Orange is the New Black: una serie cazzuta

S1Cast

Oggi ho visto l’ultimo episodio della quinta stagione di Orange is the new black, una serie tratta dalle memorie di Piper Kerman, che racconta in un libro il suo anno in carcere.

Vi giuro che una serie così cazzuta non l’avevo mai trovata. Veramente, ma veramente bella.

La serie – prodotta da Netflix – narra le vicissitudini di Piper Chapman, giovane donna che deve scontare una pena di 15 mesi nel carcere di Litchfield, in quanto rea di aver trasportato denaro illecito per conto di Alex Vause, sua ex fidanzata e trafficante di droga.

Tuttavia la condanna avviene parecchi anni dopo il reato commesso da Piper e in questo periodo la futura galeotta si è rifatta una vita con un tizio: Larry Bloom.

La serie si apre con una sorta di ultima cena tra amici, prima che Piper entri in galera e il suo successivo ingresso nel carcere femminile.

Qui Piper capisce subito che la vita da detenuta non sarà rose e fiori, anzi. Dovrà confrontarsi con la prepotenza di alcune detenute e con le ingiustizie che culmineranno in veri e propri soprusi e violenze nei confronti delle stesse. In carcere inoltre Piper incontrerà la sua ex amante Alex.

La serie con un occhio (quasi) sempre puntato sulla protagonista Piper procede tra interessanti flashback che mostrano la vita prima del carcere delle detenute e tra il presente e la quotidianità nella prigione.

Ci sono – ovviamente – parecchi colpi di scena e ogni episodio ha una chiusa che lascia col fiato sospeso.

La serie tocca argomenti interessanti: l’omosessualità, prima di tutto. Trattandosi di un carcere femminile, le relazioni che vengono raccontate sono principalmente tra donne. Tocca il razzismo, l’amicizia, l’amore, la maternità, lo stupro e l’ingiustizia nei confronti delle detenute che man mano che le serie procedono sembrano perdere sempre più diritti e dignità.

Tutti i personaggi sono ben congegnati. Emergono punti di forza e debolezze e si assiste all’evoluzione di ogni personaggio: chi sembra redimersi, chi peggiora, chi fa una brutta fine.

Il linguaggio è – chiaramente – colorito, consiglio di vedere la serie in inglese: secondo me rende decisamente di più.

La protagonista non è tra i miei personaggi preferiti; preferisco di gran lunga Alex Vause, che è parecchio tosta.

Ho apprezzato molto il personaggio di Red, la cuoca russa. Il suo modo di prendersi cura delle detenute più giovani (e non solo) come una madre mi ha commossa in diversi episodi. Inoltre si troverà invischiata in situazioni che fanno temere spesso per la sua sorte. Si distingue per essere assolutamente cazzuta.

L’evoluzione più intensa e interessante è quella di Tiffany Dogget, l’ex tossica che si faceva di crack.

Il personaggio di Suzanne, soprannominata “Crazy Eyes” è a dir poco fenomenale. L’attrice meriterebbe l’oscar per l’interpretazione magistrale. Inoltre commuove per la sua follia e per la sua genuinità. Ha alle spalle una delle storie più tristi fra le detenute.

Tra le varie guardie e impiegati della prigione ho apprezzato anche la trasformazione morale di Joe Caputo, direttore del carcere, che nelle ultime serie saprà sorprendere lo spettatore.

Per quanto mi riguarda ogni personaggio lascia il segno.

Il picco di intensità viene raggiunto con Lolly e la sua pazzia: credo che le sue vicende siano decisamente toccanti.

La serie mi ha parecchio emozionata, soprattutto nelle ultime stagioni, sebbene risultino più scorrevoli le prime.

Mi è piaciuta la rivalità tra donne, ma anche la solidarietà che mostrano quando hanno un obiettivo comune. Mi ha ricordato un po’ l’amicizia effimera che si crea prima di un esame universitario.

Ho adorato le gang latine all’interno del carcere e anche quelle nere, ho adorato Sofia, la parrucchiera transessuale (e detenuta) della prigione, ho adorato l’umanità della detenuta Poussey: il suo amore per i libri e la forte amicizia con Taystee.

Mi è piaciuto il fatto che la serie sottolinei come la dignità umana non vada lesa neppure tra le mura di un carcere. Ma soprattutto il dubbio che insinua nello spettatore: una volta uscite dal carcere saranno le detenute delle persone migliori? E una volta entrate, saranno persone peggiori?

Insomma, se non sapete cosa iniziare a guardare, se vi piacciono le serie intense senza però fronzoli, se vi piace il dramma misto alla commedia… Questa è la serie che fa per voi. In più il titolo della serie è una figata già di suo.

 

 

 

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13 Reasons Why: per me è sì!

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Benvenuto nella tua cassetta: questa è la “recensione” di Tredici.

Ho deciso di guardare 13 Reasons Why (Tredici) perché questa serie è praticamente sulla bocca di tutti. E la cosa mi ha incuriosita alquanto!

Mi sono imbattuta in molti spoiler (troppi!) e anche in diverse recensioni che ho evitato di leggere per non guastarmi del tutto la visione.

Questa serie ha tutti gli ingredienti per essere un “teen drama” coi fiocchi: liceali americani, cheerleader snodabili, outsider e giocatori di basket pompati, stalker, stupratori, consulenti della scuola, festicciole alcoliche e… Suicidi.

Ai miei tempi i teen drama erano un tantino più leggeri e frivoli, tipo The O.C, Gossip Girl e quel polpettone per finti giovani di Dawson’s Creek che francamente non ho mai digerito.

Celebre Marissa Cooper che si scolava fiumi di alcol e… Cos’altro faceva Marissa Cooper?

Come in ogni teen drama che si rispetti (sì, mi piace proprio dire teen drama) la scuola è un inferno. I liceali sono essere immondi, senza scrupoli, bestie di Satana. Non hanno praticamente una coscienza, tranne un paio di loro che ovviamente diventano bersaglio dei più fighetti o dei bulli e così via.

Ma bando alle ciance o questo post diventa lungherrimo. Di che accidenti parla 13 Reasons Why?

Parla del suicidio della liceale  Hannah Baker che lascia ai posteri 7 cassette registrate personalmente dove sono spiegati i 13 motivi che l’hanno portata al suicidio.

Ci si aspetta che Anna Fornaia sia la tipica sfigata secchiona che tutti schifano perché ha un briciolo di cultura e porta l’apparecchio… Quindi merita derisione e vessazioni di ogni tipo. Invece no. Hannah è una ragazza carina, che non fa la cheerleader, no, ma che comunque non passa inosservata.

Hannah non è la più bella della scuola, ma… Famo a capisse: piace ai ragazzi, ha degli amici, una bella famiglia. Sembra che non le manchi davvero nulla.

Il suo calvario ha inizio da un primo episodio spiacevole, episodio di grandissima attualità: un tizio che lei bacia diffonde tramite smartphone una foto di Hannah un po’ “osè”, la foto fa il giro della scuola e iniziano a circolare voci sulla condotta sessuale della ragazza. Hannah passa per quella facile e disinibita.

Da quell’episodio si diramano una serie di sfortunati eventi che assumono man mano tinte sempre più tragiche. Eventi che non coinvolgono solo Hannah, ma anche i suoi compagni di scuola, in particolare la controparte maschile della storia: Clay Jensen, suo amico e collega di lavoro al cinema.

Clay scopre di essere una delle 13 ragioni per le quali Hannah si è tolta la vita. Perché anche lui è colpevole quando non ha mostrato altro che solidarietà nei confronti della ragazza?

Clay sembra l’unico ragazzo con una coscienza, l’unico che non si fa risucchiare dal vortice di menzogne creato dagli altri compagni coinvolti. Con il supporto morale dell’amico Tony ascolterà tutte le cassette, scoprendo tutti i tasselli del puzzle, portando a galla due fatti molto gravi.

La serie inizialmente è lenta, ma poi appassiona. Si vuole capire assieme a Clay, smascherare i colpevoli. Ho letto che qualcuno non è riuscito a provare empatia per Hannah, che in qualche caso ha accusato ingiustamente gli altri del suo suicidio.

Sicuramente Hannah non è la tipica protagonista per cui si prova una simpatia incondizionata. E questo mi è piaciuto, l’ho trovato anticonvenzionale. Hannah fa scelte ingenue e talvolta sbagliate, non è “sfigatissima” perciò non si riesce a compatirla fino in fondo, finisce in una lista in cui il suo culo è giudicato il più bello e lei si indigna anziché lusingarsi, tutti la giudichiamo esagerata inizialmente, come alcuni dei suoi compagni: sembra che Hannah se la prende a male per ogni cosa e addossi le colpe a chiunque per la sua infelicità.

Tuttavia, conoscendola nel corso del telefilm si inizia a guardarla con altri occhi: prima critici, poi compassionevoli. La guardiamo affondare, completamente sola.

Siamo impotenti di fronte alla tristezza degli altri, alla loro solitudine.

Anche noi contribuiamo alla solitudine degli altri? Anche noi meritiamo di ricevere una cassetta in cui ci accusano di non aver mosso un dito? Di essere stati indifferenti?

Chi lo sa.

L’amico Clay alla fine capisce e tenta in qualche modo di rimediare, di non restare indifferente davanti al dolore – seppure ben mascherato – degli altri.

13 è una buona serie, ha una colonna sonora interessante, per certi versi forse è esageratamente stereotipata, in alcuni punti risulta un po’ forzata, ma è una serie che offre spunti di riflessione, che trasmette la giusta inquietudine (dato l’argomento) e che non è così banale come si potrebbe pensare.

I temi trattati sono svariati e moderni, la tecnologia che all’inizio sembra giocare un ruolo fondamentale poi perde d’importanza. Si pensi all’utilizzo dei biglietti, l’articolo sul giornale cartaceo, la radio, l’utilizzo di cassette e non di strumenti più “tecnologici”.

Tecnologia o meno, gli adolescenti di oggi hanno gli stessi problemi di quelli di ieri: bullismo, emarginazione, depressione… Sono sempre dietro l’angolo.

La serie porta a galla tutte queste tematiche e credo che più o meno tutti, per un motivo o per l’altro, alla fine riusciamo a vestire i panni di Hannah, di Clay e perché no, anche dei personaggi più negativi della storia.

L’unica cosa che non capisco, invece, è perché intendano produrre una seconda stagione… 13 ragioni non sono sufficienti? È vero che il finale lascia un po’ col fiato sospeso, date alcune questioni irrisolte, ma non ha alcun senso forzare la trama ulteriormente, si è conclusa così e va bene.

Detto ciò: consiglio questo telefilm e spero di non trovare una cassetta a me dedicata nella quale mi accusate di aver contribuito a frantumarvele con questa chiacchieratissima serie.

Ancora sequel: Gilmore Girls

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Nostalgia canaglia!

Ieri non resistendo come sempre all’impulso di guardarmi un sequel (per poi lamentarmene, ovviamente) ho visto la prima puntata della nuova serie di Una mamma per amica (Gilmore Girls).

Ora, Una mamma per amica non è una serie proprio recentissima, di conseguenza io mi sono sempre vista le puntate quando capitavano in tv. Quindi per finire tutte le serie ci sono voluti secoli…. Ah, che nostalgia!

Detto ciò, Una mamma per amica per me era davvero una buona serie. Credo di averne già parlato tempo fa, quando si vociferava di un possibile “revival”, riassumo dicendo che ho sempre apprezzato la classe di quella serie: pulita, elegante, buoni riferimenti musicali e letterari… Tanto, troppo cibo. I personaggi sono eccessivi, ma credo che sia una delle caratteristiche che rende la serie particolare e godibile.

Ma veniamo a questo “sequel”, se così possiamo definirlo.

I personaggi sono ovviamente invecchiati. Tra l’altro ho notato che Lorelai, Bridget Jones e Meredith di Grey’s anatomy hanno finito con l’assomigliarsi, non so se sia perché sono doppiate tutte da Giuppy Izzo, però vi giuro che per me hanno l’espressione identica, certe volte. Questo è uno dei primi punti che ho trovato inquietanti: Lorelai è ingrassata (sì, sono una brutta persona) e non so se abbia fatto ritocchini, fatto sta che sta invecchiando in modo strano.

La casa di Lorelai non è più essenziale come una volta. Tutta decorata per Natale è piena di stoviglie, la tv schermo piatto e così via. Ovviamente è al passo con i tempi e io provo sempre una fitta di amarezza quando una serie tv si adatta ai tempi. Ora tutti hanno lo smartphone, il Mac (che poi negli Stati Uniti non esistono altre marche di pc?)… Che noia.

Lo strano Kirk invecchiando ha finito con il somigliare sempre più a Edward Norton. Però la brutta copia, ecco. Non mi è mai piaciuto e non ho certo cambiato idea rivedendolo dopo anni.

Luke forse è il personaggio più fedele, nonostante l’abbondante pancetta che ha messo su ha mantenuto il carattere di prima, forse si è un tantino addolcito. Nel suo locale c’è sempre il divieto di utilizzare il telefonino, in compenso pare ci sia il wifi.

Rory… Rory è stata una delusione. L’ho trovata insopportabile, okay che mò ha 32 anni, però. Sembra che abbia perso per strada i valori che la contraddistinguevano prima, ma forse li aveva già iniziati a perdere quando stava con Logan (il riccone biondo).

Lane… Per Lane (la migliore amica di Rory) avevo immaginato un futuro diverso e già ero rimasta delusa nella settima serie, quindi continuo a provare delusione per la sua sorte. In compenso continua a suonare con la sua band, ma anche lì… Scene tristi.

La prima puntata è stata pesante, poi la poracciata di Netflix che fa nominare “Pablo Escobar” a Lorelai (mi par). Dio mio. Che tristezza.

Non lo so, la tecnologia ha scombussolato la serie, che sembrava una casa delle bambole immortale e immutabile.

Ah, il caffè è stato rimpiazzato dallo scotch.

C’è qualche (misero) colpo di scena, qualche novità che evito di anticiparvi (alla fine sono una brava persona).

Io le altre puntate le vedrò quasi sicuramente, anche perché tra un po’ mi scade la prova gratuita di Netflix, quindi mi devo spicciare.

In generale, prima puntata moscia, poco briosa, per nulla frizzante (visto quanti modi per non dire noiosa?). I personaggi quasi tutti forzati (tipico dei sequel), manca il ritmo della serie originale, mancano i dialoghi brillanti, ma va beh, come sempre me l’aspettavo!