colonne sonore firmate Yann Tiersen.

Amo i film e telefilm tedeschi, li trovo nostalgici da morire, anche quelli più insulsi.

Amo commuovermi per cose per le quali nessuno si commuove. Amo rimanere indifferente a ciò che tocca gli altri. Mi fa sentire unica e potente.

Amo comprare post – it. Mi mettono allegria e mi fanno sentire organizzata.

Amo la mia bravura nel riuscire a studiare tutto all’ultimo momento.

Amo le persone che notano i dettagli, sono rare, sono le uniche non concentrate su se stesse.

Amo le persone che prima di iniziare a parlare dei cavoli loro ti chiedono “come stai” e aspettano che tu risponda.

Amo gli estranei che si siedono accanto a te in aereo e quando è il momento di scendere ti salutano.

Amo i maglioni di lana lunghi, se son bordeaux sono la morte loro.

Amo queste e molte altre cose.

Oggi sono stata personalissima, sentitevi pure liberi di dirmi alcune delle cose che amate voi. Vi lascio ascoltare “La valse d’Amélie” di Yann Tiersen.

Ritorno sui miei passi

Le premesse, si sa, devono sempre risultare accattivanti o la lettura viene abbandonata dopo la prima riga. Per questo ho deciso di cominciare a riempire questo spazio con alcune frasi tediose e di circostanza. Masochismo? No, è che non so fare altrimenti. Conclusa questa premessa nella premessa (piuttosto sterile, lo ammetto) vi informo che non scrivevo su un “blog” da moltissimi anni. “Issimi” si fa per dire, avendone io ventitré, trovandomi quindi nel fior fiore della mia giovinezza e, “bellezza”, o perlomeno così dovrebbe essere. Vi ricordate quel grazioso spazio che MSN metteva a disposizione per gli utenti più avventurosi? Si chiamava “Space” se non ricordo male (da non confondere con il più conosciuto Myspace). Io scrivevo lì cose senza alcun senso e riflessioni su quanto amara fosse la vita per noi adolescenti. Mi lamentavo del mondo e dei suoi abitanti e cose di questo genere. Avevo circa tredici anni, non andavo dalla parrucchiera e anziché dedicarmi ad attività nobili come lo sport o i ragazzi mi rifugiavo in quel piccolo spazio che veniva “letto” dalla mia nutrita schiera di contatti. Contatti che contavano sì e no tre compagne di scuola e un paio di utenti conosciuti in qualche forum. Devo dire che le cose non sono cambiate molto, non sono mai diventata una sportiva né una mangiauomini, in compenso, però, vado dalla parrucchiera!